Part 4
È superfluo il dire che simile avvenimento cangiò al tutto lo stato di Daniele, il quale fece subitamente istanze di separarsi da Giacomo, sotto pretesto di dovere abitare nel centro della capitale per meglio darsi a' suoi studi musicali. Giacomo, benchè con estremo dolore, dovè acconsentire ad una tale separazione per le ragioni da noi dette più sopra e che ogni giorno si rendevano sempre più forti.
Daniele adunque si congedò un bel mattino da quella tenerissima famiglia. Rinunziamo a dipingere il dolore di Lucia nel dì che Daniele abbandonò quella casa. L'acerbezza del suo cordoglio non venne mitigata che dalla sua angelica rassegnazione a' voleri di suo padre, e dalla promessa fattale dal suo diletto di venire a trovarla ogni giorno.
Daniele, oggimai libero di sè medesimo, indipendente, e padrone di una somma che per lui era un principio di fortuna, tolse in fitto dapprima un quartierotto alla strada Foria. In sulle prime ei tenne la sua parola, recandosi ogni giorno in casa di Giacomo; ma ogni dì crescea pure la sua vanità e il suo desiderio ardentissimo di divenir ricco; onde, ogni altra passione, ogni altro suo pensiero taceva nel suo animo sotto l'impero di quella sola dominante. Tuttochè l'incognito straniero non avesse giammai mancato di portare egli stesso, in ogni fine di mese, la polizza di ducati cinquanta al nostro Daniele, questi spendea più che non comportassero le sue facoltà, epperò non bastandogli quella somma mensuale ei si era dato alle lezioni di musica, le quali in gran numero e di nobili famiglie i suoi amici procacciavangli.
Non tralasciamo di dire che il primo uso fatto da Daniele de' duemila ducati venutigli dal cielo, fu di ammobigliare con eleganza la sua casa e di comprare un cavallo: il tenere un cavallo era stato sempre uno dei sogni della sua vita. Guari non andò e il giovin bellimbusto incominciò a trovar noioso e plebeo l'amore di Lucia, tanto che per avere un plausibile pretesto di porre qualche intervallo tra le sue visite, deliberò andarsene a dimorare alla riviera di Chiaia, anche perchè è questa la contrada ove maggiormente bazzica ed abita la nobiltà napolitana e massime gli stranieri. Questa ferita fu anche asprissima al cuor della misera figliuola di Giacomo, che pur sempre cotanto amava quell'ingrato: ma ella, buona siccom'era e indulgente e amorevole, si persuase che la sola necessità di meglio provvedere a' bisogni della vita avesse indotto Daniele ad allontanarsi tanto da lei. Ciò nulla manco, Daniele non lasciava mai passar due giorni di seguito senza tornare a _S. Maria degli Angeli alle Croci_: e questo confortava la miserella a sperare, tanto più ch'egli avea già promesso al padre d'impalmarla non sì tosto meglio si fosse dato a conoscere nella Capitale. E quando gli facea qualche premura di affrettarsi a sposare l'onesta e cara giovinetta, egli adduceva or la troppo giovanile sua età, ora i suoi studi che non gli permettevano pensare ad altro pel momento, or s'appigliava al partito di procrastinar sempre sotto l'un pretesto o l'altro.
E ciò durava da varii anni, quando a troncare ogni dubbiezza, a infrangere ogni proponimento, ad allontanare per sempre il cuor di Daniele dalla famiglia Fritzheim, avvenne il caso della presentazione di lui qual maestro di piano-forte della nobile giovinetta spagnuola Emma, figliuola del duca di Gonzalvo.
Qui ci fermiamo, bastandoci il già detto. Nel prosieguo di questa storia verremo allargandoci sul carattere di Emma, sulla parte e sulla influenza funesta che questa donna si ebbe su gli avvenimenti che narriamo.
V.
IL CUORE DI UN PRETE
Daniele adunque abitava alla Riviera di Chiaia.
