Part 11
— Due volte milionario! esclamò Daniele con occhi di fuoco, e il suo petto si gonfiò, e dalla sua bocca, dalle sue narici il fiato usciva con impeto. La trista corda dell'anima sua era tocca.
— Sì, due volte milionario, ripetè il Baronetto, e ciò non ostante io sono la più misera creatura che sia nel mondo.
— Voi, signore!
— Io, io propriamente, io darei la metà di quanto posseggo, purchè dormissi una sola notte il sonno che si dorme alla vostra età e colla vostra salute.
— Oh mio Dio! tanto dunque voi soffrite, signor Conte!
— Tanto io soffro! ripetè come un'eco sepolcrale il Baronetto.
Ebbero luogo tra quei due personaggi pochi momenti di silenzio. Edmondo riprese.
— Vi farò una proposta, signor de' Rimini, e voglio sperare che l'accettiate.
— L'accetto, signor Conte, rispose Daniele con fermezza.
— Anche prima di sapere di che si tratta.
— Qualunque cosa mi proponiate, io l'accetto, tornò a dire il giovine con risolutezza.
— Ed io vi ringrazio con tutta l'anima, signor de' Rimini, e spero non essere ingrato alla premura che mi dimostrate. Io dunque vi propongo di passare un mese in questa città di Manheim, e, se non vi dispiace, in questo casino. Vedete quanto ardisco sperare da voi! Rinunziare ad un mese di trionfi, e adattarvi a viver con un povero infermo qual sono io!
— Un mese! esclamò quasi tra sè Daniele.
— Un mese, due o tre, il tempo che vi piacerà. E giacchè intendo godermi io solo le vostre accademie, è giusto ch'io le paghi. Vi offro dunque trentamila franchi al mese.
— Trentamila franchi al mese! ripetè con occhi di pazzo il pianista, il suo cuore fece un balzo terribile. E ditemi, signor Conte, trentamila franchi al mese che somma fanno a capo di un anno?
— Trecento sessantamila franchi, rispose Edmondo, vale a dire circa 63,000 piastre di Spagna.
— Non basta!!! esclamò scoraggiato Daniele, e quasi avesse risposto ad una interrogazione che avea fatto a sè medesimo.
Edmondo fu estremamente sorpreso da quella parola, ch'egli credette diretta a sè.
— Così giovane e così assetato di ricchezze! esclamò tra sè il Baronetto; è inconcepibile!
Daniele capi l'errore che avea commesso, arrossì tutto, e si affrettò a dire.
— Perdonate, signor Conte, non a voi era diretta quella parola che testè mi è sfuggita dalle labbra. La somma che voi mi proponete è una fortuna immensa per un povero artista qual io sono, ma io non posso rimanere sì a lungo in Germania. Mi permettete adunque ch'io accetti solamente per un mese, e mi darete quella somma che vorrete.
— Sia dunque per un mese, disse Edmondo: a contare da questo giorno, n'è vero?
— Da domani, signor Conte.
— Ebbene, domani vi aspetto: questo appartamento vi sarà assegnato; le mie carrozze e i miei servi sono a vostra disposizione fin da questo momento.
Daniele era per accommiatarsi dal Baronetto, quando nel salotto entrò il dottor Weiss. Edmondo prese per la mano il giovane italiano, e, presentandolo al medico, disse:
— Dottore, ecco il signor de' Rimini, il RIMEDIO che mi avete proposto. Egli è mio ospite per un mese.
— Davvero! Voi, signor de' Rimini...
Il medico s'interruppe, indi ripigliò:
— Ma, è strano! è curioso! è incredibile! Signor Conte, questo giovinotto vi rassomiglia a capello: quegli occhi sono i vostri, quella fronte è la vostra, quel naso è il vostro... Ah! ah! ci sarebbe da scommettere che il signor de' Rimini vi è figlio!
Questo scherzo fu una scossa elettrica per quei due personaggi, che si guardarono, arrossirono e impallidirono, come se quella parola gittata così per celia fosse stata una inattesa rivelazione.
VI.
