Il mio cadavere

Part 10

Chapter 103,862 wordsPublic domain

Il domani, nella prim'ora del mattino, il Dottor Weiss di Francoforte si faceva annunziare al Baronetto Brighton. Costui si era da qualche ora alzato dal letto ch'era divenuto per lui più tormentoso di uno spinaio. Una limpida giornata di giugno incominciava il lungo suo corso. Un fresco venticello baciava le cime delle acacie, correva allegro e pazzognolo lunghesso i viottoli ombrosi della villa di _Schoene Aussicht_, e rapiva i primi profumi dei fiori, trasportandone gran parte nella camera da letto di Edmondo, il terrazzino della quale era dischiuso.

Il milionario si era appoggiato alla ringhiera del terrazzo: il sereno del cielo, le balsamiche aurette di primavera, il concerto degli augelli, il tremolare delle fronde, aveano per poco discacciata la negra nebbia che premea l'anima di Edmondo, ed avean dato a' suoi pensieri altro avviamento non così malinconoso. L'annunzio della visita del medico gli giunse grato come foriero di guarigione. Edmondo fece entrare il Dottor Weiss in un gentil salottino di conversazione, attiguo alla camera da letto, ed ei pure entrovvi e si sedè, invitando il medico a far lo stesso.

— Vi trovo molto cangiato dal giorno in cui ebbi ultimamente l'onore di visitarvi, signor Conte, cominciò il medico — Non sono che quindici giorni all'incirca, e rinvengo sul vostro volto le orme di una devastazione che mi dà pensiero e pena. Che vi è accaduto in questo lievissimo tempo?

— Non so, Dottore, rispose Edmondo, ma io sto male, malissimo; sono più di dieci giorni che il sonno sembra fuggire dagli occhi miei, o, se talvolta una cascaggine mi sorprende e un filo di sonno si stende sulle mie stanche palpebre, è peggio, perciocchè uno sciame d'immondi fantasimi mi vola sul capo, strarnazzando le ali su tutto il mio corpo. E non ci è modo di sottrarmi a questa orrenda pressione che mi uccide, che mi conduce alla tomba, che mi rende cadavere!... cadavere!

Pronunziando queste due ultime parole, il Baronetto fremè: il suo sembiante s'infoscò talmente che il medico ne fu sorpreso e guardollo fisamente.

— Datemi il vostro polso, signor Conte.

Dopo di aver esplorato il polso del Conte per qualche momento, il medico disse, come se avesse parlato fra sè:

— È strano! il polso è convulso!

E tornò a riguardar negli occhi l'infermo, procurando scavargli i pensieri e lo stato dell'anima.

— Una violenta e tormentosa passione vi agita, signor Conte, gli disse indi a poco; le profonde occhiaie solcate sul vostro volto, i battiti irregolari e convulsi del vostro polso, i fantasmi della vostra mente; tutto mi rivela che voi siete sotto l'impero di un patema di animo. La vostra infermità non è di quelle che caggion sotto l'esplorazione dell'arte; fa d'uopo ricercarne altrove l'origine: emmi d'uopo di tutta la vostra illimitata confidenza. Parlatemi francamente, signor Conte; pensate ch'io sono per voi qualche cosa di più di un medico, son vostro amico.

Il Dottor Weiss distese la mano al Baronetto, il quale gliela strinse macchinalmente, e disse dopo pochi momenti:

— Dottore, io vi estimo amico e de' più leali, e però non avrò onta di palesarvi quello che soffro, a patto che le mie parole rimangano sepolte in voi. Un'invincibile ripugnanza mi ha finora tenuto dall'aprirvi l'animo mio. Mi promettete di non rivelare ad alcuno quanto sarò per dirvi? Io mi confido all'amico, e aspetto dal medico la mia salvezza.

— Parlate liberamente, signor Conte, vi giuro che serberò il segreto.

— Ebbene, Dottore, sappiate che da oltre a un anno uno strano fantasma avvelena la mia vita. La notte sopratutto, la notte io gemo sotto la pressione di questo incubo morale che mi strugge, che mi succhia il sangue nelle vene, che mi spinge a grandi passi alla tomba.

— Qual'è mai cotesto fantasma? chiese con premura il medico.

— Il mio cadavere! rispose cupamente il Conte e abbandonando il capo sul petto, compreso dal più mortale scoraggiamento.

