Part 12
15º Se il signor Daniele de' Rimini morisse nel corso dei nove mesi, potrà delegare altra persona di sua scelta a continuare l'adempimento dei presenti obblighi; ma le disposizioni testamentarie del signor de' Rimini non avranno vigore se non spirato il termine di nove mesi, e verificata in piena regola l'esecuzione della mia volontà.
Il testamento conteneva altre disposizioni che Edmondo stimò inutile di leggere al giovine pianista, trattandosi di cose secondarie e di rito legale.
Daniele avea prestato attento l'orecchio alle strane condizioni che il Baronetto avea posto al possedimento della sua eredità. Durante la lettura del testamento, molte fiate sospinse gli occhi attoniti sul sembiante del milionario, perocchè sospettava non essere il costui cervello nel naturale suo sesto. Ma niente rivelava in Edmondo alterazione di mente; e le condizioni del suo testamento, avvegnachè non mai intese, eran dettate con molta regolarità e ponderazione. Si scorgeva che quel soggetto avea per molto tempo formicolato nel cervello di lui, ed era in particolar modo originato dalla strana paura di essere sepolto vivo. D'altra parte, essendo inglese il Baronetto, non poteva arrecar maraviglia una strambezza di questo genere, essendo pur troppo noto che nella vita privata gl'inglesi escono sempre dalle vie comuni ed amano di segnalarsi per fatti singolari e bizzarri. Dopo alcuni momenti di silenzio, Edmondo che avea fitto uno sguardo indagatore negli occhi di Daniele, dimandandogli:
— Or bene, signor de' Rimini, sarete voi il mio erede? Accettate voi le condizioni del mio testamento?
— LE ACCETTO, rispose con fermezza il giovine che si era fatto pallidissimo.
Edmondo mise un piccol grido di gioia, si alzò e corse ad abbracciar Daniele.
— Grazie, grazie, figliuol mio: ora la mia guarigione è assicurata, ora le mie notti non saranno più turbate da orrendi fantasmi: or son felice, sì, felice; e a te debbo la mia felicità.
Daniele era rimasto qual trasognato.
— Eccovi milionario, prosegui il Conte, eccovi due volte milionario. Questa casa è vostra, le mie proprietà sono vostre. D'ora in poi io vi considero qual figlio mio. Andate, andate dal superbo Duca di Gonzalvo e ditegli che tra dieci, venti o trent'anni voi lo schiaccerete sotto mucchi d'oro.
— Tra dieci, venti o trent'anni! Ed Emma? mormorava tra sè costernato il pianista, e guardava distratto il Baronetto sul cui volto brillavano raggi di gioia.
Parte Quarta
I.
LA CAVALCATA
Allontaniamo per poco il nostro sguardo da _Schoene Aussicht_, dove, poscia che il contratto di morte fu chiuso, tutto fu profonda tranquillità per alquanti giorni, e ritorniamo al palazzo S... dove lasciammo quella perla delle fanciulle, Emma di Gonzalvo.
Esaminiamo un poco i suoi sentimenti e scrutiamo i suoi pensieri color di rosa che si aggirano in quella bellissima testolina modello e su per quella fronte più bianca dell'alabastro. Oh com'è difficile di poter leggere in quel cuore! il sorriso è sempre su quelle labbra tanto più eloquenti quanto men loquaci; il piacere è sempre in quegli occhi neri come la morte ch'essi mettono nel cuore. Non direm già il dolore, ma la tristezza è straniera a quella natura vulcanica, se non è quella dolce mestizia di cui talvolta si ammanta l'eburnea sua fronte per vaghezza di sentimenti, per civetteria, per moda. Ella sa che l'astro della notte è più bello allora che una diafana sfoglia di nugoletta ne vela la bianca luce.