L'ARTISTA
Il giorno appresso, Daniele era stabilito al primo piano del casino di _Schoene Aussicht_. Il Baronetto avea posto agli ordini del giovine pianista le migliori delle sue carozze e due scelti domestici, uno tedesco e l'altro francese. Il più splendido e principesco servizio era ai comandi di Daniele, il quale era trattato come un ospite regale. La colezione gli era recata nel suo appartamento, il pranzo era comune col Baronetto, così avendo disposto lo stesso Daniele. Edmondo gli avea lasciata intera libertà, sicchè il giovine era padrone assoluto di sè medesimo in tutto il corso del giorno. Ma al cadere delle tenebre, e in sull'ora del pranzo, il Baronetto il facea pregare di salire al secondo piano.
Dopo il pranzo, Edmondo facea servire il tè nella camera verde, ove si riduceva assieme a Daniele, e dove, coricato sulla magnifica sedia a foggia di letto, si abbandonava al piacere di sentire a suonare il giovine pianista. Un preziosissimo pianoforte era stato trasportato nella camera verde. Pochi momenti dopo di aver preso il tè Daniele si sedeva innanzi allo strumento ch'ei toccava con tanta perfezione, e traeva da que' tasti sublimi e patetici accordi.
Alcune volte Daniele suonava pezzi di grandi maestri da lui variati co' colori della più ricca fantasia. Era un torrente di melodie or piane e soavi come le cantilene religiose di vergini romite, or gravi e solenni come le preci dei morti salmeggiate in una chiesa lontana, or vivaci e liete come l'inno della speranza: era un concerto di accordi non mai uditi, or vibrati e veementi come i palpiti delle giovanili passioni, or dimessi e pacati come il mormorio del vento sulle acque d'un ruscello. Alcune altre volte Daniele sposava il canto all'armonia strumentale: e allora quella sua voce era una potenza di affetti inesprimibili, la sua anima parea soggiogata dalle commozioni. Quel canto limpidissimo, soave, tutto cuore, tutto passioni, eco dell'anima, quel canto italiano ispirato da un cielo innamorato, quel canto, delizia della vita, storia sublime delle segrete sofferenze del genio peregrino in sulla terra, il canto di Rubini, di Lablache, di Basadonna, si ritrovava in terra straniera sulle labbra di Daniele, e andava a toccare i più nascosti penetrali nel cuore di Edmondo, che pallido affannoso, tremante ascoltava le note dolcissime che, come effluvii divini, partivano dal cuore più che dalle laringi del giovine artista.
Edmondo sembrava men tristo del consueto: dormiva talvolta sonni placidi. Ma il lugubre fantasma non cessava di assalirlo di quando in quando, e alcune volte ne' momenti stessi in cui suonava Daniele. L'incanto della musica spariva di botto, e le note basse del piano-forte prendevano agli orecchi di lui il solenne e terribil carattere de' rintocchi della squilla di morte.
Una sera, Daniele cantò la romanza del _colpevole amore_, ch'egli avea cantata sei mesi fa, nella sala di Lady Boston a Napoli. Sì grande fu la commozione onde l'artista fu preso al ricordo della donna ch'egli amava, che non potè terminar la romanza; le lagrime gli bagnavano il volto. Inconcepibile contraddizione del cuore umano! Quel giovine, nei momenti in cui non era ispirato dal genio musicale, avea l'anima dura e malvagia: la sua condotta verso Lucia n'è una pruova. Ma nei momenti in cui era favorito dalla ispirazione, Daniele era tutt'altro uomo. Chi avesse giudicato di quel cuore negl'istanti in cui egli era artista, sarebbesi formato di lui l'opinione d'uomo sensitivo e virtuoso. Edmondo fu profondamente commosso dall'accento con cui il giovine avea cantato il suo _colpevole amore_; di talchè veggendo che quegli non poteva più proseguire per l'effetto delle proprie commozioni, gli domandò:
— Voi amate, Daniele?
— Amo, signor Conte, amo la più vaga creatura che sia sulla terra, ella ispira i miei componimenti, dà l'impulso alle mie dita. La speranza di possederla m'incoraggia alle più ardue fatiche.
— In che paese si trova al presente cotesta fanciulla?
— In Napoli.
— Quantunque voi diciate che non paleserete il nome di lei ancora che vi si desse un regno, disse sorridendo il Conte, pure userò l'indiscrezione di dimandarvi a qual famiglia appartiene la donna che amate.
— È la figlia di un nobile e superbo spagnuolo, che si è volontariamente esiliato dalla sua patria poscia che le vicende politiche lo ebbero spogliato del potere.
— Il nome di costui? chiese il Baronetto con ansietà.
