Part 3
Il riverbero della luna rischiarava quelle delicate fattezze e quegli occhi, il cui nero lucidissimo ora vie più spiccava su quel fondo sì bianco. Lucia in questo momento sembrò bellissima a Daniele, il quale, presala per mano, menolla in sul terrazzino, e stette alcun tempo in silenzio contemplandola.
Era nel centro del terrazzino un cesto di gelsomino che iva ravvolgendo le sue foglioline tra i bastoncelli della ringhiera, ed era tutto coperto di bianchi fiorellini che esalavano un profumo soave tanto che tutta la casa ne veniva imbalsamata.
— Prendi, amica mia, le disse Daniele spiccando uno di quei candidi fiorellini e dandoglielo, stasera tu rassembri davvero a questo fiore... Come sei bella! Oh, non dubitare, io non ti lascerò più; non sono io oggimai lo sposo tuo? Non mi appartieni tu forse?
Uno scroscio di risa fu udito in quel momento, Lucia arrossì tutta, e ratta s'involò dal terrazzino.
Uccello si era ficcato nell'ombra dietro alla pianticella del gelsomino; aveva udito le parole di Daniele, e nel suo ingenuo idiotismo avea riso.
Oh! quel riso era la più mordace ironia di quelle parole che non esalavano dal cuore del perfido giovine.
Daniele esclamò nel venir dentro alla camera!
— Maledetto idiota! Io lo detesto come il mio cattivo destino.
Il rantolo di Giacomo diveniva sempre più forte, più oppressivo; i suoi occhi a metà dischiusi erano iniettati di quell'umore livido, biancastro che annunzia l'ora estrema.
Padre Ambrogio avea ripreso, presso il moribondo, il tristo ufficio di assistente.
Tutta la famiglia era immersa in uno stato di angosciosa aspettativa: pallidi, muti, inanimati, quei figliuoli non trovavansi neanche più lagrime in su gli occhi.
Daniele si era messo a sedere al fianco di Lucia: non per questo era pago e tranquillo a segno che non si leggesse sul volto distratto una febbrile impazienza: se si fosse gittato uno sguardo in fondo di quel cuore, sarebbesi notato con raccapriccio un desiderio vivo, ardentissimo della morte di Giacomo. Sì fa d'uopo confessarlo; Daniele contava i minuti secondi per la brama di sentir morto quell'uomo che con la sua lenta agonia gli toglieva un'ora di piacere ed il condannava a star lontano dalla donna che egli amava.
Ah! pur troppo questo cuore umano è tale impasto di contraddizioni malvage, di barbare tendenze ed in pari tempo di slanci di sublime affetto e di sacrificii inauditi che l'uomo ha sempre di che rimanere stupefatto e avvilito nella contemplazione dell'uomo. Vi sono, nel fondo dell'anima, certe cloache di turpitudini siccome certe miniere di eroismo che renderanno sempre l'umana creatura il soggetto più curioso delle investigazioni dei filosofi i quali finiscono col confessare la loro piena ignoranza su queste arcane contraddizioni.
Poco stante, non ne potendo più per l'estrema impazienza che il vinceva, e stanco di più aspettare, Daniele si rizzò subitamente in piè e disse a Lucia queste poche ed aspre parole:
— Mia cara, tuo padre non morrà per ora; è affare di domani; intanto io debbo andar via; nulla ho detto al mio domestico, il quale mi aspetta... D'altra parte, ho quaggiù il mio cavallo, e fa d'uopo che il faccia ristorare di qualche cibo.
Ciò dicendo, carezzandosi i capelli in sulla tempia dritta, e riprendendo il suo cappello, si disponeva, senz'altro, a lasciare quella casa: avea già dato due passi inverso l'uscio, quando, non già Lucia ch'era rimasta stupefatta e annientata da tanta barbara fattezza, ma sibbene Marietta s'interpose tra l'uscio e lui.
— Oh! Daniele; tu non andrai via, n'è vero? Tu non ci abbandonerai questa notte: papà può spirare da un momento all'altro, non è così, padre Ambrogio? Abbi pietà del nostro dolore; se ci ami ancora, se ami la mia povera sorella, tu non andrai via! Ormai è tardi, questa campagna è mal sicura... Tu hai da fare sì lungo cammino... No, Daniele, non andartene per questa notte..... Vedi, noi abbiam paura a star sole.