Eppure, infin dal dì della partenza di Daniele, il velo di malinconia che si scorgea sulle incantevoli sembianze di Emma non era più edifizio di civetteria, ma l'era naturale. Amava ella il giovine pianista? È difficile il rispondere a tal domanda. Andate a formare un raziocinio su i sentimenti di una fanciulla di quella fatta! Ci si perde la bussola se non la testa. In quanto a noi, confessiamo che non sappiamo quel che sente e quel che pensa la bellissima Andalusa, e che non altro possiam dire che dal giorno in cui Daniele postergava il paese ov'ella abitava, Emma non parve così allegra, così spensierata. Non v'immaginate però che quel gioiello di donna si fosse dimagrita pel pensier di Daniele, o che moltissima malinconia le desse la costui lontananza. Emma sentiva un vuoto ne' suoi trionfi giornalieri: un adoratore di meno non facea gran cosa al numero, ma spiaceva all'amor proprio di lei. Dobbiamo anche aggiungere in confidenza che, quantunque ella ben si tenesse dal dimostrarlo, sentiva non per tanto una propensione e una simpatia pel giovine artista, dallo sguardo di fuoco, dalla fronte ripiena di genio e di malinconia: le frasi monche ma ardenti, i sospiri ch'esalavano dall'imo del cuore, la pallidezza mortale onde si covriva il bel volto di lui quando le stava dappresso: tutto ciò, sebbene leggiera, facea vie più ogni giorno impressione sull'animo della giovinetta che non era alla fin fine di carta o di stucco, e dàgli, dàgli anche una statua si risente. Ond'è che la figliuola del Duca di Gonzalvo nella compiacenza che libava ogni dì nel sentirsi cotanto amata succhiava a poco a poco quel velenuccio che si chiama amore. Gli è vero che l'amor di Emma, il sommo amore, l'amore appassionato non poteva attecchire, dappoichè a capo di tutte le passioni, siccome in altro luogo mentovammo, era una cieca e pagana adorazione di se medesima: Emma era amante riamata di sè stessa.
Ciò nulla di meno, la fanciulla avea adesso nel corso del giorno qualche momento di malumore, di rabbruscamento di ciglia; pigliava a male certe cose che dinanzi non le sfioravano neppur l'epidermide; s'incolleriva e riscaldava per nessun motivo ed erasi fatta insopportabile verso tutti quei suoi schiavi dai guanti bianchi che avean messo a' suoi piedi i loro cuori e la loro vita. Emma sdegnava tutti gli omaggi e trovava noioso il coro di lodi che s'innalzava attorno a lei dovunque ella mostravasi: questa bisbetica stizza le accresceva qualche volta il malumore e la noia. Ai teatri ella era distratta, fastidiosa di tutte le opere, e giudice inesorabile de' poveri artisti; nelle riunioni si piaceva a torturare gli spasimanti che la circondavano o a gittare nei loro petti la fiamma della gelosia.
Emma non sapea rendere a sè medesima ragione di questa asprezza nel proprio carattere; ma noi crediamo di non ingannarci attribuendola all'assenza del maestro di musica: e viene a rinforzarci in questa credenza il pensare che la bella spagnuola non ignorava il colloquio che Daniele si ebbe col padre di lei qualche giorno pria di partire. Emma in un momento di tenerezza avea strappato al Duca di Gonzalvo il segreto di quell'abboccamento; nè il Duca avea gran motivo di nasconderlo alla figliuola, però ch'egli stimava matto il pianista, e come tale se ne rideva e beffava, dicendo che avea voluto guarire o accrescere la mattezza di lui promettendogli di aspettare due anni prima di maritar la figlia. Emma dunque sapeva che Daniele l'avea chiesta in isposa, e che avea promesso di ritornar milionario dopo due anni. Non ostante i motteggi e i sarcasmi del padre, il quale tenea per fermo aver Daniele perduto il senno, ella non vedea un proposito da demente nella promessa del giovine. Conciossiacchè impossibile le sembrasse che il suo amante ritornasse col possedimento di tanta fortuna, non sapea dismettere il pensiero che quegli avea dovuto poggiare su qualche fondamento la strana proposta, il cui ardimento sollecitava l'amor proprio di lei. Soltanto l'averlo pensato era per lei un titolo all'ammirazione e alla simpatia per quel caro giovane.
