Il Libro Nero

Part 8

Chapter 83,855 wordsPublic domain

-- Dov'è Roccamàla? -- chiese Morello, andando nella strombatura della finestra presso il conte Corrado.

-- Laggiù, ad ostro, dietro quella montagna che pare un gigante raggomitolato. Di qui alla rocca vi saranno forse venti miglia.

-- Ed è forte arnese? -- dimandò Morello.

-- Sì certamente, un vero nido d'aquile; ma le aquile più non sono là entro....

-- E come, messere? forse un castello disabitato?

-- No, c'è buona guardia tuttavia, e messer Ansaldo può darvene contezza, egli che v'abita ancora. Ma l'ultimo dei Roccamàla è morto improvvisamente, e fu un rammarico universale, poichè egli era un prode e gentil cavaliero, amato da quanti lo conoscevano. Egli ebbe il torto di non scegliere una sposa tra le molte bellissime che gli erano profferte da orrevoli famiglie, desiderose d'imparentarsi con lui. Io gliene dissi più volte, ma e' non volle saperne. Mi rispondeva sempre sorridendo: c'è tempo, c'è tempo! E il tempo è passato e la sua stirpe si è spenta con lui. Ahimè, messere Morello! Il buon seme si va miseramente perdendo; oggi i Roccamàla; domani forse i Torrespina!... --

Così dicendo messer Corrado s'era fatto cupo. Morello avrebbe potuto rispondergli com'egli ancor fosse di buona età e come potesse avere un erede degno di lui, solito complimento che si fa ai vecchi, deserti di figliuolanza; ma non disse nulla di ciò, e volse in quella vece il discorso a Roccamàla, donde messer Corrado lo aveva distolto con la sua malinconica osservazione.

-- E ditemi ora, messere, a chi toccherà la signorìa di Roccamàla?

-- Ruberto il taciturno, -- rispose il conte Corrado, -- aveva un fratello che andò a morire in Lamagna. Si dice ch'egli abbia lasciato un figlio, ed è voce che quest'ultimo rampollo di così nobile pianta sia per ascriversi alla milizia del glorioso san Bernardo, in un monistero di quelle parti là. Altri dice che egli sia morto; ma io non potrei parlarne con sicurtà. Questo so che furono mandati corrieri in Lamagna, per cercare di lui.

-- Ma se fosse morto davvero, o la sua deliberazione di ritrarsi dal mondo fosse irrevocabile....

-- Oh, allora, -- soggiunse messer Corrado, -- il dominio di Roccamàla potrebbe essere rivendicato dal vostro gran genitore, che novera tra' suoi maggiori quel Guglielmo V, detto il Lungaspada, il quale ebbe appunto in moglie una donna dei Roccamàla, siccome ho rilevato dal notulario della nostra famiglia.

-- Voi siete buon intendente di genealogie! -- disse Morello, inchinandosi con atto leggiadro ai suo ospite.

-- Baie, cugino! egli bisogna pur fare alcun che, in questi ozii campestri! Qui poi non abbiamo araldi, come in Francia e nelle corti più reputate, i quali possano tener memoria di queste cose; epperò ogni castellano ha le sue carte, dove nota le discendenze, le agnazioni, i parentadi, e tutte l'altre cose memorabili delle famiglie. Voi vedete che ad esser dotto in cosiffatta materia non ci vuol poi molta fatica. --

Durante questo discorso col Torrespina, Morello aveva sospinto più e più volte gli occhi da un lato, sogguardando madonna. Ma egli non s'era accorto di nessun mutamento che in lei fosse avvenuto al ricordo dei Roccamàla. Tranquilla in apparenza come prima, ella teneva un libro tra mani e ne andava sbadatamente svolgendo le pagine.

Ansaldo, che le stava seduto daccanto, venìa tratto tratto bisbigliando a lei motti leggiadri, ai quali, bisogna pur confessarlo, ella rispondeva a mala pena.

Quel giorno Morello di Monferrato si ritrasse più presto nelle sue stanze e gettatosi bocconi sul letto si diede a piangere amaramente.

Rambaldo di Verrùa s'era fatto daccanto a lui per consolarlo.

-- Suvvia, Morello, amico mio, fatti animo non piangere come una femminetta! Ciò disdice ai virili propositi che t'hanno condotto a questo sperimento della vita. Vedi, io, io medesimo, non accuso quella donna, come tu fai ora con le tue lagrime dirotte. Che volevi tu che facesse, o dicesse? Presente il marito, presente tutta la brigata che aveva gli occhi su lei, doveva ella lasciarsi scorgere, mostrarsi turbata, svelare l'interna ed assidua cura dell'anima?