Il suo quartiere, composto di poche stanze, ma tutte con eleganza addobbate, guardava, per un lungo terrazzo, sulla villa Reale. Due erano le principali stanze del nostro celibe maestro di musica, il salottino da conversazione e lo studio, vale a dire lo stanzino dov'egli solea dar lezioni di piano-forte. Queste due stanze erano contigue e strette l'una all'altra sicchè era mestieri passar pel salottino per entrare nello studio. L'addobbamento di queste due stanze avea qualche cosa di troppo splendido pel modesto stato di maestro di musica, e dava subitamente a divedere nel padron di casa quella smania d'imitare le maniere ed il fasto dei nobili e dei ricchi. Per porre la sua casa sovra un piede aristocratico, Daniele avea contratto non pochi debiti, cui egli soddisfaceva il meglio che poteva, perciò che sarebbe morto di vergogna se nella capitale si fosse buccinato esser egli stato perseguitato dai creditori.
Il salottino, messo con paramenti di Francia, era un vero mazzolino di fiori per freschezza, per profumi, per colori. Il palco, a fondo bianco venato avea nel mezzo una bella dipintura rappresentante il gruppo delle tre Grazie; una piccola ma gentil lumiera di bronzo dorato sorreggente dodici torchietti scendeva a mezzo la stanza, per via di un largo cordone, il cui capo fingeva di esser sostenuto dalle tre Grazie. Un caminetto alla foggia inglese era scavato in fondo del salottino; aveva un paracenere di ottone indorato con fregi a rilievo, ed altri a retina di ferro. Nella stagione estiva il suo vano era chiuso o meglio velato da un telaio sul quale eran dipinte parecchie caricature e scherzi e fiori e frutte. Intorno a questo caminetto era un mezzo cerchio di sedie imbottite e coperte di raso bianco, di seggioloni a ruote con ispalliere ricurve indietro, di sedie a bracciuoli, di poltrone a molle. A piè della più parte di queste sedie eran seggioline e panchettine, similmente imbottite, da appoggiarvisi i piedi, cassette da sputare, arnese tanto necessario a' fumatori, principalmente là dove di be' tappeti covrono il pavimento, siccome in casa di Daniele nella stagione invernale. Un gran sofà era situato alla parete opposta al caminetto; questo canapè con doppio rullo era coperto di raso cilestre ed avea la spalliera e i bracciuoli lavorati con intagli ed ornamenti finissimi. Un tondo di mogano a lastra di marmo era situato nel mezzo del salotto, zeppo di tutte quelle figurine di marmo, di stucco, di alabastro che popolano i salotti e che sembrano ivi dimenticate dal padron di casa. Questo mondo di lilliputti preziosi che si accalcano sovra un tondo o sovra una mensola rivelano le passioni infantili degli uomini dell'era nostra, i quali a somiglianza dei bimbi, prendono diletto nei balocchi e nei giocarelli. Non poteva la moda inventar cosa più adatta all'indole puerile del secolo nel quale viviamo.
Lo studio di Daniele era più semplice. Un divanetto rosso da un lato avea dinanzi a sè un deschetto da colezione; più lungi uno scaffale di bel lavoro su ciascun palchetto del quale eran gittati alla rinfusa libri e carte di musica. In altro lato di questa stanza, aderente al muro, una scrivania ad una sola cassetta, coperta parimente di libri, di carte di musica e di arnesi da scrittoio, tra i quali primeggiava per gusto e per lusso il ricapito da scrivere tutto in oro, di cui ciascuna parte, cioè il calamaio, il polverino, il pennaiuolo o il vasetto da cialde, rappresentava un differente animale, e congegnato in maniera che ciascun animale adempiva al suo diverso officio di fornir quello che si aveva in corpo. Il piano-forte compiva l'ammobigliamento di quella stanza: magnifico strumento di artefice tedesco. Queste due stanze comunicavano tra loro non pure per mezzo dell'uscio di entrata comune, ma eziandio per mezzo del lungo terrazzo di cui abbiam parlato più sopra. Eleganti cortine di finissima mussolina velavano la luce nella estiva stagione e temperavano il freddo nell'inverno. Un'affettazione di studiata imitazione, un desiderio di far mostra di agiatezza, un'apparenza di lusso, eran questi i caratteri specchiati di questa casa. Da qualche tempo nondimeno tutto pareva quivi negletto e abbandonato, mentre ordinariamente la massima cura metteasi da Daniele per tener tutto pulito, ordinato e appariscente.
