Il mio cadavere

Part 8

Chapter 83,669 wordsPublic domain

— Mi permetterete di farvi considerare, bel giovinotto, che la ragione non vi assiste in quello che ora dite e in quel che pretendete di fare. Prima di tutto, sappiate una volta per sempre, e tenetelo bene a mente, ch'io non vi dirò niente, assolutamente niente, quando anche la vostra follia vi spingesse ad assassinarmi: se io non parlo essendo vivo, pensate se potrò farlo essendo morto. Voi quindi non guadagnereste altro, uccidendomi, che passare alla Corte Criminale, ovvero rimanendo celato il vostro delitto, non otterreste altro che perdere i cinquanta ducati ch'io ho la bontà di recarvi in ogni fin di mese. Poi, vi fo riflettere che, ammesso ancora ch'io mi lasciassi sedurre dalle vostre parole o intimidire dalle vostre minacce, non mi costerebbe gran fatica l'inventare un personaggio e un sito, e liberarmi della vostra importunità mandandovi ben lungi in cerca di un uomo che non trovereste giammai. Oltre a questo, sono nel dovere di dirvi che ogni passo che voi dareste per iscovrire il vostro benefattore vi farebbe perdere la costui benevolenza. Vi lascio da ultimo amichevolmente considerare che io sono uno di quei pochi, pei quali voi siete sempre Daniele Fritzheim e non già Daniele de' Rimini vale a dire ch'io conosco esser voi un trovatello: un atto di violenza che commettereste contro di me potrebbe spingermi a divulgare il segreto della vostra nascita.

— Voi nol farete, o signore, interruppe vivamente Daniele, il quale vedea sfuggirsi di mano il colpo che avea meditato.

— Io nol farò, sempre che voi vi comporterete meco da onesto galantuomo. Rinunziate al pensiero di voler conoscere il vostro benefattore, e questi vi amerà dippiù; e forse un giorno...

— Ebbene? esclamò Daniele cui un lampo di speranza balenò negli occhi.

— Ebbene! chi sa! forse un giorno egli stesso chiederà di voi.

— Ma ditemi, ditemi, di grazia, signore, è egli ricco? è nobile?

— Non m'interrogate: ben sapete che non posso rispondervi... Ma il tempo stringe: abbiate la bontà di farmi la solita quietanza, dappoichè ho molte faccende ancora da disbrigare.

Daniele, con malissima voglia accontentandosi delle ragioni addotte dallo straniero, si alzò e andò a scrivere la quietanza che consegnogli dicendogli:

— Eccovi, signore, la quietanza. È questa l'ultima volta che ci vedremo in questa casa e in Napoli. Domani io parto.

— Lo so, rispose freddamente lo straniero.

— Ah! lo sapete! E chi ve l'ha detto?

— Il Duca di Gonzalvo.

— Egli stesso!

— Egli stesso, ripetè quegli come un eco di Daniele.

— Sicchè voi, soggiunse questi, frequentate sovente la sua casa?

— Quasi ogni giorno.

— Siete suo intrinseco?

— Intrinsechissimo.

— E vedete spesso la Duchessina?

— Non tanto: ella mi guarda con diffidenza, e sembra che mal vegga la mia presenza in casa del padre.

Lo straniero si alzò per rompere a quel punto una conversazione ch'egli non aveva voglia di proseguire.

— Indicatemi, signor Daniele, ripigliò questi, cacciando di tasca un portafoglio, indicatemi il paese in cui bramate che vi capiti la polizza del mese venturo.

— Pel mese venturo io sarò a Londra, rispose il giovine.

Mentre lo straniero segnava colla matite alcune parole nel taccuino, Daniele a cui era sorta nella mente un'idea subitanea, si slanciò sull'incognito e con mano vigorosa gli strappò il portafoglio.

— A tuo dispetto saprò chi tu sei e chi t'invia, gridò Daniele con occhio demente. In pari tempo suonò con forza un campanello e, aperto l'uscio, gridò al soccorso.

Il suo domestico accorse.

— Liberatemi da quest'uomo, gridò Daniele in francese, ei vuole assassinarmi, vuole impadronirsi del mio portafoglio.

