Part 6
— Oh, bravo, maestro! farsi aspettare un'ora, è proprio dell'ultima eleganza! disse il Marchesino, gittando le sue lunghe gambe sovra un'altra poltrona che gli stava di contro.
— Perdono, amici miei, ho avuto impacci per le mani: ben sapete le seccature annesse alla mia professione.
— Che hai? ti veggo in fronte una cera lunatica, alla Jacopo Ortis; che ti è accaduto?
— Niente... propriamente niente; ho lavorato molto, sono stanco.
— Non me la darai ad intendere, discolo di prima sfera, riprese il Marchesino, qui ci è sotto roba femminile... Un tradimento, eh? Buffoneria l'accuorarsi per le donne... Ma già, alla tua età si crede ancora a quelle pappolate di fedeltà, di costanza di amore eterno, di un tugurio ma con lui, e a tante altre graziose parole di questo conio, belle invenzioni del secolo passato, ma che ora sono rancide o uscite di moda come Madame Colbran... Ricordati che
Femmina è cosa mobil per natura: Solca nelle onde, e nelle arene semina Chi pone sue speranze in cor di femina.
Ecco per esempio, quando tu sei venuto, io stava leggendo questo vecchio fascicolo dell'_Utile Passatempo_[1]. Ascolta questo aneddotuccio; «Veniva consigliato un padre di aspettare che suo figlio fosse più saggio per dargli moglie. Il vostro consiglio, rispose, non mi pare troppo buono, poichè se mio figlio diventa saggio, temo che più non si abbia ad ammogliare».
Mentre il Marchesino era intento a leggere, Daniele distratto e visibilmente contrariato dalle parole dei signorotti, andava lasciando in sul tondo del salottino quegli oggetti che soglionsi portare addosso nell'uscir di casa, come orologio, borsellino, denaro, portafogli, guanti ed altri simiglianti amminicoli di acconciatura. Il Marchesino Gustavo era un giovine d'un trent'anni o più, faccia comune e volgare, tagliata nel mezzo da due mustacchietti incerati, e terminata da un meschino gruppetto di peli in sul mento. Il suo vestito consisteva in un soprabito per mattino con altissimo bavero secondo la moda di quel tempo, in un corpetto di casimiro a corazza, in calzoni alla cosacca a righe. I suoi capelli eran folti e ricciuti. Essere della specie più comune, questo individuo non aveva altro pensiero, altra occupazione, altra cura che di _ammazzare il tempo_, secondo il linguaggio di simil razza di gente. Un buon pranzo o una buona cena era l'apogeo della sua poesia.
Un poco più ci piace dilungarci sul ritratto di Stefanello, offrendo questi un tipo curioso ed una specialità sociale che è andata sempre più crescendo cogli anni e che ora ammorba la nostra società. Questo tipo terribile da' francesi chiamato _fat_, dagl'inglesi ironicamente _beau_, è una specie di serpe da' guanti bianchi che striscia su i mattoni incerati dei salotti. Non credete però ch'ei sia terribile pel fascino irresistibile dello sguardo, ma perchè morde leccando, e le sue morsicature sono sempre mortali: un'arma possente e omicida è per lui la parola.
Entrate in una sala in cui sono molte dame e molti uomini, in cui si balli o si conversi, siete certo di trovare quest'essere sdraiato sovra i cuscini di un canapè, con una mano lisciante i ben composti capelli, e con l'altra ficcata oziosamente nella tasca del calzone: vicino a lui per lo più siede un altro della medesima pasta, e discorrono sbadigliando di donne e di amori, di conquiste fatte e da fare, di _buone fortune_ e di altre simiglianti materie. Quest'uomo innocentissimo di condotta è però da fuggire come un appestato, e da non ammettersi mai in propria casa: la sua smania è di credersi un Don Giovanni, un Lovelace, di tenersi un bel seduttore, mentre forse in vita sua non ebbe mai la buona ventura d'essere stato corrisposto in amore. Egli vi dirà spiattellatamente d'essere stato felice innamorato della vostra innamorata, e vel dirà con sogghigno amabile a fior di labbra, con una grazia tutta particolare, con una proprietà di vocaboli da trarre chiunque in inganno. Voi aggiusterete fede alle sue parole; andrete in furore contro la vostra bella, contro tutte le donne; giurerete di abbandonarla, di non più vederla, mentre quella poverina non avrà neanco guardato il nostro bellimbusto. Tutte le donne, niuna esclusa, appartengono di diritto a quest'uomo: egli le domina tutte, e la loro sorte dipende da una sua formidabile parola. Tapina di quella fanciulla che per caso si trova a fissar lo sguardo su lui per qualche momento: ella è pazzamente presa di lui; tutto il mondo in un attimo il saprà.
