Part 18
Era convenuto che ogni azione di Daniele, relativa alle condizioni del testamento, doveva esser fatta alla presenza del cameriere inglese e di due altri testimonii, i quali firmavano ogni sera il verbale della giornata. E questo, per attestare, alla fine dei nove mesi l'adempimento degli obblighi imposti all'erede. Daniele tornò in se ebbe rossore di sè medesimo, pensò ad Emma e al Duca di Gonzalvo, riprese coraggio, si alzò e si dispose a porgere il tè al Baronetto.
«Ogni sera, dopo l'ora del tè, il signor Daniele de' Rimini suonerà, alla presenza del mio cadavere, un pezzo a piano-forte e canterà un'aria di sua scelta.»
E quest'ora terribile era giunta! E non solamente il cadavere del Baronetto ma tre altre persone doveano ascoltare quella musica e quel canto, i tre testimoni! Daniele, coll'occhio delirante, col vòlto pallidissimo, coll'anima lacerata a brani dal rimorso, si sedè al piano-forte. Il cadavere del padre gli era di rimpetto. Daniele fece sforzo incredibile nel porre le mani sulla tastiera: egli non si ricordava niente più, avea smarrito le regole dell'armonia, del contrappunto, non riconosceva più i tasti!! Ma di botto, la sua faccia s'irradiò, i suoi occhi scintillarono, la sua testa tremò... Una melodia dolcissima.... celeste.. straziante esalò da quella tastiera. Gli occhi de' tre testimoni si empirono di lagrime!... Era il _Requiem_ di Mozart quello che Daniele avea sonato!
Sopraggiunta la notte, Daniele ordinò che il suo letto fosse trasportato nella stanza contigua alla camera verde. Nonostante il ribrezzo che gl'ispirava la prossimità del cadavere, egli non volea per tanto discostarsene in nessuna ora del giorno e della notte, imperocchè temeva che qualcheduno di quelli che aspiravano all'eredità del Baronetto avesse involato o fatto sparire il prezioso deposito, della cui custodia e conservazione esso Daniele era incaricato. La camera verde avea due usci, per l'un dei quali si andava allo studio del Baronetto e ad altre stanze, e per l'altro si riusciva sulla villetta. Di entrambi questi usci, ben chiusi, Daniele conservò le chiavi. Egli non volle far rimanere altro lume nella camera verde, durante la notte, che quella stessa lampada d'oro che soleva rischiarare la stanza da letto di Edmondo. Daniele accese dunque a fianco del Baronetto il lume; serrò con molta cura le finestre e le porte; dette un'occhiata al cadavere, e rimase a mezzo la camera, colpito da un pensiero che gli andò a toccare le più recondite fibre del cuore. Daniele era solo al cospetto di suo padre!
L'anima di costui il vedeva e l'udiva... Daniele pensò gittarsi a piede del cadavere di suo padre, sciogliersi in amare lagrime di pentimento, chiedergli perdono di avergli data la morte, non conoscendo esser lui suo padre; implorarne la benedizione. Un quarto d'ora all'incirca restò il giovine battagliando con sè medesimo; ma ogni volta che lo sguardo si portava sulla vittima, parea che questi il respingesse. Daniele non ebbe la forza di mandare ad effetto il suo proponimento, e poco stante, gittando un altro sguardo di angoscia sul cadavere, come se avesse voluto dargli la buona notte, si ritirò nella stanza contigua, dove avea fatto preparare il suo letto. Daniele, com'è a supporsi, non potè chiudere gli occhi per tutta la notte. Sebbene l'uscio che il separava dalla camera verde fosse chiuso a chiave, ad ogni momento sembrava allo sciagurato giovine che quella porta si aprisse, e che il Baronetto redivivo gli comparisse dinanzi per opprimerlo dei più strazianti rimproveri. Qualche volta Daniele, cascando a sonno per stanchezza, si destava poco di poi a soprassalto, col petto affannoso, colla faccia livida e cogli occhi smarriti; spalancava gli occhi, si poneva a sedere in letto, e volgeva lo sguardo atterrito intorno a se. Egli avea sognato che suo padre stesse seduto alla sponda del letto.