Abbiam dovuto un poco allargarci su questi inetti particolari, acciocchè più spiccatamente apparisca il carattere del personaggio di tanta importanza nella storia che abbiam preso a narrare.
Otto giorni sono scorsi dalla morte di Giacomo. Eran le dieci d'un mattino di domenica, quando una violenta scampanellata fece accorrere all'uscio da scala un giovin domestico ch'era al servizio dell'elegante maestro di musica. Daniele ritornava in sua casa da una breve passeggiata che avea fatta nella Villa Reale. Egli era più del solito abbattuto pallido, di pessimo umore.
Insin dal dì della morte di Giacomo, il giovin Daniele non era più tornato in quella casa dove avea passata la sua giovinezza. Il suo giuramento, le ultime parole del vecchio, la disperazione di Lucia si presentavano a quando a quando nel suo animo per gittarvi un'ombra tetrissima: ma tosto venivan cotali funeste immagini cancellate dal turbine dei piaceri e dalla presenza o dalla immagine di Emma. Questo per tanto si aggiugnea agli altri argomenti di tristezza che oppressavano il petto di lui, tra i quali non ultimo la sete divorante ch'ei sentiva di ricchezze e di onori. Nel ritirarsi ch'ei fece quel dì, erasi gittato in una poltrona del salotto, sprofondandosi nei suoi cupi pensieri, allora che un personaggio si presentò agli occhi suoi, senza farsi annunziare. Questi era Padre Ambrogio. Daniele non potè frenare, in veggendo il sacerdote, un moto di spiacimento: egli non si aspettava quella visita. A Padre Ambrogio non era sfuggita l'impressione poco piacevole da lui fatta sull'animo del giovine, ma non si scuorò per questo, imperocchè l'avea preveduta, anzi, ei si attendeva di non esser ricevuto; epperò, infingendo col domestico di Daniele essere in grande intrinsechezza con costui, non avea voluto farsi annunziare. Il buon prete salutò con composta umiltà l'altero signorotto, che non si era neanche alzato dalla sua poltrona.
— A che debbo servirla? chiese questi secco al reverendo, senza nemmeno offrirgli da sedere.
— Vi chieggo scusa se vi disturbo; imploro dalla vostra cavalleresca cortesia pochi minuti di udienza.
Questa specie di fina ironia, di cui si sarebbe accorto ogni altro il cui lume d'intelletto non fosse stato offuscato dalla vanità, sedusse l'animo del giovanotto, il quale rispose con volto meno burbanzoso:
— Si segga, signor Abate.
Padre Ambrogio si sedè dirimpetto a Daniele.
— Il motivo che qui mi mena, riprese quegli, è sì grave, o signore, ch'io non ho temuto commettere un'indiscrezione per adempire ad un dovere altissimo del mio ministero.
— Di che si tratta? chiese il giovine chinando gli occhi.
— Si tratta che io promisi a Giacomo Fritzheim, poco prima della sua morte, di avere pei suoi figli l'affetto e le cure di un padre; ed io _non manco alle promesse_, signor Daniele.
— Me ne compiaccio infinitamente, disse questi ferito alquanto dalle ultime parole del prete.
— Or dunque, signor Daniele, la sorte di Lucia mi commuove profondamente. Dal dì della morte del padre la tapinella è in preda ad una febbre nervosa che minaccia di voltarsi a male. La trista scena ch'ebbe luogo pochi istanti pria che spirasse il buon Giacomo e le costui ultime parole le cagionarono un delirio violento che per buona ventura è cessato, lasciandole impertanto nel capo una confusione spaventevole per la sua ragione. E voi l'avete abbandonata, signor Daniele, mentre una vostra parola avrebbe gittato in quel cuore la speranza e la vita? Voi l'avete abbandonata appunto allora che suo padre l'abbandonava, da Dio chiamato, come spero, alla gloria celeste, e allora che un dubbio crudele su i vostri sentimenti lacerava l'animo di quella infelice! Voi avete, signor Daniele, deposto nelle mie mani un giuramento ed eravate libero di non profferirlo. Io non dubito che voi lo manterrete. Se, oltre la religione, l'amore non ve ne fa una legge l'onore vel comanda; voi siete un gentiluomo, l'onore è sacro per voi... Venite adunque, venite a rassicurare quella misera, venite a spargere su quel povero cuore una goccia di balsamo: vel chieggo in nome di Dio, dell'onore, dell'umanità.
