Il mio cadavere

Part 13

Chapter 133,813 wordsPublic domain

La caduta di Maurizio non solamente avea cagionato la sua ferita al capo, ma gli avea fatto parecchie contusioni alla sinistra gamba; ondechè mal potea reggersi in piedi e a stento potea camminare. Emma lo aiutò a montare a cavallo; indi ella balzò sul suo bianco destriero, e a lenti passi entrambi s'incamminarono alla volta della casa di Lucia.

C'incombe il debito di far notare a' nostri lettori che Maurizio Barkley aveva a certa distanza seguita la cavalcata, e che veggendo Emma discostarsi dalla comitiva ella sola, si era affrettato a raggiungerla. Per qual ragione Maurizio avea voluto seguir la cavalcata? È questo un segreto che il tempo ci spiegherà. Giunti che furono all'abituro di Lucia, Maurizio si fermò, lo additò alla fanciulla, e disse ch'egli avrebbe aspettato a pochi passi di distanza co' due cavalli. Emma montò sola le gradinate, Marietta venne ad aprirle l'uscio di scala. La fanciulla rimase attonita nel vedersi dinanzi quella bella dama in abito da cavalcare.

— Siete voi Lucia Fritzheim? dimandò Emma.

— Io sono sua sorella, signora, rispose Marietta arrossendo fin nel bianco degli occhi.

— E non è in casa vostra sorella?

— Oh, sì, signora, rispose con tristezza la fanciulla, ella non esce da lunga pezza; è così mal ridotta!

— Bramo vederla, soggiunse Emma, ho qualche cosa da dirle.

— Entri dunque, signora; perdonerà la poca decenza della nostra casa; siamo poveri orfani che viviamo colle fatiche delle nostre braccia.

Entrando in quella casa, la figliuola del Duca di Gonzalvo fu commossa insino alle lagrime scorgendo la più commiserevole miseria. Quasi tutte le suppellettili erano state vendute: le bianche pareti, imbrattate dagli scherzi di Uccello, si presentavano squallide e nude: qualche sedia, un letticciuolo di asserelle, un vecchio armadio componevano gli arnesi di quella prima camera dove si era trattenuta la giovinetta andalusa. Marietta avea fatto sedere la nobil dama, ed era ita ad avvertire il resto della famiglia dell'onore inaspettato. Emma udì dalla stanza contigua un rumore di oggetti da tavola che venivano gittati in fretta in fretta in qualche cassettone, un affaccendarsi per ripulire sommariamente e spazzare la stanza; udì il bisbigliare di molte voci, e a capo di pochi momenti, ella fu fatta entrare nella camera dove stava Lucia Fritzheim. Il volto di Lucia era bianco come carta. Emma si avanzò verso di lei e la prese per mano, guardandola con occhi velati di pianto.

— Perdono, disse la figlia di Giacomo, mille volte perdono, bella dama, se ha atteso pochi momenti; noi prendevamo un boccone quando ella ci ha onorati.

— Sono dolente di avervi disturbata, carina: voi dunque siete Lucia Fritzheim?

— Per lo appunto, signora, e questi che vedete a me d'intorno sono i miei fratelli e mia sorella.

Uccello, Giuseppe e Andrea fecero una riverenza alla nobil dama, e sottovoce si dicevano l'uno all'altro:

— Quanto è bella! E che bel vestito! Oh la dev'essere la figliuola o la sposa di qualche principe! Guarda, Giuseppe, come son belli quei bottoni! Guarda, Andrea, quella frusta!

Emma e Lucia si guardarono per qualche tempo senza profferire parola; entrambe erano dominate da forti emozioni, e specialmente Emma sentiva una pietà profonda per tanta virtù congiunta a tanta sventura.

— A chi ho l'onore di parlare? dimandò Lucia che non si saziava di contemplare l'incantevole bellezza della dama che le stava presente.

— Alla vostra amica Emma di Gonzalvo.

— Emma di Gonzalvo! esclamò Lucia, e gli occhi le si velarono d'una nebbia mortale.

Marietta e i fratelli corsero dappresso a lei.

— Voi, signorina, voi la figliuola del Duca di Gonzalvo? Povera Lucia! esclamò Marietta rompendo in lagrime.

— Voi dunque conoscevate il mio nome? dimandò Emma con voce commossa.