Altre volte il misero, non si tosto, dopo lunghe ore di agitazione, giungeva a prender sonno, sentiva nell'orecchio la voce del padre, e gittava uno strido altissimo, e si svegliava per non più raddormentarsi. Una notte, mentr'ei vegliava, secondo il consueto, e tenea rivolto lo sguardo sull'uscio della camera verde, vide di repente sparir la luce che rischiarava quella stanza!...
La lampada era spenta!
Daniele solea farla provvedere di tant'olio da poter durare la luce per molte notti. Come dunque si era spenta quella lampada? Lo sciagurato giovine fu preso da strani timori; volle alzarsi per trarre nella stanza del cadavere, ma non bastogli a tanto il coraggio; e stava con un violento battito di cuore. Mentre così rimanea perplesso ed insonne, Daniele porse attento l'udito... Un lamento fioco, indistinto, un pianto soffocato partiva dalla camera verde!! Fu così terribile l'illusione, che Daniele, balzato di letto, corse precipitosamente a destare i servi, e narrò loro lo strano fenomeno che avea colpito le sue orecchie. Si entrò con lumi accesi nella camera verde; si ricercò della cagione del lamento... Nulla si era mosso in quella stanza... Il Baronetto era sempre al suo posto, ironico e beffardo simulacro di vita!
Così Daniele avea passato circa una ventina di notti. Egli non era più riconoscibile: profonde occhiaie gli si erano scavate in sul volto! La sanità del suo corpo era perduta, la sua ragione era vicina a perdersi. Eppure, egli attingeva forza, energia e coraggio pensando all'avvenire, pensando alla sospirata fine di quei nove mesi, che dovevano partorire la FELICITÀ. LA FELICITÀ! Ecco L'OMBRA dell'uomo in sulla terra; essa è sempre indietro o innanzi a lui! La felicità non è che in Dio. La virtù soltanto avvicina l'uomo a Dio, e la morte sola fa sparire la distanza che li separa.
Fra gli altri fantasmi che confondeano la ragione e abbattevano la salute di Daniele, ogni giorno, nel primo entrare ch'ei faceva nella camera verde, pareagli che il Baronetto non si trovasse in quella medesima posizione in cui era la sera precedente. I camerieri si burlavano di queste allucinazioni di Daniele e si ingegnavano di richiamarlo alla ragione; ma tutto indarno, perocchè quelle allucinazioni erano figlie della rea coscienza. Ammirabil disegno. Il cadavere del Baronetto ch'era stata la serpe morale la quale avea roso le notti di Edmondo, era parimente il verme che rodeva le notti di Daniele. Per colpire le coscienze colpevoli, Dio si vale ben sovente delle loro stesse immaginazioni. In qualche notte, Daniele distraeva le sue veglie rimandando il pensiero a' tempi della sua fanciullezza. Allora egli pensava con orgoglio all'alta sua nascita, pensava con tenerezza alla madre sua di cui l'immagine se gli piangea ben viva alla mente; e cercava di adunare e collegare tutte le più lontane e sparse reminiscenze per trarne qualche illazione o spiega. Talvolta egli pensava con lacerante rammarico a' giorni tranquilli e felici della sua adolescenza passata sotto il tetto di Giacomo Fritzheim; ricordava l'amor tenerissimo della virtuosa Lucia; rimembrava le notti di placidissimo riposo che il ristoravano.. E un orrendo paragone il facea disperare!
Il riposo della virtù sotto l'umil tetto del povero: l'insonnia del delitto sotto le dorate volte del ricco palagio!
Erano scorse alquante settimane dal dì della morte del Baronetto. Una sera, dopo l'ora del tè, e dopo aver suonato il pezzo di musica e cantata un'aria, che per lo più era una melodia tristissima o una preghiera, Daniele era rimasto seduto al suo posto, vicino al piano-forte, abbattuto dagli sforzi di coraggio che tuttodì faceva, non meno che dalle veglie, da' rimorsi e dalle sofferenze morali. Egli era solo: i testimoni si erano ritirati. Il globo d'alabastro schiarava la camera e l'immobil fisonomia del Baronetto. Daniele, collo sguardo fisso sul cadavere di suo padre, era sepolto nella tristezza più desolante. Gli occhi del cadavere il faceano fremere, ma pure un fascino terribile, una forza inesplicabile costringevanlo a guardar sempre la faccia del padre. L'oscillante e vaporosa luce del globo d'alabastro disegnava stranamente gli angoli del volto del morto, e dava alla sua fisonomia qualche cosa di mobile e di vivo: quelle labbra pareano sogghignare, pareano socchiudersi per parlare. Daniele era agghiacciato di spavento, eppure non avea la forza di abbandonar quella camera. Di botto, la sedia a letto, su cui era adagiato il cadavere, si mosse, come se questo avesse fatto uno sforzo per levarsi.
