Part 15
Dal giorno in cui tra il Baronetto e Daniele era stato conchiuso il bizzarro contratto, per lo quale costui si obbligava ad essere il custode del cadavere di quello, lo stato morale di questi due uomini erasi al tutto cambiato: il Baronetto, restituito alla salute e alla tranquillità, avea ripreso le consuete sue occupazioni; era tornato a' suoi campestri lavori; avea richiamato intorno a sè gli amici, di cui si era dinanzi disgustato a cagione della infermità del suo spirito; avea ripigliato i suoi studi, le sue faccende; era insomma ridivenuto quello stesso uomo ch'era qualche anno addietro. Egli amava sempre Daniele, e sempre con piacere il vedeva a sè d'accanto; ma ora mutato era l'aspetto delle cose: ed il Baronetto più non sentiva la necessità delle melodie del giovine pianista per iscacciar dall'anima que' fantasmi che al presente più non venivano ad assediarlo. Anzi, è mestieri confessare che l'aspetto di Daniele cagionava piuttosto una spiacevole sensazione in Edmondo, dappoichè questi non vedeva ormai nel giovine italiano che l'uomo destinato a vegliare sulle sue spoglie mortali. Ciò non vuol dire che Edmondo disamasse Daniele, verso il quale si sentiva attratto da una forza prepotente; ma il _guardiano_ della morte non poteva non far nascere un sentimento di ripugnanza nell'animo del Baronetto.
Dal canto suo, Daniele, a vece di esser lieto della prodigiosa fortuna che un giorno gli sarebbe spettata, sembrava più impensierito che per lo passato: egli era sempre distratto taciturno, o inconcludente. Nel cospetto di Edmondo, egli forzava di mostrarsi men rabbruscato e più ameno, ma ora, non così di frequente ei vedeva il Baronetto, e la sera quando questi era nel cerchio dei suoi amici, Daniele non appariva che un istante nella camera verde, e tosto dileguavasi per abbandonarsi alla solitudine de' suoi pensieri, o per trovare nel teatro Manheim distrazioni e svagamenti.
Il mese era scorso dacchè ei si trovava a _Schoene Aussicht_: il Baronetto, fedele alla sua promessa, gli avea dato una cambiale di trentamila franchi pagabile a vista e tratta sopra un banchiere di Manheim. Nel dargli questo denaro, il Baronetto avea detto sorridendo: Ecco una piccolissima anticipazione su quello che il _mio cadavere_ vi darà. Daniele era libero di seguitare i viaggi e di tornare a Napoli. Edmondo non faceva più nessuna istanza per ritenerlo altro tempo a _Schoene Aussicht_: intanto il giovine pianista non sapea venire in nessuna risoluzione. Egli non volea più seguitare i suoi viaggi, imperocchè ne comprendea l'inutilità. D'altra parte, non era egli ormai l'erede d'immense ricchezze? Che bisogno avea di ammazzarsi di lavoro, nella certezza di non poter mai conseguire quel milione, che egli vedea rifulgere nell'avvenire? Ritornare a Napoli? Questo proponimento era ben lontano dall'animo suo, perocchè Daniele non volea riporre il piede nel paese dov'era Emma, se prima non diventasse milionario.
Intanto egli sentiva la necessità di allontanarsi immantinente da _Schoene Aussicht_. Ogni dì che ei prolungava il suo soggiorno in questo luogo, l'animo suo si faceva più nero e il suo volto più pallido. Nell'aureo appartamento dov'egli avea stanza, nel letto di seta dov'ei si gittava per riposare, Daniele più non trovava il riposo e la quiete; il sonno ch'era tornato sulle ciglia di Edmondo, fuggiva dagli occhi di lui. Daniele volea fare il possibile per involarsi a sè medesimo, per non trovarsi faccia a faccia coi proprii pensieri, ma frattanto ei non sapea abbandonar la poltrona sulla quale rimanea lunghe ora nella più assoluta immobilità.
Che cosa aveva operato un sì strano cangiamento in Daniele? Un'idea infernale che gli si era presentata al pensiero come luce sinistra. Dapprima egli avea rigettata quest'idea con tutte le forze dell'anima sua, aveva fremuto nel pensarvi; ma quell'idea che dapprima se gli era mostrata rivestita di orrore, incominciò per così dire, a dimesticarsi con lui. Quest'idea era un DELITTO!