— Il vostro cadavere! sclamò il Dottore in atto di chi non ben comprenda, quello che gli si dica; non vi capisco, signor Conte; mi fa mestieri intendere più chiaramente l'indole di un tale fantasma.

— Ah! Dottore, non vedete ch'io soffro a parlarne? Come farò per farmi comprendere? Non vi ho detto abbastanza allora che vi ho nominato il mio crudel nemico, il vampiro che mi consuma la carne, che scopre le mie ossa, che rode i miei visceri, e che mi annienta... mi distrugge? Il mio cadavere! Egli è... là, sempre rimpetto a me, con quegli occhi socchiusi e velati dalle tenebre della morte, colla bocca spalancata, livido... immobile come un pezzo di cera; il mio cadavere abbandonato sul letto dell'estrema agonia!... Vedete quelle persone che passano da costa ad esso; sembran paurose di svegliarne il sonno!... Chiunque se gli avvicina rattiene il fiato per tema di fiutare le putride esalazioni di quel corpo, sul quale incomincia la seconda opera della natura, il lavoro di decomposizione. Gli elementi dell'aria atmosferica, quegli elementi che per tanti anni han lavorato a conservar la vita, ora si affrettano a ripigliarsi il frutto dell'opera loro, appropriandosi le molecole che si staccano da quelle ruine di organizzazione. Ogni minuto secondo, strappa o disfà una fibra di quel corpo il quale perde... sempre senza mai più acquistare. Tutta la natura si gitta, come uccello di rapina, su quel suo figlio, alla cui conservazione ella avea fatto concorrere tutte le sue forze; ed ora si affretta a disfare quel dilicato tessuto... Nelle tenebre si compirà questo lavoro di decomposizione, siccome nelle tenebre si era compito il lavoro di formazione: le visceri di una madre crearono, le visceri della terra consumeranno: nove mesi ci vollero per formarlo, e forse NOVE MESI ci vogliono per disformarlo interamente: quel primo tempo fu contato co' palpiti di un amore ineffabile, l'amor materno; il secondo tempo chi mai l'ha calcolato? Oh... il mio Cadavere!... le visceri del mio amore, abbandonato da tutti e da tutto! abbandonato alla terra, sua crudel nemica, alla creta che lo abbranca per farne creta, a' vermini che ne fanno la loro abitazione! E chi sa dirmi quello che soffrirà il mio povero cadavere? Chi conosce i misteri della tomba? Non può forse avvenire che l'antica magione del pensiero risenta l'orrore del sepolcro? Chi mi assicura che il cadavere non soffra nel vedersi strappato da' beni della vita, da quanto egli ha amato in sulla terra? Oh! il sonno della morte sarebbe men duro se i nostri corpi non rimanessero esposti agli orribili ospiti delle visceri della terra! Se potessimo in morendo avere la dolce consolazione di sapere che coloro i quali ci hanno amati non abbandoneranno le nostre spoglie! Il mio Cadavere!... il mio povero Cadavere abbandonato da tutti!... da tutti!

Edmondo ruppe in lagrime, come un bambino.

Il Dottor Weiss aveva attentamente seguito le parole del Baronetto, la cui eloquenza era eccitata dal favorito soggetto della sua orribile fissazione. Non ci era più dubbio! Il medico avea tutto compreso, tranne una cosa, che dovea pur formare il perno delle sue argomentazioni. In che stato si trovava la coscienza del Conte? Gli è vero che la fissazione di lui e i fantasmi, che il maceravano non erano dell'indole di quelli che soglion morder l'anima dei rei; ciò non per tanto una tale angosciosa fiacchezza di spirito in un uomo forte, vigoroso, che avea veduto il mondo, che aveva arrischiata tante volte la vita, che era stanco e sazio di tutti i piaceri: una tale fiacchezza di spirito era inconcepibile senza una prepotente cagione morale, la cui mala radice era forse nella coscienza di lui. Ad ogni modo, lo stato di Edmondo era tanto deplorabile in quanto che l'infermità non era del genere di quelle che vanno sottoposte alla disamina e curagione dell'arte medica; ei bisognava operare sul morale e trovar rimedi nella filosofia e nella religione. Edmondo era ricaduto nel suo cupo abbattimento, dal quale il Dottor Weiss si affrettò di trarlo.

