Il mio cadavere

Part 9

Chapter 93,760 wordsPublic domain

Un toro giovane e vigoroso fu slanciato nel mezzo del circo. I due combattenti si erano ritirati per poco per dare il tempo alla bestia di inferocirsi alla vista del rosso orang-utang. Ed infatti, il toro, in veggendo quel colore addosso alla scimia, mandò un muggito spaventevole e si scagliò sovra quell'animale, il quale con un salto fortissimo raggiunse la loggetta della pertica, di dove si divertiva a dar la baia al furioso nemico. Grandi scrosci di risa che partivano dai seggi degli spettatori accoglievano le strida formidabili e feroci del toro che con estrema rabbia faceva rapidamente il giro del palo e poscia guardava con occhio di sangue al suo motteggiatore avversario, e dava di violente cornate nel mezzo della salda pertica, facendola traballare, a grande spavento dell'orang-utang, e a grande soddisfazione degli spettatori, i quali sganasciavansi dalle risa nel vedere la paurosa espressione della faccia dell'orang-utang ogni volta che il toro dava di cozzo nella pertica. E forse guari non sarebbe andato che il palo sarebbe caduto sotto i replicati urti della bestia selvaggia, se, nel momento in cui questa più sembrava aizzata, e di più feroci muggiti facea risuonare l'aere del circo, non fossero apparsi i due combattenti.

Alle risa generali successe ben presto un gran silenzio: ognuno tremava per l'imprudente Sir Falstaff. Il toro, non appena ebbe scorti i due nuovi suoi avversari, si slanciò contro di loro con l'impeto del furore eccitato in esso dalle smorfie e dagli abiti dell'orang-utang. Edmondo lo aspettava a piè fermo, e, quando la bestia fu a certa distanza, egli le cacciò ne' fianchi la sua picca con mirabile coraggio ed agilità... Il toro mise un ruggito spaventevole, e, quantunque un rivo di sangue uscisse dall'aperta ferita, la rabbia lo spinse contro il suo avversario. Edmondo era indietreggiato per tener sempre l'animale a distanza della sua lancia, ma questa volta il toro diede un balzo sì terribile e tortuoso che Edmondo spezzò la picca tra le corna dell'animale senza ferirlo: era finita pel signorotto inglese, senza la prontezza dello schiavo che con un colpo della _mezza luna_ troncò le gambe al toro nè più nè meno che se fossero stati due sottili stinchetti o due rami. Allora la bestia venne uccisa senza pericolo.

Edmondo era debitore della sua vita al suo schiavo. Fin da quel momento gli tolse tutt'i segni di schiavitù e sel tenne come il più caro dei suoi amici. Questo schiavo era nato ne' possedimenti inglesi: il colore del suo volto era di un pallido olivastro, per modo che pochissimo differiva dal volto comune degli Europei: una grande intelligenza, una cupa sensibilità, un coraggio di leone e una fedeltà a tutta pruova costituivano i pregi di questo giovine che diventò l'anima di Edmondo. Maurizio Barkley era il suo nome, che abbiamo visto figurare sulle polizze mensuali portate a Daniele dall'incognito straniero, il quale altro non era che lo stesso Maurizio. Questo schiavo avea pel suo padrone cotanto affetto e venerazione, che rifiutò la libertà che quegli voleva concedergli in premio della sua virtù: non ricusò per altro l'istruzione che Edmondo gli fece dare, per sempre più rialzarne la dignità di uomo.