La nostra penna rifugge dal palesare quello a cui pensava Daniele per accorciare il termine della sua aspettativa e per far sparire la distanza che lo separava dall'oggetto dei suoi desiderii! Il suo petto balzava al pensiero di volare, due volte milionario, dal Duca di Gonsalvo, non appena spirati due anni. Un ostacolo si frapponeva al compimento de' suoi voti, una vita! Un uomo doveva diventare CADAVERE perchè avesse potuto afferrare quella felicità che gli si mostrava lungi con tutti gl'incanti della seduzione. Due milioni ed Emma! E per ottenere questa felicità bastava un momento, un sol momento di coraggio, di ardire!! — Quando un uomo è giunto a passare i quarant'anni, non ha vivuto abbastanza, e massime quando quest'uomo ha goduto sino alla sazietà di tutte le delizie della vita? Che cosa sono gli anni che seguono, se non che una serie di malanni e di miserie? Che cosa sono in rispetto all'eternità venti o trenta anni di più che un uomo strascina in sulla terra? E che cosa è la vita di un uomo nella immensità della creazione? Che cosa è una esistenza nel mezzo delle generazioni? — Così fatti atroci pensieri si aggiravano nel capo del giovine pianista, mentre che altri pensieri di diverso genere, immagini seducenti di piacere, di gioie, di delizie compivano la orrenda persuasione.
Quando una funesta idea si presenta allo spirito umano, le passioni ch'essa fomenta sono sì scaltritamente inventrici di arzigogoli e di false ragioni ch'egli è estremamente difficile di non rimaner presi nella pania. Daniele combattè con forza l'orribil pensiere che tanto più diventava pericoloso quanto più perdeva del suo orrore; ma ciò nonostante, ogni volta ch'ei pensava ad Emma, a' due anni che sarebbero spirati, all'immensa eredità che lo aspettava, a que due stuzzicanti milioni che l'invitavano a fruirne pria del tempo, alla gioia sovrumana di presentarsi così ricco e sì pieno di fastigi al superbo Duca di Gonzalvo ed alla altiera sua figliuola; quando Daniele pensava a queste cose, il demone del delitto soffiava nell'anima di lui i più nefandi propositi, cancellava ogni buon proponimento, e lo sciagurato giovane era da capo con quella cupa taciturnità che suol precedere l'attuazione di un gran delitto. Dal momento che questa idea infernale si era insignorita dell'animo di Daniele, i colori della salute disparvero dal suo volto. Egli più non sapea trovare una nota sul pianoforte, cui raramente si accostava, parlava solo, amava le solitarie passeggiate, s'internava nei più folti viali della villa di _Schoene Aussicht_, ed il suo sguardo avea preso un'espressione strana ed incomprensibile.
Non sappiam dire qual effetto ormai producesse in lui l'aspetto di Edmondo. Daniele evitava d'imbattersi nel Baronetto, di cui più non potea sostenere le occhiate, quasi avesse temuto che questi indovinasse i suoi pensieri. Edmondo avea notato la metamorfosi che si era operata nel giovine pianista, e l'attribuiva interamente agli amori di lui, alla tristezza della lontananza dall'oggetto amato, e sovente il ritoccava sorridendo su questo tasto: al che Daniele rispondeva parole vaghe, e tosto, sotto un pretesto, tornava alla sua solitudine, dove covava disegni tenebrosi e mortali. Per buona ventura, il delitto meditato non offriva una facile esecuzione: era quasi impossibile di FARE SPARIRE DAL MONDO IL BARONETTO senza lasciare orma del misfatto. Ben s'intende che l'impunità era la prima condizione che Daniele avea posto a calcolo nel perfido attentato, al quale giorno e notte stava sopra col pensiere, ma l'impunità non è così facile, e, per ammirabile disposizione della Divina giustizia, l'uomo che ha commesso un delitto il porta dovunque stampato in sulla fronte anche quando gli è riuscito di sperderne ogni traccia.