— Tutto ho compreso, signor Conte, dissegli il medico: trista è la situazione dell'anima vostra, ma non è da disperare. Prima di tutto, permettete che vi faccia un'interrogazione. Vi ricordo che in questo momento io sono amico vostro, e che entrambi dobbiamo cercare una via che ci guidi alla desiderata guarigione. In che stato si trova la vostra coscienza?

— Che intendete dire, Dottore? dimandò esterrefatto il Conte, credendo che il medico volesse disporlo per l'ultimo viaggio.

— Intendo dire, soggiunse questi, che la riparazione di qualche male involontario da voi cagionato potrebbe essere il più efficace rimedio contro i fantasmi che vi assediano. Una buona coscienza è il miglior guanciale su cui si trovi leggero il sonno e ristorante.

Edmondo abbassò il capo e nulla disse. Questa volta egli avea compreso il vero sentimento delle parole del Dottore.

— Signor Conte, ripigliò questi che dal silenzio dell'infermo avea già sospettato non esser monda di colpe la coscienza di lui — non è mio intento il voler entrare ne' segreti della vostra vita. Iddio solo scruta i cuori e giudica gli uomini: ma è mio debito di rischiarare la vostra mente sulle probabili origini del funesto e straordinario malore di cui siete vittima. Se la radice del male stesse nel vostro organismo e nelle funzioni che ne dipendono, io sarei obbligato di cercare con accuratezza la cagione di un tale disordine per apportarvi salutari medicamenti; ma la serpe non istà nel vostro organismo, signor Conte, bensì là... nel fondo della vostra anima, dove non è dato all'occhio umano di addentrarsi. A me basta l'aver su questo richiamata la vostra attenzione. Mi permetterò di farvi eziandio osservare che la via del pentimento è la più bella che vi si offra e la più atta a ridonarvi la pace smarrita e a bandire le tristi e lugubri immagini, sotto il cui impero voi soccombete. Siete ancora giovine, ricco e di valida salute; avete ancora innanzi a voi una lunga serie di anni. Se una colpa ha bruttata la vostra coscienza, se una follia giovanile vi pesa in sul cuore, volgete al cielo il vostro sguardo, implorate la Divina clemenza, riparate, se è possibile, al male che avete fatto; se l'innocenza è bella, il pentimento è più nobile; l'anima vi si ritempera, vi si fortifica e vi attinge la calma e la gioia. Che se niun rimordimento è nel vostro cuore, se una singolare attitudine ipocondrica del vostro spirito è la cagione del tristo fantasma che tormenta le vostre notti, non saprei indicarvi altro rimedio più efficace che la distrazione.

— La distrazione! mormorò tristamente il Baronetto, e dove trovarla? E l'anima mia non si rifiuta forse ad ogni maniera di svagamento?

— Fa d'uopo sforzarsi alla distrazione, signor Conte; ei bisogna che non istiate solo in nessun'ora del giorno, e se è possibile, della notte: bisogna che vi mettiate nell'attività de' piaceri, che frequentiate le riunioni, i teatri. Oltre a ciò, vi propongo un rimedio della cui riuscita molto mi riprometto; esso vi costerà un po' d'oro.

— Dell'oro? E che non darei per riacquistar la mia salute e la tranquillità del mio spirito? Parlate, parlate. Di che si tratta? Che debbo fare?

— Ebbene, signor Conte, il rimedio ch'io vi propongo è il seguente: Abbiamo a Manheim un giovine pianista italiano che ha destato in pochi mesi l'ammirazione e la simpatia di Europa. Egli ha dato accademie a Parigi, a Londra, a Berlino, a Vienna: ier sera si è fatto udire in questo teatro di Manheim, ed ha prodotto tale entusiasmo, che pochi suonatori possono vantare un sì bel successo. Voi gli scriverete, signor Conte, e lo inviterete a passar con voi un mese o due: i soavi accordi ch'ei sa trarre dal piano-forte avranno forza di strapparvi dai vostri bui pensieri: la sua compagnia vi rallegrerà, quasi novello Davide porrà in fuga la malinconia del nuovo Saulle.

— Che nome ha questo giovine?

— Daniele de' Rimini.

— E credete che la musica sarà capace di ridonarmi la serenità dell'animo? Credete che le armonie del piano-forte varranno ad allontanare dalla mia mente l'immagine del mio Cadavare?