Il Duca di Gonzalvo avea scoverto il ritiro di Edmondo, così che questi non fu più sicuro della sua vita in Cuba; partì accompagnato da Maurizio Barkley. Dopo parecchi anni di viaggi, il Baronetto si fissò a Manheim, dove avea comprata la tenuta di _Schoene Aussicht_ e dove abbiam fatto la sua conoscenza. Una compiuta trasformazione si era operata nel Baronetto. La sua giovinezza era sparita e con essa tutte le illusioni de' piaceri, di cui era sazio e ristucco. La vita ch'egli avea sì follemente dissipata e schernita gli diventò così cara, che risolvette di vivere il resto de' suoi giorni nella più riposata felicità e nella più esemplare saggezza. Non ostante le orgie, gli stravizzi e le strambezze di ogni ragione, alle quali si era abbandonato nella sua giovinezza, la sua salute di ferro non era giammai venuta manco: egli avea innanzi a sè, secondo tutte le probabilità, altri quaranta o cinquant'anni di vita e una immensa fortuna; fermò adunque di passare questi altri anni in modo da procacciarsi tutt'i più dilicati piaceri, senza mai più mettere a repentaglio la sanità del suo corpo. L'odio del Duca di Gonzalvo e la vendetta che questi avea giurato contro il Baronetto, davano a costui grandissimo pensiero e rattristamento. Quantunque fosse stato quasi impossibile di scoprire il suo ritiro a Manheim, ed anche più impossibile di penetrare nei suoi appartamenti, pure egli temeva sempre un agguato; laonde, saputo che il Duca viveva in Napoli colla sua famiglia, pensò di mandare in questa città il fedelissimo Maurizio Barkley ad oggetto d'insinuarsi destramente nella casa del nobile spagnuolo, di cattivarsene la benevolenza, e cercare di scoprire se quegli avesse formato qualche disegno contro di lui Baronetto. Riuscì alle astuzie di Barkley di introdursi nella casa del Duca di Gonzalvo e diventare uno de' suoi intrinseci amici. Maurizio scriveva al Baronetto tutto ciò che il Duca pensava ed operava, e rassicuravalo pienamente, dicendogli che il nobile spagnuolo non conosceva per niente essersi il Baronetto ritirato a Manheim.

I nostri lettori ricorderanno di aver veduto Maurizio Barkley alla festa di Lady Boston a Napoli, alla quale era stato presentato dallo stesso Duca di Gonzalvo. Un altro scopo e un'altra missione avea il soggiorno di Barkley in Napoli, oltre quello di spiare i pensieri del Duca. Diremo altrove quali erano questo scopo e questa missione.

Edmondo menava in quel solitario ritiro di Manheim la vita riposatissima di un vero filosofo sibarita. Al disordine della sregolatezza era succeduto l'ordine più perfetto: tutto era pensato e sistemato secondo le regole della stretta igiene. Un esperto medico di Francoforte veniva a visitarlo di tempo in tempo e gli assegnava la qualità del cibo, del riposo, del sonno, dell'esercizio. Per premunirsi contro i pericolosi effetti delle variazioni atmosferiche, egli si era avvezzato a sottoporsi ogni giorno, in levarsi dal letto, allo _showerbath_ (bagno a pioggia) sì comune in Inghilterra e in Germania. Edmondo usciva dalla nicchia verticale del bagno a pioggia con una vigoria di salute, con una freschezza di mente, con un'alacrità di appetito, che il ringiovanivano di venti anni. Egli facea la sua colezione, indi passeggiava nella sua villa o si dava a' lavori campestri; più tardi gustava i piaceri della lettura, e poscia sedeva ad uno squisitissimo desinare inaffiato dal vin del Reno e dallo Xeres. Dopo pranzo, usciva a cavallo infino a sera, giunta la quale ei libava le delizie d'una parca cena in compagnia di pochi e scelti amici dotti e filosofi.

Una parte della villa di _Schoene Aussicht_ era coltivata a gentile orticello. Edmondo, affin di procacciarsi un salutare esercizio, dava opera, come abbiam detto, a' campestri lavori nei quali trovava l'incanto di puri ed innocenti piaceri al tutto nuovi per lui. Nell'inverno egli formava diversi vivai, intrecciava i tralci delle viti e li copriva di terra per non farli offendere dal gelo, passava in rivista i seminati e curava di sviare le acque stagnanti; facea preparare e concimare il terreno; nella primavera ordinava seminature e piantagioni, sarchiava egli stesso le nocive propaggini: nell'està la mietitura richiamava tutta la sua sollecitudine, e la famiglia dei fiori tutto il suo amore; poneva all'ombra le viole, badava con diligenza agli adacquamenti: nell'autunno trapiantava le mammole; era tutto d'attorno agli alveari, cavandone il mele e la cera, e nettando le arnie da ogni immondizia; stava ben attento alla maturità dei semi autunnali per raccoglierli e farli prosciugare per conservarli.