Daniele, senza dar segno di minima commozione, suonò un campanello d'oro che aveva a distanza di mano, e al domestico che si presentò sul limitar della porta disse in lingua francese, perocchè francese era il domestico:
— Non è venuto questa mattina alle nove il Marchesino?
— No, signore.
— Va bene. Come sta il mio cavallo?
— Sta meglio, signorino; ieri ha camminato un poco e parea che più non zoppicasse.
— Avete fatto accomodare il fusto della sella?
— Signorsì.
— E gli staffili?
— Nuovi, signore, al tutto nuovi, perchè il cuoio era consumato ai vecchi.
— Bene; e le sguance?
— Tutto a nuovo, signore.
— Benissimo; accendete un candelotto pel sigaro. Eccomi a voi, signor Abate, riprese con massima freddezza l'insolente trovatello; scusate se vi ho interrotto.. Voi dunque dicevate che...
E Daniele accendevasi il sigaro, come se si fosse trattato della più indifferente conversazione.
Una lagrima spuntò sulle ciglia del sacerdote. Tanta perversità di animo superava qualunque antiveggenza.
— Veggo che il vostro cavallo vi sta più a cuore che la povera Lucia, signore. Non ho più a dirvi che una sola parola: Dio salverà Lucia e le darà la forza di strapparsi dal cuore una passione cotanto infelice; ma Dio confonde anche i perversi, e guai... guai all'uomo che si fa giuoco della vita del suo simile!
Padre Ambrogio si alzò... Non mai questo venerabil servo del Signore era stato visto così commosso ed agitato; il suo volto era pallido, i suoi occhi bagnati di lagrime.
— Non voglio esservi più importuno, o signore; io vado via, ritorno presso quella sventurata che considero come mia figlia. Ah! voi non potete comprendere quello che ora soffre il mio cuore. Avea sperato ritornare presso quella buona creatura arrecandole una parola di speranza e di conforto; io le avea promesso di ritornar con voi... Con quale ansia non mi aspetterà la misera? E dovrò dirle che Daniele, l'amor suo, la sua vita, più non è per lei! Che ogni speranza è finita! Ah signore, ripeto, che voi non potete, comprendere quel che soffre al presente questo mio cuore!...
Padre Ambrogio piangeva... Daniele non avea cessato di fumare con una placidezza spaventevole.
— Voi siete un uomo eccellente, signor Abate, si fece indi a dire intermezzando frequenti buffi di fumo tra le sue parole; e mi dispiace che prendiate sì viva premura di questo _affare_, cui penserò io di _rimediare_ al miglior modo. Vi sono talune _circostanze_, taluni _riguardi_ che mi impediscono per ora di sposar Lucia. Ho _promesso_ di sposarla tra un anno... e si vedrà... ma, pel suo meglio crederei che si acconciasse a dismettere questa idea; anzi voi, sig. Abate, cercate di persuaderla a non più pensarci: sono cose da fanciulli, sono parole che si scambiano alla prima età. Vi assicuro che se avessi saputo che tanto in sul serio quella giovinetta avesse preso le cose, mi sarei astenuto di corrisponderle... Con tutto ciò, io son sicuro che ella mi dimenticherà col tempo, si sanno le arti delle donne, convulsioni, malattie, stiramenti di cuore; lagrime, e poi finiscono con adattarsi ad altri amanti. Lucia farà lo stesso, siatene certo: io me ne intendo un poco in materia di donne: le donne e la musica sono state la mia passione... Persuadetevi, sig. Abate, che nulla di più vero del proverbio: _L'amore fa passare il tempo, e il tempo fa passar l'amore_... Io le voglio del bene a Lucia, e le farò del bene sempre che potrò... Ma, in quanto a matrimonio, non è possibile. Io sono slanciato nel mondo, frequento la miglior società di Napoli, e un matrimonio _ignobile_ mi ruinerebbe nei miei _affari_... Questa società in cui viviamo è così _esigente_! Beato voi, signor Abate, che non ci siete in contatto! Se sapeste quello che vi si soffre! I sacrificii che si fanno per conservarsi in una certa _sfera_ di riputazione... Io lo so, per mia mala ventura, che sono tanto ricercato e da pertutto!