— In verità, non vorrei andarmene, rispose Daniele, ma non posso trattenermi; vi dico che egli è difficile che papà Giacomo se ne vada stanotte: non senti? ei dorme profondamente, non fa che russare.
— Russare! interloquì il sacerdote, a cui tanta durezza di cuore cagionava un dolor profondo: signor Daniele, _vostro padre_ si muore; ei non ha che pochi minuti di vita: non vogliate abbandonarlo in tal momento... Egli vel comanda anche morto.
— Signore, ripeto, che io non posso trattenermi: tornerò domattina ben per tempo, allo spuntar del giorno. Intanto se c'è bisogno di danaro, eccone.
E traeva dalla tasca del soprabito un elegante borsellino di seta a maglie, ne cavava una moneta, gittandola con superbia e con fastidio sul cassettone. Era un pezzo di dodici carlini che ribaltò su quel mobile, e urtò nel bicchiere ove era riposto il lumicino che si spense affogando nell'olio rovesciato.
Lucia mandò un grido di disperata angoscia.
Padre Ambrogio si alzò pacatamente, raccolse dal cassettone la moneta, e, consegnandola al giovine, gli disse con paterna bontà:
— Prendete, signore; per ora questa disgraziata famiglia ha d'uopo di pietà, di amore, di aiuti affettuosi; ha bisogno di cuore e non di metallo. Riprendete la vostra piastra: se ci sarà bisogno di danaro, posso pel momento provvedervi io stesso. Unisco le mie preghiere a quelle di queste infelici creature acciocchè vi compiaciate rimanere in questa casa durante questa notte, ch'è già scorsa quasi della metà. Pensate che il misero Giacomo non vedrà la dimane; egli forse, innanzi di spirare, può chieder di voi: pensate che quest'uomo è stato per voi non solo un padre, ma un amico, un vero amico. Si provvederà poi pel vostro cavallo, non temete. Rimanete, non abbandonate questa infelice famiglia in questa ora tremenda.
— Mi duole dovermi ricusare a' vostri comandi, rispose Daniele, ma è impossibile ch'io mi trattenga più a lungo. Sarò qui domani all'alba... Addio.
Non fu più possibile trattenerlo.
Egli avea varcata la soglia della porta senza neanche gittare uno sguardo al vecchio moribondo e alla sua fidanzata, che rimaneva come istupidita e schiacciata dalla disperazione.
Un solo individuo avea la faccia sorridente nel mezzo di que' gruppi di dolore: Uccello; un lampo di gioia stravagante brillava sulla sua stupida fisonomia. Egli girava qua e là per la camera, schioppettava con la mano, guardava sovente verso l'uscio delle scale, e rideva... rideva con quel riso corto e a colpetti.
Di botto, Daniele si presenta di bel nuovo in sul limitare della camera.
Ei getta d'intorno a sè uno sguardo furioso.
— Chi ha ferita la gamba del mio cavallo? grida con voce stentorea, e con gli occhi fiammeggianti di rabbia e di vendetta.
— Io, risponde Uccello ridendo sempre, come quando solea fare qualche burla alla vecchia fantesca e di cui prendea tanto sollazzo.
— Tu! esclama Daniele ruggendo qual leone.
Ed alzava la frusta per colpire l'infelice idiota.
Padre Ambrogio s'interpose e fermò il braccio di quel furibondo.
Un grido intanto era partito dal letto ove giaceva il moriente.
Era Giacomo che tutto avea udito, tutto compreso!...
Oh spettacolo terribile! Il vecchio avea levato il capo dal cuscino come da una tomba: sembrava una larva, un fantasma.
— Ingrato!... ingrato!... mormorava il misero con voce soffocata dai singulti della morte... Iddio mi aprì gli occhi in sull'orlo... della fossa... Tu vuoi... colpir mio figlio Giovanni... come già... mi hai distrutta... mia figlia Lucia... Va, figlio del peccato... Tu tradisci un moribondo. Va... ingrato... se tu mediti io spergiuro... Iddio ti punisca!..
Lucia manda un urlo disperato... il sacerdote immantinente chiama alla calma il moribondo che si mostra pentito dell'ira subitanea in cui la ferocia di Daniele lo avea gittato... guarda il crocifisso e tenta di dire qualche cosa, ma non può finire una parola, che termina in un singulto profondo. Il misero era ricascato in su i guanciali.