— Il Duca di Gonzalvo.
— Ah! egli! esclamò Edmondo: e voi siete il fidanzato di sua figlia?
— Volesse il cielo che il fossi!... Ma voi conoscete il Duca di Gonzalvo?
— Sì, rispose con tristezza il Baronetto, l'ho conosciuto in Ispagna: uomo protervo, ambizioso, avaro!
— È vero pur troppo quanto dite, signor Conte. Ambizioso, avaro e superbo! Oh! perchè sua figlia è un idolo di bellezza! Perchè ho avuto debolezza di amarla!
— Rifiuta egli forse di rendervi felice?
— Ebbene sì signor Conte, rispose ii giovine con abbattimento, ei ricusa. Il giorno in cui gli chiesi la mano di sua figlia, il superbo mi umiliò con ogni maniera d'ingiurie.
— E quale speranza nutrite ancora di possederla?
— Nulla posso nascondere a voi, signor Conte: la benevolenza di cui mi onorate e il vostro rispettabile carattere m'ispirano un'illimitata fiducia. Vi dirò adunque che io strappai al Duca di Gonzalvo la promessa d'attendere due anni prima d'impegnare la sorte di Emma sua figlia.
— E condiscese il Duca ad aspettar questo tempo?
— Condiscese, però che io gli promisi di ritornare..... dopo due anni..... di tornare....
Daniele avea vergogna di confessare il folle ardimento della sua proposizione.
— Ebbene, di ritornar che cosa? dimandò il Baronetto.
— Di ritornar..... milionario, rispose il giovine arrossendo e abbassando il capo.
Edmondo sorrise.
— Milionario! esclamò questi, e su che speravate accumulare in due anni una tal favolosa fortuna?
— Nol so io medesimo, signor Conte, speravo negli eventi, nella mia stella, e soprattutto nella febbrile operosità che mi avrebbe data la mia passione per Emma.
— E quanto avete guadagnato finora nel giro dello vostre accademie?
— Pochissimo, signor Conte, quasi niente; le spese dei viaggi assorbono tutto. Mi avveggo pur troppo che la mia proposizione fu dettata da impeto giovanile, dallo sdegno in cui mi posero le umilianti parole di quel superbo... Ma non mi fo più illusione, signor Conte; i due anni passeranno, ed io non avrò potuto metter su che un meschino capitale appena bastante per vivere indipendentemente dal capriccio della sorte. Oh... ci vuol ben altro che note musicali per diventar milionario, non è vero signor Conte?
— Verissimo, mio caro Daniele. La vostra proposizione fu troppo ardita ed inconsiderata: ciò nulla di meno....
Edmondo si fermò di repente; i suoi occhi erano animati, brillanti, il suo volto avea preso un carattere di vivacità straordinaria. Un pensiero al certo gli era volato per la mente al quale ei si era fermato con compiacenza e con delizia. Daniele avea notato il subitaneo cangiamento della fisonomia del Conte. La reticenza che avea seguita alla frase _ciò nulla di meno_ avea fatto balzar di speranza il cuore del giovane pianista.
— Ebbene, signor Conte, voi dicevate... _ciò nulla di meno_.
— Sì, rispose Edmondo io diceva... Non bisogna disperare... chi sa! Ditemi, Daniele, avete voi coraggio?
— Se ho coraggio! Mettetemi alla pruova, signor Conte, e vedrete se ho coraggio anche di affrontar la morte!
Daniele guardava attentamente il volto e gli occhi del Conte ne' quali si dipingeva quasi una specie di abberrazione mentale.
— A che questa interrogazione, signor Conte?
— Domani vel dirò... Domani parleremo a lungo... Io forse vi sarò debitore d'una ETERNA obbligazione, e voi forse dovrete a me... la vostra fortuna...
Edmondo si alzò: il suo volto raggiava di insolita gioia.
— Buona sera, Daniele, buona sera, gli disse stringendogli la mano, buona sera, figlio mio, a domani... a domani... Chi sa! domani forse la vostra sorte è cangiata!
Il Baronetto si ritirò. Daniele rimase trasognato. Eppure, quella parola che il Conte avea profferita, quel _figlio mio_ avea scossa l'anima del giovine!
VII.