Qui Daniele si alzò e riprese, quasi per accomiatare il sacerdote:
— Ritornate adunque da lei, e ditele da parte mia che non mi dimenticherò di lei, che verrò a trovarla non sì tosto le mie faccende mel permetteranno, e che faccia capitale di me in ogni emergenza; ma sopratutto fatele ben comprendere, signor Abate, che _provvegga ai suoi casi_ il meglio che può, che non rifiuti, per me, qualche altro partito _a lei più conveniente e più adatto_, e che io sarò pienamente felice quando saprò ch'ella è del pari felice con un compagno più degno di lei... A rivederci adunque, Padre Ambrogio, non posso goder più a lungo della vostra compagnia, stante che le mie faccende mi chiamano altrove.
Daniele fece un leggiero inchino di testa e si inoltrò verso l'uscio, come per indicarne il cammino a Padre Ambrogio, il quale, senza più aggiungere una parola, profondamente addolorato si partia di quella casa per tornare colà dove LA CARITÀ il chiamava a tergere le lagrime di una misera famiglia e a pianger con essa.
Parte Seconda
I.
EMMA
Lasciando per poco la sventurata famiglia dello stradiere, inoltriamoci in quella vita rumorosa, gaia, splendida di movimento, di cerimonie, di convenienze e di piaceri che si addimanda la vita del gran mondo.
Che cosa è la vita del gran mondo? È un circolo matematico dentro il quale si aggira quella porzione della società che sembra straniera al retaggio di miserie lasciato all'uman genere dalla colpa de' primi genitori. In questo circolo segnato dalla verga di quella fata che ha nome civiltà non è ammesso chiunque è sottoposto alla dura legge del lavoro, perciocchè la sola fatica che vi si sopporta, che vi si tollera è il piacere. Fiori, profumi, dolcezze, canti, seta, oro, squisitezze di ogni maniera, allettamenti di ogni sorta sono gli elementi vitali dell'atmosfera di questa vita del gran mondo, siccome l'azoto e l'ossigeno sono gli elementi respirabili della vita comune. Qui nulla troverete che non sia strettamente sottoposto a un codice severo che ha un milione di leggi ignote al volgo, e che costituisce in gran parte la scienza della vita del gran mondo; qui il linguaggio non ha niente di comune con le ordinarie favelle; tutto riceve denominazioni particolari, epiteti e aggiunti di nuovo conio: tutto in somma portar debbe l'approvazione e l'impronta di quella dispotica dea del gran mondo che si chiama la _Moda_.
Non si dimanda se in Napoli, in questa regina del Mediterraneo, in questa incantevole villa del mondo, dove tutto respira il piacere, dove l'aria è profumo, dove il cielo è un sorriso, dove l'inverno è la stagione dei fiori, dove ogni voce è un canto, e ogni canto un'armonia, non si dimanda se in Napoli la vita del gran mondo è brillante e animata al pari di quella delle altre capitali di Europa. Aggiungi che la nobiltà napolitana alla perfetta cognizione delle leggi dell'alta società accoppia un gusto squisitissimo per le lettere e per le arti, che essa coltiva ed incoraggia splendidamente: e questo delicato gusto per le arti ravvicina l'aristocrazia del merito a quella della nascita e delle ricchezze, sì che le porte dorate dei grandi non sono chiuse all'artista, che si ebbe in retaggio l'ispirazione ed il genio. D'altra parte, la vita del gran mondo è dappertutto la stessa; le sue leggi, i suoi usi, i suoi pregiudizii sono dappertutto presso che i medesimi in Europa.
