Il mio cadavere

Part 17

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Era una fortuna prodigiosa! DUE MILIONI E QUATTROCENTOMILA PIASTRE DI SPAGNA, vale a dire, la rendita annuale di CENTOVENTIMILA COLONNATI, alla modesta ragione del cinque per cento. Questa fortuna era calcolata senza gl'innumerevoli crediti che il Baronetto vantava su molti cospicui banchieri di Londra, di Parigi, di Madrid, di Calcutta e di altri paesi. Non possiamo dipingere la sorpresa che colpì tutti gli astanti allora che il notaio lesse il seguente articolo:

«Di tutt'i suddetti miei beni mobili ed immobili coi titoli annessi, in mancanza di eredi legittimi, lascio mio erede universale il giovine Daniele de' Rimini, di Napoli, esercente la professione di pianista».

Tutti gli sguardi si volsero immediatamente verso Daniele, dagli occhi del quale lampeggiava una gioia superba e feroce. Un lungo mormorio interruppe la lettura. Ciascuno dimandava al suo vicino chi era quel giovine, donde era venuto, e quali relazioni eran passate tra lui e il Baronetto, per far decider questo a nominarlo erede universale di tutte le proprie ricchezze. In moltissimi surse il pensiero che il giovine italiano fosse figliuolo naturale del defunto, e che questi avesse voluto, morendo, fare ammenda del passato. Ma e perchè non legittimarlo? Il vasto campo delle congetture si diradò ed il silenzio più profondo si ristabilì, quando il notaio seguitò la lettura del testamento.

La maraviglia degli astanti si accresceva ad ogni parola di quel testamento straordinario. Con somma attenzione si prestava ascolto alle condizioni che il Baronetto metteva al possesso della sua eredità.

Un grido di sorpresa e di orrore, seguito da un subuglio indicibile, si udì alle parole;

«Il signor Daniele de' Rimini, mio erede ed esecutore testamentario, dovrà essere il custode del mio cadavere durante nove mesi a contare dal giorno della mia morte.»

Non era più possibile di proseguire la lettura, sì grande era la confusione ed il vocio che si sparsero tra i diversi crocchi. Tutti gli occhi eran volti a Daniele, il quale poco pensiere parea prendersi di quanto si diceva intorno a lui. Ogni articolo di quelle strane e terribili condizioni facea raccapricciare gli astanti. L'articolo undecimo delle condizioni prevedeva il caso in cui da Daniele si fosse mancato ad uno degli obblighi impostigli, e il dichiarava, ciò accadendo, scaduto dal diritto di eredità.

Il testamento conteneva nel seguito altre disposizioni, di cui citeremo le seguenti come le più importanti:

«Articolo 12º Lascio al mio schiavo Maurizio Barkley, in segno di riconoscenza, di amicizia e di affetto, la rendita annuale di Duemila piastre, ed il mio feudo a Yorkshire in Inghilterra denominato _The Raven Spot_ (il sito del corvo).»

Daniele fece un salto sovra se stesso: il nome di Maurizio Barkley avea colpito le sue orecchie.. Maurizio Barkley era lo schiavo del Baronetto.

Una luce terribile strisciò sul cervello del giovine: il notaio proseguì:

«Art. 21. Lascio un capitale di Dodicimila piastre da distribuirsi ai seguenti cinque individui,

Federico Lennois, di Parigi.

Eduardo Horms, di Glascovia.

Daniele Fritzheim, di Napoli.

Luigia Aldinelli, di Pisa.

Estrella Encinar, di Cadice.

«Affido a Maurizio Barkley l'esecuzione di questa mia disposizione, conoscendo egli una per una le cennate cinque persone e le loro rispettive dimore.»

Questa volta un grido si fece udire nella stanza, ma un solo l'avea gittato! Daniele! Egli era fuori di sè! i capelli gli si eran sollevati sul capo; le labbra gli tremavano convulse; gli occhi schizzavangli fuori come per furiosa demenza. Il segreto cercato da tanti anni era scoperto! L'ignota mano che il beneficava era trovata!

L'orribil luce che avea per un tratto schiarata la mente dello sciagurato giovine gl'incendiava in pari tempo la testa e il cuore. Un'idea, una parola si avvoltolava nel capo di quel misero, una idea, una parola che il rendean matto: PARRICIDA!