Daniele pensava; Uccider di pugnale? Niente di più agevole ad eseguirsi, ma in pari tempo niente di più facile a discoprirsi. Assassinando il Baronetto di notte e nel proprio letto si avrebbe potuto congetturare un assassinio commesso da ladri. Ma intanto la giustizia si sarebbe posta in sulle tracce dell'assassino; avrebbe cominciato dall'impadronirsi di tutte le persone residenti a _Schoene Aussicht_, e certamente la singolarità del testamento di Edmondo avrebbe chiamato i sospetti sulla persona dell'erede, il quale, non appartenendo al defunto per nessun vincolo di sangue; presentava probabili induzioni di reato. D'altra parte, se egli, Daniele, fosse caduto nelle mani della giustizia, anche per semplici sospetti, in che modo avrebbe potuto adempiere ai patti del testamento, e porsi quindi in possesso della eredità? Bisognava dunque rinunziare ad ogni idea di assassinio per mezzo del pugnale.
Uccider di veleno? Ciò presentava, è vero, minor facilità di scoprimento, ma difficoltà moltissima di esecuzione. Come procurarsi il veleno? a chi fidarsi? Aver complici del delitto? Oltre a ciò, dal momento che nell'animo del Baronetto fosse sorto il pensiere di essere stato avvelenato, non avrebbe egli subitamente sospettato il futuro suo erede quale autore dell'avvelenamento? L'autopsia richiesta forse dall'autorità, a malgrado del testamento del defunto, non avrebbe annientata l'eredità, annientandone le condizioni? E non poteva il moribondo Baronetto, in un momento di chiaroveggenza, distruggere il testamento? Ma la difficoltà che superava tutte le altre pel compimento di questo delitto si era il procacciarsi il veleno, senza eccitare sospetti nella persona che lo avrebbe venduto. Aggiungi a tutto questo l'impossibilità di nascondere il proprio turbamento alla presenza del moribondo, del dott. Weiss, dei servi che sarebbero accorsi per prestare all'infermo ogni possibile soccorso e rimedio. Bisognava dunque non pensare ad una morte per avvelenamento.
Uccidere con istrangolamento? Era rischioso e terribile: Daniele non avea per questo nè forza nè coraggio. Prescindendo da ciò, questo genere di morte presentava la stessa faciltà di discoprimento che l'assassinio per pugnale. La scienza avrebbe immantinente rivelato il delitto, e la giustizia non avrebbe tardato a trovare il delinquente. Era dunque mestieri di smettere anche questa idea la quale, bisogna dirlo, facea fremere lo stesso Daniele.
L'impossibilità dell'esecuzione avea scoraggiato il giovine, il quale tenne ciò come avvertimento del cielo, e parea deciso a rinunziare ad un proponimento sì terribile. D'altra parte, il patibolo o i ferri non mancavano a quando a quando di mostrarsi da lungi all'atterrita mente del giovine, ch'era preso allora da salutare orrore del misfatto che avea concepito.
Comunque la sua ragione fosse a tal guisa annebbiata dalle passioni, il cuor di Daniele sentiva sempre un certo incomprensibile attaccamento pel Baronetto; e il pensiere di assassinarlo, tra le tante insormontabili difficoltà che presentava, si avea quella di dover soffocare quel tenero sentimento inesplicabile che Daniele provava per quell'uomo che gli avea dato così splendida ospitalità e che, morendo, il lasciava erede di tutte le sue ricchezze. E questo sentimento fu così forte che Daniele, rientrato in sè medesimo, ebbe bastante vigoria di volontà per iscacciar dall'animo il pensiere di tanto delitto; anzi, per vincere una volta per sempre la tentazione, risolvette di abbandonare quella casa e quel paese, e di affidare l'avvenire agli eventi. Daniele avea risoluto di congedarsi dal Baronetto.
— A capo di due anni, egli dicea tra se, tornerò a Napoli, mi recherò dal Duca di Gonzalvo, e gli porterò una lettera del Baronetto, in cui questi mi riconosce per suo erede. La tardanza dell'eredità sarà compensata dalla prodigiosa cifra di due milioni e da' titoli, di cui mi porrò in possesso alla morte del testatore. Vedremo se quel superbo Gonzalvo sarà soddisfatto e pago di ciò.
Daniele non volle più oltre indugiare a porre ad effetto la buona risoluzione che avea preso, e che temeva ad ogni istante di sentir vacillare in sè medesimo. Nello stesso giorno, egli salì dal Baronetto per accomiatarsi da lui e per pregarlo di volergli scrivere quella lettera pel Duca di Gonzalvo, ignorando le relazioni ch'erano passate tra questi due personaggi.