— Io lo spero, signor Conte.

— Ebbene io tenterò questo mezzo: dimani il giovine pianista italiano Daniele de' Rimini avrà stanza in questo casino.

Un servo pose termine alla conversazione, annunziando che il bagno a pioggia era pronto.

La sera di questo giorno, Daniele de' Rimini riportò un altro trionfo. Dopo l'accademia, gli abitanti di Manheim, trasportati di entusiasmo pel suonatore italiano, l'aveano accompagnato infino all'albergo dov'egli avea stanza. Correndo la stagione de' bagni, Manheim era zeppa di forestieri, e il teatro era de' più animati e brillanti. Daniele, siccome abbiamo accennato, aveva in pochi mesi percorso le prime capitali di Europa: la fama il precedeva dappertutto, e un trionfo lo aspettava in ogni paese in cui si faceva udire a suonare. La sua giovinezza, l'avvenente malinconia del suo volto parlavano in suo favore anche prima che ponesse le mani sui tasti del piano-forte. La qual cosa il giovine non sì tosto incominciava, gli uditori erano rapiti e incantati dalla magia degli accordi, dalla dolce mestizia de' motivi delle opere italiane, a' quali Daniele dava una veste di armonie al tutto corrispondenti e flebili. Il genio o l'ambizione, animava le dita di quel giovine? L'uno e l'altra. Il genio era mezzo; l'ambizione, o, per dir meglio, l'avidità dell'oro la molla delle sue ispirazioni. Daniele era partito il 1 gennaio da Napoli, povero e oscuro. Cinque mesi appena erano scorsi ed egli avea già acquistato celebrità; ma il suo peculio non arrivava per ora che ad una somma tenuissima, Daniele era scoraggiato, ma non disperava; gli restava ancora a percorrere altra metà dell'Europa e tutta l'America settentrionale: i viaggi assorbivano gran parte dei suoi guadagni.

Il domani della seconda accademia data a Manheim un domestico in gran livrea consegnava a Daniele il seguente biglietto:

«Il Baronetto Edmondo-Isacco Brighton, Conte di Sierra Blonda, prega il sig. Daniele de' Rimini di favorirlo questa mattina nella sua proprietà di _Schoene Aussicht_».

Dopo un'ora, Daniele de' Rimini si trovava alla presenza di Edmondo.

V.

LA RICCHEZZA

Dicemmo che il casino del Baronetto era composto di due piani. Nel secondo egli dormiva, essendo esso la consueta sua abitazione; in questo era una stanza decorata con tutto ciò che può allietare i sensi, e fornita di quanto è necessario per le comodità della vita. Era questa la stanza, in cui il Baronetto passava la maggior parte dei suoi giorni, e dove la sera riunivansi gli amici per prendere il tè e per abbandonarsi agli allettamenti della conversazione. Questa stanza riguardava i più ameni paesetti e villaggi alemanni che attorniano le rive del Reno: due ampie finestre si aprivano a mezzogiorno e ad oriente. Questa stanza, dal colore de' suoi paramenti, era chiamata la _Camera verde_.

Il secondo piano rispondeva al primo per via di una magnifica scala interna di marmo greco a tre branche, su ciascun pianerottolo delle quali era una statua de' più rinomati artisti, e vasi di fiori odorosi e di piante fiorite di cedri o di oleandri: ringhiere e bracciuoli del più fulgido cristallo inglese e del più capriccioso disegno ornavano le branche di questa scalinata, a piè della quale un'illusione di giardino guidava al quartiere del lusso, ch'era appunto il primo piano.

Non ci allungheremo a dipingere alla immaginazione de' nostri lettori la splendidezza di questa magione da fate. Conciossiacchè piccole le camere, ciascuna era un gioiello di civetteria, di eleganza, di gusto; ciascuna riuniva in sè sola il _comfortable_ d'una casa inglese. Visitando quella scacchiera di stanze, tutte eguali, rettangolari, forbitissime, ma silenziose e deserte, ti si apprendeva all'animo un senso di mestizia, pensando che in quelle fulgide e ricche pareti non suonava il rumore sì grato agli orecchi di Dio, il rumore della famiglia. Quella solitudine e quel silenzio ti piombavan pesanti sul cuore come se avessi visitato l'interno di un principesco mausoleo.