LE CONDIZIONI
Si figurino i nostri lettori con qual e quanta impazienza Daniele aspettò il giorno vegnente. Le parole erano state chiare e precise: _Domani forse la vostra sorte è cangiata_, avea detto.... _Io forse vi sarò debitore d'una eterna obbligazione, e voi forse dovrete a me la vostra fortuna_. Daniele avea mandato il cervello a sparviero in tutto il corso della notte per trovare il bandolo della matassa; ma neppure una congettura, una supposizione avea egli potuto formarsi su tal proposito. Che specie di servigi poteva egli prestare al Conte? Che d'uopo avea questo milionario dell'opera sua? Nessun giorno della sua vita era stato atteso con tanta bramosia quanto quel domani, il quale dovea risolvere un problema di tanta importanza.
E il domani, in sull'alba, Daniele si gittò dal letto, e aspettò con ansia febbrile la chiamata del Baronetto. Quanto gli sembrarono eterni quei momenti! Non fu che verso le undici che il Baronetto fece pregare Daniele di salir da lui.
Edmondo fece entrare il giovine nella camera verde, di cui fece chiudere gli usci, ordinando ai servi che per qualsivoglia cagione non avessero ardito di venire a sturbare il colloquio ch'egli dovea tenere col suo ospite.
Daniele trovò Edmondo seduto presso un tavolino, sul quale era un volume con molto lusso ligato e il ricapito da scrivere. Egli fe' cenno a Daniele di sedersi. Alcuni momenti passarono senza che nessuno de' due avesse rotto il silenzio. Edmondo incominciò:
— Questo colloquio che ci accingiamo a tenere signor de' Rimini, è d'una estrema importanza per entrambi. Esso può decidere della mia vita, siccome della vostra immensa fortuna. È un contratto ch'io vi proporrò.
— Io vi ascolto, signor Conte, e non so dirvi con quanta impazienza ho aspettato questo momento. Parlate, signor Conte, ed abbiate in me la confidenza che potreste avere in un vostro figliuolo.
Daniele abbassò gli occhi e arrossì. Edmondo conficcò l'ardente e cupo suo sguardo in sul volto del giovine, e seguitò:
— Pria di tutto, ei fa d'uopo rivelarvi, signor Daniele, ch'egli è più di un anno ch'io soffro. La strana e tremenda natura del mio male non ammette rimedii fisici: io dispero della guarigione, tranne che voi non acconsentiate a quanto io vi proporrò. Vi confesso che coll'enorme guiderdone ch'io darò all'opera vostra potrei trovare mille altri che si presterebbero al mio volere: ma nessuno al certo potrebbe ispirarmi l'amore e la fiducia che voi m'ispirate. Già ve l'ho detto; fin dal primo istante in cui vi ho veduto, hommi sentito una inesplicabile simpatia per voi, la quale è venuta ad esser rafforzata dalla strana rassomiglianza ch'è nelle nostre fattezze del volto.
— Ed io sono oltre ogni credere felice, disse Daniele, di portare sul mio volto una guarentigia del vostro affetto.
— Di cui or ora vi darò una pruova grandissima. Ma badate, Daniele badate ch'io chieggo da voi un sacrifizio enorme, inaudito. Nessun figlio, per quanto amore avesse al padre, si è mai sottoposto alla dura pruova alla quale io vi chiamo, dandovi in compenso tutto quanto io posseggo.
Daniele si sentì dare un tuffo di sangue al cervello; le orecchie gli zufolarono; la vista gli si annebbiò.
— Tutto quanto voi possedete, signor Conte! ripetè il misero schiacciato dal peso della propria felicità.
— Sì, Daniele ecco... ecco il mio testamento, disse Edmondo mostrandogli sul tavolino un foglio di carta; ecco il mio testamento scritto di proprio pugno questa notte, alla presenza del MIO CAD...
Edmondo s'interruppe. Daniele era così sbalordito, così stupefatto da quel che sentiva, che non fece la minima attenzione a questa reticenza del Baronetto. Quel foglio di carta che Edmondo gli aveva additato come testamento sconcertava la sua ragione, imbrogliava le sue idee.
— Il vostro testamento! signor Conte... il vostro testamento!
— Sì, ed uno solo è l'erede di tutte le mie ricchezze, Daniele de' Rimini.
Questo colpo era troppo forte pel giovane: gli occhi se gli abbuiarono, la ragione gli vacillò.
— Oh... che mai dite! Signor Conte! vostro erede!... erede universale!! Due volte milionario come voi! E chi sono io dunque! E che cosa ho fatto per meritarmi tanto amor vostro?