Egli era morto!
Pochi momenti dopo questa scena di spavento, nella camera ove giaceva il cadavere di Giacomo non era altri che Padre Ambrogio, che recitava d'accanto al morto la seguente prece:
«Onnipotente Iddio, col quale vivono coloro che muoiono nel Signore, e col quale le anime de' fedeli, poi che libere sono dal fardello della carne, sono nella gioia e nella felicità, noi ti ringraziamo dal profondo del nostro cuore per esserti piaciuto di liberare questo nostro fratello dalle miserie di questo mondo di peccati: e non tralasciamo di pregare la tua misericordiosa bontà di ammetter lui ben presto nel novero de' tuoi eletti.»
Non dobbiamo trasandare di osservare che Uccello, per impedire la partenza di Daniele, di soppiatto armatosi della sciabola di suo padre, che n'era provvisto come militare doganiere, avea ferita la gamba del cavallo del giovine, senza che alcuno della famiglia addato se ne fosse.
Uccello aveva avuto bastante lucidezza di mente per comprendere che Daniele non avrebbe potuto andarsene a piedi alla sua abitazione che era ben lungi di quella strada; e che gli sarebbe stato impossibile di trovare una carrozza in quella via solitaria e ad un'ora si avanzata della notte.
IV.
UNO SGUARDO INDIETRO
È necessario toccar qualche cosa che alla storia di questo giovine si riferisce, innanzi di proseguire il nostro racconto.
Daniele, in tutto il tempo ch'era stato in casa di Giacomo lo stradiere, non si distingueva dagli altri figliuoli di questo dabben uomo, sì per l'amore onde corrispondeva ai beneficii di quella famiglia, sì pei modi rispettosi e umili, ch'ei teneva inverso Giacomo e la costui consorte; i quali siffattamente lo amavano, che a tutt'i vicini e agli amici soleano dire che Iddio avea mandato loro quel caro fanciullo in compenso dell'infelice Uccello, miseramente privo d'intendimento. Daniele era un giovinetto affettuoso benchè un poco troppo serio per la sua età, perciò che mai o rarissime volte si abbandonava ai giuochi e ai divertimenti degli altri figli di Giacomo ei se ne stava in disparte; e mentre quelle creature baloccavansi in un modo o in un altro, egli avea paura di bruttarsi le vesti o le mani. Giacomo e la moglie queste tendenze così singolari in un fanciullo attribuivano ad una certa natural propensione ch'egli avesse per la nettezza e l'appariscenza della persona, mentre quelle altro non erano che un istinto di superiorità su gli altri fanciulli, i quali, non badando a tenersi puliti, meno belli di lui o meno decentemente si mostravano a coloro che venivano a far visita al signor Giacomo.
Questa tendenza che in sul principio pareva tanto innocente e commendevole, prese bentosto il suo vero aspetto allora che il fanciullo crebbe in età. Ben presto Giacomo discoprì nel trovatello un vizio radicale del cuore e si adoperò a correggerlo, a drizzarlo a bene, ma fu tutto indarno; il vizio era nel sangue del fanciullo: quanto più egli diventava adulto e grandetto, tanto più in lui si appalesava la passione della vanità. Oltracciò, Daniele aveva un sentimento che molto si avvicinava all'odio per l'infelice Uccello: sentimento ch'ei non dissimulava ne' momenti in cui si trovava solo coll'idiota, però che non si facea scrupolo di beffarlo, di maltrattarlo con epiteti ingiuriosi, e sovente di batterlo. Il misero Uccello piangeva, ma non si arrischiava a dire al babbo il motivo del suo pianto, che se questo avesse fatto, non gli mancavano altre più forti battiture, con cui quel cattivello di Daniele vendicavasi dei rimproveri che gli venivano da Giacomo. Un fatto narreremo il quale, sebbene puerile, ebbe influenza grandissima nello sviluppo di quell'odio che Daniele nutriva per l'infelice Uccello.