Orribile a dirsi!! Il braccio destro del cadavere si alzò! Daniele mise un grido fortissimo e chiuse gli occhi. — L'UPAS!! L'UPAS!! CHE FACESTI DELL'UPAS?
Daniele gittava gridi orribili!... I servi accorsero... e trovarono il giovine mortalmente svenuto.
VI.
L'AMICO
Un uomo avea mosso il braccio del cadavere e profferito quelle parole. Egli era Maurizio Barkley!
Diamo la spiegazione di questa che all'apparenza può sembrare stranezza di Maurizio.
Nove giorni dopo la morte del Baronetto, Maurizio leggeva nelle _Notizie diverse_ di un giornale francese:
«Ci viene scritto da Baden che nella città di Manheim è morto alcuni giorni fa il proprietario della bella tenuta di _Schoene Aussicht_. Egli è stato trovato estinto nel proprio letto, dopo aver passata la sera precedente a banchettare cogli amici. Egli ha lasciata una fortuna stragrande ad un giovine italiano, a patto che questi custodisca il cadavere di lui per nove mesi, nella stessa abitazione di _Schoene Aussicht_. La strambezza e la originalità di un tal testamento formano il subbietto di tutte le conversazioni».
Confessiamo di non trovare espressioni bastevoli a dipingere la sorpresa e il dolore del buon Maurizio a tal nuova inaspettata! Allorchè egli attendeva con ansia una risposta all'ultima lettera scritta al Baronetto, gli giunge, per via indiretta, la notizia della costui misteriosa morte! Non sappiamo dire quante volte Maurizio rilesse le parole del giornale francese, quasi non credendo agli occhi propri. Maurizio amava il Baronetto, l'amava con tanta appassionata venerazione, che avrebbe mille volte sacrificata la propria vita per lui. I trascorsi della vita di Edmondo, le costui follie, i pericoli incessanti a' quali si esponeva, erano cagioni di gravi cordogli all'animo del nobile schiavo, il quale, con tutto quel poco d'influenza che avea sul cuore del Baronetto, ingegnavasi di rimenarlo ad un tenor di vita meno esposto a pericoli ed a rimorsi. Edmondo ricambiò l'affetto dello schiavo con altrettanto attaccamento, e, poscia che questi l'ebbe cansato da morte imminente, Edmondo ringraziò il cielo di avergli conceduto un vero amico, e come tale sel tenne appresso a sè in prosieguo di tempo, affidandogli, siccome altrove dicemmo, gl'incarichi più difficili e dilicati.
Maurizio, prima di concepire l'ardente passione per Emma di Gonzalvo, non sentiva altro amore che pel Baronetto. E anche la sua passione per Emma non attenuò per niente o indebolì il suo amore per Edmondo. Era questo amore radicato nell'animo integro dell'Africano, così che se gli era renduto un elemento di vita. Maurizio amava il Baronetto siccome amava l'aria e la luce, con quell'amore cioè che più non si avverte, sendosi fatto abituale e intrinseco all'esistenza, con quell'amore placido, uguale, costante, inalterabile. Il Baronetto era per lui più che un padrone, più che un amico, più che un padre; era un nume! Maurizio era felice nell'amare Edmondo e dimostrarglielo con un attaccamento e con una fedeltà a tutta prova, siccome era felice nell'amare la figliuola del Duca di Gonzalvo e nasconderglielo. Alla notizia della morte del Baronetto, Maurizio non avea pianto, non avea messo gemiti e grida, siccome suol disfogarsi un acerbissimo dolore: il suo primo movimento fu porre la mano sopra uno stiletto inglese che portava sempre addosso. Ma nel puntare il pugnale contro il proprio petto, due pensieri il rattennero: la notizia poteva esser non vera o almeno esagerata; se vera, un delitto era stato commesso e a lui spettava il vendicarlo.