Egli tremava di questo orrendo fatto. Intanto il grido ch'egli avea messo avea richiamato intorno a lui l'attenzione universale. Nessuno potea spiegarsi lo stato di agitazione, di turbamento, di estrema sofferenza in cui vedean Daniele; epperò mille supposizioni si formavano, mille pensieri e mille congetture; ma in nessuno entrò minimamente il sospetto che Daniele si fosse l'assassino del milionario, non offrendo il cadavere alcun segno di morte procurata da esterna violenza, ed avendo i medici rigettata come assurda ed improbabile l'idea di un avvelenamento. Altre disposizioni conteneva il testamento, di piccoli legati a favore de' suoi domestici. Il Baronetto raccomandava al suo erede ed esecutore testamentario di ritenere per amministratore la stessa persona, di cui egli si era servito, e la quale era un americano di comprovata probità. Da ultimo, il testamento conteneva le disposizioni che avrebbero dovuto aver luogo nel caso previsto di una mancanza di Daniele a' suoi obblighi. I suggelli furono apposti alle carte del Baronetto; un minuto _inventario_ fu formato di tutte le suppellettili di _Schoene Aussicht_. Daniele non doveva essere posto in possesso di tutto, che dopo compiti i nove mesi. L'Autorità procedè a quei provvedimenti che sono richiesti per garentire l'esatto adempimento della volontà del testatore.

Il dottor Weiss, incaricato della imbalsamazione, si apprestò a far paghi i desiderii del suo defunto amico, il quale gli avea con tutto il calore dell'amicizia raccomandato di assicurarsi bene della realtà della sua morte. Il dottor Weiss volle rimaner solo col cadavere del Baronetto. Egli cominciò da prima ad esplorare se fosse incominciata la latente insensibil putrefazione delle parti mobili del corpo, primo segno che caratterizza la morte. L'organismo di Edmondo era intatto, epperò non era impossibile che un resto di vitalità si nascondesse in uno de' precipui organi destinati a conservar la vita. Con ogni minutezza ei procedè in tal dilicata disamina. Egli è certo che, quando un principio di vitalità rimane concentrato nelle più intime parti dell'organizzazione, non può sfuggire allo sguardo profondo e indagatore dell'uomo dell'arte; imperocchè in questo caso la fisonomia del creduto estinto offre indizii e caratteri che sono ben diversi da quelli che si scorgono su i volti dei veri morti.

Il dottor Weiss notò l'incipiente sfiguramento de' lineamenti del volto del Baronetto; l'espressione morale della fisonomia sparisce sotto il marchio della morte. Tutte le fisonomie de' cadaveri hanno una sola espressione, la serenità. Nel volto de' morti apparenti i vasi capillari ed il sistema linfatico hanno un movimento benchè esilissimo, e le cellulari un certo turgore, che mantiene alla persona il suo aspetto abituale. Ne' cadaveri un color plumbeo si spande sulle forme del volto: la pallidezza è tetra e si avvicina al giallognolo. Il dottor Weiss pose il termometro al contatto delle parti vitali del corpo del Baronetto! un freddo glaciale abbassò leggermente il mercurio. Un altro segno caratteristico della morte vera, secondo Nysten, è la inflessibile rigidezza dei muscoli. E i muscoli del Baronetto eran duri come legno.

Il dottor Weiss osservò che gli occhi di Edmondo, comunque trovati aperti in tutta la loro ampiezza, eran privi di ogni moto, ed incominciavano a diventare a poco a poco affossati, nebbiosi e flaccidi. Era quasi impossibile di abbassare la palpebra superiore. Il medico alzò la mano del Baronetto, nè riunì le dita, e passò un lume dietro ad esse; nessuna trasparenza vi si notò, come vi si osserva ne' vivi.

Le palme delle mani e le piante dei piedi avean preso un color giallo carico. Gli sfinteri eran rimasti aperti e dilatati senza veruna elasticità. Il dottor Weiss non lasciò alcun tentativo per accertarsi della morte effettiva del Baronetto; egli operò eziandio parecchie forti fregagioni sulla cute dell'estinto, ma questa non si arrossì affatto, nè si riscaldò. Finalmente, per esaurire tutt'i mezzi di cui l'arte si vale per iscoprire la vitalità ne' morti apparenti, il medico tedesco fece uso del più sicuro di tutti, quello cioè dello stimolo elettrico[6].