-- E sei tu che parli in tal guisa? tu, Aporèma?

-- Io, perchè no? Non amo trionfare di te con la menzogna, ed ogni mio ragionamento è condotto a filo di logica. Tu, uomo, disperi oggi così facilmente e senza ragione, come ieri facilmente e senza ragione credevi. Ora, l'una cosa e l'altra debbono esser fatte con piena cognizione di causa. --

Morello non lo ascoltava già più, e continuava tra i singhiozzi a sfogare la piena delle sue amarezze.

-- Povero Ugo di Roccamàla! povero stolto! Ecco, tu se' morto appena da un mese, e gli è già come se l'eternità fosse passata sul tuo sepolcro. Gli amici tuoi.... ve' come pensano a te! La morte d'un falco randione, o d'un can da giugnere, avrebbe lasciato più ricordanza in quelle anime sciocche e malvagie. E quello sciagurato che tu amasti sopra tutti gli altri, tranquillo, sorridente, superbo, desidera la donna tua, intende senza rimorso a succederti, coglie il momento che si ricorda il tuo nome, per dirle forse: vi amo! Va, traditore! va, Giuda! Alla croce di Dio, ho a bere il tuo sangue! --

Rambaldo sorrise a queste parole di Morello, e gli chiese:

-- Sei tu guarito dell'amicizia?

-- Sì.

-- Guarirai dell'amore.

-- Taci, taci! esso mi ucciderà. --

Il giorno appresso, madonna Giovanna, come vide Morello, fu pronta a chiedergli se avesse sofferto, e perchè. La bellissima donna parve molto sollecita della salute del suo ospite, e curante della persona di lui. Ma cotesto, che dovea far lieto Morello, gli riuscì per un altro verso doglioso.

A quelli atti della castellana, il viso di Ansaldo si rabbuiò. Tutto quel giorno stette imbronciato; a mensa fu di pessimo umore. Ed ella intanto, più cortese che mai con Morello, non diede pure uno sguardo alle furie d'Ansaldo.

S'era ella finalmente avveduta dell'amor di costui? Le aveva egli detto parola che non le consentisse d'ignorare più oltre? E, ciò sapendo, le si era forse appalesato, in tutta la orridezza sua, l'animo ingrato del secondogenito di Leuca? Queste erano le domande che Morello andava rivolgendo tra sè, mentre ella si dava tanta cura di lui, e mentre il volto di Ansaldo si rannuvolava sempre più.

Alle seconde mense, e in quell'ora che i più lieti ragionari si alternavano con le tazze ricolme di vini aromatici, volle fortuna che si riparlasse di Roccamàla.

-- È egli vero, -- disse messer Corrado, volgendo il discorso ad Ansaldo di Leuca, -- è egli vero ciò che mi fu riferito stamane, che lo strozziere di Roccamàla....

-- Sì, -- rispose quegli; -- mastro Benedicite si è fitto in capo che il castello, i campi, i boschi ed ogni diritto di dominio su quella vasta contèa, gli appartengano.

-- Ma non si tratta di un testamento?...

-- Per l'appunto, e' dice di aver trovato in fondo ad uno stipo, nella camera del suo signore, una pergamena con la quale il conte Ugo lo chiama suo erede nel possesso della contèa e ne raccomanda l'investitura. Però lascio argomentare a voi, messer Corrado, com'egli sia salito in superbia, e come già si vada pigliando una satolla di padronanza feudale.

-- Egli dunque, -- disse Corrado, -- aveva il presentimento di una morte vicina, il nostro povero amico?

-- O non morì egli, -- disse uno dei convitati, -- per veleno che gli avea dato a bere un pellegrino misterioso?

-- Che! di simiglianti storielle ne corsero molte nel volgo, e molto giovò a propagarle la stoltezza del vecchio Benedicite, il quale vedeva diavolerie dappertutto. Il pellegrino era un povero giullare, tocco nel _nomine patris_, che non avrebbe fatto male ad una mosca, e che se ne andò la mattina con Dio. Ugo di Roccamàla era chiuso nella sua stanza, disteso nel suo letto, dove non lo aveva certamente ucciso il veleno.

-- E che cosa, dunque? -- dimandò sogghignando Rambaldo di Verrùa.

-- Chiedetene ad Enrico Corradengo qui presente, il quale era stato quel giorno commensale del povero Ugo, e potrà dirvi quante volte la coppa d'oro fosse andata in giro, colma di ippocrasso....