La casa del Duca di Gonzalvo era nell'anno 1826 la più rinomata per isplendidezza di servizio; per l'eleganza e pel fasto del suo trattamento, per le persone che la frequentavano. Il duca di Gonzalvo, discendente d'illustre lignaggio e di una delle primarie famiglie nobili di Andalusia, abitava da parecchi anni in Napoli. Egli era stato per molto tempo governatore o capo politico di quella bella provincia delle Spagne, quando la rivoluzione del 1820 il toglieva da quel posto eminente, accusandolo di troppo attaccamento ai principi della pura monarchia ed alle gloriose tradizioni di quel governo che per tanti secoli avea formata la grandezza, la felicità e la possanza dell'iberica penisola e dei suoi estesi domini transatlantici. Il Duca Gonzalvo, sbalzato dal potere, e già tristo per gravissima sventura di famiglia, non soffrì di più rimanere in un paese, nel quale infinite e amare memorie lo avrebbero assalito ad ogni momento: ondechè fermò di abbandonare la Spagna, e trasferirsi colla famiglia in Napoli, dove risiedevano alcuni suoi larghi parenti, e dove l'amenità del clima, la salubrità dell'aria e la bontà degli abitanti lo invitavano a stabilirsi. Il Duca di Gonzalvo era un uomo in su i cinquant'anni, ma non ne addimostrava più di quaranta, sendone la persona alta, complessa e ben formata: i capelli eran tuttavia nerissimi e ricciuti siccome i baffi e il pizzo ch'ei portava lunghissimi e puntuti alla maniera spagnuola. La sua carnagione era bruna, belle le fattezze del volto; e la sua andatura avea qualche cosa di maestoso e d'autorevole. Sempre serio, misurato e cerimonioso era il suo linguaggio, in cui nondimeno trapelava sempre quell'alterigia, che forma il fondo del carattere spagnuolo. Gli avvenimenti politici del suo paese non meno che le disgrazie della sua famiglia avean lasciato nel suo temperamento una certa soverchia bile, per cui sovente era soggetto a moti irrefrenabili d'ira: allora quel suo bruno volto diveniva di brace, quei suoi occhi neri schizzavan fuoco, e quell'uomo avea tutta l'ardenza della giovinezza congiunta alla forza della virilità.
La famiglia del Duca di Gonzalvo si componea della moglie; donna di cuore compassionevole a' miseri ma estremamente altiera e severa in sul capitolo della nobiltà. Questa donna aveva ereditato dal padre ingenti ricchezze, possessioni senza fine, di cui gran parte avea formato la sua dote: il superbo castello moresco di Santiago nell'Andalusia era proprietà di lei co' titoli e privilegi annessi. La _Senora Duquesa Isabel de Gonzalvo y Monreal-Santiago_ avea toccato i 55 anni. Sebbene macerata dal cordoglio di veder tolto dal potere il consorte, ella potea dirsi ancor bella, essendosi la sua lunga capellatura conservata ancora intatta dalle ingiurie del tempo, e i suoi occhi non avendo affatto perduta quella vivacità e quella espressione che aveano tanti cuori umiliato. Or tutto l'orgoglio di questa donna era riposto nell'unica figliuola, erede d'immense dovizie, in Emma bellezza singolare, di cui ci studieremo di adombrare, per quanto è possibile, il ritratto.
Questa giovinetta, cui vent'anni appena infioravano la vita, era una di quelle bellezze che non si trovano tranne che sotto il cielo della Spagna, ed in ispezialità nell'Andalusia; bellezze vigorose, spiranti tempestose passioni, bellezze che sconvolgono subitamente la ragione a chiunque per la prima fiata le contempla: l'incanto è negli occhi loro; fiamma d'amore son le loro labbra; il comando è stampato sulla loro fronte.
Come faremo a dipingere Emma colle parole ordinarie? In quale lingua troveremo le immagini equivalenti per farla raffigurare ai nostri lettori? Oh se eglino la vedessero siccome la veggiamo noi! Ci sentiamo palpitare il cuore in parlandone, tremar la penna scrivendone, vorremmo che le febbrili sensazioni che l'immagine di questa donna ci desta, passassero tutte quante ne' nostri lettori, per vie più svegliare in essi la simpatia per questo personaggio della nostra storia. Emma era il tipo della bellezza andalusa: carnagione e colori di miniatura, occhi di lustrino splendidissimo, sguardo elettrico, sopracciglia di velluto, labbra alquanto larghette, bottoni di rosa orientale, denti di una bianchezza abbagliante, sorriso di baiadera, lunghe le chiome e di un ebano fulgidissimo, cui ella solea portare divise e scinte dietro gli orecchi, ovvero raggomitolate in grandi giri sulla coppa del capo.