Quest'essere è facile a riconoscersi tra mille; pochi peli in faccia, vista corta, capelli lunghi; il suo vestito è sempre ricercato alla moda, pieno di profumi. Suole egli eziandio portar sempre addosso un taccuino, nel quale sono rinchiuse una decina di letterine galanti ricevute da una decina di belle abbandonate da lui; non giureremmo che quelle letterine sono autografe, anzi nol vorremmo neppure asserire; egli le mostra continuamente ai suoi amici: in altra taschetta del portafogli stanno poi certi altri bigliettini di suo pugno e senza indirizzo, i quali egli tiene sempre pronti per valersene all'uopo. Quest'ente così futile perchè leggiero, e nello stesso tempo non meno pericoloso per la stessa leggerezza, dovrebb'essere bandito dal grembo della società come un disturbatore della domestica quiete ed un avvelenatore di cuori. Di tal natura per lo appunto era Stefanello.
— Il Marchesino ha ragione, disse questi zufolando tra i denti un motivo del _Barbiere di Siviglia_; il sentimentalismo è fuor di moda, mio caro maestro; fa come fo io, gitto la scintilla dell'incendio e passa. Per essere amato dalle donne, è necessario disprezzarle; io conto mille conquiste ottenute solo con quest'arma possente del disprezzo.
— Le vostre congetture sono erronee, amici, disse Daniele — il mio malumore non proviene da donne; non sono io un collegiale da rattristarmi per tanto.
— E pure tu dimagrisci a vista come un innamorato morto, soggiunse il marchesino — non mangi più, non bevi più, non vieni più con noi alla Favorita la domenica. Che diascine ti coglie?
— Non istò bene, amici miei, soffro coi nervi, ma spero di ricuperar ben presto la sanità ed il buon umore.
Uno scoppio di risa accolse queste parole.
— Ah! ah! soffre coi nervi! malattia alla moda, morbo generico e di _buon tuono_...
— È probabile che soffra d'isterismo, riprese ridendo Stefanello.
Daniele intanto avea lasciato sopra il canapè il suo piccolo mantello; e si era anch'egli gettato a sedere in mezzo a' suoi amici. Era in sul finir del mese di novembre. Il camminetto era acceso, perocchè il tempo era secco e freddo. Si aspettava che il pranzo fosse servito.
— Scommetto che non hai udita la _Niobe_ di Pacini, disse il Marchesino agitando i pezzi di legno nel camminetto.
— Oh! l'ho udita tre volte, rispose Daniele, e sempre con ugual piacere; è un'opera magnifica.
— La Pasta è inarrivabile nella sua parte, esclamò Stefanello appoggiando le spalle al davanzale del camminetto: ella è un prodigio! Che anima e che arte! Come ha indovinato lo spirito del suo canto! Nel suo duetto con la Unger strappa il cuore degli spettatori!
— Già tu sei uno de' più teneri ammiratori di questa prima donna, osservò il Marchesino ci è da scommettere ch'ella è presa pazzamente di te.
— Oh! non parliam di questo; soggiunse lo spezzacuore con lieve sorriso di trionfo, ne ho veduto a cascar ben altre a' miei piedi, e che bellezze! Io sono ristucco del genere teatrale; son fortezze troppo facili ad esser espugnate.
— Via, via, sappiamo di che sei capace, gran seduttore, tornò a dire il Marchesino... È certo impertanto che le lodi alla Pasta nella tua bocca diventano sospette. Già il teatro S. Carlo è divenuto per quest'attrice un campo di guelfi e di ghibellini. Per me dico, e mi richiamo al parere del mio professore qui presente, che la Pasta quando si abbandona agl'impulsi della sua natura è grande, è sorprendente; ma che casca talvolta nell'esagerato per ispirito d'imitazione. Riguardo poi al suo canto, è indubitato che nei suoi passaggi dai tuoni gravi ai medii ella non pone molta faciltà e pieghevolezza. Non è vero, maestro?