Qui Morello di Monferrato, che fino allora aveva durato una gran fatica a contenersi, balzò in piedi, percuotendo con le pugna strette la tavola.

-- Voi mentite, Ansaldo di Leuca!

A quella improvvisa sfuriata di Morello, si fe' un grande silenzio per tutta la sala.

Ansaldo, che era diventato pallido come la morte, si alzò in piedi a sua volta.

-- Morello di Monferrato, -- rispose egli freddamente, -- nessuno mi ha detto mai villania, che non ne pagasse il fio, pel ferro della mia lancia se cavaliero, pel piatto della mia spada se insolente plebeo. --

Morello rispose anzitutto con un sorriso di compassione.

-- Noi vedremo, -- soggiunse egli poscia, -- se gli atti risponderanno ai vanti vostri, messere. Ho notato a due tiri di balestra dal ponte di Torrespina un bel piano, presso una gran quercia, che mi par luogo acconcio ad un passo d'armi. Colà, con licenza di messere Corrado, io cavalcherò domattina con lancia, mazza e spada, e tristo chi verrà a contendermi la via.

-- Messer Corrado, -- disse Ansaldo di Leuca, -- vorrete essermi compagno domani, all'usanza di Lamagna.

-- No, o messere, -- rispose con molta dignità il castellano di Torrespina. -- Morello di Monferrato è mio consanguineo, e se io pure avessi a trovarmi sotto la quercia di Marenda, come quel luogo è detto dalla gente del contado, e' sarebbe piuttosto quale avversario vostro, imperocchè io non avrei dovuto patire che voi diceste cosa contraria alla onorata ricordanza di un cavaliero che era altamente pregiato a Torrespina. Ma voi siete mio ospite, messere Ansaldo, ed altro non vi dirò, che renda più triste la memoria di questa giornata. --

Ansaldo si morse le labbra e non rispose più verbo.

-- Grazie, messer Corrado! -- soggiunse allora Morello. -- Io debbo ora chiedere perdonanza a madonna dello aver qui troppo facilmente ascoltata la mia collera. Come voi mi avete pur ricordato, qualche goccia di sangue dei Roccamàla scorre nelle mie vene.... E voi, messere Ansaldo, sappiate che mi sarà compagno alla quercia di Marenda il mio leale amico e pro' cavaliere Rambaldo di Verrùa. Amici non mancheranno a voi per sostenere le vostre ragioni, e come testè mi avete nomato taluno che saprebbe far testimonianza della sconcia morte di un Roccamàla, voi potrete condurlo domattina con voi.

-- E' ci sarà, astori del Monferrato! -- esclamò il Corradengo, tocco sul vivo.

CAPITOLO XI.

Qui si conta di un cavaliere che ebbe il premio innanzi alla giostra.

Dirvi come si rimanesse Giovanna di Torrespina a que' concitati discorsi, mi sarebbe troppo malagevole ufficio. Una penna così mal destra, come la mia, non verrebbe certamente a capo di ritrarvi quella delicatezza di pensieri e di sentimenti onde fu agitato l'animo della leggiadra castellana, fino al momento che ella, inavvertita quasi, si ritrasse dalla sala del banchetto, accompagnata dalle sue damigelle.

Pochi istanti dopo la sua dipartita, si fece innanzi un paggio, per dire a messer Corrado e agli ospiti suoi, come madonna Giovanna, sentendosi alquanto stanca, si fosse ridotta nel suo appartamento; l'avessero per iscusata, se quella sera non sarebbe venuta a godere di così gentil compagnia.

Intesero tutti la scusa, e Ansaldo di Leuca ed Enrico Corradengo furono i primi ad uscire dalla sala, togliendo anzi commiato da Torrespina pel giorno vegnente.

Strana condizione di quattro cavalieri, i quali avevano stanza nel medesimo castello, ospiti di un medesimo signore, e che dovevano la mattina appresso uscire dalla medesima porta per combattere ad oltranza gli uni cogli altri!

Ma in que' tempi non si badava più che tanto a simili cose, chè le consuetudini sociali non avevano ancora, come di presente, tante sottigliezze e lisciature, e come le parole erano pronte alle labbra, così le mani erano pronte alle spade, e il sangue si spandeva allegramente per cose da nulla. Le dame assistevano di lieto animo alle tenzoni, e in loro onore solea farsi l'ultimo colpo e il più pericoloso d'ogni torneo, che dicevasi «correr la lancia delle dame.»