Per la prima volta in sua vita un pensiero angoscioso le venne alla mente, un pensiero di gelosia. Fintantochè Daniele era in Napoli, ella era sicura che costui non avrebbe potuto innammorarsi d'altra donna; troppo ella era conscia delle proprie attrattive per credere alla possibilità di un altro amore nel cuore di quel suo appassionato amatore. E quand'anche un'altra donna lo avesse per poco di sè invaghito, bastava per ricondurlo ai suoi piedi uno sguardo, una parola, un detto. Emma dunque non ebbe mai l'idea che Daniele veggendola quasi ogni giorno, avesse potuto prendersi di altra bellezza, imperocchè con tante adulazioni la superbetta era stata educata, che quasi era certa che in Napoli nessuna donna potea superarla in avvenenza e beltà. Ma fuori Napoli? Per quanto amore Daniele si avesse per lei, egli era giovine, e a ventidue anni le passioni, le immagini sono fugaci; agli occhi di un giovine dal cuore sì ardente ogni donna è bella, ed ogni bella è amante; le reminiscenze non reggono a fronte delle impressioni; e una donna lontana, anche bella quanto si può immaginare, perde sempre a paragone di una donna presente e innamorata, anche di bellezza inferiore.
Emma avrebbe desiderato che Daniele avesse avuto trentacinque anni invece di ventidue: ella comprendea che a trentacinque anni le passioni sono profonde e incancellabili, e che la distanza e il tempo vie più le accende invece di spegnerle; comprendea che in quella seconda età dell'uomo le reminiscenze hanno più forza delle impressioni, e che un amante in quest'età non pecca facilmente d'incostanza. Emma pensava a queste cose, cui per lo addietro giammai non avea pensato, e sentiva, a suo dispetto, un certo pizzicore di gelosia.
Emma dunque amava Daniele? E noi ripetiamo che nol sappiamo, ma siamo inchinati a credere di sì; bensì nol vorremmo asserire su la nostra responsabilità, e non facciamo ch'enunciare un nostro modo di vedere, e non già un fatto reale. Talune volte, quando stava sola massimamente, con quel bel capo abbandonato sulla palma della mano dritta, con quegli occhi malinconici fissi come la mente nel passato, ella pensava che un giorno una donna avea scritto a Daniele. Ella non avea dimenticato la più minuta particolarità di quel fatto; ricordava nomarsi quella donna Lucia Fritzheim; che Daniela avea detto di aver dispregiata: e di non aver voluto cadere ne' lacci delle seduzioni di lei. Questa donna dunque era bella! Lucia ricordava che Daniele avea detto posseder colei un sembiante d'innocenza e modi ingenui e proprii d'un cuor gentile e virtuoso, ma artefatti e tali da ingannare i più esperti.
Non so perchè, ma nell'animo di Emma surse il pensiero che questa non fosse la verità, che Daniele avesse voluto nascondere agli occhi di lei un intrigo. E questo pensiero andava acquistando maggior forza ed evidenza a seconda che la giovinetta si riduceva a mente le più piccole cose che accompagnarono quel fatto. Un fanciullo misero, dall'aspetto onesto e gentile, avea portato il biglietto: il miserello era stato dapprima all'abitazione di Daniele alla Riviera di Chiaia, e di là mandato a Toledo al Palazzo S... dove il maestro di musica solea venire: il ragazzo erasi posto a piangere quando gli fu detto che il giovine non era al Palazzo S..
Simiglianti particolarità davano certezza alla fanciulla di essere stata ingannata, e un bel mattino le venne alla mente un'idea singolare. Emma pensò di andare a trovare Lucia, la cui abitazione essa ricordava benissimo.
— Se ella è un'intrigante avventuriera, pensava tra sè la nobil giovinetta, io mi sarò accertata di ciò, e più non penserò a questa sciagurata: se, al converso, ella è una vittima del tradimento di Daniele, sarà questa benanche un'importante scoperta che potrà influire sul mio avvenire.
Queste cose volgeva in sua mente la giovinetta, però che, bisogna dirlo, il pensiero di Daniele incominciava a diventare per lei quel che dicesi propriamente una passioncella. La risoluzione di andare a trovar Lucia era presa; bisognava pensare al modo di mandarla ad effetto. A tante cose pensò la fanciulla, ma tutte presentavano di forti difficoltà ed ostacoli. Imperciocchè, dato il caso che la Fritzheim fosse stata in realtà un'avventuriera, siccome l'avea dipinta Daniele, come avrebbe fatto Emma per nascondere la vergogna di tal visita? Dopo aver molto pensato e ripensato, Emma si fermò da ultimo sovra un disegno che le parve il migliore di quanti le si erano presentati alla mente.
