Il mio cadavere

Part 7

Chapter 73,866 wordsPublic domain

Stando a tal guisa con tutta l'anima sua alla vedetta di un'ombra di amore negli occhi di Emma, non si era accorto di un personaggio che gli si era appressato. Questi il chiamò per nome, e gli disse:

— Permettete che aggiunga le mie alle congratulazioni degli altri, signor Daniele.

Udendo la voce di questo personaggio Daniele fece un balzo sopra sè stesso, e imbiancò in volto come per morte veggendosi allato l'incognito straniero che recavagli in fin di mese la polizza di ducati cinquanta.

— Voi qui, signore! sclamò atterrito Daniele.

— Non temete di nulla; io non parlerò, ve ne fo solenne promessa.

Lo straniero strinse la mano di Daniele che trovò febbricitante, e si allontanò dalla sala, per recarsi vicino al Duca di Gonzalvo, seduto ad una partita di _whist_.

Il ballo cominciava.

V.

UN MILIONE

Il dì vegnente Daniele si alzò di buon mattino: non aveva chiuso gli occhi per un sol momento durante l'intiera notte; un'idea fissa, un proponimento decisivo avealo tenuto desto; egli volea finirla una volta per sempre collo stato di martirio nel quale si trovava.

— Tra poche ore la mia sorte sarà decisa, diceva tra sè medesimo, sdraiato sopra un seggiolone accosto al suo letto, e avvolto in ampia veste da camera: tra poche ore io saprò se mi conviene nutrire qualche speranza di possedere Emma, o se mi sarà d'uopo abbandonare questo paese e forse anche la vita... Sento che non ho la forza di vivere senza di Emma... Quel mio trionfo d'ieri sera non sembrò che avesse fatto la minima impressione su lei; mi rivolse soltanto alcune frasi gelate e comuni strappate dalla convenienza; parvemi anche più fredda verso di me; sembrava che mi evitasse, che poco mi avesse conosciuto... Feci benissimo a non ballar mai con lei; se ella è superba e sdegnosa, io non sono meno di lei: se io sono povero e oscuro, non soffro di essere dispregiato da nessuno. Lasciai a tutti quegli effeminati giovanotti l'onore di contendersi un valser o una contradanza con lei: io non sono fatto per immischiarmi nelle folle, non mi acconto alla razza degl'imbelli che pullulano in tutte le sale; non mi soddisfa la mezza luce; a me bisogna o lo splendor del sole o le tenebre fitte... Emma è per me il sole, la vita, la felicità... o Emma o la morte... Sì, questa mattina tutto dovrà decidersi... ogni ulteriore indugio potrebbe nuocermi.

Verso le undici del mattino dello stesso giorno, Daniele saliva le scale del palazzo S... e si faceva annunziare al Duca di Gonzalvo.

I domestici del Duca furono sorpresi di veder Daniele presentarsi di domenica e chieder del Duca, che pochissime volte egli avea veduto.

— Ho qualche cosa di segreto a comunicargli, disse Daniele al cameriere.

— Tutta la famiglia è ancora in letto, rispose il cameriere — Se il signor maestro vuole aspettare, Sua Eccellenza non potrà indugiare a levarsi.

— Aspetterò, soggiunse Daniele.

E si sedè in uno stanzino recondito del quartiere dove pel consueto il Duca ascoltava le persone che gli erano dirette per raccomandazioni, o che venivano a parlargli di negozii e di faccende particolari. In questo stanzino era un ritratto intero del Duca: quel ritratto era stato fatto ventitrè anni fa, e quando il Duca non avea che un 27 anni.

Abbiamo detto che pochissime volte Daniele avea veduto il Duca, vale a dire, il giorno in cui venne presentato a costui qual maestro di Emma, e qualche altra volta nelle serate di Lady Boston dove il vedeva alla sfuggita: perocchè il Duca raramente compariva nel gran salone da ballo o nel salotto da canto. Però Daniele non avea giammai avuto l'agio di affissare con attenzione le sembianze di questo personaggio.