Il servo si mosse per porre le mani addosso allo straniero, ma si vide appuntate in sul volto le canne di due pistole.

— Sciagurati, esclamò l'incognito senza il minimo segno di alterazione della fisonomia, un passo che diate verso di me vi costerà la vita. Giù il portafoglio, signor Fritzheim, o il vostro cervello salterà in aria.

Non ci era da dubitar minimamente che lo straniero non avesse fatto seguire l'atto alla parola. Daniele gittò a terra il taccuino. L'incognito vi pose subitamente il piè sopra e comandò al servo di sgombrargli l'uscio, tenendo sempre tutti e due a linea delle sue pistole. Il servo obbedì. Lo straniero intascò il portafoglio.

— Quest'atto insensato di violenza mi costringe a privarmi del piacere di rivedervi, signor Daniele. Avrò cura di farvi pervenire per altre mani la solita polizza che ora vi siete messo a grave rischio di perdere.

Il domani, all'ora che Daniele si accingeva a salire nella diligenza per Roma, una donna, pallida ed emaciata dalle sofferenze, vestita miseramente, e tutta cosparsa di lagrime, se gli fece incontro.

— Lucia!! esclamò Daniele stupefatto.

— Ho voluto vederti per l'ultima volta; Daniele, rispose costei... perdona... io ti amo tanto.

Gli occhi di Daniele si bagnarono di lagrime.

— Lucia!... Povera fanciulla!... odiami... odiami... io non merito l'amor tuo. In quale stato ti ho ridotta!

Daniele le strinse la mano.

— Grazie, grazie, Daniele... or son felice! ti ho veduto, mi hai stretta la mano... Dio ti benedica!...

Daniele avrebbe voluto abbracciarla; il suo cuore era gonfio. Per la prima volta egli sentiva un'estrema tenerezza per quella giovinetta.

— Lucia... Lucia mia...

Non potè proseguire, perocchè il conduttore facea schioccare la frusta, la diligenza era in sul punto di partire.

— Addio... addio, sorella mia, esclamò Daniele saltando in fretta sul montatoio della carrozza.

— Addio... addio, Daniele, rispondea questa debolmente, perchè sentiasi venir manco; il suo volto era addivenuto bianco come cera.

Un uomo era corso a sorreggere la misera tra le sue braccia. Egli era Padre Ambrogio.

Seduto nella diligenza che avea preso il galoppo, Daniele piangeva!!

Parte Terza

I.

UN CAVALIERE DEL FIRMAMENTO[2]

Manheim è indubitabilmente una delle più belle città dell'Alemagna. Situata al confluente di due fiumi, il Neckar ed il Reno, e in sulla dritta sponda di quest'ultimo, essa offre a' viaggiatori una delle viste più dilettose. Ameni giardini, nei quali furono convertiti gli antichi bastioni distrutti dai Francesi, circondano la sua forma ovale, a guisa di un vago mazzettino di fiori, nel cui mezzo pompeggisi una gentil magnolia. Manheim, residenza di delizie del Gran Duca di Baden, città rivale di Carlsruhe, pulita, ben fabbricata, tranquilla, dalle larghe e belle strade, dalle case simmetriche come le idee nella testa di un Tedesco, Manheim ricorda subitamente al forestiere che per la prima volta la visita, i poemi di Goethe e i racconti di Hoffman e di Werther. Un filosofo che volesse passar la sua vita tra i libri e le meditazioni non potrebbe scegliere in tutta la Germania un paese più acconcio allo studio. Le lunghe file di acacie che orlano i pubblici passeggi di questa città vi spargono un profumo soavissimo che dà all'anima freschezza di concepimenti e serenità di passioni.

Situato in una delle più amene posizioni di questa famosa città di Manheim, e interamente segregato dagli altri edificii, vedesi sbucciar da un gruppo di poggetti di vigne un casinetto a pietre bianche e rosse, di gotica struttura ma di recenti adorni: una villa pensile si prostende ai suoi piedi, dove la mattina in sull'alba si radunano di numerose frotte di augelli, e v'intuonano un concerto di voci leggiadrissimo e tale che la mente d'un viaggiatore napolitano ritorna tosto con tenerezza a' siti incantati del suo paese, sviscerato amor di natura. Una cascatella artificiale e tortuosa, balzando sopra una scala di grotticelle e di nicchie di conchiglie, si va a perdere in pioggia finissima, la quale, refratta da' raggi del sole, rassembra in lontananza una sottil trama d'argento. Quel casinetto a due piani comanda un'estesissima veduta del Reno e delle sue rive seminate di paesetti.