II.
L'UPAS
Abbiam fatto più volte comprendere che il nostro principale scopo in queste narrazioni si è di fissare l'attenzione dei nostri lettori sulla più importante verità morale:
LA MANO DELLA PROVVIDENZA NEI FATTI DELL'UMANA VITA.
Quell'infinità di romanzi che si svolgono nella società degli uomini, di cui la maggior parte rimane ascosa agli occhi della storia che tocca soltanto i fastigi sociali, non sono, siccome noi crediamo; che dimostrazioni più o meno evidenti di quella verità che si appalesa almeno chiaroveggente.
Ci par di vedere che i delitti ben sovente sieno la doppia punizione inflitta dal cielo a due colpe rimaste celate agli occhi dell'umana giustizia. Nell'ordine morale, l'impunità non è per nessuno; il solo pentimento, accompagnato da una intera vita di volontarii sacrificii, riscatta una colpa.
Edmondo era solo nella stanza da studio. Seduto vicino alla sua scrivania, egli avea risposto ad una lettera di Maurizio Barkley. Nel momento in cui Daniele si presentò nello studio, il Baronetto aveva appunto terminata la sua lettera e vi stava apponendo il suo suggello.
— Oh! buon giorno, caro Daniele, dissegli Edmondo sorridendo e stendendogli la mano, a che debbo attribuire l'onore d'una vostra visita?
— Perdonate, signor Baronetto, se vengo per poco ad interrompere le vostre occupazioni.
— Ma che dite mai! È un piacere che mi date... Mi occupavo a sbrigare il mio corriere, anzi vi chieggo il permesso di spedire questa lettera.
Daniele s'inchinò e si sedè accosto alla scrivania. Edmondo suonò il campanello, ed al servo che si presentò sotto l'uscio consegnò la lettera pel corriere di Napoli.
— Eccomi sbrigato, soggiunse indi; questa mattina io sono veramente felice, imperocchè con quella lettera che ho spedita nel vostro paese, a Napoli, mi sono sdebitato di un antico dovere di gratitudine, e, oltre a ciò, ho il piacere di vedervi in un'ora in cui non siete solito di favorirmi di vostre visite.
— Quanta bontà, signor Baronetto!
— E sempre accigliato, mio caro Daniele! sempre pensieroso! Noi abbiamo interamente cangiate le nostre parti: per lo passato eravate voi che spargevate un poco di sollievo sulla mia tristezza; ed oggi son io che adempio verso di voi a tale ufficio. Peccato che non sono artista anch'io, e del vostro genio! Ma qual differenza tra le cagioni della nostra malinconia! Io non era innammorato, e nol sono mai, per mia disgrazia: dev'esser ben dolce cosa il pensare all'oggetto amato, n'è vero Daniele?
— V'ingannate, signor Baronetto, se credete che sia l'amore la cagione del mio malumore. Non niego che gran parte esso vi abbia, ma è tutt'altro il motivo che m'impedisce di abbandonarmi alle distrazioni proprie della mia età.
— Non voglio essere indiscreto, mio caro Daniele, ma vi ricordo che in me avete un amico e sincero; spero avervene date prove sufficienti.
— E indelebili, signor Baronetto; ed io mi sono risoluto di non abusare più a lungo della vostra bontà. La mia ulteriore dimora a _Schoene Aussicht_ sembra interamente inutile; così permetterete che domani io mi accomiati da voi.
— Così presto! esclamò Edmondo il quale non si aspettava a questa risoluzione del giovine: ed è questo forse l'oggetto della vostra visita di questa mattina?
— Per lo appunto, signor Baronetto, rispose Daniele abbassando gli occhi.
— E perchè una tale risoluzione?
— Perchè credo inutile di esservi più a lungo di peso; spirato è il mese da che mi trovo a Manheim, e, quantunque le nostre relazioni non sieno più le stesse di quelle ch'erano nei primi giorni ch'io ebbi l'onore di ricevere da voi così splendida ospitalità, pure non possono minimamente influire sul mio ulteriore soggiorno a _Schoene Aussicht_.