Da parecchi giorni si trattava nelle solite ed intrinseche riunioni della sera di prendersi il divertimento di una cavalcata al Campo di Marte. Varii distinti cavalieri, amicissimi del Duca di Gonzalvo, e due o tre dame, amiche di Emma dovean comporre la brigata. Emma avea sempre differita questa passeggiata or per un pretesto or per un altro, non sentendosi l'animo sereno abbastanza per abbandonarsi ai consueti sollazzi; ma le parve giunto il momento di recarla ad effetto, dappoicchè era nel pensier di lei di allontanarsi dalla brigata allora che sarebbero giunti presso al Real Albergo de' poveri, adducendo il pretesto di dover adempiere ad un atto di carità ch'ella volea fosse rimasto segreto, epperò volerlo adempiere senz'alcun testimone: avrebbe dissimulata la distanza, dicendo che la casa dov'ella recavasi non era discosta che pochi passi: avrebbe intanto dato di sprone al cavallo e divorata la via per tornar più presto a raggiungere la comitiva. Un tal proponimento non era scevro di difficoltà, ma ella si ripromettea di superarle sul fatto. La cavalcata fu fissata pel primo giorno di sereno che offrisse il verno già decrescente. Ed in effetti, un bel mattino la nobil comitiva si avviava dal palazzo S... su svelti e bei cavalli inglesi di puro sangue, con molto lusso ed eleganza bardamentati.
Emma, in grazioso e maschile abbigliamento all'amazzone, cavalcava un gentile e nobil destriero bianco come la spuma del mare. L'incantevol persona della giovinetta spagnuola si disegnava con fierezza sotto le spoglie austere della moda inglese, ma più bella appariva, più seducente agli occhi degli estasiati che la circuivano. A' suoi fianchi caracollava con grazia estrema e con superba andatura il visconte di Boisrouge, abile maneggiatore di cavalli. La cavalcata era giunta all'Orto Botanico, ed Emma, arrossendo, annunziò, facendo le veci di essersene pur lì ricordato, di dover visitare una misera famiglia raccomandatole da una delle sue amiche. Non ostante le più vive premure ed istanze, Emma si allontanò dalla brigata, e non sì tosto videsi fuori la vista de' suoi compagni, diè di sprone al cavallo e sparì dietro gli alberi che orlano il viale di S. Maria degli Angeli alle Croci. Emma avea detto alla comitiva di aspettarla dappresso al Real Albergo de' Poveri ch'ella non avrebbe indugiato più di pochi minuti. Il cavallo di Emma si era messo di carriera: ella incitavalo colla voce, colla frusta e cogli sproni, perocchè sentivasi alle spalle il galoppo di un altro cavallo che la seguiva.
La fanciulla sospettò che alcuno de' compagni si fosse quegli che seguitavala, e nella preoccupazione in cui la metteva l'apprensione di esser discoperta, e per guardare indietro, non badò ad un burrone che tagliava la strada, ed era appena pochi passi discosta dal fossato in cui sarebbe stata inghiottita insieme col suo cavallo, quando il cavaliere che la seguiva, facendo fare un balzo terribile al proprio corsiere, si caccia innanzi a quello della fanciulla per arrestarne il corso impetuoso. E riuscì in fatti a salvare la giovinetta dall'orrenda caduta, ma l'urto fu così veemente, e l'azione così rapida, che il cavaliere fu balzato di sella e stramazzò a terra, andando a piombar col capo sopra un piccolo macigno ch'era messo in sull'orlo del fossato.
Emma mise uno strido acutissimo e si gittò dal cavallo per andare a soccorrere il suo salvatore, nel quale, a sua grande sorpresa, riconobbe il signor Maurizio Barkley, dal cui capo grondava in copia il sangue.
II.