La più compiuta certezza era ormai nell'anima del dottor Weiss sulla morte del Baronetto, dal cui corpo cominciava ad esalare quel nauseante odore, specifico dei cadaveri, e che annunzia l'incipiente decomposizione. Il dottor Weiss, comechè pienamente sicuro della morte del Baronetto, volle per altro, lasciar passare l'intera giornata e la notte consecutiva, prima di accingersi all'operazione della imbalsamazione. E il dì vegnente, a prim'ora del giorno, egli vi si apprestò.

Molti giovani studenti di medicina, moltissimi curiosi, la maggior parte degli amici di Edmondo, e quasi tutti i suoi domestici vollero assistere all'operazione. Daniele era nel numero. Muniti dei necessarii strumenti e degli agenti chimici che sono richiesti, il Dottor Weiss eseguì l'imbalsamazione con profonda sagacia ed esattezza. Egli polverizzò due libbre di arsenico colorandolo con un poco di cinabro o minio, per ottenere il colore del sangue; e sciolse il tutto in una quantità d'acqua naturale! eseguì poscia l'incisione verticale alla sinistra arteria carotide, e v'iniettò la composizione che abbiam cennata; legò il segmento superiore dell'arteria recisa non sì tosto vide da questa comparire il materiale iniettato. Il resto dell'operazione fu fatto con pari accortezza e sagacia[7]. Terminata l'operazione, il dottor Weiss, rivoltosi al cadavere del Baronetto, gli disse:

— Eccoti pago, infelice mio amico; ho adempito al mio debito! ti ho strappato alla corruzione.

Voltosi poscia a Daniele, che pallido, stralunato, immobile, era stato presente all'imbalsamazione, gli disse:

— Ora spetta a voi, signor custode della morte; consegno a voi il cadavere del Conte di Sierra Blonda in ottimo stato, esso si manterrà fresco, flessibile, e naturalmente colorito. A voi, dunque, signor Daniele de' Rimini, incominciate il vostro ufficio! i nove mesi principiano: l'eredità vi aspetta!

Dette poscia un'occhiata all'orologio, e con sarcasmo soggiunse:

— Sono le otto: andiamo, signor de' Rimini, il Baronetto attende il suo caffè!

V.

LA CAMERA VERDE

È anche mia precisa volontà che il MIO CADAVERE dopo l'imbalsamazione, rimanga nella camera verde del secondo piano della mia proprietà di _Schoene Aussicht_.

«Il mio cadavere sarà vestito con quella proprietà e decenza che si convengono al rango ed alle ricchezze del Baronetto Brighton, Conte di Sierra Blonda. Ogni giorno se gli cambierà la biancheria, ed ogni settimana i vestiti.

«Due volte al giorno il signor Daniele de' Rimini recherà egli stesso al mio cadavere, nel cospetto de' servi testimoni, il caffè e in quelle stesse ore in cui soglio prenderlo al presente».

Era ormai tempo di eseguire le dette prescrizioni del Baronetto.

A quella parola che il dottor Weiss avea diretta con sarcasmo a Daniele, ricordandogli di dover porgere il caffè al morto, la comitiva raccapricciò. Tutti guardarono con una certa angosciosa ansietà il giovine italiano che doveva adempire a quell'ufficio sì tristo e ridevole a un tempo. Ma Daniele non indietreggiò innanzi all'orrore che gli ispirava ormai quel cadavere: egli non doveva vacillare un momento. Eran cominciati i nove mesi, a capo dei quali erano la fortuna e la felicità. Daniele comandò a' servi che allestissero il caffè. Una febbrile energia invadeva le fibre dell'erede... Egli più non capiva quello che veniva buccinato nei diversi gruppi sperperati nella camera; il suo volto era livido, ma la vivacità del delirio era nei suoi occhi; la coscienza della propria situazione non l'avea per altro abbandonato. Il caffè fu recato nella solita coppa d'oro in cui il Baronetto solea prenderlo. Daniele tolse di mano ai servi il vassoio d'argento sul quale era la tazza ricolma di caffè, e con piè fermo si accostò al letto su cui giaceva l'estinto. Il vassoio non pertanto traballava nelle mani del perfido. Giunto alla sponda del letto, Daniele, con voce tremante e appena sensibile, dimandò al cadavere:

— Signor Baronetto, vuole il caffè?