Quel ritratto colpì incontanente il giovin pianista: quello sguardo, quelle fattezze del volto, quei basettoni che a guisa di doppio fuso prostendevansi sul labbro superiore, e quel pizzo lungo, dritto che gli scendeva insino alla gala della camicia; quella faccia insomma non era nuova per Daniele: essa disegnavasi nella sua memoria come un riverbero di lontanissimo passato; ma dove, ma quando, ma come Daniele avea veduto quel personaggio? Non era possibile deciferare il tempo e il luogo. Un mondo di congetture formava il giovine; cercava di coordinare le sperperate ricordanze della sua infanzia; si sforzava di diradare la nebbia onde si avvolgeva il passato, ma nel suo capo era una confusione spaventevole, un subbuglio di ricordi, di immagini, di sogni, cosicchè di tutta la fatica che egli si dava non ricavava altro frutto che quello di conoscere aver veduto altrove il Duca di Gonzalvo. Se non che la costui immagine si associava nella sua mente a quella di un altro uomo assai più bello e più giovine, di cui non conservava eziandio che un debolissimo ricordo. Il Duca di Gonzalvo avvolto in magnifica veste da camera entrava in quello studietto nel momento in cui Daniele era tutto e cogli occhi e col pensiero in sul ritratto del nobile spagnuolo.

— Eccomi a voi, signor de' Rimini, a che debbo attribuire il piacere di una vostra visita! Siete forse venuto a ricevere le mie personali congratulazioni per la vostra somma valentia nell'arte musicale?

— Non pecco di tanta vanità, signor Duca. Ieri sera quei signori furono assai indulgenti verso di me, ed io debbo attribuire a mero incoraggiamento le lodi che si piacquero prodigalizzarmi.

— Cotesta modestia vi onora, signor de' Rimini. Qual'è dunque il motivo che mi procura il piacere di vedervi questa mane?

Il Duca di Gonzalvo si era seduto. Daniele mostrava nell'alterazione della sua fisonomia l'agitazione che il possedeva.

— Signor Duca, incominciò il giovine lentamente e misurando le sue parole, prima d'ogni altra cosa, perdonerete la mia indiscrezione se ardisco di domandarvi in qual paese è stato fatto questo vostro magnifico ritratto.

— Ah! è un bel ritratto, n'è vero? Benchè io sia cangiato dagli anni, credo che mi rassomigli ancora.

— Perfettamente, signor Duca, e mi permetterete di dirvi che pochissima differenza vi è in oggi tra questo ritratto e il suo originale.

— Così dicono tutti per lusingarmi, ma hanno un bel dire; ventitre anni non passano sulle spalle di un uomo senza lasciarvi un ricordo poco piacevole... Ebbene, questa dipintura è stata fatta in Siviglia, in un sol giorno, da un abilissimo artista Italiano... Oh! questo ritratto mi ricorda sventure per le quali sanguina ancora il mio cuore.

— Duolmi di aver ritoccate le vostre dolorose rimembranze, signor Duca; ma pure, ancorchè dovessi arrecarvi dispiacimento, mi arrischierò a domandarvi se in Siviglia, presso a poco nel tempo in cui fu fatta questa dipintura, voi non avevate un parente, un amico che spesso frequentava la vostra casa, o in casa del quale voi traevate?

Simigliante interrogazione fece rabbruscar la fronte del Duca, il quale guardò fisamente e con sospetto il suo interrogatore, e non rispose che dopo qualche momento.

— Non so qual premura possiate avere, signor de' Rimini, a ricercarmi d'una cosa e d'un tempo ch'io vorrei dimenticare... Non saprei rispondere con precisione a quello di che mi richiedete... Nel 1803 io aveva molti amici ed un immenso numero di nemici, perocchè il posto onorevole e l'alta carica civile ch'io avea ottenuto nella giovanile età di 27 anni mi avevano procacciato migliaia di gelosi ed invidi: in quell'anno per me cotanto funesto fui costretto di abbandonar Siviglia dove la mia vita era mal sicura, essendo per infame tradimento caduto in sospetto al mio governo. La mia partenza fu così precipitata che appena ebbi il tempo di farmi ritrarre su quella tela e mandare il mio ritratto al Castello di Santiago, poco discosto da Siviglia, e dove dimorava la mia fidanzata, Isabella di Monreal, che ora è mia moglie. Nessun'amico mi accompagnò nel tristo viaggio, tranne un fedel domestico e mia sorella che volle seguirmi, non ostante le più vive rimostranze ch'io le feci, mettendole dinanzi agli occhi la malagevolezza e i pericoli del viaggio in sull'Atlantico e sovra un piccol legnetto commerciale. Ma ella rimanea sola ed esposta forse alle persecuzioni dei miei nemici; sicchè io stesso non potetti rifiutarmi a tali possenti ragioni, e meco la menai colà dove il destino chiamavala ad una serie d'irreparabili sventure. Sciagurata sorella!.. Voi mi parlate di amici, signor de' Rimini! Or bene, io n'ebbi due; uno che per invidia cercò di togliermi la vita civile, denunziandomi come venduto a' nemici del mio paese, e che mi costringeva ad abbandonare la nativa mia terra: e un altro che mi offriva una splendida ospitalità e un asilo sulle frontiere della Francia, che mi abbracciava con effusione di cuore, per piantarmi più tardi un coltello nel seno... Quest'uomo s'involò alla mia vendetta; io non l'ho più riveduto e il credo morto; almeno ne ho speranza, che se mi fosse dato di sapere dov'ei si asconde, andrei a trafiggerlo avvegnacchè egli stesse all'estremità del mondo.