— Oh signora! se sapeste quante lagrime il vostro nome ha fatto scorrere dagli occhi della mia sventurata sorella!

Lucia si era rimessa immantinente; il suo volto avea preso un'espressione di nobiltà e di fierezza.

— E che brama da me Emma di Gonzalvo? Vuol forse umiliarmi colla sua bellezza e col suo fasto, dopo di avermi ridotta qual sono, uno scheletro, dopo di aver tolto a questi innocenti il pane che io dava loro colle mie fatiche, e cui non posso più dare per lo stato della mia salute? Guardate, signorina, guardate lo squallore e la miseria di questa casa, di questa onesta famiglia, è tutta opera vostra; ma spero che Dio mi darà la forza di soffocare nel mio cuore l'amore che egli stesso vi fece nascere. Oh! or che vi ho veduta, l'ultimo barlume di speranza è fuggito. La vostra bellezza assolve lo spergiuro... Ebbene, Emma di Gonzalvo, io vi perdono tutto il male involontario che avete fatto a me e a questa misera famiglia; io vi perdono dal fondo del mio cuore, come imploro da Dio perdono sul capo dello spergiuro... Oh, mio Dio, quanto è bella! quanto saranno felici! Ma ella non può amarlo quanto l'ho amato io! no, non è possibile!

Due grosse lagrime scapparono da' begli occhi della sventurata fanciulla. Emma corse ad abbracciarla: i suoi occhi nuotavano parimente nelle lagrime.

— Lucia Fritzheim, le vostre parole mi hanno squarciato il cuore, ma io non le merito. Giuro sul mio onore che mai dal mio labbro è uscita una sola parola che avesse potuto incoraggiare l'amor di Daniele per me: io ignorava ch'egli fosse ligato a voi da un giuramento; e, quando la vostra lettera giunse in casa mia, quando quella lettera cadde sotto gli occhi del vostro amante, ei nulla mi disse, nulla. Ma Daniele de' Rimini non ha l'anima che avete voi, Lucia Fritzheim! Faccia il cielo che egli apprenda a conoscervi! La vostra sorte mi commuove e mi tocca nel vivo dell'anima. Posso io sperare che accetterete la mia amicizia, Lucia Fritzheim?

La figliuola del Duca di Gonzalvo stese la mano alla figliuola di Giacomo lo Stradiere, la quale vi si abbandonò sopra con tutta la testa, vi stampò mille baci e bagnolla di pianto. Emma se la strinse al cuore, e poscia la baciò sul volto con estrema tenerezza. Marietta e gli altri fratelli circondarono la nobil fanciulla, piangevano, ridevano, e volevano anch'essi aver la loro parte di quegli abbracciamenti. Emma li abbracciò tutti. Fu questo un bel momento!

Sul cuore di Lucia fluiva un torrente di gioia. Da tanto tempo la miserella non gustava un piacere sì vivo! La sua anima si apriva alla felicità dell'amicizia: la sua sensibilità si sfaceva sotto il calore di questo divino sentimento. Sul volto della donzella andalusa sfolgorava una gioia sì pura che tutte le sue sembianze ne erano irradiate. Era forse la prima volta che i suoi occhi nuotavano in lagrime di tenerezza: era quello il più sublime piacere ch'ella avesse mai gustato in sua vita.

— Io debbo andar via, disse Emma dopo qualche minuto di commozioni, sono aspettata da una comitiva di amici, a' quali ho nascosto, sotto un pretesto, lo scopo della mia visita.

— Ah! esclamò Lucia, chi sa se ci rivedremo mai più! Una barriera insormontabile ci divide.

— E quale? dimandò Emma con tristezza.

— Il nostro stato, rispose Lucia.

— Questa barriera, che l'ingiusta fortuna avea posta tra noi è stata già superata dalla nostra amicizia. Noi ci rivedremo, e ci rivedremo spesso.

— Iddio possa colmarvi di felicità, incantevole creatura! esclamò Lucia.

— Qua la tua mano, Lucia, la tua puranche, gentil fanciulla, disse Emma rivolgendosi a Marietta, la quale afferrò la mano della generosa donzella e con effusione di cuore la baciò più volte.

— La vostra anima è bella come il vostro volto, disse la sorella di Lucia.

— No, non posso partirmi di questa casa, ripigliò Emma se prima non ricevo un pegno della vostra amicizia.

— Un pegno! E quale? chiese Lucia. Parlate, Duchessina, la mia vita è vostra.