Solevano que' fanciulli presso che in ogni sera sollazzarsi con qualcuno di quei giuochi infantili, di cui si conservano poscia gratissime ricordanze tra i quali i più frequentemente messi in opera erano i giuochi delle merenducce, della mosca cieca, del capo a nascondere, dei pilastri, del guancialino d'oro, dell'oca, delle capannelle, del buffetto ed altri consimili. La più grande ilarità soleva regnare tra quelle care ed innocenti creature. Il più delle volte Daniele non prendeva parte a questi giuochi e si accontentava di starsene a rimirarli; ma talvolta, istigato dai suoi fratelli (così chiamavansi tra loro) e premurato dalla madre, il _Contino_ (abbiam già detto perchè un tal nome fu posto a Daniele) degnavasi di onorare il giuoco colla sua presenza.
Un giorno, si scherzava alla mosca cieca. Furon tirate le sorti a chi dovea pel primo bendarsi gli occhi: toccò a Daniele: ciascuno, fuggendo, ruzzando, ridendo, il percuoteva con un fazzoletto, con uno sciugamano o con altro panno avvolto... Daniele si voltava e rivoltava per acchiappar qualcuno, ma tutti se la sbiettavano con garbo, sicchè l'impazienza e il dispetto cominciavano a dominare nel Contino, allora che sentissi applicata in sulle spalle una violenta percossa accompagnata da uno scoppio di risa universale: era stato Uccello che avea fatto il colpo, e poscia, per non essere afferrato, si era appiattato sotto un tavolino. Ma alle grida di _viva Uccello_, Daniele avea conosciuto chi lo aveva colpito sì fortemente, e pensando quegli averlo fatto per istizza o per malvagità, fu preso da tanta rabbia e da tanta sete di vendetta, che tra sè deliberò di avernelo a far pentire se gli venisse sotto.
Perchè, studiata ben la posizione e dissimulando il meglio che seppe, si pose freddamente a girar per la stanza, poi che con destro movimento ebbesi cacciato un poco più su degli occhi la benda che gli nascondeva i suoi avversari. Non andò guari, ch'essendo tornato in giuoco Uccello, fu preso di mira dal perfido Daniele, il quale, acchiappatolo tra le risa degli altri e tra le baie che si davano all'inesperto, lo stramazzò al suolo e con pugni e calci così fattamente il rendette malconcio che in copia usciva al miserello il sangue dal naso e dalla bocca. Il giuoco ebbe termine: Lucia e Marietta cercarono di occultare il misfatto, ma, accorsi alle strida Giacomo e la moglie, Giuseppe fu sollecito di narrar loro l'accaduto. Giacomo rimase stupefatto e addolorato di tanta malvagia indole del trovatello, e, per castigarlo, non gli fece per qualche tempo abiti nuovi, tremendo castigo per quell'indole vana e orgogliosa.
Daniele rimase così vulnerato della punizione inflittagli, che il suo carattere ne addivenne più cupo, e più duro il suo cuore. D'allora in poi più non rivolse la parola ad Uccello, pel quale se gli erano accresciuti l'antipatia e l'odio.
Intanto ei diveniva grandetto; era già arrivato al tredicesimo anno, allora che Giacomo, accortosi dell'estrema inclinazione e attitudine che il giovinetto appalesava per la musica, il pose a studiare quest'arte con un suo parente. Questi ebbe ben per tempo posto amore addosso al giovinetto, poi che scorto ebbe in lui un vero genio e rarissimo. La natura lo aveva chiamato alla musica. Stranezza incomprensibile! Quest'arte, che richiede sensibilità squisita, tempera di animo affettuosa e soave, era attecchita in un cuore mal formato e proclive alle più tristi passioni.
Gli elogi che il giovinetto Daniele riportava, dovunque facevasi udire a suonare il piano-forte, il suo contegno nobile e altero, quella sostenutezza di modi e di linguaggio, sì poco in armonia col suo stato e colla sua origine, ed anche quei suoi occhi malinconici ma espressivi e intelligenti, gittarono a poco a poco nel cuore di Lucia i germi di una passione che si fece gigante. Daniele si avvide prestissimo dell'amore di Lucia, e la sua vanità fu lusingata e soddisfatta: egli non le corrispose per amore, ma per compiacenza di sè medesimo per talento di tiranneggiare una creatura a lui sottoposta, per desiderio di dominio. E s'infinse così bene, e simulò tanto la passione, che l'innocente donzella il credette innamorato morto, siccome il credette Giacomo in appresso.