Daniele, a cui quest'ultima interrogazione era diretta, si contentò di fare un segno affermativo col capo. Egli non era uscito dalla sua pensierosa concentrazione. Intanto i due convitati di Daniele incominciavano a trovar troppo lungo l'indugio del pranzo: aveano già consumato parecchi sigari per ciascuno; aveano in gran parte esaurito tutti i futili subbietti di conversazione; si posero però a passeggiare smaniosi pel salottino.
— Il tuo cuoco è un carnefice questa mattina, osservò il Marchesino.
— Ci vorrà dare un pranzo al tutto diplomatico il nostro Daniele, disse Stefanello, ed ecco perchè ci farà attendere fino alle cinque.
— Sta benissimo, riprese il primo, e mentre egli si ostina nel suo taciturno sentimentalismo, noi ridurremo in cenere un altro sigaro.
Il Marchesino cavò di tasca un elegante porta-sigari, ne cacciò un tubetto di foglie americane e si pose alla ricerca d'un pezzo di carta per accenderlo.
— Oh! una lettera non aperta! esclamò egli mettendo le mani addosso alla lettera di Lucia Fritzheim, che Daniele avea gittata in sul tondo in uno cogli altri oggetti ch'erasi tolti di tasca.
Daniele si ricordò di quella lettera e corse per istrapparla dalle mani del suo amico, ma questi ne avea già letto l'indirizzo ed il nome di colei che la scriveva.
— L'ho trovata! L'ho trovata! esclamava il Marchesino in aria di trionfo, e saltando sopra una sedia per non farsi carpire il suo bottino; ecco il segreto di Daniele; qui sta l'_affare_ leggasi.
Anche Stefanello si era messo dalla parte del Marchesino per impedire a Daniele di toccar la lettera.
Ebbe luogo una lotta furiosa. Daniele si dibatteva come un leone per non far leggere la lettera che avrebbe potuto discoprire le sue relazioni colla famiglia dello stradiere; ma egli era uno contro due e non poteva a lungo durare nel conflitto. Gli riuscì pertanto di afferrar la lettera, la quale fu lacerata in due parti, di cui una restò nelle mani de' due amici e un'altra in quelle di Daniele. Questi si affrettò di gittare nelle fiamme del camminetto quel pezzo che gli era rimasto nelle mani.
Gli altri due lessero il seguente moncherino di lettera:
«Daniele, Daniele mio,
Corre già il quarto mese che mi hai ab......... giorni ora per ora, minuto per min........... sun rimprovero; sono rassegnata alla........... altra... Iddio ti renda felice... Io sto m........... forse aver pietà di me togliendomi............ divenga lo sposo di un'altra. Il med............ Ambrogio ch'io entro nel primo grado di ti.......... intorno al mio letto essi mi credevano........... ti ho amato, Daniele, e quanto ti am............ più non sarò su questa terra. Io ti sciol........... ti perdono la morte che mi dai. Soltan........... prima parola di amore che ci scamb............ che non abbandoni la mia infelice famig........... i miei fratelli e soprattutto che non............ per quella povera creatura di Uccel............ sarai felice a fianco della don.............. Addio... addio... per sempre............. parlar di me che un'altra sola v............ per caso annunziata la mia mor............. giorno della tua vita, siccome il dì............ stato per me il più felice... ad.............. Daniele, Daniele mio... _Lucia_».
Non avevano il Marchesino e Stefanello terminato questi brani di lettera, di cui ogni parola avea fatto tremare il cuor di Daniele per tema che non vi si trovasse qualche inattesa rivelazione, quando il servo, presentatosi sull'uscio del salotto, disse:
— Il pranzo è all'ordine, signori.
I due amici rimisero tra il fumo delle vivande e tra i prelibati vini, il fare i loro comenti sulla lettera singolare che aveano discoperta.
IV.