Gli occhi del Duca di Gonzalvo balenavano di furore; due corde di fuoco erano state toccate nel profondo dell'anima sua, i due tradimenti che tuttavia gli amareggiavano la vita. Daniele si pentì di aver ridestato così fatte amare ricordanze in quell'uomo irascibile: egli era disanimato per quello che formava lo scopo principale della sua visita; ma era nel tempo stesso risolutissimo di por fine allo stato di sofferenze in cui lo gittavano l'amore, la gelosia, il desiderio d'ingrandirsi; pensò dunque di non frapporre più indugio alla dimanda che voleva fare al Duca. Lasciandogli però il tempo di calmarsi dalla collera che aveano eccitata in lui quelle imprudenti reminiscenze, così gli parlò:

— Perdono, sig. Duca, mille volte perdono di essere stato io l'involontaria cagione di aver risvegliato in voi di tali tristi memorie; vi giuro che se avessi saputo dovervi cagionare il minimo dispiacimento, non avrei ardito dare sfogo ad una indiscreta curiosità... Ora, lo scopo della mia visita è tutt'altro, signor Duca: esso vi sorprenderà pel suo ardimento; ma la schietta probità del vostro rifiuto non mi umilierà, dappoichè soltanto la colpa deve arrossire.

— Di che si tratta? dimandò il Duca con serenità, poichè era ben lontano dal supporre quello che formava l'obbietto della dimanda di Daniele — Parlate con confidenza, signor de' Rimini, e state sicuro di trovare in me un amico.

— Ne sono sicurissimo, signor Duca, e ciò non ostante io temo, perchè troppo audace può sembrarvi la mia dimanda.

— Parlate dunque, disse quegli con leggiera impazienza.

— Ebbene, signor Duca, vi chiedo la mano di vostra figlia, rispose Daniele renduto altero e sicuro dalla propria audacia.

Il Duca di Gonzalvo si alzò per un moto di estrema sorpresa: il suo sguardo fulminò lo sguardo di Daniele, che fu costretto di chinar gli occhi.

— Voi, signore! voi mi chiedete la mano di mia figlia!

— Io, signor Duca.

Il nobile spagnuolo dette una sonora spalmata sopra un tavolino di mogano che gli stava d'allato; il suo volto era acceso di sdegno.

— Sono io dunque caduto tanto giù da incoraggiare un simile insulto! esclamò furibondo: il Duca di Gonzalvo non è più dunque che un essere della specie più comune! il mio cognome è dunque quel che ci è di più plebeo e di più fangoso al mondo? Un maestro di musica vuole apparentarsi con me? un uomo che vive di salarii!! Ma come! ma quando ho io incoraggiato simigliante audacia? Il Duca di Gonzalvo, uno de' più illustri nomi della Spagna, il sangue più nobile dell'Andalusia, si fonderebbe col sangue della più mercenaria borghesia! Ma è da senno che voi mi fate una tale proposta, signor mio?

— Da senno, signor Duca, rispose Daniele, il cui amor proprio ferito dalle aspre parole del nobile si era rialzato con orgoglio.

— E quali sono, di grazia, i beni e i titoli che voi offrite per pretendere alla mano della Duchessina Emma di Gonzalvo? chiese il Duca con voce renduta sempre più rauca per collera.