L'Africano possedeva uno sguardo morale, acuto e penetrante al pari del suo sguardo fisico. Ratto come il baleno, il suo pensiero corse a Daniele, e indovinò in questi l'autore della improvvisa e arcana morte del Baronetto. Maurizio sapea quali tristi passioni albergassero nel cuor del giovine pianista, e come l'avidità dell'oro spegnesse in lui ogni altro buon sentimento; sapea che questi avea promesso di ritornar milionario dopo due anni per impalmare Emma di Gonzalvo; e fin dal momento che il Baronetto gli scrisse di aver conchiuso col pianista quella specie di funesto contratto di morte, Maurizio temè gli agguati di Daniele, tanto che si affrettò di scrivere a Edmondo la lettera che questi ricevè poche ore prima di miseramente morire. Ricordiamo il seguente passo di questa lettera:
«Questo importante segreto è ora nelle vostre mani, signor Baronetto: a voi lo rivelo, e non a lui; fate quello che credete, non ispetta a me darvi consigli. Soltanto non posso celarvi che fareste bene a discoprirvi al figliuol vostro e dare sfogo al vostro amor paterno: _non posso dirvi il perchè opino così_.»
Maurizio _opinava così_ perchè suspicava quello che appunto era avvenuto! Nello stesso giorno in cui Maurizio aveva letto la notizia della morte del Baronetto nei pubblici fogli, giunsegli una lettera dell'amministratore Americano che gli dava i tristi ragguagli di questa morte non meno che delle disposizioni testamentarie del defunto, della sua imbalsamazione, del cominciato adempimento delle condizioni di eredità; e soggiungeva in un _postscriptum_:
«Il _Custode della morte_ sembrava essere stato vivamente colpito dalla improvvisa catastrofe del Conte: il suo cervello sembra averne patito.»
Ciò bastava per confermare i sospetti di Maurizio. Il rimorso era che sconcertava la ragione di Daniele. Maurizio rimase lunga pezza immerso nel più profondo dolore, ma ora egli aveva un dovere a compiere: volare a _Schoene Aussicht_, obbedire all'ultima volontà del Baronetto, trovar le orme del delitto, e vendicarlo. Lungamente egli pensò al come il perfido giovine avea potuto dar morte al Conte: pose a tortura il cervello per indovinare il modo che il Daniele avea tenuto per ischiudere impunemente una tomba: passò in rivista tutt'i veleni più segreti, e da ultimo il pensiero dell'Upas gli sfolgorò alla mente come luce improvvisa. Maurizio conosceva che il Baronetto conservava le foglie dell'Upas, però ch'egli stesso era stato testimone della morte de' due schiavi nell'isola di Giava, i quali avean perduta la vita nel togliere dall'albero omicida le fronde che dovean servire ad arricchire il piccolo museo di curiosità del milionario. All'infuora di questo, Edmondo avea letto le sue _Memorie_ al suo amico Barkley, nelle quali eran notate le velenose qualità della pianta _Bohon-Upas_. Daniele dunque si era servito dell'Upas per uccidere Edmondo.
Maurizio era stupefatto di sorpresa, di dolore. In che modo Daniele avea potuto impossessarsi del veleno? Ecco il mistero che restava a schiarire. Il più importante a farsi era di volare a Manheim. Nessun obbligo il trattenea più a Napoli: era finita la sua missione presso il Duca di Gonzalvo... Maurizio si affrettò a recarsi colà dove il chiamava un tristo dovere. Egli dette in fretta un addio al Duca, ad Emma, che si mostraron addolorati pel suo allontanamento da Napoli: promise di ritornar presto; nulla rivelò della cagione della sua repentina partenza, e soltanto disse che dovea trasferirsi in Inghilterra per mettersi in possesso di una eredità.