LA VISITA
Accennammo altrove che Emma nutriva un certo istinto di diffidenza per Maurizio Barkley. Ella non sapea propriamente rendersi conto di tale ripugnanza, anzi non poche volte facea forza a sè medesima per vincere un così ingiusto sentimento, anche perchè sapea che suo padre riponeva nel signor Barkley intera fiducia; ma il mistero onde quest'inglese circondava la propria vita, la oscurità della sua origine e delle sue relazioni, quella specie di altiera taciturnità irremovibile, e quello sguardo freddo ma ostinato e penetrante, avean fatto sull'animo della giovinetta, fin dal primo giorno in cui lo vide, una sinistra impressione che l'era rimasta in appresso voltata in leggera antipatia. Il contegno di Barkley verso di lei era stato sempre grave e poco manieroso: quando le più entusiastiche ovazioni erano prodigalizzate alla dea de' salotti, Maurizio non mischiava le sue frasi di ammirazione e di rapimento a quelle dello stormo elegante che si facea dattorno, quando, per casualità, rimanevan soli o vicini, Maurizio non le dirizzava nessuna di quelle parole di adorazione che soleano risuonare agli orecchi di lei. Per così fatte ragioni Emma sentiva per Barkley contraggenio e dispetto. Ma ora questi sentimenti erano di botto disparsi, cedendo il luogo alla sorpresa, al compiacimento, alla riconoscenza. Emma era estremamente maravigliata di veder colà il signor Barkley, il quale non formava parte della comitiva; ed era ricolma di ammirazione e di gratitudine pel coraggio, per la prontezza, per l'eroismo onde colui, a rischio della propria vita l'avea salvata dal precipizio.
Il sangue grondava a Maurizio da una larga ferita apertasegli dietro al capo. Egli avea perduto l'uso de' sensi, era pallidissimo, e sulle sue labbra era sparso il lividore di morte. Emma si trovava nella situazione più angosciosa; avrebbe voluto chiamare al soccorso, volare da' suoi compagni che l'aspettavano, per raccontar loro il tristo accaduto; ma non volea lasciare, neppure per un momento, il misero e generoso giovine che giaceva a terra senza dar segni di vita. Emma dimandò l'aiuto di alcuni villici che erano di passaggio, e un di costoro, adagiato Maurizio in sul macigno, ne sostenne, il capo, mentre l'altro era corso per un poco di acqua. Gli occhi della fanciulla erano bagnati di lagrime. Ella si adoperava a rattenere, col suo fazzoletto rinforzato a molti doppi, il sangue che fluiva e gemeva sotto il grumo che vi si era incrostato tra i capelli. Intanto il contadino era tornato con una brocca d'acqua limpidissima. Emma avea fatto uno sdruscio nella sua sottana e ne avea formato una pezzuola il cui becco immerse nell'acqua ed applicò in sulla ferita per farla ristagnare. Il freddo dell'acqua richiamò a vita Maurizio, il quale aprì gli occhi, e veduto Emma che con la più amorosa sollecitudine gli era sopra, e la cui mano riposava assieme col becco della pezzuola in sulla sua fronte, lo sguardo gli balenò di piacere, ed il volto ch'era smorto e livido si accese di subita fiamma.
— Grazie, mormorò con fioca voce, grazie, Duchessina, quanta bontà! Voi stessa avete voluto curare la mia ferita! ed avete avuto ragione, perchè la vostra mano è il più dolce balsamo che si fosse potuto applicare sovr'essa.
— Oh, signor Barkley, rispose Emma arrossando, come potrò esprimervi la mia graditudine? A voi debbo la vita, perocchè sarei senza altro precipitata in questo orribile fossato, senza il vostro coraggio e la vostra prontezza. Ma come vi siete trovato qui? Voi non facevate parte della nostra comitiva.
— È vero, Duchessina, voi non mi troverete giammai nel cerchio di coloro che prendon parte ai vostri divertimenti; ma quando un pericolo vi minaccia, quando una sventura sta per colpirvi, siate certa che troverete al vostro fianco Maurizio Barkley.
Emma guardò stupefatto il giovine inglese. Le nobili e generose parole che questi avea profferite non erano dettate da vanitosa ostentazione, dappoichè egli avea dato testè una prova irrefragabile della sincerità de' suoi detti. Ma a qual sentimento attribuire tanta annegazione? Ecco la sciarada di cui Emma s'imbrogliava a trovare il motto.
— Ben mi è nota la nobiltà del vostro animo, signor Barkley, ed essa giustifica pienamente la fiducia che mio padre ha in voi, e l'amicizia che vi professa. Ed oh quanto più egli vi estimerà ora che saprà esservi io debitrice della vita!