— Il pegno ch'io vi domando, soggiunse la figlia del Duca, è che accettiate questo ricordo mio.

Emma avea tratto dal proprio dito un prezioso anello di brillanti, e l'offriva alla misera fanciulla.

— Non crederò che mi siate amica se non accettate questo anello, simbolo del legame fortissimo che unirà d'ora in poi i nostri cuori.

Lucia non oppose resistenza, Emma le passò al dito il prezioso anello. La figliuola di Giacomo era soffocata da tante commozioni.

Emma era partita tra le benedizioni di quelle innocenti creature, le quali aveanla accompagnata fino alla prima branca dello scale. Nel ritornar che fecero sul misero abituro, Marietta guardò per caso in sul tavolo, a cui si era momentaneamente appoggiata la Duchessina di Gonzalvo. Ella mise un grido di sorpresa. Una borsa ripiena di monete d'oro riposava sul tavolo.

Emma si affrettò a raggiungere Maurizio Barkley che l'aspettava a qualche distanza. Ella montò in fretta sul corsiere, ed a fianco del giovine inglese disparve nella polvere che lo scalpitar de' cavalli avea sollevata. Prima di sparire, Emma avea agitato il suo fazzoletto per salutare Lucia e i fratelli che, aggruppati sul terrazzino della loro casa, risposero congiungendo le loro mani al cielo, quasi implorando da Dio ogni grazia e benedizione sulla virtuosa e bellissima donzella.

III.

MAURIZIO BARKLEY

Nell'immensa varietà delle anime, studio interminabile del filosofo e dell'artista, subbietto inesauribile di meditazioni, s'incontrano non di rado talune individualità così caratteristiche e singolari da richiamare tutta l'attenzione dell'osservatore. Sono uomini che si elevano, col volo delle loro aspirazioni, alle più alte regioni dell'umanità; la virtù è tutto per essi, il mondo nulla; la società in cui vivono non ha la forza d'incepparne il nobil pensiero colla trivialità delle regole e delle convenienze o colle infinite esigenze meschine di giornalieri bisogni: la virtù è la loro esistenza, non già quella virtù di convenzione e di uso, ma quella che agli occhi dell'uomo volgare è un eroismo giornaliero, e che tanto è più sublime quanto più oscura e dispregiatrice di vana gloria. La terra ove poggiano il piede non ha per essi più attrattive ed importanza del ramuscello su cui l'augelletto si ferma un momento per librare il volo; il frale è per essi l'involucro esoso dal quale ardono di sprigionarsi.

Nel novero di questi uomini era Maurizio Barkley, il quale seppe elevarsi sopra l'ignobilità della sua razza. Nel mondo morale avviene lo stesso che nel mondo fisico. Le apparenti irregolarità, ch'eccitano la nostra collera, che fan profferire giudizii torti e temerarii, che confondono la nostra scienza futile e vanitosa, sembran tali per la ragione che noi le veggiamo da un punto solo e colla limitata estensione della nostra vista.

Tutto può parere irregolare agli occhi dell'uomo: tutto è livello agli occhi di Dio.

Le grandi anime combattono più delle altre coi corpi, ne' quali son ristrette: la deformità, le malattie o la miseria stringono ne' loro ceppi crudeli i più nobili istinti: le intelligenze non s'innalzano che sulle ruine della propria creta. L'ingegno che crea deve scendere dalla sua altezza per provvedere al tozzo di pane che dee soddisfare alla richiesta dello stomaco; e sovente quel tozzo di pane non sarà ottenuto che a forza di umiliazioni, d'improbe fatiche, di sofferenze. La società venera l'ingegno, lo ammira; ma lo lascia perir di fame. L'ignoranza spesso accompagna le ricchezze; gli onori del mondo sono presso il corredo del vizio; e la virtù si trova anche più sovente sotto i cenci.

La più nobile anima era nel corpo della più vile creatura, nel corpo d'uno schiavo: Maurizio Barkley, l'_abbietta mercanzia_ comprata con pochi scellini, l'ultimo e più dispregevole dei _Chattels_[4] acquistati dal Baronetto Edmondo Brighton, avea ricevuto da Dio un'anima sublime. Il nome di Maurizio Barkley fu dato a questo schiavo dallo stesso Edmondo, poscia che quegli lo ebbe salvato da sicura morte nel Circo di Cuba. Il nome che si avea Maurizio per lo addietro altro non era che _Quickeye_ (occhio celere) per l'acutezza della sua vista, onde rendeva importanti servigi nella caccia delle bestie feroci.