Lucia era tutt'altra; la sua adolescenza e il suo amore l'aveano trasformata: di quindici in sedici anni essa era sì malinconica, sì appassionata e sensitiva, che il padre, avveggendosi esser cagione di tanta malinconia la passione che già la struggeva, stimò conveniente di allontanare Daniele dalla famiglia. Oltracciò, morta la cara sua moglie, chi poteva oggimai guardar l'innocenza di Lucia? Onde estimò necessario di rimuovere ogni cagione, e partirsi dal giovinetto, il quale, dal canto suo, mal sembrava portare la dimora dello stradiere, essendosegli accresciuti nell'animo la vanità e il desiderio di esser distinto.
Giacomo iva da qualche tempo pensando al modo come provvedere all'esistenza di Daniele, allora che lo avrebbe allontanato dalla sua famiglia, quando uno strano avvenimento venne a troncare ogni dubbiezza ed ogni imbarazzo. Un bel mattino, si presentò in casa di Fritzheim un giovine di bell'aspetto e di belle maniere, decentemente vestito, il quale con accento straniero ma in buono italiano, dimandò di parlare al padrone della casa.
— Siete voi il Signor Giacomo Fritzheim? chiese poscia che questi se gli fu presentato.
— Per lo appunto, rispose lo stradiere, a che posso servirla?
— Non avete voi, molti anni fa, raccolto nel bosco della Sila un fanciullo che ivi era abbandonato e moriente?
Giacomo restò interdetto: guardò con attenzione la persona che gli avea fatta quella inattesa interrogazione e cercò d'indovinare se colui che gli parlava potesse essere il padre di Daniele, che avea già diciotto anni compiti; per lo che rispose:
— Sì, signore, sono io a cui la Provvidenza volle concedere la grazia di salvare un'innocente creatura, ed arricchire la mia famiglia con un altro figlio.
— Mi giova conoscere con precisione l'epoca in cui ciò avvenne, disse quello straniero, il quale avea nella mano una carta su cui sovente gittava gli occhi.
— Io non so, signore, rispose l'onesto gabelliere, quale interesse possiate avere nell'indagare un fatto sul quale io non dovrei dare ragguagli che ad un'autorità riconosciuta; ma qualunque sia la cagione che vi muove, vi avverto che nessuno al mondo potrà strappare dal mio fianco un giovinetto sul quale vanto ormai i dritti di padre.
— Non dubitate, sig. Fritzheim; ben lungi dal farvi del male o dallo svellere dal fianco vostro il giovane, che forma l'oggetto delle mie investigazioni, io son venuto per più bella opera. Piacciavi di rispondere, senza tema, alle mie dimande. In che anno e in che giorno trovaste voi nelle boscaglie della Sila il fanciullo?
— Nella notte del 24 gennaio 1809, rispose Giacomo.
L'incognito gittò novellamente lo sguardo in sulla carta che avea nelle mani; fece col capo un atto affermativo e di soddisfazione, indi prosegui:
— Sta bene: potreste ora indicarmi con precisione il sito ove trovaste il bambino?
— Il trovai in una selva di abeti e di pini, sopra una larga felce, a qualche miglio da S. Vincenzo, e non molto lungi dal Neto.
Altra occhiata fu data da quell'uomo alla carta e altro segno di approvazione.
— Ricordate gli abiti che aveva addosso il bambino?
— Me li ricordo benissimo, poichè li conservo ancora, soggiunse lo stradiere: vesticina di albagio color tabacco, calzoncini di panno turchino, calzerotti di cotone colorati, scarpine con becchetti senza laccetti, e berretto di castoro nero con tettino di cuoio.
— Perfettamente, ripigliò l'incognito col riso della gioia e della soddisfazione in sulle labbra: or non mi resta che farvi un'ultima interrogazione. Che nome disse di avere il bambino?
— Daniele, replicò Giacomo.
— Non ci occorre altro, è desso! Eccomi ora ad adempiere alla mia parte, sig. Fritzheim: questa è una polizza di duemila ducati ch'io sono incaricato di consegnarvi per ricompensa della vostra bell'opera e per le cure paterne di cui foste prodigo verso il fanciullo Daniele.
Ciò dicendo, l'incognito traeva dal taccuino una polizza sul Banco di Napoli, e la porgeva al gabelliere; ma questi si ritrasse indietro, e dimandò stupefatto.
— Chi v'incarica di ciò, o signore?
— Non posso dirlo; è questo un segreto che ho giurato di serbare.
— Suo padre o forse sua madre?
— Non rispondo, o signore...