LA SERATA DI LADY BOSTON
Lady Mary Boston era una della più ricche e festose Inglesi che dimorassero in Napoli in quel tempo. Figlia e sposa di Pari d'Inghilterra, giovane e bella, questa donna sapeva godersi la vita. Ella avea comprato una casa in sulla Riviera di Chiaia in cui veniva a passare la stagione dei balli e delle feste. Nell'està ritornava a Londra, dov'era aspettata con premura da quell'aristocrazia che ritrovava nei salotti della vaga Lady le più efficaci e dilettose distrazioni alle cure della politica e dei pubblici negozi. Incominciando dal mese di novembre, ogni sabato Lady Boston riuniva nelle sue splendide mura quanti uomini e donne illustri erano in Napoli, di ogni favella e di ogni classe, purchè la celebrità fosse il titolo d'introduzione appo lei. Gli scienziati, gli uomini di lettere, gli artisti più ragguardevoli trovavano generoso e nobile accoglimento in quella casa, ch'era benanche il ritrovo di tutta la nobiltà europea. Walter-Scott, Chateaubriand, Bulwer e altri mille colossi della letteratura inglese, francese e italiana erano venuti a visitare le sale della celebre Lady Boston, e vi si erano intrattenuti in qualche sabato a sera. È superfluo il dire che il fiore de' cantanti erano invitati, come tutti gli altri, a queste periodiche riunioni colla solita e semplice formola di:
_Lady Mary Boston à l'honneur de prèvenir Mr. N. N. qu'elle est chez elle tous les samedis a 8 heures du soir — Riviera di Chiaia — Palais P..._
La magnificenza degli addobbi e dell'illuminazione, il lusso delle credenze, l'ordine e la disposizione del divertimento, la scelta degl'invitati e la estrema eleganza degli abbigliamenti avean fatto la rinomanza europea delle serate di Lady Boston; tantochè a Londra, a Parigi, a Milano se ne discorreva; e i nobili di queste capitali traevano espressamente in Napoli per godere di queste serate. Lady Boston non aveva che una sola rivale per isplendidezza di trattamento, ed era Madame A... ma, secondo il giudizio degl'intenditori, costei perdeva nella lotta, e non arrivò mai a levarsi a quel grido cui pervenne la Britanna. L'inverno dell'anno 1826-27 comechè turbato da frequenti uragani e da piogge continue, fu al certo uno dei più brillanti e animati che rallegrassero la nostra Napoli. L'affluenza dei forestieri era grandissima. Il teatro S. Carlo nell'apogeo della sua gloria, diretto dal Nestore degl'impresari, dal Barbaja, formava la delizia del mondo musicale e il più gran vanto delle belle arti napolitane. Ogni sera era un trionfo di compositori e di artisti: ogni sera una fronda si aggiungeva alla corona di allori che cingeva le chiome di quegli artisti che sono fino ad oggi rimasti impareggiati. E la serata del sabato, al quale abbiamo accennato nei precedenti capitoli, fu la più brillante di tutto l'inverno.
Due grandi artisti cantavano per l'ultima volta ne' salotti di Lady Boston prima di partire per Vienna, dov'erano scritturati, la Lalande e Lablache. Erano anche invitati a cantare la Pasta e Rubini.
Non è a dire la folla che ingombrava i salotti della nobile inglese, folla deliziosa, spirante la gioia, il piacere, susurrante parole dolcissime. Non ci arrischieremo a dipingere questa festa; ogni parola sarebbe dammeno del vero, ogni epiteto non sarebbe corrispondente, e ogni descrizione riescirebbe languida e monca a petto della realtà; lasciamola però interamente immaginare a' nostri lettori, contentandoci di dire che in quelle sale cosparse di luce, di profumi di diamanti, di fiori e armonie, contenevansi meglio che mille persone, di cui ciascuno era una celebrità, un'illustrazione, una gloria, o al più poco un tesoro animato. Contrasto singolare facea colla splendidezza di quell'ostello un cielo tempestoso che batteva con onde di pioggia i cristalli di quei terrazzini.