— È superfluo il dire, riprese Edmondo, quanto piacere mi farebbe di tenervi nella mia casa qualche altro tempo; ma non voglio avversare la vostra volontà, e voi siete libero di fare quello che più vi converrà. Gli obblighi scambievoli che ci siamo imposti e la natura del mio testamento hanno stabilito tra noi vincoli che hanno qualche cosa dì più della semplice amicizia. Laonde, in qualsivoglia evento della vostra vita, in qualunque contingenza imbarazzante in cui possiate trovarvi; mio caro Daniele, pensate che sarà per me uno dei più be' giorni della mia vita quello in cui potrò prestarvi un tenue servigio e darvi un attestato del mio inalterabile affetto.
— Ebbene, signor Conte, si affrettò a dire Daniele, io mi varrò della vostra benevolenza innanzi ch'io parta ed avrò il coraggio di chiedervi una grazia.
— Bravo! esclamò Edmondo; ecco quel che si chiama vero affetto e vera stima: andiamo su parlate francamente, giovanotto, siccome parlereste a vostro padre.
— La grazia ch'io vi chieggo, signor Conte, disse Daniele arrossendo, si è di scrivermi una lettera pel Duca di Gonzalvo.
— Pel Duca di Gonzalvo!
— Sì, signor Conte: in questa lettera voi gli darete l'assicurazione della vostra volontà di nominarmi vostro erede universale. Munito di questa scritta, io ritornerò da lui con altro animo, e sarà lo stesso come se io me gli presentassi milionario.
Edmondo sorrise, e dopo alcuni momenti di silenzio, disse:
— Questo che mi dimandi, figlio mio, è assolutamente impossibile.
— Impossibile! esclamò sorpreso il giovine.
— Impossibile, replicò Edmondo.
— E per qual ragione, di grazia? chiese Daniele.
— Non posso dirtene la ragione, mio caro Daniele: dicoti soltanto che tra me e il Duca di Gonzalvo avvi una barriera mortale: le nostre relazioni sono rotte per sempre; ti prego anzi, mio caro figliuolo, per quanto hai di più sacro, di non parlar giammai di me al Duca di Gonzalvo nè rivelargli giammai il luogo del mio ritiro. Sarà questa una pruova a cui pongo il tuo affetto per me.
— Io dunque non potrò giammai dirgli, che sono destinato ad essere l'erede del Baronetto Edmondo Brighton, Conte di Sierra Blonda?
— Glielo dirai un giorno dopo della mia morte, se colui vivrà ancora!
Daniele chinò il capo in atto di scoraggiamento e si tacque immerso ne' suoi cupi pensieri. Il demone del delitto fece di bel nuovo balenare una luce di sangue nella mente del giovine! Gli occhi di Daniele si erano fissati distrattamente in sulla scrivania del Baronetto, così che sembrava ch'egli leggesse la soprascritta d'un libro che ivi stava, mentre il pensiere del giovine era ben lungi dall'occuparsi di libri.
Edmondo per disviare la conversazione dal tristo subbietto al quale si era incamminata, disse a Daniele:
— Questo libro su cui voi gittate gli occhi, mio caro Daniele, è tutto scritto di mio proprio pugno. Sono memorie della mia vita da me gittate in questo scartafaccio: osservazioni importanti da me raccolte ne' miei viaggi; ragguagli su talune rarità ch'io conservo. Ieri sera per lo appunto, rileggendo alcune notizie sull'isola di Giava, dov'io rimasi per pochi giorni, ricordai di dover conservare alcune fronde di un albero che cresce in questa isola chiamato l'_Upas_ ovvero _The Poisontree_ (l'albero del veleno). Voglio farvi udire le notizie da me raccolte su questo terribile vegetale.