Questo di Morello con Ansaldo era uno scontro all'antica maniera de' Paladini, e non dovea farsi in campo chiuso, ove potessero andar spettatrici e giudichesse le dame. Esso tuttavia non usciva punto dalle costumanze cavalleresche, come non era insolito che due cavalieri seduti alla medesima mensa si disfidassero a combattimento per loro private ragioni, od anche semplicemente per qualche sconsiderata parola; imperocchè la misuratezza del dire, e la rispettosa cortesia delle frasi, non si riserbavano che per parlare alle dame, ed era notato d'infamia chiunque ad una donna rivolgesse un manco riverente discorso.

Era migliore la costumanza d'allora, o la nostra odierna? Io, per me, m'attengo all'antica. Abbiamo ora mille vincoli di galateo così per gli uomini come per le donne, e non è chiaro se siamo più riguardosi per osservanza della legge comune, o per vero sentimento di cavalleresca devozione al bel sesso. V'ha poi di peggio nel secolo nostro. Il giovanotto che può vantare un maggior numero di conquiste amorose e che ha lasciato più Olimpie sullo scoglio, è più invidiato che biasimato dall'universale, e v'ha anzi chi lo pregia di più. Ma a' tempi antichi, Bireno era notato di slealtà; chiunque avesse mancato alla fede verso la sua donna, n'aveva il biasimo universale, ed ella non era punto fatta argomento di riso, come oggi si suole; chè anzi, ogni dama ed ogni cavaliero parteggiava per lei, e il disleale amatore non poteva più assidersi a mensa, nè entrare in giostra con gentiluomini, fino a tanto la dama sua, commossa dal suo pentimento, non l'avesse in mercè, e non gli perdonasse il suo fallo.

Ma gli è tempo oramai di tornare al racconto. Uscito Ansaldo di Leuca col Corradengo, anche Morello e Rambaldo chiesero licenza di andarsene nelle loro stanze, per prepararsi (diceva Rambaldo) cristianamente alla pugna del dimani.

Morello era chiuso in sè stesso e non diceva parola; solo l'aggrottar delle ciglia faceva fede di non soavi pensieri.

-- Morello, amico mio! -- gli disse Rambaldo, scuotendolo, -- non ti dar pensiero oggi di quello che farai domani. La rabbia accieca, ma non so di verun caso in cui essa abbia fatto calare più forte un colpo di mazza, o di spada. E poi, che cosa vuol dire questo centellarti fin d'ora il piacere che berrai a larghi sorsi domattina, correndo il saracino contro il tuo tenero amico, il tuo Eurialo diletto?

-- Oh, bene hai detto, il saracino! -- esclamò il giovine Morello. -- Ma io ferirò, te lo giuro, nel bel mezzo della quintana.

-- E per questo, -- prosegui Rambaldo, -- ti bisogna non aver le traveggole. Ma, a proposito di vedere, hai tu veduto gli occhi della castellana?

-- No, io non guardavo che lui!

-- Male! Io l'ho guardata a mio bell'agio. La s'era sbiancata in viso come la sua veste di lana bianca. Seguì con molta attenzione il tuo dialogo coll'amico prediletto di conte Ugo, e quanto tu dicesti: «orbene, messere, vedremo se gli atti risponderanno alle parole» si alzò a stento da sedere e fe' per andarsene, ma certo sarebbe stramazzata sul pavimento, se le sue damigelle non erano pronte a sostenerla.

-- E che argomenti da ciò? -- disse Morello, pensieroso.

-- Nulla, in fede mia! Gli è naturale che una gentildonna non possa reggere ad una giostra di parole minacciose, come quella che tu hai regalato a così nobile udienza.

-- Potevo io operare diverso? Dovevo io contenermi?

-- No, per.... l'anima mia! Amo la pugna, io; sebbene, mentre tu, già salito in arcioni, mediti i fendenti, i manrovesci e le stoccate, io, più modesto, vagheggio gli sberleffi e le piattonate sulle spalle di quel tristanzuolo del Corradengo. Ah! ah! Egli ci ha chiamati _astori del Monferrato_, come se credesse di dirci villania. Li vedrà lui, gli astori del Monferrato, questo barbagianni delle Langhe! -- E Rambaldo di Verrùa, sostenendo coscienziosamente la parte del personaggio che rappresentava, proseguì allegramente di questa conformità, fino a tanto che giunsero al loro appartamento e, congedati i donzelli, ognuno di essi si chiuse nella sua camera.