Rarissime volte il Baronetto scendeva al primo piano. Nei primi anni della sua dimora a _Schoene Aussicht_, e quando il filosofo non avea del tutto dimenticato il Cavaliere del Firmamento, quel primo piano era designato ad accogliere qualche pellegrina visita, o qualcuno dei vecchi amici di follie di Sierra Blonda, comecchè questo caso fosse più raro, a cagione della cautela che Edmondo metteva a tener celato il suo ritiro. Ma da un pezzo il primo appartamento di _Schoene Aussicht_ non riceveva più ospiti di genere equivoco, ed ora si contava parecchi anni dacchè lo stesso padrone non vi poneva il piede. Nondimeno il quartiere era mantenuto con la massima nettezza, come se ogni giorno avesse dovuto accogliere un cospicuo personaggio.

Questo primo piano era quello appunto che il Baronetto ordinava a residenza del giovine pianista italiano, ed in esso propriamente volle riceverlo per la prima volta.

Era in questo appartamento un salottino messo con un lusso così sfacciato e con sì incredibile magnificenza che nell'entrarvi l'occhio vi rimaneva abbagliato. L'adornamento di questo salotto era costato al Baronetto un denaro che avrebbe potuto formare la fortuna di cento famiglie. Diremo soltanto che molti mobili ivi contenuti erano di oro massiccio, e che vi erano due seggiole d'avorio, a forma di baldacchini, lavorate sul gusto cinese, e ricoperte da cuscini orientali. Edmondo avea voluto profondere enormi somme nell'addobbo di questo primo piano, ed in particolar modo di quel salotto per quella eccentricità che formava sempre il fondo del suo carattere, e per vaghezza di contemplare raccolte in piccolo spazio le meraviglie del lusso e delle arti. La ricchezza pompeggiavasi in tutto il suo orgoglio in quel ricinto dove l'oggetto più misero, più fragile, più perituro, più dappoco che vi si vedesse era per lo appunto il padrone di tante dovizie. E bene faceva Edmondo ad entrare di rado e quasi non mai in quel salotto, che tacitamente lo scherniva e gli additava i sei palmi di fetido terreno, che gli erano destinati per ultimo asilo.

In questo salotto Edmondo ricevè Daniele.

Perchè si era così affrettato il giovine pianista ad accorrere all'invito del Baronetto? Perchè già gli era giunto all'orecchio il suono delle grandi ricchezze del solitario di _Schoene Aussicht_, e Daniele non credè a' propri occhi nel leggere il biglietto del nobile. Il suo cuore gli diceva ch'era quella un'occasione propizia; che forse il Conte di Sierra Blonda avrebbe potuto esser per lui una sorgente di fortuna; che forse quell'uomo il quale vivea lontano dai rumori della città e de' divertimenti sarebbe per lo meno un filosofo amico delle arti e incoraggiatore splendido dei giovani artisti. Checchè avesse tra sè pensato il nostro Daniele, il fatto è che volò come un fulmine all'invito che gli sopraggiunse caro per quanto inaspettato.

Rinunziamo a dipingere la maraviglia di Daniele veggendosi introdotto in quella casa e proprio in quel tempietto d'oro, di cui abbiam parlato: il colse un capogiro una vertigine: era quel salotto il riverbero dell'anima sua, lo specchio de' suoi ardenti desideri: quell'oro riflettevasi a sprazzi di fuoco nel suo cervello, e rimescolava le sue idee e confondeva la sua ragione nè più nè meno che se fosse stato un barilotto di poderosissimo vino. Tanta fu la luce che balenò da quel salotto che Daniele non vide il Baronetto, il quale, vestito a nero, era seduto sovra un piccolo canapè a forma di conchiglia. Edmondo era così pallido, così emaciato, che il suo volto parea dileguarsi in sulla nera barba che gli scendeva insino al petto. La voce del Baronetto trasse Daniele dall'estasi in cui era immerso, e chiamò i suoi sguardi attoniti sul nume di quel tempietto.

— Sedete, bel giovane. Non siete voi l'egregio pianista signor Daniele de' Rimini?