Dagli occhi del morto parve che balenasse uno sguardo elettrico e fulminante. Daniele vacillò, le ginocchia mancarongli... ei cadde e con esso il vassoio colla tazza. Si corse in suo aiuto, ma egli si rimise ben presto, balbettò alcune frasi di giustificazione, e chiese un bicchiere d'acqua però che si sentiva ardere il petto e mancare il respiro.

Prima di esporre a' nostri lettori il quadro terribile che pur ci è forza di ritrarre, vale a dire: IL FIGLIO PARRICIDA ALLA PRESENZA DEL CADAVERE DEL PADRE — dobbiamo sdebitarci di una promessa, ch'è quella di narrare il modo che tenne Daniele per involare dalla scrivania di Edmondo la chiave della scatoletta contenente la polvere di Upas.

Nel corso del giorno in cui Daniele avea meditato l'enorme delitto, poi che si ebbe congedato dal Baronetto dicendogli che il domani sarebbe partito per Darmstadt, il mandò a pregare che essendo quello l'ultimo giorno della sua dimora a _Schoene Aussicht_, voleva riavere il piacere di pranzare con lui. È a notarsi che, dal momento in cui nell'animo di Daniele era nato il funesto pensiero di por termine a' giorni del Baronetto, egli non ebbe più la forza di sedersi alla medesima mensa con lui; di che si scusò, adducendo per pretesto che la sua salute non consentiva che avesse pranzato in sul tardi. Il Baronetto accolse con estremo piacere il desiderio del giovine e il tenne quale attestato del suo affetto. Daniele pranzò col Baronetto: egli seppe abbastanza infingersi, bensì non tanto che la cupa preoccupazione del suo pensiero non trasparisse: ma Edmondo ne spiegò la ragione pel rammarico che il giovine dovea sentire per la prossima sua partenza. Poche parole disse Daniele durante il desinare, e pochissimo mangiò. Alquanti giorni innanzi, Edmondo, in una delle serali conversazioni che tenea cogli amici, avea detto di aver ricevuto da un suo corrispondente delle Indie la narrazione di un conflitto avvenuto nel Ponjab tra gl'Indiani e la guarnigione inglese. Daniele, a pranzo, fece cadere astutamente il discorso su questo fatto, e pregò il Baronetto di leggergli la lettera del corrispondente; il perfido giovine sapea che il Baronetto tenea questa lettera in uno de' cassettini della scrivania, e che una sola chiave aprivali tutti. Edmondo, di nulla sospettando, volea chiamare il suo cameriere per fargli prendere dalla scrivania la lettera; ma Daniele si offrì di recarsi egli medesimo nello studio per prenderla. Edmondo gli affidò la chiave. Daniele tornò colla lettera del corrispondente delle Indie. Egli avea già involata la piccola chiave che dovea servire a schiudere la scatoletta dell'Upas. Alzati di tavola, Edmondo abbracciò Daniele e tornò a pregarlo che la sera non fosse mancato alla solita riunione degli amici. E Daniele tornò a promettere che non sarebbe mancato la sera, siccome avea promesso in sè medesimo di non mancare la notte! Il compimento dell'infame delitto è già noto. Dopo aver somministrato il caffè al cadavere del Baronetto, Daniele si accinse ad eseguire le condizioni impostegli. Il cadavere di Edmondo fu vestito con quella proprietà e decenza ch'egli avea raccomandate. Il suo abito era tutto nero, così avendo egli disposto negli articoli suppletorii del suo testamento. Il cadavere dovea per l'intera durata de' nove mesi portare il lutto della propria morte. Egli avea comandato eziandio che ogni settimana se gli indossassero abiti nuovi. Il sarto francese fu incaricato di fornire ogni sabato le vestimenta nuove del Conte di Sierra Blonda. Daniele dovea vestire e spogliare il Baronetto, adempiendo verso lui all'ufficio di cameriere.

«La più minuta e scrupolosa cura sarà messa dal signor Daniele dei Rimini a tener mondo il mio corpo da qualsiasi impurità della corruzione.»

