Part 20
— Ma voi, signor Duca, dimenticaste di aggiungere queste altre parole ch'io soggiungo alle vostre: UN MILIONE RAPPRESENTA ANCORA DIECI GENERAZIONI DI COSCIENZE IMPURE; UN MILIONE È UN MARCHIO D'IGNOMINIA PER LA FRONTE DI UN UOMO.
Poco di poi Daniele ripigliava sempre tra sè:
— _Direte da parte mia a Daniele de' Rimini che adempia esattamente agli obblighi impostigli, perchè Emma sua cugina, lo aspetta!_ Che intese dire quell'uomo? Emma mia cugina! Eppure, sempre che penso allo strano rapporto delle mie reminiscenze infantili, sempre che penso all'impressione che fece in me quel ritratto del Duca, che io vidi in questa casa in quell'ultimo giorno che io qui venni, non so perchè trovo spiegabile il mistero di questa parentela! Emma, mia cugina! E il Duca che mi colmava di umiliazioni e d'ingiurie è dunque mio zio! mio padre gli era dunque fratello, o mia madre sorella! Quando ricordo la spiacevole impressione che il nome di Gonzalvo produceva sull'animo di mio padre, non posso che sempre più convincermi delle relazioni che han dovuto passare tra loro!.. Ma questo mistero tra poco sarà schiarato! Tra poco il superbo spagnuolo dovrà in ogni modo umiliarsi al mio cospetto! Oh il denaro è pur la gran potenza! Ora io mi sento grande quanto le più grandi sommità sociali, mi sento forte, ardito, superiore a tutti... Ora si che si può vivere!
Ciò dicendo, un urto di tosse cupa e profonda si fece udire dalla cavità del suo petto; e due fiammelle di rosso carico apparvero sulle sue gote. In questo, il Duca di Gonzalvo entrò nel gran salotto di ricevimento. Daniele si alzò, chinò la testa, e nulla disse, aspettando che il Duca l'avesse riconosciuto.
— Chi è il signore, e che cosa brama? chiese il nobile tenendosi all'impiedi.
— Non ho il bene, signor Duca di essere da lei riconosciuto? disse Daniele, fissando gli occhi sul volto di lui.
Il Duca il ragguardò con grande attenzione, cercando di richiamare le sue rimembranze, ma non potè risovvenirsi di quel personaggio che gli stava dinanzi. Daniele era del tutto cangiato; la sua barba, il suo pallore cinereo, l'aria del suo volto, le spalle alquanto ricurve ne avean fatto un altro uomo, per modo che non pure al Duca ma a chiunque altro più intrinseco col giovine, sarebbe stato impossibile il riconoscerlo.
— Non ricordo di lei, disse freddamente il Duca di Gonzalvo.
— Allora aiuterò le rimembranze di lei, signor Duca, pronunziando il mio nome che forse non le sarà uscito di memoria. Io sono Daniele de' Rimini.
— Daniele de' Rimini! ripetè il nobile, e stette per qualche tempo in cerca de' propri pensieri.
— Non ricorda il mio nome, signor Duca? Ricorderà io spero, il maestro di piano-forte di sua figlia Emma.
Il Duca ebbe un soprassalto di sorpresa.
— Ah! voi, signore! Voi, Daniele de' Rimini, quel giovine ch'ebbe la follia d'innamorarsi di mia figlia!
— Per lo appunto, signor Duca, io sono quel desso!
— Ah! bravo! mi fa veramente piacere di rivedervi, signore; piacciavi di accomodarvi. E da quanto tempo siete di ritorno in Napoli?
— Da pochi giorni, signor Duca, rispose Daniele sedendo sovra una poltrona.
Il Duca si era seduto, e sembrava lietissimo di rivedere il giovine pianista.
— Vi ringrazio davvero di esservi ricordato di noi, mio caro de' Rimini; eh, come si sta? Vi confesso che vi trovo molto cambiato, tanto che mi è stato malagevole di riconoscervi. Avete forse sofferto qualche malattia?
— Sì, signor Duca, molto ho sofferto, ho avuto malattie mortali; eppure il vivo desiderio di mantenere la mia promessa verso di voi me le ha fatto superare... Oh! io temeva tanto di morire prima di questo giorno!
— Voi avete una promessa verso di me? dimandò il Duca maravigliato.
— Sì, signor Duca, siccome voi pure l'avete verso di me. Io non ho dimenticato la mia, ma veggo pur troppo che voi avete obliata la vostra.