Nulla di più vago, di più pittoresco, di più atto a molcere i sensi e l'animo quanto l'aspetto di questo solitario ridotto della pace e della serenità. Lo sguardo vi si fissa con piacere, con amore e si addentra col pensiero nei vialetti di quella villa, nel fitto di quegli alberi dalle ombre più ristoranti, nel concavo di quegli scavi artificiosi, misteriosi ritrovi di amore, e nell'interno di quegli appartamenti freschi e leggiadri ne' quali la mente si figura un essere felice. Questo casino colle sue adiacenze viene addimandato il comprensorio di _Schoene Aussicht_ (Belvedere).

Ed in fatti, un essere privilegiato abitava da parecchi anni in quel remoto casinetto, che egli avea comprato con la villa e colle altre delizie circostanti. Era un Inglese, per quel che nel paese se ne diceva, benchè taluni asserissero che ei fosse il Baronetto Edmondo Brighton, ed altri il Conte di Sierra Blonda. Quali il suo titolo ed il suo nome si fossero, gli è certo che sul conto di costui correvano le voci più contraddittorie, più assurde; e quantunque il proverbio dica _vox populi vox Dei_, ci era da giurare che niente di vero conteneasi nelle dicerie degli abitanti di Manheim in sul proprietario di _Schoene Aussicht_. Come in fatti conciliare e sposar tra esse le voci che facevano a calci? Come credere, per esempio, che questo personaggio fosse ad un tempo spagnuolo ed inglese? che possedesse tanto danaro da potersi comprare tutta la città di Manheim, e che poi vivesse come il più modesto borghese? che fosse un uomo dedito agli studi ed alla meditazione, mentre si asseriva in pari tempo esser egli interamente abbandonato a' piaceri, ed averne fatte tante e poi tante in sua giovinezza da scandalizzare il nuovo e il vecchio continente? Chi diceva che il Baronetto aveva avuto niente meno che quattro mogli e quindici figli; chi giurava che quegli era celibe e che non avea figliuoli: chi affermava esser vedovo, e che la defunta moglie aveagli portato in dote tant'oro da gittarne nel Reno: alcuni bisbigliavano sotto voce e in aria di mistero che il nuovo proprietario di _Schoene Aussicht_ aveva avvelenata la moglie per isposare una bella andalusa. Ma egli è necessario deciferare il vero tra mezzo a tanto guazzabuglio di cose: noi però ci studieremo di dare al lettore sul nuovo personaggio che viene a prender posto nella nostra storia tutt'i ragguagli indispensabili per ben conoscerlo e giudicarlo.

Non eran discordi le opinioni sul titolo e sul nome del proprietario di _Schoene Aussicht_, dappoichè questi era nel medesimo tempo il Baronetto Edmondo-Isacco Brighton ed il Conte di Sierra Blonda. Aveva ereditato il primo titolo qual figliuolo cadetto d'una delle primarie famiglie di Yorkshire in Inghilterra, ed il secondo titolo gli era stato venduto assieme alle immense possessioni da lui acquistate nel mezzogiorno della Spagna, dov'era dimorato per molti anni. Ed ecco in qualche modo accordate benanche le voci stravaganti ch'ei fosse ad un tempo inglese e spagnuolo, imperocchè, se inglese era per nascita, era spagnuolo di adozione, avendo passata nella Spagna gran parte della sua vita. Ed era nel carattere e nelle fattezze di quest'uomo un singolar mescuglio del sangue iberico e britannico; a tutta la flemma inglese egli accoppiava le calde passioni degli Algarvi: era ad un tempo il Don Juan di Byron e il Faust di Goethe.