— I titoli che vi presento, sig. Duca, sono quelli di cui andar deve orgoglioso ogni uomo di onore: essi non sono di quelli che l'intrigo, l'ambizione, la vanità, la corruttela procacciano ad un nome, come una cornice d'oro ad una vana immagine, i miei titoli sono quelli che nessun re può darmi o togliere, i miei titoli, signor Duca, sono quelli ch'io tramando a' miei figli e non già quelli che ricevo dai miei genitori; i miei titol sono il genio e l'onestà. In quanto a' miei beni, essi non han timore d'incendio, di terremoto o di confisca; i miei beni io li porto sulle punte delle mie dita... E se questi titoli e questi beni non sono di quelli che possono appagarvi, signor Duca, ve ne offro un altro che vale più di tutti gli onori accumulati sovra un nome: vi offro la mia giovinezza e l'ardente fede che ho nell'avvenire.

Lo sguardo di Daniele balenava; le sue guance erano infiammate; egli era stato colpito nel più vivo dell'anima sua, nel suo amor proprio. Il Duca fu scosso dal carattere energico e ardito del giovine.

— Attribuisco all'ardore della vostra giovinezza, rispose questi meno sdegnosamente, la stolta speranza che vi ha illuso, e perdono alla vostra fanciullezza l'audacia delle vostre parole; ma comprenderete che io dovrò privarmi del piacere di più ricevervi in mia casa. Provvederò per un altro maestro a mia figlia, e non commetterò novellamente l'imprudenza di porle a fianco un giovanotto. Spero che non abbiate fatto trasparire minimamente ad Emma cotesta follia che vi è sorta nel cervello.

— Sicchè voi, signor Duca, mi ricusate per vostro genero?

— Non avreste giammai dovuto concepire sì chimerica speranza, rispose il Duca in atto di accomiatare il giovine. Ciò per altro non toglie ch'io avrò sempre per voi quella benevolenza di cui spero vi renderete più degno, rinunziando finanche alla ricordanza di una tale insensata proposta. Avrò cura di farvi pervenire al vostro domicilio gli onorarii che vi sono dovuti per le lezioni a mia figlia.

Il Duca si accingeva ad abbandonare quella conversazione.

— Un momento, signore, di grazia, un momento. Degnatevi di ascoltarmi pochi altri minuti, e poscia ci saremo separati per qualche tempo.

— Che avete ancora a dirmi?

— Poche altre parole signor Duca. Dareste voi vostra figlia ad un uomo che le recasse una fortuna considerabile?

— E che non avesse altro che quello di esser ricco? chiese il Duca.

— Sì, signore, soggiunse Daniele, ricco, solamente ricco.

— Ebbene, rispose il Duca, se quest'uomo fosse un milionario, io lo preferirei certamente a sposo di mia figlia. UN MILIONE rappresenta dieci generazioni di nobiltà. Un milione, è una potenza, è uno Stato, è una grandezza.

— UN MILIONE!!! disse cupamente scoraggiato il giovane pianista.

— Ebbene, disse sorridendo il Duca, avete voi da offrirmi un milione, signor de' Rimini?

Daniele stette alcun poco in silenzio, indi rispose:

— Tra due anni, signore, tra due anni forse... Mi date voi la vostra solenne parola di onore di aspettare due anni prima d'impegnare la sorte di vostra figlia?

Il Duca il guardò quasi trasognato; sospettò per un momento che il cervello di Daniele avesse dato di volta; ma sulle costui sembianze non appariva il minimo segno di alterazione mentale.

— Voi dunque dite...

— Che tra due anni io potrei offrirvi un milione.

— Ed io vi aspetto, disse ridendo il Duca.

— Sul mio onore, soggiunse il Duca, sempre ridendo.

— Ebbene, disse gravemente Daniele, oggi siamo al dì 17 dicembre 1826. Permettete che io me ne faccia un ricordo sopra un pezzo di carta.

Sul tavolino era l'occorrente da scrivere. Daniele segnò queste poche parole:

_Oggi io Duca di Gonzalvo prometto sul mio onore a Daniele dei Rimini di non prendere veruno impegno di matrimonio per mia figlia Emma prima che spirino due anni dalla data di questo giorno — Napoli, 17 dicembre 1826._

— Firmate, signor Duca, disse Daniele presentandogli la carta.