Il nobile incominciava a comprendere; egli era estremamente sorpreso, ma non era sicuro della sanità della mente nel giovine, per maniera che il ragguardava con sospetto misto a dolore.
— Mi avveggo che non mi avete ancora compreso, signor Duca: cercherò di farmi comprendere meglio. Oggi, signor Duca, siamo a MERCOLEDÌ 17 DICEMBRE 1828.
— Or bene? chiese il nobile sempre più maravigliato.
— Or bene compiacetevi di gittare un'occhiata su questa carta.
Daniele trasse da un elegante portafogli un fogliettino di carta e il consegnò al Duca; il quale con indicibile sorpresa lesse:
_Oggi io Duca di Gonzalvo prometto sul mio onore a Daniele de' Rimini di non prender verun impegno di matrimonio per mia figlia Emma prima che spirino due anni dalla data di questo giorno. Napoli 17 dicembre 1826_ — DUCA DI GONZALVO.
Il volto del Duca diventò pallidissimo come cera.
— Che vuol dire questo? dimandò egli con turbamento.
— Vuol dire, signor Duca, ch'io vengo a reclamare da lei l'adempimento delle sue promesse.
— Delle mie promesse?
— Si signor Duca, il prezzo che voi metteste alla mano di vostra figlia era enorme; io non poteva allora offrirvelo: presi due anni di tempo e non ho mancato alla mia parola. IO SONO MILIONARIO, signor Duca.
— Voi, voi, milionario!
— Per lo appunto, e vengo a chiedervi la mano di vostra figlia.
Il Duca non dubitò più che Daniele fosse demente.
— E dove l'avete il milione? dimandò con sarcasmo il padre di Emma.
— Su quasi tutte le banche di Europa, rispose il giovine. Se vi compiacerete di passare al mio studio, strada Toledo, Palazzo M... vi si darà minuta contezza de' miei beni.
— Al vostro studio!
— Eccovi il mio indirizzo, signor Duca.
Daniele cavò dal portafogli una cartellina e la consegnò nelle mani del nobile, il quale vi gittò distratto un'occhiata. Quella cartellina conteneva le seguenti parole:
_Il Conte di Sierra Blonda — Strada Toledo, Palazzo M._
Il Duca mise un grido altissimo; afferrò Daniele per ambo le braccia, il guardò con occhio di matto.
— Il Conte di Sierra Blonda! Il Conte di Sierra Blonda!! Dov'è costui? Dov'è l'infame? Che rapporto avete voi col Conte di Sierra Blonda? Chi siete voi? Come questo abborrito nome si trova in su questa cartella? Chi siete? parlate.
— Sono il suo erede.
— Erede!!... Egli è dunque morto!
— Morto!! ripetè Daniele.
Il Duca ricadde estenuato e affranto in sulla sedia.
— E dove, dov'è morto l'infame?
— A Manheim, in Germania.
— In Europa! così vicino!! mormorò il Duca... E voi, signore, chi siete voi che avete ereditato le ricchezze e i titoli di quel ribaldo?
— Io sono... SUO FIGLIO.
— Suo figlio! E la madre vostra... chi era ella?
— L'ignoro, signor Duca, conosco soltanto che mia madre era spagnuola.
— Spagnuola!... Ma il vostro cognome non è dei Rimini?
— Lo era, signor Duca, due anni fa; io sono Daniele Brighton, Conte di Sierra Blonda.
Il Duca sembrava un forsennato. Questa scoperta inaspettata gli avea posta la febbre nei polsi... Daniele forse era suo nipote, figlio della sventurata Juanita, figlio dell'abborrito Edmondo. Il nobile si era coperto la fronte con ambo le mani, e si era sepolto nei suoi pensieri, cercando di strigare il caos che si era formato nella sua mente. Daniele frattanto, dopo alcuni momenti di silenzio, ripigliava;
— Quali che sieno state le relazioni passate tra voi e mio padre, signor Duca, non potranno mai influire sul reciproco adempimento delle nostre promesse. Oggi io sono milionario e nobile, e ripeto vengo a dimandarvi la mano di vostra figlia.
Il Duca alzò il capo, e guardò Daniele in maniera come se non l'avesse compreso. Daniele ripetè:
— Non avete nessuna risposta a darmi, signor Duca?
— Voi mi chiedete la mano di mia figlia?
— Per lo appunto.
— Voi dunque ignorate che mia figlia è MARITATA?
Daniele si levò di botto, come, per lo scatto di una molla.
— Maritata!! Emma maritata!