— A che parlarne, Duchessina? Non sono io oltremodo felice e compensato della dolce pietà che la mia ferita ha saputo destare nel vostro bell'animo? Oh se avessi ogni giorno l'occasione di arrischiare la mia vita per salvare la vostra!
Emma era sempre più sorpresa delle parole di Barkley, e tanto più ne sentiva maraviglia, essendo ella convinta che l'espressioni di quell'uomo non erano foggiate per vaghezza di complimenti o per affettare uno spirito eroico e cavalleresco, dal quale abborriva il suo carattere franco e altero. Questo breve scambio di parole avveniva stando la giovinetta chinata pressocchè sulle ginocchia di Maurizio; la mano dritta di lei tenea compressa in sulla fronte dell'inglese la pezzuola bagnata, mentre la sinistra aiutava a sostenere le spalle del ferito. Maurizio si sollalzò un poco dal macigno, sì che la sinistra mano della fanciulla abbandonò per poco la sua posizione. Barkley prese nelle sue, la mano della giovinetta, se l'accostò alle labbra, e v'impresse un bacio. Emma trasalì, e, per un movimento inconsiderato, si scostò dall'inglese.
— Che fate, signore! esclamò ella.
— Bacio quella mano che mi dà la vita, rispose Maurizio. Grazie, Duchessina, grazie delle vostre cure; mi sento forte abbastanza da tornare a casa. Prendete, buona gente, soggiunse poi dando a ciascuno de' due villici una moneta d'oro, prendete questo piccol segno della mia gratitudine; non ho più bisogno dell'opera vostra.
I due contadini stupefatti di tanta generosità non rifinivano di guardare: con occhi spalangati or la moneta or il donatore: e quando si furono accertati che la cosa non era una finzione, ma bensì la più consolante realtà, si partirono, colmando di benedizioni il forestiero e la dama. Maurizio ed Emma restaron soli.
— Volete raggiungere la comitiva, o volete recarvi da Lucia Fritzheim? chiese Barkley.
Non si può dire da quanta sorpresa fu colta Emma a queste parole. In che modo Maurizio conosceva il segreto di lei?
— Che! signore! esclamò la fanciulla, e chi vi ha detto ch'io mi recava da questa donna?
— Nessuno, Duchessina, perocchè voi avete nascosto a tutti il vostro proponimento.
— E voi, signore, come avete letto nel mio pensiero? Chi vi ha rivelato il nome di questa donna?
— Perdonate, Duchessina, ma questo è il mio segreto: soltanto vi posso dire ch'io conosco questa fanciulla, che si chiama Lucia Fritzheim.
— Fanciulla! come! Ella è dunque una fanciulla di onesta famiglia, n'è vero?
— Lucia Fritzheim è la virtù personificata, Duchessina, rispose con solennità il giovine inglese, e suo padre era l'anima più bella, il cuore più nobile che sia stato al mondo.
— Ed è straniera questa famiglia? dimandò sempre più maravigliata Emma.
— Giacomo Fritzheim era svizzero di origine Lucia è nata in Napoli.
— Ed è bella? chiese la giovinetta.
— La sua virtù la rende assai più bella di ch'è in effetti.
— Ed è povera, n'è vero?
— Poverissima, e massime dopo la morte del padre.
— Andiamo, signor Barkley, accompagnatemi da lei. Il mio soverchio indugio sarà presso gli amici giustificato dalla vostra presenza. Io dirò che in quella casa dove mi son recata per una limosina ho incontrato voi, al quale io avea dato appuntamento. Racconterò il vostro atto eroico col quale mi avete salvata la vita; troveremo pretesti e sotterfugi per colorare la nostra tardanza. Venite, Maurizio, indicatemi l'abitazione di Lucia Fritzheim; andiamo a spargere il conforto della carità là dove la più nera perfidia ha sparso il dolore, la miseria, e volea spargere l'ignominia; andiamo, signor Maurizio; compite la vostra opera; salvatemi il cuore dopo avermi salvata la vita.
— Io vi accompagnerò, Duchessina, ma non salirò sulla casa di Lucia Fritzheim; vi aspetterò a qualche distanza: andate a trovar Lucia; le vostre due anime sono fatte per intendersi e amarsi.