Edmondo avea parlato in francese; era nell'accento e nella voce di quest'uomo qualche cosa di cupo e di affannoso che colpì all'istante il giovine artista, il quale con leggiero imbarazzo rispose chinando i begli occhi:

— Perdonate, signor Baronetto, al mio imbarazzo e al mio stupore, cagione della scortesia che ho commessa nel non riverirvi appena son qui entrato. Le arti umili e dimesse veggonsi confuse alla presenza di tanto splendore. D'altra parte, vi confesso che io mi aspettava di entrare nell'ostello della filosofia, perocchè il grido delle vostre estese cognizioni..

— E non vi siete ingannato, interruppe il Baronetto, nel credere che avreste trovato in me un filosofo, il quale per altro ha la sventura di esser ricco! Ma, di grazia, accomodatevi signor de' Rimini.

Daniele salutò col capo e con molta osservanza il Baronetto, e si sedè in faccia a lui sovra altro divanetto a forma di sfinge, ripetendo tra sè con estremo stupore, e come se avesse cercato di capire il senso di un paradosso; _il quale per altro ha la sventura di esser ricco!!_

Edmondo avea fitto lo sguardo sul sembiante di Daniele e massime negli occhi che gli avean fatto una impressione gratissima. Fin dal primo affacciarglisi del giovine italiano, il Baronetto avea provato un subitaneo sentimento di simpatia; onde trasse lieto augurio pel tentativo di curagione che gli era stato consigliato dal Dottor Weiss. Daniele era davvero un vago e gentil giovanotto. Un leggiero accrescimento di salute congiunto alla situazione in cui trovavasi colorava il suo volto di una tinta di rosa. I viaggi avean data alla sua complessione maggior vigoria e a tutta la sua persona un'aria di più gran distinzione. Questa volta due leggiadre basette coronavano le sue labbra, andandosi a congiungere con un semicerchio di barba che gli circondava il mento; il suo sguardo era animato dalla vivacità della giovinezza, della salute e del genio.

— La fama della vostra somma abilità nell'arte musicale è giunta infino al mio solitario ritiro, disse Edmondo guardando sempre con compiacenza il giovine italiano: la mia salute non mi permette di andare al teatro ed avere il piacere di sentirvi a suonare; ed io anelava di conoscervi: ecco la ragione per cui vi ho pregato di onorarmi.

— Che dice mai, signor Baronetto! Ascrivo ad un particolar favore della mia sorte l'avermi procacciato un tal piacere ed onore, rispose Daniele, a cui le parole del Conte faceano un effetto gradevolissimo.

— Fuori cerimonie, signor de' Rimini, io sono filosofo e voi siete artista; la filosofia e le arti si vantano di schiettezza; la ragione e la verità sono le loro basi, io dunque vi parlerò il linguaggio dell'affetto più che quello delle convenienze.

— Dell'affetto! signor Conte! esclamò Daniele trasalendo di gioia.

— Sì, dell'affetto. E pria di tutto, vi confesso ch'io trovo nella vostra fisonomia qualche cosa che m'innamora di voi. Non so perchè, ma in entrando in questo salotto, le vostre sembianze mi han tocco profondamente.

— Ebbene, signor Baronetto, dal canto mio vi confesserò parimente che la vostra voce e la vostra fisonomia han fatto in me un'impressione così grata, ch'io non dimenticherò in tutta la mia vita la vostra persona. Ma un tal piacere mi viene amareggiato dalle parole che testè mi avete dette, signor Conte.

— E quali?

— Che lo stato della vostra salute v'impedisce di uscire.

— È vero; io soffro, bel giovanotto, soffro assai; ma chi sa! forse dovrò a voi, se non l'intera mia guarigione, qualche ora almeno di sollievo.

— Deh! piaccia al cielo ch'io possa avere il piacere di contribuire al ricuperamento della vostra salute!

— Ne ho speranza, e sopratutto da pochi momenti a questa parte. La vostra sola presenza ha già prodotto in me un effetto salutare. Che età avete, bel giovine?

— Sto nel ventesimo terzo anno della vita.

— Così giovine, e già pieno di gloria!

— La gloria! ripigliò il pianista, la gloria! L'è gran bella cosa la gloria, è vero, ma non basta alla felicità dell'uomo in su la terra. Oh se io fossi ricco!

— Oh! che mai dite! ricco! Ebbene; guardate, mirate il mio volto; son io felice? Eppure io sono due volte milionario.