Il Duca fu spaventato dalla feroce espressione degli occhi del giovine.
— Ella è maritata, vi ripeto.
Daniele mise un sordo gemito, indi fu assalito da una tosse violenta e terribile, che durò alcuni minuti, a capo de' quali disse al Duca con voce appena sensibile:
— Uomo senza onore vil creatura!.... Maritata!.... E chi è l'indegno ch'ella ha sposato?
— Ecco lo sposo di mia figlia, disse il Duca additando un uomo ch'era apparso sulla soglia del salotto.
— Maurizio Barkley! esclamò Daniele, e una fiamma di furore gli incendiò la faccia.
III.
LO SCHIAVO
Innanzi tutto spieghiamo in che modo era avvenuto il matrimonio tra Maurizio ed Emma.
Già motivammo le ragioni che a poco a poco persuasero la figlia del Duca a disamar Daniele. Un giorno ch'ella era in compagnia di Lucia costei le palesò la storia del giovin trovatello; le disse come Daniele era stato educato insieme con lei; le narrò fil per filo la storia dei loro innocenti e fanciulleschi amori, ond'ella concepì in appresso tanta passione; non le nascose il giuramento che Daniele avea profferito al letto di morte del suo secondo padre e benefattore; e soltanto non disse motto riguardo al sussidio mensuale ch'egli ricevea da misteriosa mano, avendole proibito Maurizio di palesar questo alla Duchessina. Maurizio era divenuto l'amico più intimo della giovinetta Lucia: quelle due anime nobili e gentili si erano ravvicinate nella simpatia della virtù. Lucia trovò, un fratello in Maurizio. Molte volte la fanciulla il pregò di rivelarle il nascimento di Daniele; ma egli, anche dopo la morte del Baronetto serbò il segreto su questo particolare, aspettando che gli avvenimenti avessero rischiarato un fatto, sul quale non volea gittare alcuna luce, però ch'ei temeva giustamente di perdere l'amicizia del Duca di Gonzalvo e di Emma, se avesse fatto conoscere le relazioni che eran passate tra lui ed il Baronetto Brighton.
Ritornato in Napoli, dopo il viaggio rapidissimo che avea fatto in diversi paesi di Europa per eseguire l'ultima volontà di Edmondo, Maurizio mantenne il più assoluto silenzio su gli avvenimenti ch'erano accaduti a Manheim. Riveduto con estremo piacere dal Duca di Gonzalvo e da Emma, la sua passione per la giovine Andalusa si accrebbe a tale, che gli fu impossibile di nasconderla più a lungo agli occhi della nobile giovinetta: Emma il comprese, ed il suo cuore indovinò ch'ella era da gran tempo amata. Il cuore di Emma era libero. Maurizio era il modello della virtù sulla terra: non passava giorno in cui quel generoso amico non le desse novello argomento di stima e di ammirazione, tanto che agli occhi di lei nessun uomo avrebbe mai potuto arrivare all'altezza cui si era messo l'Esquire Barkley. Egli non era nè ricco, nè nobile, ma la sua anima era una miniera inesauribile di ricchezze e di nobiltà. Tutti gli uomini sembravano ad Emma o troppo effeminati, o infinti, o pieni di basse e volgari passioni, o troppo invasi d'amor proprio e tronfi di sè stessi. Ella finì col disprezzare tutti gli adoratori che le facean cerchio, e non tenne in pregio che il solo Maurizio.
Dal momento che la figliuola del Duca si accorse di essere amata dall'inglese, ella non si abbandonò più verso di lui a quelle espressioni di amicizia a cui dianzi abbandonavasi. Maurizio si avvide di essersi tradito, di essere stato compreso, e da questo istante i suoi giorni non furono che una continua trepidazione. Nel cospetto di lei, egli allibiva, arrossava, confondevasi, tremava! Un giorno Lucia Fritzheim era in casa di Emma. Queste due tenerissime amiche si vedeano ben sovente, e la loro affettuosa intrinsechezza avea in qualche modo fatto sparire la distanza che la fortuna avea messa tra loro. In mentre che le due fanciulle stavano col cuor sulle labbra raccontandosi tutte quelle piccole avventure di famiglia che formano l'ordinario subbietto delle conversazioni donnesche, Maurizio si presentò... Il suo volto era scolorato, i suoi occhi erano bagnati di pianto.
— Io parto, diss'egli seccamente alle due fanciulle.
— Partite!! esclamaron queste con maraviglia e dolore.