Le più lussose ed eleganti acconciature sottoposte al più severo codice della moda di Parigi facevano vaga mostra di sè. L'età delle donne spariva sotto le mani degli abili pettinatori e delle sarte parigine: la bellezza, la grazia, la salute, l'amore erano _dipinti_ in su tutti i volti, scolpiti su tutte le fronti. Un mormorio che si perdeva come un'onda di fila in fila, di crocchio in crocchio, di sala in sala, accoglieva l'entrare di ogni nuova arrivata; il suo nome, i suoi titoli, le sue relazioni ed i suoi amori erano buccinati in un baleno e promulgati dappertutto. Il sorriso accoglieva tutti e la gioia gli aspettava.
Ma un grido di ammirazione piuttosto che un mormorio passò di labbro in labbro, ed un lampo di gelosia sfolgorò negli sguardi di tutte le donne. Emma di Gonzalvo appariva nel gran salone.
Ella entrava appoggiata al braccio del Duca suo padre: aveva al suo fianco il visconte di Boisrouge. Seguitavala la Duchessa di Gonzalvo al braccio di un plenipotenziario straniero. Emma era stata in un attimo giudicata la più bella tra tutte quelle bellissime donne: ella era dunque la sovrana della danza.
La sua acconciatura era tutto ciò che si può immaginare di più vago insiememente e di più semplice per una festa di ballo. I suoi capelli, ordinati in quel modo ingenuo e gentile addimandato in allora _alla Vergine_, erano coronati da un festone di rose in diamanti... Contro la sconcia moda di quel tempo, Emma portava una veste di velo inglese la cui vita era bassa onde le forme leggiadrissime di lei si disegnavano con tanta grazia e avvenenza, che questa novella ardita foggia di vestire incominciò da allora a bandire la moda delle vite alte e dei grandi scolli. Emma avea dunque dato il colpo mortale alla moda di Parigi. Era impossibile avvicinarla: un cerchio spessissimo di giovani aveva attorniata questa dea, contendendosi una parola di lei, un sorriso, uno sguardo. Emma era andata a sedersi vicino alla madre, alla sua sinistra era seduto il Grande Ammiraglio Conte di L... amicissimo del Duca di Gonzalvo.
Non ancora si era dato principio al canto... Le _tablettes_ di ballo di Emma erano già ripiene d'inviti per le contradanze francesi e inglesi, e pel valzer francese e tedesco. La conversazione era universale e animata nei diversi gruppi: gli uomini discorreano di politica, di arti, di cavalli e di cani; le donne di mode e di amori. Le sale erano gremite di tanta gente che più non si distinguevano le persone.
Di repente fu fatto silenzio in mezzo a' gruppi, e tutta la folla sparpagliata nelle numerose e vaste sale si agglomerò appo gli usci indorati del salotto da canto. Madame Lalande apriva la serata colla cavatina della _Olimpia_ del maestro napolitano Carlo Conti. La Lalande vien ricordata con amore tra le cultrici dell'arte melodrammatica: la sua voce argentina, robusta ed agile, il suo bel metodo di canto lasciarono sulle scene d'Italia e dell'estero non periture ricordanze. L'Accademia filarmonica di Bologna l'annoverava tra i suoi membri, siccome avea fatto della Colbran e della Giorgi, lodata da Pietro Giordani. Dopo Madame Lalande, la celebre Pasta cantava coll'egregio tenore signor Winter il duetto tanto applaudito della _Medea_ del Maestro Mayer. Gli applausi che interruppero a quando a quando questo pezzo, e che scoppiarono con violenza alla fine di esso, furono la più sincera espressione di quella soddisfazione che i due valenti artisti lasciavano negli animi de' loro uditori.
La Pasta era di bella persona, di volto espressivo; i suoi occhi grandi e loquaci comandavano l'entusiasmo. In quella parte di _Medea_ non meno che nell'altra di _Desdemona_ nell'_Otello_ di Rossini, questa donna avea fatto gustare per la prima volta in sulle scene d'Italia il genere declamato, che oggi è venuto in tanta reputazione e successo, benchè a discapito del buon canto italiano.
Luigi Lablache, il colosso dei bassi, l'artista modello, l'uomo dai polmoni di ferro, dal petto cannone, dalla voce portentosa che facea tremar la volta di S. Carlo come il cuore dei suoi uditori, il cantante-atleta, numero uno nei secoli, il contemporaneo di de Marini e il suo più illustre rivale melodrammatico; Luigi Lablache, gloria tutta nostra, il cantore delle opere di Rossini, in procinto di abbandonar Napoli pel teatro italiano di Vienna, si faceva udire in quel sabato a sera nella sala di Lady Boston coll'_aria_ di _Figaro_ nel _Barbiere di Siviglia_. Quando ebbe terminato di cantare, un solo uomo non aveva applaudito a furore. Rincantucciato in un angolo della sala, egli piangea. Quest'uomo era Domenico Barbaja.