Maurizio era nato nella Colonia del Capo nella Cafreria: i suoi genitori, schiavi probabilmente, erano sconosciuti. All'età di sei anni appena egli fu venduto ad un mercante di schiavi e trasportato nelle Indie inglesi a Patma, capitale del Bahor all'occidente di Bengala. Le maschie fattezze del suo volto, l'estremo coraggio che fin dall'infanzia aveva appalesato, la somma intelligenza che lo distingueva il resero caro al suo padrone, che giammai non volle disfarsene a qualunque prezzo. Ma alla costui morte Maurizio venne imbarcato, assieme ad altre centinaia d'infelici suoi compagni, e menato in America, dove fu comprato dal Baronetto Brighton.

Dicemmo che dopo l'avvenimento della lotta col toro, Edmondo, che aveva scoperto in Maurizio il cuore più nobile ed elevato, lo innalzò alla dignità di uomo, gli tolse il soprannome di _Quickeye_, e tutt'i segni della schiavitù; gli diede il nome di Barkley, voleva dargli la libertà che questi ricusò per affetto straordinario ed immenso che portava al suo padrone. Ma Edmondo il considerava come uomo libero, e gli pose anch'egli amore addosso. A se lo avvinse come tenerissimo amico, e gli accordò la più illimitata fiducia, raccontandogli tutta la trascorsa sua vita e le follie della sua giovinezza.

Abbiam detto in altro luogo che oltre all'incarico di vegliare su i passi del Duca di Gonzalvo a Napoli, Maurizio avea ricevuto dal Baronetto un'altra missione. E qual si era questa? La più dilicata, la più nobile, la più scrupolosa che fosse stata mai affidata ad un uomo al mondo. Maurizio aveva da molti anni l'incarico di badare al sostentamento di cinque creature, figli naturali di Edmondo, e di cui egli conosceva perfettamente la dimora e lo stato di vita.

In che modo Maurizio adempiva a questa singolare e bizzarra missione, a cui il Baronetto l'avea destinato per sedare alquanto i rimorsi della propria coscienza? Maurizio riceveva ogni mese una somma, metà della quale serviva pe' suoi bisogni e per mantenersi con tutto il decoro d'un ricco _gentleman_ (condizione indispensabile pel disimpegno del suo mandato presso il Duca di Gonzalvo) e l'altra metà era destinata al sostentamento de' cinque giovanetti, frutti delle giovanili follie di Edmondo, e per pagare gli agenti subalterni della fiducia di esso Maurizio. Questi cinque giovanetti, tra i quali era Daniele, e di cui due eran donne ricevevano la somma mensuale di cinquanta ducati. Maurizio teneva un agente di sua confidenza in ciascun paese ove dimorava uno de' figli del Baronetto. Prima di fissarsi in Napoli, Maurizio aveva personalmente visitato, secondo le indicazioni ricevute dallo stesso Baronetto, ciascun fanciullo al cui sostentamento egli dovea badare, ed erasi con la massima scrupolosità accertato dell'identità degl'individui. Con quanta dilicatezza ei dovesse diportarsi a tal riguardo e con qual circospezione, è ben facile immaginare, tanto più se ponesi mente allo stretto divieto ch'egli avea di far conoscere la provvenienza del sussidio mensuale ch'ei recava o facea recare a' figli del Baronetto. Benchè Maurizio avesse prescelto per agenti subalterni uomini di una probità a tutta pruova, li teneva però perfettamente al buio su tutto ciò che non era pratica di amministrazione; ei si serviva di questi uomini come di semplici braccia, come di strumenti meccanici e non intelligenti. Ogni mese Maurizio riceveva le cinque ricevute da' cinque individui che riscuotevano il denaro, e quelle ricevute ei mandava fedelmente al Baronetto, il quale vedeva a tal modo ogni mese la scrittura de' suoi figli, ed il suo cuore era almeno in ciò pago nel conoscere che questi innocenti non pativano difetto de' mezzi di vita.