Dopo dieci giorni Maurizio era a _Schoene Aussicht_: Egli arrivò al casino nelle ore vespertine: aveva il suo proponimento: non si fece vedere che al solo amministratore Americano, cui pregò di tener nascosto il suo arrivo a tutti, e particolarmente al giovine de' Rimini. Con ogni possibile cautela Maurizio entrò nello studio del Baronetto, e si diede a ricercare lo scritto in cui questi avea gittate le memorie della sua vita. La prima cosa che andò a trovare in quelle memorie si fu il viaggio di Edmondo nella Meganesia; il suo soggiorno nell'isola di Giava. La pagina che conteneva i ragguagli sull'albero _Bohon-Upas_ era disparsa!
Non cadeva più dubbio! Maurizio pensò di fare in qualche modo confessare tacitamente il delitto allo stesso delinquente.
«Se Daniele è innocente, pensava l'amico di Edmondo, la parola Upas non debbe cagionargli alcuna commozione; al contrario, se egli è colpevole, siccome tutto il rivela, questa parola debbe di necessità produrre in lui sbigottimento e terrore.»
Pensato a questo, Maurizio aspettò il momento, in cui il giovine si fosse trovato al cospetto del cadavere della sua vittima. Terminato il pezzo di musica e l'aria cantata da Daniele, e allora che i servi testimoni si furono ritirati, Maurizio era destramente entrato nella camera verde, per mezzo dell'uscio della villetta. Favorito dalle ombre della sera e dalla preoccupazione del giovine, egli si era con ogni precauzione celato dietro la sedia a letto ove giaceva il cadavere. È da notarsi che la spalliera di questa sedia era situata quasi di contro all'uscio che metteva nella villetta, così ch'era difficile di scorgere il personaggio ch'era entrato, e che rimaneva a tal modo nascosto agli occhi del giovine. Alle grida di profondissimo terrore che Daniele avea messe, Maurizio si accertò della realtà del delitto, e la sua bell'anima ne fu lacerata.
Dicemmo che Daniele fu trovato da' servi mortalmente svenuto. Egli fu trasportato privo di sentimento sul suo letto, dove gli vennero usate le cure che il suo stato richiedeva. Maurizio rimase solo col cadavere del Baronetto. Non mai di afflizione più profonda si vide cosparso il sembiante dell'Africano. Egli rimase gran tempo a contemplare quel cadavere, che gli disbranava il cuore: si gittò poscia a' piedi di lui, e su quelle fredde mani fe' cadere un diluvio di baci e di lagrime.
Virtù rara e sublime! Maurizio poteva con una sola parola vendicare il Baronetto, annientare il frutto del delitto di Daniele, consegnandolo all'autorità sotto il peso di sospetti ben fondati; e poteva egli solo, Maurizio, mettersi in possesso dell'intera eredità di Edmondo: dappoichè era detto nel testamento che, qualora dal giovine de' Rimini si fosse mancato agli obblighi impostigli, l'eredità ricadeva tutta su Maurizio Barkley, ritenendosi per tanto tutte le altre disposizioni a favore delle persone nominate nel testamento. Aggiungi che Maurizio, distruggendo l'avvenire di Daniele, distruggeva in lui un potente rivale in amore. Ma il Cafro pensava che denunziando il giovine alla giustizia, egli denunziava il figlio del suo amico il Baronetto! D'altra parte, non avendo pruove evidentissime del misfatto, ma soltanto semplici induzioni e sospetti, la giustizia avrebbe tenuta così fatta denunzia come figlia della brama di mettersi in possesso della eredità del milionario, privandone, sotto il peso di un'accusa capitale, il giovine pianista. Maurizio fermò adunque di non palesare ad anima viva i sospetti, che per lui erano lampante certezza, e di abbandonare il parricida alle mani di Dio. Maurizio si affrettò di eseguire la volontà del Baronetto e gli ordini, di cui questi lo aveva incaricato.
In quella sera stessa egli andò dal notaio di Edmondo per aggiustare tutte le faccende riguardanti le disposizioni testamentarie. Prima di ogni altra cosa, Maurizio volea provvedere al più presto al sostentamento dei figli del suo amico, distribuendo il capitale lasciato loro in retaggio. Tranne Daniele e Eduardo, gli altri tre figli di Edmondo, eran poveri, e fino a quel momento eran vivuti coi mensili assegnamenti che il padre facea lor capitare.