Quest'articolo delle condizioni facea fremere Daniele. Egli è vero che per effetto dell'imbalsamazione la putrefazione interna cadaverica è impedita, ma è egli mai possibile, senza le più assidue cure, impedire che si formi su qualche parte del _corpo morto_ un principio d'impurità? E ogni giorno la biancheria doveva esser cambiata al cadavere!

Il Baronetto avea benanche disposto che ogni giorno il suo parrucchiere dovesse recarsi, come al solito, a _Schoene Aussicht_, per prender cura del suo capo e della sua barba. La paga del parrucchiere era triplicata. E il primo giorno, in fatti, dopo l'imbalsamazione, i capelli del Baronetto furono lisciati, scrinati ammorbiditi con finissimi olii e pomate; la sua barba fu pettinata ed allustrata, raccorciandosi i peli disuguali e livellandosi così bene come se il Baronetto avesse dovuto trarre a qualche festa di ballo. Così acconciatosi e vestito a bruno, il Conte di Sierra Blonda fu trasportato nella Camera verde, secondo le disposizioni del testamento. Egli venne adagiato sovra una delle magnifiche seggiole d'avorio a forma di baldacchino. Era questa sedia interamente coperta da soffici cuscini orientali, a disegni cinesi di color scarlatto. Nappe di fili d'oro scendevano da una specie di tettino della sedia, lavorato ed intagliato con tanta ricercatezza e con tanta minuta fatica che quel tettino era un capolavoro di scultura. I piedi di questa seggiola, non più lunghi di un palmo, rappresentavano quattro piccole pagodi con bambocci cinesi nell'interno, figuranti alcuni mandarini che fumavano. Il cadavere era coricato anzicchè seduto su questa seggiola, tranne che il busto era sollevato e appoggiato a morbidi cuscini. Le braccia del Baronetto erano adagiate in sul corpo in una positura semplice e naturale. Le mani erano intrecciate senza stento l'una nell'altra.

Nell'entrare in quella camera era impossibile il ravvisare un cadavare nell'uomo che riposava leggiadramente su quello splendido divano cinese. Il volto del Baronetto non era dissimile da quello ch'era quando era vivo, anzi una leggiera tinta di vermiglio si sfumava in sulle gote, effetto della preparazione del minio, ch'era entrato nella composizione dell'imbalsamazione. Nell'atteggiamento di quel corpo, nella giacitura del capo alquanto inchinato a destra, quasi che avesse guardato, dalla dischiusa finestra, gl'incanti paesaggi che si disegnavano sulle rive del Reno, in quegli occhi vagamente socchiusi, come per evitare la troppa luce che veniva dal giorno sereno e ricco di sole; in tutta la sua persona insomma nulla era che non avesse perfettamente simulata la vita.

Illusione spaventevole che metteva ad ogni istante il ghiaccio e la morte nel cuor di Daniele!

Il dubbio terribile che dalla lettura del testamento era nato nell'animo dell'assassino di Edmondo diventò orrenda certezza per una di quelle circostanze che la Provvidenza fa nascere al bisogno quando intende premiare o punire. Edmondo solea ricevere gli amici con tutta la splendidezza ed il fasto d'un milionario. Pel consueto, egli era vestito con giubba nera. E quella sera, ultima della sua vita, egli aveva indossato una giubba nuova. Daniele stimò per la prima volta vestire il cadavere con quel medesimo abito: e nel passarlo in sul corpo dell'estinto, si avvide di una carta ch'era nella tasca della giubba. Egli se ne impossessò. Era la lettera di Maurizio Barkley la quale contenea la rivelazione della vera entità di Daniele de' Rimini. È indicibile il furore da cui fu preso il perfido Daniele alla lettura di quella lettera... Egli versò segrete lagrime di disperazione; si strappò i capelli; la sua ragione si confondeva!