Nel tempo in cui il presentiamo a' nostri lettori, il Baronetto non era più giovane, ma era ben lontano dall'essere vecchio; di statura regolare, di giusta complessione e vigorosa; il suo volto, a metà coverto da densa e lunga barba, nella quale si scorgeano appena pochi fili di argento, era leggiermente colorato di quel vermiglio che annunzia un rigoglio di salute: i suoi occhi castagno cupo erano grandi e pregni di anima; la sua testa era calva sul pendio della fronte, e il resto del cranio era coverto anzi che nascosto da capelli rasi e monchi. Egli era in tutta l'estensione della parola quel che dicesi un bell'uomo. Il Baronetto era stato nella sua giovinezza il modello della _gentry fashion_, vale a dire il più compito cavaliere: egli avea libato a centellini le delizie della vita. A simiglianza del _Child-Harold_, poi che ebbe sorvolato in tutta l'Europa e in gran parte l'America, egli avea fissato la sua dimora nella Spagna e propriamente in quelle terre di fuoco, nell'Andalusia, dove ogni cuore è un vulcano. Qualche cosa del cielo di Africa è del cielo della Spagna meridionale, che sembra quasi dar la mano alla terra dei Negri. Ci è tra l'Andalusia e l'Africa uno stretto rapporto: quasi due sorelle strappate a viva forza dalle braccia l'una dell'altra, queste due terre par che si congiungano di soppiatto sotto il canale di Gibilterra. Il suolo, le acque, la coltura sono le stesse al di qua e al di là dello stretto: Ceuta è spagnuola come Cadice è africana.

Il Baronetto avea comprata, nel cuor delle Algarve, siccome abbiam detto più sopra, una vasta tenuta addimandata di _Sierra Blonda_, imperocchè situata a piedi di una montagna su cui era una arena biondissima. Questa Contea, abbandonata da secoli per l'aridità delle sue terre infuocate, era composta di casamenti a metà bruciati nelle guerre moresche e di grandi estensioni di terreno, dette _despoblados_ (spopolati) nelle quali il pensiero si rattrista come nei deserti. Questa tenuta col titolo annesso era costato al Baronetto seicentomila pezzi duri. In tutta la Spagna egli era conosciuto ormai sotto il nome di Conte di Sierra Blonda. Quando, dopo lunga fatica, un uomo perviene alla cima della Montagna Bionda, e volge uno sguardo intorno a sè, l'anima sua è presa da spavento e da tristezza, scorgendo in sul capo un cielo ardente, e intorno intorno alla montagna uno spazio immenso arido e solitario, balze a picco, rifugio di uccelli di rapina, pendici scoscesi in su le quali neppure un'ombra di vegetazione, se togli nel fondo di qualche valle, dove, accanto un fiume o ad un ruscello, si vede spuntare un filo di verdura e qualche abitazione che attesta la vita e l'industria. Che cosa aveva indotto il Baronetto ad acquistare questo deserto? Niente altro che il capriccio e quella specie di stravagantissima ECCENTRICITÀ che formava il nucleo del suo carattere e della sua vita. A venti anni, padrone di sè medesimo e di una fortuna incalcolabile, egli si era fatta una legge d'inventar sempre nuovi piaceri, nuovi divertimenti, di uscire dai sollazzi comuni, di assaporare con gusto e raffinatezza tutto il pizzicante della vita. Egli non faceva niente di quello che avrebbero fatto gli altri giovani dell'età sua e nel suo stato, anzi faceva appunto il contrario. Edmondo avea renduto animatissimo quel deserto; giuochi, balli, festini, gozzoviglie rallegravano giorno e notte gli appartamenti del signorotto, i quali avea fatto addobbare con tutto il lusso e le comodità.

Tra gli altri stranissimi divertimenti ch'ei soleva prendersi, dobbiam notare il seguente: Egli faceva riempir di mobili un casamento e adornarlo come per festa di ballo: le suppellettili più costose ne fregiavano le sale: si facea poscia chiamare un centinaio di vagabondi, di ladri e di uomini facinorosi. A un dato segno ch'ei dava, il fuoco era appiccato al casamento; il saccheggio era comandato; e quegli uomini, a rischio della vita che sovente vi perdevano, si gittavano nelle fiamme per ispogliar le sale del meglio che vi si conteneva. Edmondo godeasi un così fatto spettacolo, ad una certa distanza, e nel mezzo dei suoi numerosi amici e compagni di follie, i quali sgangheravansi dalle risa, e mettevano alte e selvagge strida di esultanza in veggendo gran parte dei saccheggiatori venir fuora da quelle crollanti mura col volto e colle mani annerite ed arse: come sciami d'immondi animali ch'escono dalla putredine e dalla corruzione.