La Pasta e Rubini cantarono poscia il duetto finale di _Otello_. Non mai questi due grandi artisti avean posto tanto fuoco e tanta verità nelle rispettive loro parti. Rubini era grande, inarrivabile, facea fremere e raccapricciare; la possente sua voce scuotea le fibre più recondite del cuore. Che diressi della Pasta, che si trovava nel suo vero genere in quel canto di declamazione, in cui tanto ella si distingueva che le avea fatto acquistare una riputazione superiore ad ogni elogio? Dopo questo duetto, il programma della serata annunziava un intervallo, che fu speso nei più lauti e delicati rinfreschi. Emma aprì la seconda parte della serata. Non è dicibile con quale ansia si udiva a cantare questa giovinetta; una delle poche dilettanti che si ascoltavano da Lady Boston. Presso al piano-forte ov'ella cantava eran raccolti gli artisti da noi summenzionati e un grandissimo stuolo di ammiratori della bella Andalusa. L'aria spagnuola fu cantata da lei con quelle grazie, con quell'accento, di cui abbiamo parlato altrove. Il suo canto fu coverto da rumorose esplosioni di applausi: si richiese la replica della ballata. Madame Lalande e la Pasta abbracciarono la giovinetta e la baciarono con tenerezza, con trasporto.
Per dieci minuti poi che il canto era cessato si udiva ancora il mormorio di sorpresa e di ammirazione che si sprolungava in tutte le sale. Lablache e Rubini cantarono il duetto del _Barbiere di Siviglia_. Passeranno secoli prima che un'altra coppia di artisti pari a quella faccia udire un duetto simigliante a questo del _Barbiere_. Il giovine maestro Daniele de' Rimini dovea por termine alla parte cantabile della serata colla sua romanza, e con un _pot-pourri_ sulla _Niobe_ del Pacini, la quale richiamava ogni sera gran folla di spettatori a S. Carlo.
Daniele era pallidissimo ed agitato: ciò nulla di manco cantò la sua romanza con anima, con passione: mai la sua voce non era stata così forte e commovente; molti paragonarono le sue agilità a quelle di Tamburrini. Era la prima volta ch'egli veniva udito a cantare da Lady Boston: destò maraviglia, simpatia, riportò un vero trionfo. E quando le agilissime e portentose sue mani oprarono prodigi sul piano-forte, quando le più grandi malagevolezze furono da lui superate con quell'ardimento, di cui si spaventa la mezzanità, Daniele diventò l'eroe della serata. Tutti bramarono di conoscerlo, di avvicinarlo; si dimandò del suo nome, delle sue relazioni, dei suoi parenti; i nobili più schifiltosi non isdegnarono di stringergli la mano, di profferirglisi.
Le donne erano soggiogate, e guatavano il giovinotto maestro con un sentimento d'ammirazione e di simpatia, dappoichè quella sua voce in cui trapelava una commozione profonda avea toccato tutt'i cuori. Il bel sesso cercava indovinare chi potesse essere l'oggetto del _colpevole amore_ dell'esimio pianista, e già ivasi bisbigliando nella sala il nome di Emma; perocchè in un baleno si era saputo che la casa del Duca di Gonzalvo era quella che maggiormente era frequentata dal giovine maestro. Tutti gli occhi si portarono sulla figliuola del Duca, la quale si studiava di nascondere il suo turbamento con un'affettazione d'indifferenza e d'ilarità. Fu questo un bel momento per Daniele. La sua vanità era soddisfatta! Negli occhi suoi, fissi sopra Emma, lampeggiava il contento di essere a quel modo l'oggetto della universale attenzione... Egli cercava intanto discoprire in sul sembiante della fanciulla un sintomo qualunque di propensione per lui. A mala pena rispondeva alle congratulazioni che se gli volgeano; a stento non si mostrava scortese e zotico.