In simiglianti occupazioni Edmondo spendeva parecchie ore, e sempre ne risentiva grandissimo sollievo. Egli avea studiato in America l'arte delle piantagioni; avea però non poche cognizioni di agricoltura Nella isola di Cuba, oltre al traffico degli schiavi, le piantagioni dello zucchero, del cotone e del tabacco erano state le principali vene della sua ricchezza. Quasi ogni mese egli facea fare enormi carichi di cotone e di zucchero ai vapori armati pel Mississipi, e vendeva i prodotti delle sue terre ai paesi che si trovano lungo la corrente di questo interminabile fiume. Nuova Orleans era il centro, nel quale venivano a confluire i capitali di Edmondo, che vi teneva la sua principale amministrazione.

La conversazione del Baronetto era delle più piacevoli ed istruttive, ed i suoi discorsi erano pieni di quella trista esperienza che danno i disinganni della vita. Egli avea tanto viaggiato; avea veduto tanti lontani paesi; era stato in mezzo alle più alte classi sociali, avea trattato gli uomini celebri di tutta Europa; ed oggi era al caso di ragionare con aggiustatezza di molte cose. Edmondo parlava con grandissima facilità molte lingue europee e varie orientali, tra le quali l'araba. Nella sua solitudine di _Schoene Aussicht_, egli coltivava le lettere e le scienze morali; leggeva quasi tutti i principali giornali che si pubblicavano nel mondo, e la sera faceva cogli amici i suoi comenti su qualche subbietto politico, morale, economico o industriale. Le ore serotine ch'ei passava ragionando di filosofia e di lettere erano le più belle della sua giornata. Molte volte si pentiva di aver dissipata la sua giovinezza, e diceva che il filosofo di _Schoene Aussicht_ avea maledetto il Cavaliere del Firmamento. Ma era egli parimenti pentito degli errori e delle follie della passata sua vita? Si doleva dei mali gravissimi che avea cagionati a tante disgraziate famiglie? Mal potremmo dirlo, imperocchè sulle ruine di quell'anima non ispirava l'alito dolcissimo e vivificante della grazia celeste. La saggezza umana, ch'è follia dinanzi agli occhi di Dio quando è confidente in sè sola ed orgogliosa, e l'età, l'inesorabile medicina della febbre delle passioni, aveano soltanto influito a cangiar quell'uomo; benchè la cagione precipua del mutamento che si era fatto in Edmondo fosse il segreto della Provvidenza, di che or diremo.

Edmondo era stanco del passato ma non pentito. La sua anima era un vulcano estinto da cui esala tuttora un'afa mortale. Egli era sempre materialista.

Ciò nulla di manco, non era possibile il credere che il proprietario di _Schoene Aussicht_ fosse il medesimo uomo che il Baronetto Brighton, il Conte di Sierra Blonda, e Sir Falstaff. Tra questi ultimi e il primo ci era quella barriera che separa la saggezza dalla follia. Edmondo era tutt'altro uomo da quello che era stato nella sua giovinezza. Abbiam detto che la precipua cagione del suo cambiamento era il segreto della Provvidenza. Che cosa dunque aveva oprato una tale straordinaria trasformazione? Un pensiero che era la serpe morale posta da Dio nel cuor di quest'uomo che tanto aveva oltraggiato le Divine sue leggi. Questo pensiero era la PAURA DELLA MORTE. Edmondo perciò non era felice. Mirabil castigo della Divina giustizia! Attraverso le delizie ond'ei si circondava, e nello stato della più perfetta sanità, quell'uomo avea molto spesso e quasi ogni giorno momenti di tristezza e di disperazione pensando che un dì egli doveva abbandonar la vita. Quando l'ora della sua morte fosse suonata, i suoi milioni non l'avrebber ritardata neppur d'un minuto! Orrendo pensiero che il rendea tristo e taciturno per ore intere, sepolto nella più desolante melanconia: Non era tanto il pensiero di dover finire che gli dava rovello e tristezza, quanto un altro pensiero che ne derivava qual conseguenza. Edmondo era preso da raccapriccio e da orrore pensando che il suo corpo nutrito con tanta ricercatezza, godente di tutte le dolcezze della salute e delle dovizie, conservato con quanto ci è di meglio nei regni vegetali ed animali, il corpo ch'egli tanto amava ed al quale prodigalizzava le più tenere cure, sarebbe stato un giorno abbandonato a pasto dei vermi della terra!!