Il Duca, dopo di aver titubato per qualche momento guardò Daniele con sembianza di pietà, ed appose la firma a quella scritta, quasi per compassione dello stato di mente del giovane pianista.

— Siete contento, signore? dimandò il nobile sorridendo.

— Contentissimo. A rivederci, signor Duca; a rivederci al 1828.

Daniele spariva. Il Duca, entrando nelle sue stanze esclamava tra sè:

— Povero Daniele! Chi lo avrebbe creduto! Egli è folle!

VI.

UN TENTATIVO

Qual'era il proponimento di Daniele? In che modo sperava egli diventar milionario in due anni? Noi nol sapremmo dire e forse egli medesimo non era venuto ancora in nessuna deliberazione. Nei caratteri come il suo, le risoluzioni vengono sempre appresso agli atti di audacia; eglino non pensano che dopo il fatto. Daniele era andato dal Duca di Gonzalvo risoluto di fargli la proposta di aspettare qualche anno, sperando di accumulare in questo tempo una piccola fortuna; ma non avrebbe giammai potuto supporre che quegli avesse chiesto un milione. Una così enorme dimanda che il Duca avea fatta quasi per burlarsi di lui non fece che esaltare e pizzicare la superbia del giovanotto, il quale, accettando quella proposta, avea inteso umiliare il nobile e dargli di sè la più alta opinione. Daniele era però fermo di ritornar milionario dal Duca di Gonzalvo o di por fine a' proprii giorni; egli aveva innanzi a sè due anni. Che cosa non si può fare in due anni? Quali e quanti avvenimenti non possono accadere da mutare al postutto lo stato di un uomo! Un avvenire di due anni nelle mani di un uomo della tempera di Daniele è un secolo, è un tesoro. Le anime volgari, gli uomini vegetali, le macchine a respirazione non veggono nel futuro che una scempia e materiale ripetizione degli stessi atti della vita, degli stessi abiti, dei medesimi noiosi e bassi godimenti sensuali, delle stesse miserie ed infermità; ma il genio, l'ardimento, l'elevatezza delle ispirazioni percorrono in un giorno il volgere di un anno, e in un anno il volgere di un secolo. Simiglianti all'aquila che fende le nubi e sfida i nembi e guarda all'altezza del sole, mentre, la nottola e il gufo non sanno elevarsi una spanna dalla terra, gli uomini di genio percorrono colla vastità dei loro poderosi pensieri uno spazio immenso, mirano all'universo come al solo campo dove prender debbono il volo: il tempo e la distanza, i due possenti nemici dell'umana attività, spariscono dinanzi alla forza morale di questi uomini: la ricchezza, la gloria, il potere, le tre mete degli umani desideri, sono raggiunte soltanto da questi uomini, pei quali la creta onde sono impastati, le miserie attaccate alla vita sono un impaccio e non mai un ostacolo. I prodigi dell'industria umana non sono dovuti che alla eterna irrequietezza di questi uomini che non possono capire ne' loro materiali e mortali involucri.

La prima cosa a cui Daniele pensò fu di provvedersi di passaporto per l'estero. Egli capiva che bisognava subitamente uscire dal proprio paese e porsi in una sfera di attività febbrile, bisognava visitar Parigi, Londra, Berlino, Vienna, valicare l'Atlantico e trasportarsi agli Stati-Uniti; a Nuova York, a Washington, a Filadelfia. Il suo primo proponimento fu quello di dare accademia in tutt'i paesi che avrebbe percorsi, spendere in lezioni le ore del giorno e della notte, stringere amicizia colle più ricche e nobili famiglie. Oltre a ciò, egli avea deciso di vivere in que' due anni il più economicamente che gli fosse possibile, di non ispendere un soldo al di là di quello ch'era strettamente necessario: avea tutto calcolato, tutto messo in bilancio; ma il risultamento dei suoi calcoli era scoraggiante, dappoichè con tutto questo, al capo de' due anni, essendogli amica la fortuna e senza impreviste disgrazie, egli non si avrebbe trovato che una somma lontanissima dal milione. Ancora che avesse guadagnato mille scudi al giorno (il che era da porsi tra le più chimeriche speranze) non arrivava a compire l'enorme cifra del milione. Ciò nondimeno egli era sicuro di ammassare una somma considerabile: ma la sua alterigia si arrovellava all'idea di presentarsi al Duca di Gonzalvo, spirati i due anni, senza quella cifra altissima, che il nobile gli avea gittato in faccia quasi per ischernirlo ed umiliarlo. Daniele era deciso di affidarsi alla ventura, di abbandonarsi agli eventi, di trarre partito da tutto e da tutti: era fermo di abbracciare ogni traffico, ogni speculazione atta ad accrescere il suo peculio, di arrischiarsi anche al giuoco della Borsa: si sentiva nel petto la ispirazione di diventar ricco: il pensiero di una viltà che sarebbe rimasta nel più profondo mistero, di un delitto che sarebbe rimasto sepolto nelle più fitte tenebre non lo spaventava: tutto avrebbe sacrificato al piacere di presentarsi milionario al Duca di Gonzalvo e sposare quella superba di Emma.