Durante la dimora di Daniele a Manheim e nella casa del Baronetto, questi ricevè una volta da Maurizio Barkley, tra le altre quietanze dei suoi figli, quella benanche di Daniele, tranne che questa portava per cognome Fritzheim e non de' Rimini, imperocchè, se ben ricordano i nostri lettori, la prima volta che Daniele firmò la ricevuta de' cinquanta ducati, egli stava ancora in casa di Giacomo lo stradiere, e non si era dato ancora il fattizio cognome di de' Rimini. Oh se Edmondo avesse potuto sospettare che il giovin pianista italiano Daniele de' Rimini che albergava nella sua medesima abitazione ed al quale egli avea posto addosso tanto amore, altri non era che Daniele Fritzheim, suo figlio, frutto dell'infame seduzione sulla persona della sventurata Juanita di Gonzalvo! Ed oh! se Daniele, nel ricevere da ignota mano nel ricco ostello di Manheim la consueta polizza, avesse potuto supporre, che il vero donatore di quel danaro mensuale altri non era che il Baronetto Edmondo, Conte di Sierra Blonda, suo padre! Per qual cagione Edmondo avea formalmente vietato a Maurizio Barkley di rivelar giammai ai propri figli, e per qualsivoglia circostanza, il suo nome, le sue qualità, il suo ritiro e i vincoli di natura? Edmondo avea fatto tanti sventurati, avea portato il disonore in tante famiglie; ch'ei voleva, risarcendo in parte il male che avea fatto, rimanere ignoto a tutti, abbandonarsi senza disturbi alla vita riposata e tranquilla che si riprometteva di menare nel ritiro di Manheim. D'altra parte, ei temeva le private vendette, gli odii, le gelosie: temeva le rappresaglie de' suoi tanti nemici. Tra il suo passato e il suo avvenire egli avea posto una barriera, che volea non fosse valicata neppure dalla più nobile e sacra passione, l'amor paterno.

Un'altra circostanza dobbiamo ricordare ai nostri lettori, perchè nulla rimanga a tal riguardo senza spiegazione. Allora che Daniele si presentò per la prima volta agli occhi di Maurizio Barkley, questi pronunziò le seguenti parole _Alla buon'ora! Eccone uno che gli rassomiglia!_ Ora non è più necessario spiegare il sentimento di questa frase. Maurizio alludeva alle sembianze degli altri quattro figli di Edmondo, dalle quali non avea potuto trarre nessun argomento di somiglianza.

Quando Maurizio ricevè in Napoli la quietanza di Daniele in data di Manheim, ei fu sorpreso del caso bizzarro il quale riuniva nello stesso paese il padre ed il figlio; ma nulla sapeva ancora che il pianista dimorasse _Schoene Aussicht_, vale a dire nella medesima abitazione del Baronetto. Laonde non sappiam dire da quanta maraviglia ei fosse preso nel ricevere dallo stesso Baronetto una lettera in cui questi gli dava notizia di aver dato ospitalità al pianista italiano Daniele de' Rimini. Maurizio ben conosceva chi era Daniele de' Rimini. Da questo momento oltre ogni credere dilicata e difficile addivenne la posizione del povero Maurizio. Doveva egli rivelare al genitore la dimora del figlio nella propria casa? Maurizio non prese a questo riguardo alcuna risoluzione, aspettò un'altra lettera dal Baronetto per potersi decidere a qualche passo. Ogni giorno Maurizio andava in casa del Duca di Gonzalvo, e questi lo ricevea sempre colle dimostrazioni della più grande amicizia, imperocchè il Duca avea sperimentato nel giovine inglese una esemplare probità ed un carattere franco, leale ed integerrimo. Edmondo, colle sue estese relazioni, avea fatto scrivere per Maurizio una possente lettera di raccomandazione da Spagna al Duca di Gonzalvo in Napoli, e questa lettera fu il mezzo d'introduzione per Barkley nella casa del nobile spagnuolo; il quale accordogli in seguito sì fattamente la sua fiducia che le porte della sua casa erano aperte in ogni ora del giorno all'Esquire Maurizio Barkley.