Edmondo fremeva, e non rare volte rompeva in codarde lagrime pensando al suo CADAVERE!!

III.

LE NOTTI DI EDMONDO

Il proprietario di _Schoene Aussicht_ diveniva ogni giorno vie più tristo e impensierito: a stento i suoi amici il traevano qualche volta dalla concentrazione in cui cadeva. Edmondo incominciava a fastidiarsi benanche di quegli innocenti piaceri che avean dato alla sua anima serenità di sentimenti della natura. La sua conversazione languiva per difetto di attenzione in lui; poco parlava, e pochissimo parea che prestasse ascolto a' ragionamenti de' suoi dotti visitatori, a' quali non isfuggì lo stato del Baronetto, e più volte il richiesero della cagione della sua ipocondria. Colui dava sempre vaghe risposte, e negava che avesse motivi di essere sovra pensieri, ovvero adduceva per causa qualche disavventura immaginaria. Ma il sorriso non più ispuntava in sul labbro di Edmondo, la cui salute incominciò a risentirsi della prostrazione del suo spirito. E quanto più egli si accorgeva di dar giù nella salute, tanto più crescevano in lui le apprensioni, l'abbattimento, i fantasmi della morte e le agonie d'una debolezza di spirito singolare e straordinaria. Invece di procacciarsi distrazioni, egli prendea diletto ad immergersi nel fitto pensiero che il torturava. È questo appunto uno de' più strani fenomeni dell'umana natura, che cioè l'uomo trovi una certa voluttà nel pensare continuamente a quelle cose che più gli danno argomento di pena e di melanconia. Lo sventurato si attacca alla sua sventura, si ammoglia con essa, la tiene strettamente abbracciata con sè: vi s'inebbria fino alla mattezza: ogni distrazione gli riesce pesante, amara, importabile. Egli ama soltanto di sentir parlare della sua sventura; detesta chiunque cerca di strapparlo per poco dall'idolo suo, e maledice quella mano che si studia di arrecargli balsamo e sollievo.

Oh se la malinconia di Edmondo fosse stata figlia del pentimento! Oh se il pensiero della morte fosse stato ispirato in lui dalla religione! Egli sarebbe stato felice, pienamente felice, imperocchè vi ha nella vita de' momenti in cui l'anima sente il bisogno di contristarsi, in cui, esaurito quel circolo limitato di usuali svagamenti, essa non può trovare un godimento che nella tristezza; non già quella tetra ch'è figlia di gravi infortunii, o cagionata da tormentosi rimorsi, il cui solo falso raggio di speranza è il nulla della morte, e che ama di pascersi nelle tenebre della notte o fra gli orrori delle tombe; non già quella disperata e funesta in cui cade il cuor d'un padre o d'una madre nel veder languire gli amati figliuoli nella miseria, o da altra simigliante sventura oppressi; ma sibbene quella cara e misteriosa tristezza che nasce nell'anima dall'innato amore del sublime e del bello; quel sacro dolore, che diffondono sul cuore le pagine de' salmi o le tenere carte Davidiche: quella tristezza a cui ne invita il racconto di qualche nobile azione, di qualche compassionevole avvenimento; quella dolcissima tristezza infine, di che inebbriano la nostr'anima il patetico suono delle onde del mare, il mormorio delle vergini foreste, un gemito dell'aura nel silenzio della sera quando si medita sulle ruine coverte di edera e di muschio, un raggio di luna che segna sul terreno la croce di selvaggia tomba.

Avvi un'altra sorta di tristezza, necessaria all'anima, come la medicina al corpo infermo, ed è questa la tristezza del pentimento. Ah! chi mai non sentì una volta almeno in vita la necessità di questa tristezza? Augusta figlia della religione, sublime tristezza del pentimento, tu sei sacra come la voce della virtù, inviolabile come l'innocenza, soave come la speranza; per te l'uomo volge atterrito uno sguardo al passato, ed interroga gli anni scorsi nell'obblio della vita; è per te che un raggio di calma penetra il cuore dell'uomo colpevole, e diffonde sulla sua anima quella beata tranquillità dell'innocenza, a cui sortilla il Creatore.