— Ebbene, a chiunque v'incarica di ciò, signore, voi risponderete ch'io ho ricusato di prender questo danaro; un padre non si fa pagare delle cure ch'ei prodigalizza a suo figlio, e padre io mi estimo inverso Daniele. Io son povero, signore, ma non mi avvilisco a ricever guiderdone da una incognita mano e per un'opera onde io risento la più cara soddisfazione dell'anima mia.
L'incognito non credeva a' suoi orecchi; pareagli che lo stradiere non avesse parlato da senno, e tornò a dirgli:
— Sig. Fritzheim, questi duemila ducati sono vostri, interamente vostri; non vi si danno per compenso alcuno; voi seguirete ad essere il padre di Daniele; parmi che non vi sia ragione di ricusare.
— Ed io ripeto che non accetterò mai questo danaro; non l'accetterei neanche se mi venisse dalle mani medesime del padre di Daniele; pensate se voglio accettarlo da una mano che si nasconde.
— Ebbene, io vi ammiro, sig. Fritzheim: la rigida probità del vostro animo già mi era nota. Vi confesso nondimeno che un simil rifiuto è al di sopra di ogni previsione; io però non insisterò più oltre, ma la mia commissione non si limita a questo, sig. Fritzheim, e questa volta vi avverto che un vostro rifiuto sarebbe inutile.
— Di che si tratta ancora? dimandò Giacomo con leggiero aggrottar di ciglia.
— Si tratta che io sono incaricato di passare questa somma di duemila ducati a Daniele. Non si era preveduto il vostro rifiuto, sibbene il caso in cui non vi avessi trovato, capite!
E l'incognito fece un gesto col quale intendeva dire: nel caso in cui vi avessi trovato morto.
— La cosa è differente, disse Giacomo, non posso oppormi a tutto ciò che può contribuire alla felicità di Daniele.
— Lodato Iddio! esclamò l'incognito; compiacetevi di chiamare il vostro figlioccio.
Giacomo entrò nelle stanze contigue e poco stante tornava con Daniele.
Il giovine salutò col capo l'incognito; il quale rispose con bel garbo e guardandolo fisamente.
— Alla buon'ora! osservò tra sè l'incognito, eccone uno che gli rassomiglia! Bel giovinotto, voi siete nato sotto una buona stella; la fortuna vi arride; d'ora in poi non dovete pensare ad altro che a divertirvi.
— Come a dire? chiese il giovine estremamente maravigliato.
— Eccovi una polizza di ducati duemila; essa è vostra.
— Mia!! esclamò Daniele con gli occhi lampeggianti di gioia.
— Sì Signore, vostra; questa polizza è pagabile al porgitore, e la firma è ben nota al Banco.
Daniele che aveva afferrato con avidità quel pezzo di carta che per lui era una fortuna enorme, gittò gli occhi sulla firma per conoscere il nome di colui che il rendea ricco. Quella polizza avea sul dorso il nome di _Maurizio Barkley_.
— E questo nome signore? dimandò Daniele.
— Non posso rispondere a nessuna vostra interrogazione, signor Daniele. Ma io non ho ancora finito di adempiere al mio incarico. Eccovi un altro polizzino di cinquanta ducati: ogni mese avrete una simil somma.
È singolare! soggiunse Giacomo, cui un tal mistero facea balestrare il cervello.
— E voi stesso verrete a portarmi in ogni fin di mese una polizza di cinquanta ducati? domandò Daniele.
— Io stesso, o un altro in vece mia.
Daniele gittò parimente gli occhi sul polizzino, e lo stesso nome _Maurizio Barkley_ eravi scritto.
— Favoritemi una ricevuta, sig. Daniele. Per la prima volta il sig. Giacomo Fritzheim mi sarà garante della vostra firma...
Daniele firmò DANIELE FRITZHEIM. Fa d'uopo notare che soltanto da poco tempo di poi che uscì dalla casa di Giacomo, Daniele si era dato il fittizio cognome di _dei Rimini_. Giacomo appose la sua firma sotto quella del giovine.
— Or non ci è bisogno di altro; son davvero contento di aver fatto la vostra conoscenza, sig. Fritzheim, e la vostra benanche, bel giovinotto. Addio, a rivederci al mese venturo.
Il forestiere non diede il tempo a nissuno dei due di soggiungere una sola parola, e sparì senza lasciare un'orma sola d'investigazione.