Edmondo aprì il manoscritto ad una pagina che egli avea segnata con un pezzettino di carta e lesse le seguenti cose[5]:
«Quest'albero è nativo di Giava; arriva ad una considerabile altezza, giungendo talvolta ottanta piedi. Si sviluppa da esso in gran copia un succo o gomma, ch'è il più mortale veleno; di questo fanno uso gl'indigeni per avvelenare le punte delle loro frecce e delle altri armi. Gli effluvi ch'esalano da quest'albero sono talmente omicidi, che nè un animale nè una pianta possono resistere alla sua influenza. La gomma viene estratta per mezzo de' rei condannati a morte. Quando la sentenza è pronunziata contro qualcuno di loro, il giudice gli dimanda se vuol morire per le mani del carnefice, ovvero salire sull'Upas per raccogliere una scatoletta di gomma. I condannati sogliono preferire ciò, perchè hanno così una lontana probabilità di salvarsi. Prima di avvicinarsi all'albero fatale, ricevono tutte le corrispondenti istruzioni per rendere l'operazione meno pericolosa. Pel consueto, simiglianti istruzioni vengon loro somministrate da un sacerdote, il quale adempie verso di loro anche al sacro ufficio di prepararli a morire. I condannati sogliono montar sull'albero, col capo coverto da un berretto di cuoio e da una maschera con occhi di vetro; eglino sono parimente provvisti di guanti di cuoio. I condannati evitano con grandissima cura il contatto delle fronde, le quali, ad un semplice tocco su qualunque parte nuda del corpo danno la morte. Gl'indigeni non solamente avvelenano le loro armi col succo di questa pianta, ma benanche le sorgenti e i serbatoi di acqua, quando veggono avvicinarsi un nemico. Gli Olandesi perdettero la metà del loro esercito per un siffatto avvelenamento e da quel tempo in poi, essi han sempre menato con loro una quantità di pesci vivi, i quali essi gittan nell'acqua alcune ore prima di arrischiarsi a berla. Una foglia dell'Upas applicata sulla fronte di un uomo gli cagiona istantaneamente la morte, quasi senza ch'egli senta di morire. Essa ha la facoltà di arrestare immediatamente il corso del sangue ed i moti del cuore. La polvere delle foglie secche dell'Upas è così terribile che bastano pochi atomi di essa per dar la morte.»
Daniele avea seguita la lettura di questo passo con un'attenzione indicibile; nessuna particolarità gli era sfuggita. È impossibile descrivere l'espressione della sua fisonomia durante la lettura de' ragguagli che abbiam citati. Il genio del male avea suggerito a Edmondo il pensiero di leggere quella pagina del suo manoscritto.
Il Baronetto Edmondo Brighton avea letto la propria sentenza di morte. La soluzione del problema che Daniele cercava da vari giorni era trovata!
— E voi conservate le foglie di quest'albero? chiese con occhi di pazzo Daniele.
— Ciò vi fa maraviglia! disse Edmondo ingannato sulla vera e terribile significazione della dimanda del giovine, ebbene, io conservo le foglie di quest'albero, le quali si saranno al presente ridotte a polvere. QUESTO MIO CAPRICCIO COSTÒ LA VITA A DUE MIEI SCHIAVI; ma io voleva ad ogni costo possedere un sì prezioso veleno.
Daniele guardò a terra cupo e concentrato, e disse ferocemente tra sè:
— Ah! tu facesti morire due schiavi per ottenere questo prezioso veleno! Ebbene TU MORRAI PER ESSO! Ben dicesti che questo veleno è _prezioso_... prezioso per me!
Daniele soggiunse ad alta voce, e quasi avesse fatta una domanda indifferente:
— E dove tenete conservato, signor Conte, un oggetto così pericoloso?
— In una scatola di argento a doppio fondo nel forziere della camera verde; sulla scatoletta è scritto in francese. _L'indiscreto che mi aprirà, e toccherà all'oggetto che contengo, sarà punito di morte istantanea._
— E come faceste per porre in quella scatola le foglie fatali?
— Le feci ivi porre dagli schiavi con ogni possibile precauzione senza che le avessero toccate.
— Suppongo che conserviate gelosamente la chiave di quella scatola, dimandò destramente Daniele.
— Ben s'intende; essa è nel fondo d'uno di questi cassettini, rispose improvvidamente il Baronetto.
La giustizia Divina dettava le sue risposte.
Daniele sapea quello che gli era necessario; non volle più fare nessun'altra interrogazione per non far nascere sospetti nell'animo di Edmondo, il quale era ben lontano da simili supposizioni.
La conversazione seguitò su cose indifferenti, Daniele si studiò di nascondere l'agitazione e il turbamento che gli dava la premeditazione dell'enorme delitto che aveva in pensiere.
— Così che avete risoluto abbandonarmi domani? disse il Baronetto, ripigliando il pristino subbietto della conversazione.
— Domani, se avrò l'opportunità di trovare un posto nella diligenza per Darmstadt, dove intendo trasferirmi.