«Da quanto tempo mio padre era conscio del segreto? dimandava a sè stesso il forsennato... Io forse l'uccisi nel momento in cui egli sognava di stringermi al suo cuore!... Oh, ne son sicuro! Mio padre non avrebbe indugiato a palesarsi a me, a riconoscermi, a legittimarmi!... Mio padre! mio padre! Io ho ucciso mio padre! l'ho vilmente assassinato nel proprio suo letto, come fanno i ladri per impossessarsi d'un tesoro! ed io mi sono seduto alla sua mensa! Molte volte mi chiamò suo figlio!... La prepotente voce del sangue parlava in me! Ed io l'ho soffocata! Maledetto il momento che conobbi Emma di Gonzalvo!... Maledetto il momento che posi il piede a Manheim!... No, questa lettera è d'una data recentissima; essa non ha potuto arrivare che ieri!... ieri sera forse!! Mentre io meditava il delitto e mi accingeva a compirlo, mio padre sapea di avere in me un figliuolo!... All'alba forse egli sarebbe corso da me per abbracciarmi!... Ed io ho sepolto per sempre nel petto di mio padre un avvenire di amore, una vita di felicità!

Tutto quel primo giorno di adempimento dei patti, Daniele non rimase che pochi momenti da solo col cadavere del Baronetto. Quasi tutti gli abitanti di Manheim si recavano a _Schoene Aussicht_ e dimandavano il permesso di entrare nella camera verde. Daniele, in qualità di esecutore testamentario, era ormai la sola volontà che dominasse a _Schoene Aussicht_: egli però permise agli abitanti di Manheim di trarsi la curiosità di vedere _il morto in funzione_, siccome nel paese diceasi. Il fatto è che quegli abitanti guardavano con più sorpresa il giovine italiano che il cadavere del Baronetto. Non si tosto Daniele entrava nella camera verde, un bisbiglio si levava, e tutti gli occhi eran volti verso di lui. «Ecco, ecco, il CUSTODE DELLA MORTE,» si sentiva susurrare con mistero e paura. Daniele fu costretto di proibire l'ingresso a tutti i curiosi; e questo fu peggio per lui, perchè così era lasciato solo nella camera verde. E questa solitudine diventò orribile allora che le tenebre caddero sulla terra. La camera verde era rischiarata da un gran globo d'alabastro, che spandeva in quella stanza una luce vaporosa e fantastica. Entrando ivi di sera, Daniele gittò un'occhiata sul Baronetto, ed un brivido gli corse per le ossa. L'illusione era completa!

A malgrado dell'estrema ripugnanza che egli sentiva a guardare il cadavere in sul volto, Daniele rimase lunga pezza a contemplarlo. Parea che quegli occhi, renduti immobili per morte, si drizzassero a lui con orrenda espressione... Strani fantasmi, stranissime larve si aggiravano in quei momenti per la fantasia dello sciagurato giovine. Tra le altre cose, un continuo buccinamento gli stava nelle orecchie: sentiva sempre la voce del Baronetto, che gli ripeteva con sarcasmo le parole che gli disse non appena fu conchiuso il funesto contratto: _D'ora in poi io vi considero qual figlio mio!..._ Indi ricordava quello che il Baronetto gli disse innanzi di conchiudere il contratto: _Io vi sarò debitore d'una eterna obbligazione!_

«ETERNA! ETERNA! — I capelli si alzavano sul capo di Daniele;... i suoi occhi si affissavano con indicibile espressione sul sembiante di suo padre...

«Dov'è al presente la tua anima, o padre mio, pensava lo sciagurato immobile sul cadavere,.. perduta forse! ETERNAMENTE PERDUTA!... e per mia cagione! Ed io l'ho spinta all'eterna perdizione! O padre mio, tu riposavi con tanta placidezza allora che l'infame mio braccio ti aprì in un baleno l'eternità!»

Daniele non piangeva; ma una lagrima secca e disperata, una lagrima di fuoco si era fermata nel mezzo della sua vitrea pupilla, e la camera verde gli sembrò dipinta a rosso; e gli parve che le braccia di suo padre si muovessero per dimandargli soccorso. Allora ei si trovò sulle labbra certe parole antiche, che gli avevano insegnate quando era bambino... Daniele compitò macchinalmente una prece.

Le nove della sera battevano all'orologio. Il cameriere inglese si allacciò in sull'uscio della camera verde e disse a Daniele:

— Signor de' Rimini, è l'ora del tè.

Daniele fu scosso come da uno stimolo elettrico: con faccia stupida chiese al cameriere che cosa bramava, il cameriere ripetè la formola.