Ma il codardo affanno di Edmondo non provveniva, siccome dicemmo, dal pentimento. Una idea fissa e terribile il perseguitava, un'immagine che gli mettea il ribrezzo e lo spavento nell'anima: il suo Cadavere!

Edmondo facea paura a sè medesimo, appunto come gli avrebbe fatto paura il suo cadavere, se egli lo avesse veduto. Questa fissazione era in lui mantenuta ed eccitata dal continuo riguardar ch'ei faceva sovra i dipinti di un gran volume di anatomia e di osteologia, nel quale erano varie grandi tavole con disegni dello scheletro e del corpo umano spogliato de' suoi naturali tegumenti. Oltre di che, il forsennato si abbandonava con delizia alla lettura de' libri più tristi e malinconici. Di notte tempo, e quando la natura, e gli uomini riposano, quando l'infelice che ha pianto ritrova nelle braccia del sonno il conforto e la calma, quando nessun esterno oggetto colpiva più i suoi sensi, Edmondo si mettea col pensiero faccia a faccia col suo Cadavere. Avvolto nelle seriche sue coperte, colle pupille spalancate, fisse sulla lampada d'oro che rischiarava la vasta sua camera da letto, immobile e freddo, il milionario immergeva il tremante pensiero nelle visceri della terra, e con orribile minutezza s'immaginava al vivo la dimora del proprio corpo colà dove tutto è silenzio e oscurità. Ci sforzeremo di ritrarre, per quanto ci sarà possibile con parole, le immagini che si affacciavano alla mente di quell'uomo nelle ore notturne, e quando il sonno fuggiva dai suoi occhi deliranti.

Edmondo si vedea disteso in angusta bara ricoperta da sei palmi di terreno: l'aria, lo spazio e la luce erano scomparsi: ei si sentiva in sul petto il peso della terra, sulla quale più non dovea riporre il piede, quella terra su cui egli avea signoreggiato col suo oro, e che pareva tanto angusta all'ardenza de' suoi piaceri. Le voci degli uomini, i canti serotini, le parole dolcissime di amore e di amicizia più non colpivano le sue orecchie: nessun rumore! nessuna voce!! Il silenzio, assoluto, eterno, il circondava! Edmondo si sentiva consumar la carne: e le ossa, che prima erano ascose, discoprirsi a poco a poco. La corruzione, figlia della morte, abbrancava la sua preda; e i vermini, figli della corruzione, se ne impossessavano e penetravano a schiere, a migliaia nell'organismo in isfacelo. L'organismo del corpo, la più bella opera della natura, il capolavoro della Creazione, la lunga e penosa fattura delle visceri d'una madre, quell'organismo che dava sussulti di amore, di tenerezza, d'ineffabili angosce al cuore de' genitori; che per tanti anni la natura avea protetto contro le esterne ingiurie della materia bruta, quell'organismo tessuto con tanta profonda saggezza divina, miracolo quotidiano, magistero sublime, perfezione della materia, marciva qual succida poltiglia, pasto d'immondi animali senza nome, ignoti forse all'uomo vivo.