— Nulla ancora avete fatto, ma molto dovrete fare?
— Dite, signor Conte, per carità, parlate; che cosa debbo fare per dimostrarvi la mia gratitudine? Come sdebitarmi con voi di tanta pruova di affetto? Parlate, la mia vita è vostra.
— Ascoltate, signor de' Rimini, ascoltatemi attentamente. Vi dirò poscia le condizioni ch'io pongo all'eredità che vi lascio.
«Sappiate dunque che da qualche tempo io sono travagliato giorno e notte da un pensiero che mi dà morte. Tutt'i mezzi ho tentato per fugare questo fantasma che mi strugge, ma tutto indarno. Voi maraviglierete della stranezza del mio male, ma per quanto si voglia strano, esso non è men vero terribile... Ebbene, io non so perchè, m'immagino che morrò di morte apparente, e che sarò tratto alla tomba ancor vivo!
Daniele fece un movimento di sorpresa, cui Edmondo non badò punto e prosegui:
— Capite voi, signore, tutto il terribile di simigliante pensiero?
Esser sepolto vivo! Destarsi nelle tenebre, chiuso in ferrea bara! Aver la certezza che nessuno potrà aiutarti, che nessuno potrà udire la tua voce. Mancarti l'aria! sentirti scoppiare i polmoni! E quel coverchio di piombo che non cede a sovraumani sforzi che fai per dischiuderlo! Inesorabile come l'eternità! Esser morto ed avere il sentimento e le angosce della vita! Esser vivo cogli orrori della morte! Sentirsi morire lentamente e tra gli strazii di una volontà impossente! Sentirsi estinguere e pensare che forse su quei pochi palmi di terreno che ti covrono si trova qualche essere umano il quale potrebbe aiutarti se arrivasse a udire la tua voce!....
Viver sepolto, mentre si piange forse in sulla tua tomba! Oh! questo pensiero è troppo atroce, n'è vero signore? Non è cosa orribile il pensarci soltanto?
— Non ci è dubbio, rispose Daniele, sempre più attonito dalle parole del Conte; ma fa d'uopo considerare, signor Baronetto, che simili casi non sono che rarissimi...
— Rarissimi!... rarissimi, voi dite! Oh! è vero, rarissimi sono i casi conosciuti, ma quanti milioni di questi casi non han potuto accadere, rimasti miseramente ignoti e sepolti negli orribili segreti della tomba! Rarissimi! voi dite! E siete forse andato voi a verificare i misteri del sepolcro? Quando si son gittati sei palmi di terreno sovra una bara, chi ha mai pensato di andare ad esplorare se l'uomo rinchiuso in quella bara sia ridesto all'apparente sonno di morte? Oh quante volte forse, quante volte una tenera sposa, un figlio inconsolabile si strugge in lagrime, mentre il misero consorte, il padre amatissimo muore nella più orrenda disperazione che mente umana possa concepire, quella di esser sepolto vivo! Rarissimi voi dite questi casi! ed avete voi, mai nel silenzio della notte, messo l'orecchio sulla terra dei morti? Oh quante volte il gemito dell'aura notturna tra i cipressi d'una tomba è l'eco di un gemito che si perde nelle visceri della terra! Oh quante volte le preci che risuonano sopra un feretro di fresco aperto, invece d'implorare dal cielo la requie eterna ad un morto, accompagnano l'agonia straziante d'un moribondo! Voi credete che tali casi siano rarissimi? Or bene io dico che su cento persone che vengono sepolte, un trenta almeno vengono menate ancora vive alla tomba. Leggete, leggete, signore, quest'opera tedesca sulla _Morte apparente_, e vedete in quante maniere si può esser tratti in inganno dai segni apparenti della morte. Migliaia di esempi troverete in quest'opera di persone che furon credute morte e che in fatti non lo erano! La morte apparente è sì comune, massime, ne' vecchi! Ebbene, io ho provveduto a questo: ho provveduto benanche all'avvenire del mio cadavere, a quest'ente che gli uomini abbandonano come cosa che più loro non appartenga. Si pensa a figli, si pensa alla moglie, a parenti, agli amici, a' servi ed al proprio cadavere non si pensa. Incredibile cecità! Ma io vi ho pensato, e consacro tutte le mie ricchezze alla felicità del mio cadavere. Ascoltate, ascoltate a quali condizioni io vi nomino mio erede universale.