Era d'uopo congedare gli agenti posti agli ordini di esso Maurizio: essendo ormai inutile l'opera di costoro. Barkley doveva a volo recarsi a Parigi, a Glascovia, a Pisa e a Cadice, volendo per l'ultima volta rivedere i figli del suo amico, rivelare ad essi il segreto che per tanti anni avea lor tenuto nascosto, e consegnare a ciascuno la parte del retaggio paterno che gli spettava. Maurizio avrebbe offerto a ciascuno di loro i suoi servigi, e gli avrebbe pregati di far capitale di lui in ogni rincontro e circostanza della loro vita, essendo egli stato il più fedel servo e affettuoso amico del padre loro. Oltre a ciò, Maurizio dovea fare una corsa in Inghilterra per prender possesso del feudo lasciatogli dal Baronetto a Yorkshire, e denominato, siccome accennammo, _The Raven-Spot_.
Prima di allontanarsi per sempre da _Schoene Aussicht_, Maurizio avrebbe voluto dilucidare un dubbio che il tormentava. Aveva il Baronetto ricevuto, pria di morire, la lettera nella quale se gli facea la rivelazione di essere Daniele dei Rimini suo figlio? a malgrado di tutte le sue dimande e indagini, Maurizio non avea potuto dileguare il suo dubbio e venire in chiaro di un fatto che avrebbe forse potuto allontanare da Edmondo il crudel destino che lo avea colpito. Pel dì vegnente, a prim'ora del giorno, Maurizio avea stabilito di abbandonar per sempre Manheim e _Schoene Aussicht_, luoghi che ad ogni passo gli ricordavano il disgraziato suo amico. Ed in fatti, in sull'alba, egli trasse nella camera verde per lo stesso uscio della villetta, per lo quale era entrato il giorno innanzi. Daniele abbattuto da febbre e da delirio nella notte, non avea pensato, come al solito di chiudere le porte di quella camera e conservarsene le chiavi. Maurizio volle rivedere per l'ultima volta il suo amico, il Baronetto e dargli un eterno addio. Entrato però nella camera verde, il Cafro baciò rispettosamente la mano del cadavere, e stette a guardarlo con muta espressione di profondissimo dolore. Mentre così egli stavasi, l'uscio della stanza contigua si dischiuse, e Daniele si affacciò sulla soglia, pallido, emaciato, tremante per acuta febbre, e coverto appena da una veste da camera. Egli avea sentito rumore nella stanza ove era il cadavere, ed alla febbricitante fantasia corse il pensiero che alcuno involasse il deposito che dovea fruttargli l'eredità; era però balzato dal letto, si era gittato addosso quella veste, e veniva ad impedire che gli fosse rubato il cadavere. Daniele rimase stupito veggendo Maurizio Barkley.
— Voi qui, signore! ebbe appena la forza di balbettare.
— Son venuto a trovarvi, signor Daniele, perchè ho qualche cosa per voi, disse freddamente Maurizio mettendo la mano in tasca e consegnandogli una cambiale.
«Eccovi la parte di eredità che vi spetta, signor _Daniele Fritzheim_; vostro padre m'incarica di darvi queste duemila e quattrocento piastre, quinta parte delle dodicimila che debbo distribuire tra voi e gli altri quattro fratelli vostri... Via su, non arrossite, signor Fritzheim, e aggiungete questa piccola somma a due milioni che toccheranno al _Custode della morte_, Daniele dei Rimini, al quale direte da parte mia che adempia esattamente agli obblighi impostigli, perchè Emma, sua cugina, lo aspetta».
Maurizio uscì da quella stanza presto come un baleno, senza dare il tempo al giovine di rispondere una sola parola. Daniele rimase appo la soglia... Un'altra parola avea colpito le sue orecchie, un'altra parola che contribuiva maggiormente a porre lo scompiglio e la morte in quella povera ragione.
Emma era sua cugina.
Parte Sesta
I.
JUANITA
Ci corre debito verso i nostri lettori di rischiararli rapidamente sovra alcuni punti tuttavia scuri della nostra narrazione, ed in ispecialità su la miserevol fine della madre di Daniele, Juanita de Gonzalvo.