Il Baronetto Edmondo si avvezzava con siffatti passatempi alla più cinica durezza di cuore. Quando gli si parlava di sentimento, di amore appassionato e gentile, ei rispondeva che tutto ciò è buono per quella gente che ama di pascersi d'illusioni, ma che la vita presenta un campo di piaceri positivi e reali sì vasto da non esserci bisogno di foggiarne fittizi e ideali. Un uomo, ei diceva, può cogliere i frutti saporosi dell'albero dell'umana vita, senza perdere il tempo a odorarne i fiori.

Ci sembra superfluo il dire quanto un uomo di questa tempera deplorevole dovess'essere pericoloso per la pace domestica delle famiglie. Edmondo era pazzo per le donne andaluse. Allorchè gli si metteva innanzi la bellezza delle donne inglesi, ei ricorreva subitamente all'autorità di Byron, suo autor favorito, e rispondeva coi versi del _Child-Harold_.

«Who round the North for paler dames would seek? «How poor their forms appear! how languid, wan, and weak!»[3].

Aggiungi che il giovin Baronetto era bellissimo del volto e della persona, la quale aveva acquistato proporzioni, forme e vigore negli esercizi cavallereschi e nella tempestosa ginnastica di una vita consacrata solamente a' piaceri. Egli avea fatto rivivere, a grande scandalo della civiltà dei tempi, l'antica razza de' _Cavalieri del Firmamento_. Eran costoro nel numero di dieci, regolati e condotti da Edmondo: vestiti tutti a un modo, bene armati e avvolti in mantelli azzurri screziati di stelle d'oro, simbolo del Firmamento, uscivano a cavallo da Sierra Blonda in sulla sera e percorrevano i dintorni, in caccia di avventure. Qualunque donna capitasse ad imbattersi in questi pazzi giovinastri era subitamente rapita, a qualsivoglia classe della società fosse appartenuta. Ne conseguitavano lotte, duelli e risse. Un tanto scandalo non poteva a lungo durare. Non ostante i potenti rapporti e aderenze, una ordinanza reale decretava il bando ai novelli Cavalieri del Firmamento. Edmondo e i suoi amici dovettero esiliare, il Baronetto si recò a Bajonna, sulla frontiera della Francia; il titolo di _Cavaliere del Firmamento_ gli era rimasto.

Durante la sua dimora nell'Andalusia, il Baronetto Edmondo Brighton avea stretto amicizia col Duca di Gonzalvo, capo politico di quella provincia, il quale per qualche tempo avea nascosto e coperto agli occhi del governo le triste scorrerie del signorotto inglese e dei suoi. Il Duca di Gonzalvo era ben lontano dal supporre che un giorno si sarebbe pentito di aver conceduto la sua amicizia e confidenza a quel giovine dissipato e di pessimo cuore.

Edmondo andava spesso a Siviglia per visitare il Duca, e questi lo accoglieva sempre con quell'amorevolezza che gl'ispirava il carattere disinvolto del Baronetto, non meno che le costui espressioni caldissime di affetto. Ma lo scopo delle frequenti visite di Edmondo non era già l'amicizia, bensì l'amore, essendosi fortemente invaghito della sorella del Duca, Juanita, fanciulla di rara bellezza e di bollenti passioni. Il Baronetto si abbandonò a quest'amore e con iscopo infernale, perciocchè abborriva finanche l'idea del matrimonio. Ma la condanna di esilio che lo bandiva dal territorio della Spagna venne, per buona ventura, a rompere il filo dei suoi criminosi proponimenti. Edmondo partì per Bajonna, lasciando nel cuore di Juanita il fuoco di una vergine passione, e la speranza d'una prossima unione. Ma innanzi di partire per Bajonna, il perfido Baronetto aveva ordita una trama diabolica per far cadere Juanita ne' lacci della seduzione. Nel 1803, il Duca di Gonzalvo fu costretto di abbandonar Siviglia, per essere caduto in sospetto del suo governo; e scelse per rifugio l'ostello del Baronetto Edmondo che allora dimorava a Bajonna, e che lo aveva invitato a trasferirsi quivi colla sorella. Il Duca ignorava gli amori dei due giovani, e menava egli stesso l'innocente colomba sotto le spirali del serpe affascinante.