— Sì, signorine, parto per l'Inghilterra.
— Un'altra volta? disse Emma, a cui tutto il sangue era sparito dalle sembianze ed era ito a piombarle sul cuore, cagionandole un palpito che le serrava il respiro.
— E quando ritornerete? dimandò Lucia.
— Non tornerò più, mormorò cupamente l'Africano, figgendo con disperata angoscia i due strali dei suoi occhi su quelli della fanciulla, che egli amava ormai con amore da scoppiarne.
Emma comprese tutto quel baleno, e, per una di quelle risoluzioni istantanee che sono il retaggio esclusivo dei cuori nobili e sensitivi, ella si alzò e disse:
— Avete dunque obbliato ch'io vi amo, signor Barkley!
A queste inaspettate parole, Maurizio restò in sulle prime stupefatto dalla gioia... Ma subitamente un tristo pensiero se gli affacciò nell'animo. Egli suppose che Emma avesse pronunziata quella frase per secondare, alla presenza di Lucia, la menzogna ch'egli avea detto a questa giovinetta per isbandir da lei ogni sentimento di gelosia.
Maurizio rimanea però confuso e mutolo. Emma il prese per la mano, il guardò negli occhi con una espressione da farlo impazzar d'amore, e gli disse con quella voce ch'ella sola possedea, voce ammaliatrice:
— Voi non partirete, non è vero, Maurizio? Voi non partirete, se mi amate.
Maurizio non rispose che cadendo alle ginocchia della giovinetta, ed esclamando con un accento di passione estrema:
— O Emma se tu fingi, uccidimi, e così almeno io rimarrò eternamente nella terra ove tu sei.
Due mesi dopo di questa scena, Maurizio Barkley era lo sposo di Emma di Gonzalvo. Il Duca e la Duchessa erano stati vinti e soggiogati dall'ascendente che il Barkley avea preso sul loro animo, e non avean saputo resistere alla volontà della diletta figliuola. Un tal matrimonio sorprese tutti; le più assurde voci corsero nel paese e ne' crocchi della nobiltà sulle ragioni che avevano indotto l'altero spagnuolo a dar sua figlia ad uno sconosciuto straniero; e tutti ammiravansi del come la superba moglie del Duca, così severa in sull'articolo di nobiltà, fosse condiscesa ad una unione che non offriva, da parte dello sposo, almeno una mezza dozzina di blasoni e di titoli. E noi stessi saremmo maravigliati d'un tal matrimonio e non sapremmo spiegarcelo, se non guardassimo ad altre considerazioni di gran lunga più alte, e non ne trovassimo la ragione in quelle arcane fila che ordisce la Provvidenza affinchè la virtù non vada priva di ricompensa.
MAURIZIO BARKLEY SPOSO DI EMMA DI GONZALVO ci sembra l'umana soluzione d'un problema provvidenziale.
Maurizio era dunque apparso in sul limitare dell'uscio del salotto di ricevimento. Se la rabbia, il dolore e la sorpresa di Daniele furon grandi, non minore fu lo stupore del Barkley nel ravvisare il figliuolo di Edmondo. Daniele rimase per qualche istante muto e fulminato da quell'impensato avvenimento. Egli guardava con occhi di tigre affamata lo sposo di Emma, ed un affanno il prese... Il respiro gli usciva a sbruffi concitati dalla bocca e dalle narici. Poco stante, ei si lanciava su Maurizio, il ghermiva per ambo le braccia, e, con voce strozzata da violentissima rabbia, diceagli.
— Maurizio Barkley, io so tu chi sei. Indarno ti ascondi sotto le tue vesti d'un'affettata probità, e covri l'infame tuo volto colla maschera dell'educazione: io ti conosco.
Appresso di questo, Daniele, tenendo sempre stretti nei suoi pugni di acciaio i due avambracci di Barkley, si voltava inverso il Duca, e gli dicea:
— Signor Duca, IL CIELO VI PUNISCE DEL VOSTRO ORGOGLIO e della mancanza alle vostre solenni promesse. Voi avete data vostra figlia in isposa al MIO SCHIAVO QUICKEYE!
— Che! Che cosa dite mai! esclamò con voce di folgore il nobile spagnuolo.
— Dico ripigliò Daniele, che questi è un Cafro mio schiavo comprato da mio padre in America tra un carico di schiavi provvenienti da Bahor. Il nome di Maurizio Barkley gli fu dato dallo stesso mio padre.
— È vero quanto costui dice? dimandò il Duca esterrefatto al genero.