Egli avea fermato di partire al primo dell'anno 1827: pochi giorni gli avanzavano ch'ei spese in visite di congedo e in aggiustare le sue faccende; non volle più rivedere Emma: il sentimento di vanità e di orgoglio che in lui era superiore a quello dell'amore, comandogli di allontanarsi da Napoli, senza riporre il piede in quella casa, da cui il Duca di Gonzalvo l'aveva formalmente espulso: egli non dovea più ritornarvi che milionario. Si contentò di mandare al Duca due righe in cui gli dava notizia della sua prossima partenza da Napoli.

Alla vigilia della sua partenza, vale a dire, al 31 dicembre di quello anno 1826, Daniele ebbe la solita visita dello straniero che gli portava nell'ultimo giorno di ogni mese la polizza di cinquanta ducati. Alla vista di quest'uomo un ardito pensiero attraversò la mente di Daniele. Abbiam detto che ormai questo giovine più non indietreggiava dinanzi a nessun ardimento, a nessuna sconvenienza, a nessuna bassezza: uno solo era lo scopo a cui dovea mirare, la ricchezza: qualunque mezzo era ottimo. Daniele fece entrare lo straniero nel suo studietto, di cui serrò l'uscio a doppio giro di chiave, ficcandosi questa in saccoccia: ebbe eziandio la precauzione di situarsi colle spalle al terrazzo che poteva offrire un facile scampo allo straniero. Dicemmo altrove che quel terrazzo rispondeva benanche nel salotto di dov'era agevole raggiungere l'uscio di scala. Lo straniero fu sorpreso di questo insolito ricevimento fattogli dal giovine pianista, ma nessun segno di timore apparì sul suo sembiante affatto tranquillo e sorridente: il suo volto era al tutto privo di barba al modo inglese. Egli rimase all'impiedi dirimpetto a Daniele, che si era comodamente rovesciato sopra una seggiola.

— Piacciavi di sedervi, signore; avrei qualche cosa da dirvi, cominciò Daniele visibilmente agitato.

Lo straniero si sedè dopo aver lasciata la polizza in sulla scrivania del giovine, e disse seccamente:

— Vi ascolto.

— Io sono persuaso che mio padre o mia madre è quegli che vi manda da me ogni mese.

Daniele aspettò invano una risposta; lo straniero non aprì la bocca, nè fece segno alcuno, dal quale il giovine avesse potuto trarre la minima congettura; sicchè, dopo alcuni secondi proseguì:

— Chiunque si sia de' due, e in qualunque luogo si trovi, io sono arcideciso di andare a gittarmi nelle sue braccia: un padre o una madre non può aver la forza di respingere il proprio figliuolo. Voi mi darete l'indirizzo di questa persona che pensa alla mia sorte.

— Fin dal primo momento ch'ebbi il piacere di conoscervi, mio caro Daniele, vi dissi che non avrei potuto rispondere a nessuna vostra interrogazione.

— Ciò si vedrà, riprese Daniele: io sono risoluto, risolutissimo di sapere il nome e l'indirizzo della persona che provvede alla mia vita. Voi non avete il diritto di nasconderla alla mia riconoscenza.

— E voi non avete il diritto d'interrogarmi, signor Daniele.

— Se non ne ho il diritto, ne ho pertanto la forza, rispose il giovine; voi non uscirete di questa casa, senz'avermi rivelato quanto vi chieggo.

Lo straniero sorrise: neppur l'ombra della collera era nell'espressione del suo volto.