II.

LA SERPE MORALE

Juanita cadde nella rete che le fu tesa con astuzia infernale. Diremo a suo tempo in che modo il Duca stesso fu tratto in agguato, e quali si furono le funeste conseguenze di una colpa, cui la disgraziata giovine credette emendare colla morte. Sul capo del suo seduttore piombava intanto una maledizione orribile. L'onore oltraggiato, i più sacri legami di natura calpestati, l'amicizia tradita e vulnerata nel cuore chiamavan giustizia innanzi al Cielo. Noi scorgiamo sempre nelle fila degli umani avvenimenti il dito di Dio. Si addensino pure le più fitte tenebre in sul delitto: si eluda pure la giustizia degli uomini; si addormenti la rea coscienza nei rumori delle feste e nelle febbrili commozioni di concitati piaceri; la spada di Damocle penderà sempre in sulla testa del malvagio, e le parole del convito di Baldassarre si riprodurranno in tutt'i banchetti dell'empio. Edmondo sfuggì vilmente alla vendetta del Duca di Gonzalvo. Un istante dappoi che questi discoprì l'orrendo segreto che macchiava l'onore del suo casato, il Baronetto era già lungi dal teatro de' suoi disordini. Egli abbandonava per la seconda volta l'Europa, senza lasciare neppure un'ombra d'indagine sul paese ove intendeva trasferirsi.

La bella e vasta isola di Cuba in America accoglieva il Cavaliere del Firmamento sotto altro nome. Ivi Edmondo non pensò ad altro che ad ammassare enormi ricchezze, mercè l'ignobil traffico degli schiavi. In pochi anni la sua fortuna, in gran parte dissipata dalle stravaganze della sua vita, si rifece e crebbe cotanto che ascese a circa quaranta milioni di reali di Spagna, vale a dire a oltre due milioni di piastre. Egli era il più gran proprietario di schiavi in tutta l'isola. Tra mille di questi esseri infelici raccolti in sulle coste dell'Africa, dobbiam notarne uno che diventò carissimo a Edmondo, e meritossi in prosieguo tutta la costui confidenza. La ragione di questa predilezione si fu la seguente: Edmondo volle dare un giorno a' Cubani lo spettacolo di una lotta di tori, sì comune in Ispagna. Egli avea fatto bandire in tutta l'isola che Sir Falstaff (fattizio nome ch'ei si era dato) si esponeva per divertimento nel circo a combattere contro un toro furioso. Al giorno indicato una folla straordinaria ingombrò il recinto formato di mattoni con rilievi di pietra, a somiglianza del circo di Jeres in Ispagna. Rizzavasi in mezzo all'arena un palo terminato da una specie di loggetta, su la quale si vedea saltellare e fare di mille smorfie e piacevolezze un grande orang-utang, vestito da buffone de' mezzi tempi, e ligato alla pertica da una catena tanto lunga da permettere che l'animale descrivesse un cerchio attorno al palo. Le vestimenta dell'orang-utang erano del rosso più cupo ad oggetto di stizzire il toro con quel colore di sangue. Dopo vari combattimenti eseguiti da schiavi, e varii giuochetti di forza e di agilità, il programma annunziava la comparsa di Sir Falstaff. Questi si presentò vestito alla _picador_ (picchiere); aveva al suo fianco un _matador_ (uccisore), giovanetto schiavo vestito alla turca, con calzoni alla mammalucca, con un sole raggiante nelle spalle, e col turbante a foggia di pasticcio. Erano entrambi armati di lunghe picche, e lo schiavo portava inoltre nella sinistra mano l'arma terribile domandata la _mezza luna_, la quale è una specie di semicerchio di acutissimo acciaio posto alla punta d'una lancia e fatto a forma di ronca: un tale strumento serve in particolar modo a tagliare i grandi alberi.