— È vero, rispose Maurizio con pacatezza.
Il Duca fe' velo delle mani alla faccia e restò atterrato: non mai umiliazione maggiore quel superbo avea sofferto. D'improvviso i suoi occhi s'incendiano di fuoco, tutta la sua persona trema per compressione d'ira che sta per iscoppiar terribile.
— Sciagurato, ei grida, mi pagherai colla vita l'agguato al quale mi hai colto.
Ciò dicendo, si spingea matto di rabbia contro Maurizio, ma Daniele il rattenne, dicendo:
— Frenate la vostra collera, signor Duca, un tal matrimonio è nullo; io lo distruggo.
— Che! sarebbe possibile! esclamò di Gonzalvo.
— Gli schiavi non possono contrarre matrimonio senza il permesso dei loro padroni. Oltre a ciò essi non possono torre in moglie una donna libera.
— Cielo, ti ringrazio; mia figlia è salva almeno! tornò ad esclamar di Gonzalvo; indi, rivolto a Maurizio, gli disse con voce soffocata dalla rabbia:
— Vilissimo schiavo, la tua perfidia senza pari sarà punita: tu darai severo conto alle leggi della tua condotta verso di me... Esci, esci dalla mia presenza, e preparati al castigo dovuto alla tua infame dissimulazione.
— Costui mi appartiene, disse Daniele, egli è mio schiavo, mi seguirà; a me spetta il punirlo; andiamo. Ci rivedremo tra poco, signor Duca: ma fin da questo momento Emma è libera!
— Figlia! Figlia mia! sposa di uno schiavo!! O vergogna incancellabile! o macchia esecrata che avvelenerà il resto dei miei giorni! Signore, ripongo il mio decoro nelle vostre mani, disse poscia a Daniele, fate che al più presto un tal matrimonio sia dichiarato nullo, e disponete di me, della mia vita, delle mie sostanze, della figlia mia.
— Io so quello che debbo fare, rispose Daniele con ghigno feroce, e si appressava a menar seco Maurizio, quando costui, dato un forte e terribile crollo di braccia, fece barcollare e stramazzar Daniele; afferrò colle due mani che gli erano rimaste libere, il polso di Daniele e quelle del Duca, e con ferma voce e pacata disse:
— Fermatevi, e ascoltatemi entrambi! Tocca ora a me di parlare. Figlio di Juanita di Gonzalvo, io non sono tuo schiavo, nè sono più lo schiavo di alcuno. Prima di contrarre matrimonio, chiesi ed ottenni la libertà da Edmondo Brighton, tuo padre: ne conservo l'autentico attestato che all'uopo farò valere. Fratello di Juanita di Gonzalvo, non vergognarti di aver dato tua figlia in legittima sposa ad un uomo libero e da bene. Se il cielo mi fe' nascere schiavo, nessuna viltà contaminò mai la mia vita, nessuna colpa bruttò la mia coscienza; la mia fronte è pura e serena, i miei sonni son placidi. Nato nella più brutale condizione, seppi, colla sola virtù, infrangere i ceppi del servaggio ed innalzarmi su tutte quelle misere creature, miei compagni di sventura, ed umana mercanzia. Oggi io non sono che l'Esquire Maurizio Barkley, proprietario di _Raven-Spot_ in Inghilterra, e mi credo tanto superiore a voi altri quanto la farfalla su i vermi schifosi della terra. Se io non sono nobile per nascimento, non porto un nome disonorato: i miei figli andranno superbi del padre loro, e non dovranno arrossare per l'origine di certi titoli più ignominiosi del marchio di schiavitù di cui mi fate una colpa. Se io non sono ricco quanto voi, non ho guardato a vista un cadavere per nove mesi, nè mi sono sporco le mani con ignobili e vergognose transazioni. Se io non vi ho portato un milione, signor Duca, vi reco in vece la più sicura guarentigia della felicità di vostra figlia, la mia vita incontaminata e la purezza dei miei sentimenti. Se la vostra stolta superbia si offende e si addolora all'idea di aver data vostra figlia in isposa ad un uomo ch'è stato uno schiavo, il vostro amor paterno dee rallegrarsi al pensiero di non aver oggimai nulla a temere per la felicità di lei. Ricordatevi, signor Duca, che l'uomo a cui avete dato gli epiteti di _vilissimo_ e d'_infame_ è quello stesso che salvò la figlia vostra da sicura morte. E tu, Daniele, sappi che senza il coraggio e l'affetto dello schiavo Quickeye, tu non saresti ora milionario, perocchè tuo padre sarebbe morto prima nell'Isola di Cuba. E sappiate l'uno e l'altro che, se giammai un pericolo minaccerà i vostri giorni, immancabilmente mi troverete al vostro fianco. Oggi io sono libero, indipendente, forte e felice; se mi accettate per amico, lo sarò franco, sincero, devoto; se mi volete nemico, io vi disprezzo entrambi com'esseri deboli e inermi, incapaci di lottar meco. Pensateci, signor Duca; e tu, Daniele, pensa che io potrei schiacciarti con una sola parola: ascoltala e fremi.