Edmondo prese dal tavolino il suo testamento e lesse con ferma voce ma cupa e sepolcrale:
«Di tutti i suddetti miei beni mobili ed immobili co' titoli annessi, in mancanza di eredi legittimi, lascio mio erede universale il giovine Daniele de' Rimini, di Napoli, esercente la professione di pianista. Ma il detto Daniele de' Rimini non potrà esser messo in possesso de' miei beni se non mostrerà legalmente di aver adempito alla seguenti condizioni:
1º In qualunque paese si trovi il detto Daniele de' Rimini nel tempo della mia morte, dovrà, dietro avviso, trasferirsi immediatamente a Manheim, in questa proprietà di _Schoene Aussicht_.
2º È mia precisa volontà che il MIO CADAVERE sia imbalsamato col nuovo metodo di iniezione alle carotidi. Questa operazione dovrà esser fatta dal mio medico dottor Weiss di Francoforte varii giorni dopo che io non avrò dato più segni di vita, e dietro i più esatti e scrupolosi esperimenti per accertarsi della VERA mia morte. Per tale operazione gli si darà in compenso la somma di diecimila fiorini.
3º È anche mia precisa volontà che il MIO CADAVERE, dopo l'imbalsamazione, rimanga nella camera verde del secondo piano della mia proprietà di _Schoene Aussicht_.
4º Il signor Daniele de' Rimini, mio erede ed esecutore testamentario, dovrà essere il CUSTODE DEL MIO CADAVERE durante NOVE MESI, a contare dal giorno della mia morte.
5º Il mio cadavere sarà vestito con quella proprietà e decenza che si convengono al rango ed alle ricchezze del Baronetto Brighton, Conte di Sierra Blonda. Ogni giorno se gli cambierà la biancheria, ed ogni settimana i vestiti.
6º Due volte al giorno il signor Daniele de' Rimini recherà egli stesso al mio cadavere, nel cospetto de' servi testimoni, il caffè, e in quelle stesse ore in cui soglio prenderlo al presente.
7º Ogni sera, dopo l'ora del tè, il signor Daniele de' Rimini suonerà, alla presenza del mio cadavere, un pezzo a piano-forte e canterà un'aria di sua scelta. Il mio cadavere sarà adagiato sulla sedia a foggia di letto, ch'è nella camera verde.
8º La più minuta e scrupolosa cura sarà messa dal signor Daniele de' Rimini a tener mondo il mio corpo da qualsiasi impurità della corruzione.
9º Il signor Daniele de' Rimini, di concerto col dottor Weiss, provvederà a' mezzi di purificar l'aere della camera verde ed allontanar le cattive esalazioni del mio cadavere.
10º Mi si useranno tutti que' riguardi e quelle attenzioni che sono dovute al mio stato, e che mi si userebbero se io fossi vivo.
11º Passato il tempo de' nove mesi, il signor Daniele de' Rimini farà porre il mio corpo in una cassa di bronzo dorato di cui egli solo conserverà la chiave, e mi farà riposare nella mia villa di _Schoene Aussicht_, in un apposito mausoleo che vi farà costruire. Egli si obbliga parimente di visitare di tempo in tempo le mie spoglie mortali, le quali io raccomando alla sua sollecitudine ed alle sue cure.
12º Mancandosi dal signor Daniele de' Rimini ad una sola delle condizioni da me poste, la cui esecuzione dovrà esser legalmente verificata e consegnata in apposito atto di cancelleria, s'intende il signor Daniele de' Rimini scaduto dal diritto di eredità, ed in sua vece, de' miei beni si farà l'uso che indicherò qui appresso.
13º Nel caso che il signor Daniele de' Rimini, durante il corso dei nove mesi, cadesse ammalato e non potesse quindi adempiere personalmente agli obblighi giornalieri da me impostigli, potrà affidarne l'esecuzione a persona di sua piena fiducia, e sempre sotto la sua diretta responsabilità. Il caso della sua malattia dovrà per altro essere legalmente verificato con attestati di esperti medici, a capo dei quali il mio dottor Weiss di Francoforte.
14º Da ultimo, nel caso in cui il signor Daniele de' Rimini morisse prima di me, questo testamento rimane di fatto annullato, e sarà da me provveduto diversamente alla divisione dei miei beni.