SE DOMANI MI CERCHERAI PIÙ NON SARÒ: Queste sacre parole faceano raccapricciare e rizzare i capelli al milionario. Egli guardava attorno a sè con ispavento, interrogava i palpiti del suo cuore, i battiti del suo polso, per assicurarsi della vita. La lampada d'oro che illuminava la camera prendeva strane forme a' suoi occhi, e le ombre che sprolungava in sulle pareti si trasformavano in oggetti sepolcrali. Il pensiero di Edmondo era fisso, inchiodato alla bara, e la fissazione era tale, e l'esaltamento della fantasia era così grande che il misero si credea già divenuto cadavere. Un'agghiacciata immobilità lo colpiva: i suoi occhi più non iscorgeano la fosca luce che ondeggiava incerta e ombrosa in sulle sue pupille, quasi trasparenza di un funebre lenzuolo: le sue braccia e le sue gambe sembravano rifiutarsi alla sua volontà, sorprese dal ghiaccio di morte. Edmondo si ridestava con balzo convulsivo di questa tremenda illusione; si alzava a metà sul suo letto, pallido, cogli occhi stralunati, colla barba che parea sollevarsi di spavento come i peli dell'istrice: egli afferrava la corda di un campanello e con violenza estrema suonava al soccorso; e comandava al cameriere di accendere i torchietti dei doppieri in sulle mensole, di schiudere le imposte dei terrazzini, di starsi vicino a lui, di fargli udire la sua voce. Il cameriere eseguiva, stupefatto dalla stranezza de' comandi del suo padrone. Qualche volta i lumi rimanevano accesi per l'intera notte e non erano spenti che in sull'alba, ora in cui sulle stanche pupille di Edmondo scendeva il ristoro del sonno. L'infelice più non dormiva che colla luce del giorno.

Simiglianti notturni fantasimi erano più terribili ancora quando il misero era preso dalla paura che cagionavagli il pensiero di essere sepolto prima ch'ei fosse in realtà spirato. Gli esempi che si citavano di persone, le quali, per apparenza di morte, erano state portate alla tomba ancora viventi faceano sollalzare i capelli del ricco Baronetto, e gli metteano la febbre nelle vene, il delirio nella ragione. Egli leggeva sempre un'opera tedesca intitolata, _La morte apparente_, nella quale con molti argomenti si dimostra la facilità di esser tratti in inganno su gli esterni segni di morte.

Talune notti Edmondo, non potendo trovar calma nel letto in cui vedea la tomba, e sul quale ei pensava che dovea rimaner cadavere prima di essere trasportato all'ultimo soggiorno, si alzava, si vestiva, e dava di lunghi passi nella sua camera, stordendosi col rumore delle proprie pedate. Coverto da lunga veste di camera, colle braccia incrociate, quella sua lunga barba nera spiccava in sul volto pallidissimo e dava alla sua persona l'apparenza di un fantasma che percorresse quel vasto appartamento. Alcune altre volte egli si addormentava sovra una poltrona; ma non sì tosto avea chiuso le palpebre, sogni terribili se gli affacciavano all'egra fantasia. Gli sembrava di esser tolto di peso dalla poltrona dalle braccia di due nerboruti becchini, i quali il deponevano in una cassa mortuaria a dispetto delle alte strida ch'ei gittava, e gl'inchiodavano sul capo un coverchio di ferro. E mentre que' barbari si accingevano a porlo nella bara, ei vedeva tanta gente nella sua camera, e tra le altre persone distingueva due donne e tre giovani robusti e pieni di vita, che si affrettavano ad aprire gli armadi e i cassettini per impadronirsi del suo oro. Ci era benanche una donna dalle chiome sparse sulle spalle, dagli occhi bellissimi e neri come la notte, la quale rideva... rideva a sganascio dappresso al cadavere di lui, e mostravagli una larga ferita che si era fatta nel seno, e additavagli un bambino macilento che le giaceva ai piedi. Il rumore e le grida di esultanza che risuonavano in quel vasto appartamento soffocavano i gemiti di lui che si dibatteva sotto i pugni de' becchini.

Edmondo si svegliava da questi sogni con un batticuore insopportabile, e più non potea richiudere le palpebre, anzi temeva di riprender sonno per non essere novellamente torturato da larve di tal natura.

Da oltre un anno, Edmondo era vittima della sua fantasia. La sua fissazione lo avea talmente ridotto a male ch'egli si affrettava a grandi passi verso quello stato, cui tanto temeva. Il milionario parea che avesse fretta di divenir cadavere. Eragli nonpertanto rimasto bastante filo di ragione per fargli concepir rossore della sua propria debolezza, sì che mai non ebbe il coraggio di svelare la cagione delle sue sofferenze. Ma si avvide ben presto che bisognava trovar rimedio a tanto male; fermò quindi di vincere la ripugnanza ch'egli aveva a far palese la strana causa del deterioramento della sua salute. Il domani, ben per tempo, scrisse al suo medico di recarsi sul momento a _Schoene Aussicht_.

IV.

UN RIMEDIO