Maurizio si accostò all'orecchio di Daniele e profferì questo solo motto: UPAS.
Daniele gittò un grido selvaggio; una tosse orribile il colse e gli lacerò il petto. Maurizio era sparito.
Dopo alcuni momenti, il nuovo Conte di Sierra Blonda era trasportato nel suo palazzo a Toledo in uno stato che agghiacciava il cuore dei suoi servi. Condotto privo di sensi al suo domicilio, dopo la crisi violenta e terribile che lo avea assalito in casa del Duca di Gonzalvo, e messo a letto incontanente, Daniele restò come persona morta per tutto il resto di quella giornata, e per metà della notte.
In sull'una, l'etico dischiuse gli occhi. Due uomini vegghiavano al capezzale del suo letto; Padre Ambrogio e Maurizio.
IV.
QUI AMAT DIVITIAS, FRUCTUM NON CAPIET EX EIS
Per maggior dilucidazione di questi avvenimenti, ricordiamo che il mattino della orrenda notte in cui fu commesso l'assassinio del Baronetto, allora che Daniele entrò nel costui studio, trovò che questi era occupato a suggellare una lettera per Maurizio Barkley. Ricordiamo le parole del Baronetto, il quale avea detto al suo ospite: _Questa mattina io sono veramente felice, imperciocchè con quella lettera che ho spedita nel vostro paese, a Napoli, mi sono sdebitato di un antico dovere di gratitudine_.
Quella lettera era la libertà di Maurizio, che questi avea dimandata, avendo già qualche lontana speranza di sposare la figliuola di Gonzalvo. Ricordiamo eziandio che nella lettera che Maurizio avea scritta al Baronetto per rivelargli l'entità di Daniele, e che quegli avea ricevuta qualche ora innanzi di morire, erano queste parole: _Vi rinnovo la preghiera che vi diedi coll'ultima mia lettera: vi dirò le ragioni della mia richiesta_. Si comprende oramai qual era la _preghiera_, di Maurizio e quali le _ragioni_ di essa.
I medici chiamati ad assistere Daniele, dichiararono offrire il suo male pochissima speranza di salvezza. Padre Ambrogio e Maurizio non si erano, neppure per un momento, allontanati dal letto dell'infermo, il quale sembrava compreso di stupefazione: poco o nulla intendeva. A quando a quando figgeva lo sguardo in sul volto del sacerdote e di Maurizio, e nulla dicea; pur nondimeno parea tocco di riconoscenza per le cure di cui gli eran prodighi quei due uomini. Un giorno era scorso dal momento che Daniele fu tratto semivivo al suo domicilio, quando stretta la mano di Padre Ambrogio gli disse:
— Padre, imploro da voi una grazia.
Eran queste le prime parole che Daniele avea pronunziate dopo la crisi violenta da cui fu assalito.
— Lodato Iddio! esclamò il sacerdote, egli ne riconosce! Parla, figliuol mio; noi qui siamo a servirti a tutto quello che può contribuire alla tua guarigione.
— La mia guarigione!
Daniele sorrise amaramente. Egli era rassegnato.
— Padre, ripigliò con voce debolissima, io più non mi lusingo sul mio stato; sento che la vita mi sfugge: la giustizia di Dio mi ha raggiunto!... Possa la mia morte espiare il mio delitto!
— Il tuo delitto!
— Sì, Padre, tutto vi rivelerò tra poco, se Dio assisterà la mia ragione e mi farà la grazia di farmi confessare i falli della mia vita. Ma, prima di tutto, intendo mantenere il giuramento da me fatto al letto di morte del mio benefattore.
— Che! esclamò Padre Ambrogio colle lagrime agli occhi; sarebbe possibile! Dio di bontà, compi l'opera tua.
— Sì, Padre; la grazia, che io imploro da voi si è quella di far sì ch'io sposi fra ventiquattr'ore Lucia Fritzheim.