E quasi tutt'i giorni Maurizio vedeva Emma; spesso intrattenevasi con lei, non ostante quella specie di ripugnanza che la figliuola del Duca di Gonzalvo mal dissimulava contro di lui. Ma la condotta, le parole dello Esquire Barkley erano irreprensibili, ed Emma non ebbe giammai a dolersi della minima infrazione che quegli avesse commessa alle leggi del buon vivere. Ciò non pertanto la fanciulla andalusa era sovente imbarazzata dallo sguardo di acciaio di Maurizio, il quale sembrava voler penetrare nelle più recondite latebre del cuor di lei. La fisonomia dell'inglese, ordinariamente fredda e marmorea, acquistava dappresso a lei un'espressione indefinibile; que' suoi occhi africani lucevano come due pugnali, e il colore del suo volto da olivastro diveniva bianco. Emma ammirava talvolta il complesso della testa di Maurizio, che aveva qualche cosa di straordinario e di eccezionale. I suoi capelli folti, duri e ricci gli tempestavano le tempia e la parte posteriore del collo come ispida foresta, e le sue sopracciglia ingrossate dall'ardente sole della Cafseria si spiegavano come due archi terribili su le due nere frecce degli occhi; era nell'espressione e nel taglio del suo capo qualche cosa del leone.

Nelle fattezze di quest'uomo era la natura selvaggia e indomita unita a quella impronta di nobiltà che la virtù solamente può dare agli uomini. Nel tempo stesso la schiavitù avea lasciato il suo marchio indelebile nel carattere di lui cupo, aspro e sospettoso; quell'anima ardente nata per amare era stata defraudata financo del più caro sentimento, l'amor filiale. La più brutale condizione era stata imposta a quell'uomo, nel cuor del quale, fin dalla più tenera infanzia, era stata distillata ogni più bassa e truce passione, le quali per altro non aveano potuto attecchirvi.

Abbiam detto che Maurizio vedeva Emma quasi ogni giorno. Quell'uomo ch'era arrivato all'età di trentadue anni nella maggior severità di pudore, e che non pertanto sentiva nel petto le fiamme del cielo africano; quell'uomo che sentiva ribollirsi il sangue al solo udir parlare d'amore non potea veder Emma tutt'i giorni senza rimanere attossicato dagli occhi della spagnuola. Ben presto una passione cupa si scavò un passaggio nella sua anima come una mina nelle visceri della terra. E questa passione crebbe, crebbe alimentata da tutta la volontà dello stesso Maurizio, il quale trovava in essa la più grande felicità della sua vita. Stranezza incomprensibile! Maurizio era felice nel suo amore sepolcrale: nessun raggio di speranza balenava su esso; e questo appunto alimentava la nascosta sua fiamma. Giammai non gli venne al pensiero l'idea d'una corrispondenza di Emma! però che questa idea era per lui un assoluto impossibile. Intanto egli era felice di amare Emma: era questo amore il suo culto, migliore assai di quel barbaro _feticismo_ che gli avevano insegnato colle nerbate della schiavitù. Questo solitario amore, dava a Maurizio le più singolari tendenze. Sovente egli si recava ne' luoghi più remoti e campestri, visitava i villaggi che circondano Napoli, montava l'erta del Vesuvio o de' Camaldoli, ed ivi, seduto su qualche collina, o alla vista del mare, egli si abbandonava a tutta la malinconica tenerezza della sua anima. In così fatte interne conversazioni egli si apriva interamente a sè stesso, e si piaceva di confidare all'aura del cielo i sentimenti del proprio cuore. L'immagine di Emma era la sua compagnia: quell'immagine cara prendeva agli occhi di lui forme eteree e leggiere; rivestiva i colori della nugoletta indorata che attraversava la tacita volta del cielo, nella forma di sottil nebbia si piegava sulle onde del mare, quasi per udirne i segreti, si raccoglieva sotto l'ombra di un platano, o si sfumava colla luce nel lontano orizzonte. Chi può dire le strane visioni di un'anima vergine e selvaggia che ama coll'ardore de' deserti, e che è continuamente costretta a ripiegarsi sovra sè medesima per mancanza di eco? Alcune volte la vulcanica passione di Maurizio scoppiava dal suo seno come tremenda eruzione, e allora i suoi occhi infiammati di lagrime giravano come quelli dell'affamato leone che percorre la vastità del deserto senza trovare di che satollare la sua fame; allora lo schiavo facea rimbombare le solitudini de' campi con gridi terribili e disperati: allora tutto gli era insopportabile, il moto e la quiete, la compagnia e la solitudine, la luce e le tenebre. Ma questi momenti di debolezza eran rari, perchè l'anima di Maurizio era forte come il suo corpo vergine ed avvezzo alle più orrende privazioni.