Esacerbato ancora dalle parole del suo avversario, e con l'animo travolto in una grande tempesta di feroci pensieri, Morello non fece altro che slacciar la cintura e deporre il pugnale: indi si diede a passeggiar concitato per la stanza. Ma egli non aveva ancor rifatto cinque volte il suo breve cammino, che un lieve picchiar di nocche sull'uscio di quercia venne a distoglierlo dalla sua occupazione.

Egli andò all'uscio, lo aperse, e gli comparve dinanzi un grazioso paggetto, il quale con aria misteriosa gli susurrò queste parole:

-- Cavaliere, una gentil damigella di Torrespina che ha in gran pregio il vostro valore, vi prega a muovervi per amor suo e lasciarvi guidare da me, fin dove ella m'ha comandato che io vi conduca. --

Quella misteriosa imbasciata fe' strabiliare Morello.

Siffatte avventure, a dir vero, non erano strane nè rare a quei tempi, in cui il bel sesso, con assai più voce in capitolo, aveva eziandio più arditezza di spirito e più prontezza di partiti, che non di presente; ma per intender quella, bisognava a Morello avere almeno dato uno sguardo alle damigelle di Torrespina, imperocchè non gli pareva naturale che, senza pure aver fatto omaggio degli occhi alla loro leggiadria, dovesse venirgli un invito di quella fatta. Ora questo sguardo fuggevole non si ricordava egli aver dato, nè questo tacito omaggio aver fatto a Peretta di Montezemolo, o ad Agnese de' Ferreri, che così si chiamavano le damigelle di Torrespina.

In questi pensieri, Morello era già per rispondere al paggio com'egli non potesse tenere lo invito. Ma la gentilezza cavalleresca, non lasciandogli trovare una scusa dicevole al rifiuto, gli porse un migliore consiglio, e senza risponder verbo, si fece a seguitare l'adolescente, che per un gran giro di sale lo condusse dalla parte opposta del castello, fino agli appartamenti delle donne.

Il cuore gli batteva forte allo entrare nella camera dove il paggio gli disse di fermarsi e di attendere; ma ben più forte ebbe ad essere la sua commozione, allorquando, invece di Peretta o di Agnese, e' vide venirgli incontro quella che il cuor suo desiderava, ma che mai avrebbe ardito sperare, la stessa Giovanna, la divina Giovanna.

La vista della donna amata ha in sè (chi lo ignora?) alcun che di così forte, di così acuto, che a prima giunta non torna neppure a diletto. Siccome avviene di certi fiori più odorosi, che la loro fragranza va diritta al cervello, quell'«incognito indistinto» di splendori e di fragranze che si sprigiona dal volto e da tutta la persona di lei, t'investe il cuore per guisa, che il sangue bolle e sollecito rifluisce alle tempie, lo sguardo si offusca, e pare che la forza di reggerti in piedi sia per fuggire da te.

-- Messere, -- disse Giovanna con voce tremante, -- non vi fate meraviglia del mio ardimento....

-- Oh, che dite voi, madonna? Vedervi è ventura che il cielo non saprebbe mandar la migliore, e non lascia luogo ad altri pensieri. Io, poi, bene intendo come tutto ciò che oggi è avvenuto....

-- Sì, per l'appunto di ciò volevo parlarvi.

-- Vi ascolto, madonna! -- disse Morello, sedendosi sull'orlo della scranna che la bella castellana gli aveva additata, nell'atto di sedersi ella stessa daccanto a lui.

Non era quello il tempo di pigliar la strada più lunga, e Giovanna di Torrespina, guardando fiso in volto il giovine Morello, gli volse questa dimanda:

-- Conoscevate voi Ugo di Roccamàla?

-- No, madonna; -- rispose il giovine, -- di lui seppi, soltanto l'altro dì, che mi era congiunto di sangue.

-- E allora.... -- disse ella, con una sospensione che pareva compendiar tutto l'accaduto della giornata.

-- Madonna, -- fu pronto a soggiungere Morello, con una di quelle frasi improvvise, rapide ed efficaci come il lampo, -- io odio Ansaldo di Leuca!

-- Ah! e perchè?

-- Perchè egli vi ama; -- proruppe Morello.

Giovanna non soggiunse parola; stette a lungo muta, ed egli del pari, ambidue cogli occhi bassi.

Quando ella finalmente li alzò, fu per dirgli soavemente:

-- Messere, quello che voi avete scoverto, io medesima non ho saputo mai, fino all'altro dì, che mi parve accorgermi di qualche cosa e ancora non ne avevo certezza.

-- Ed ora che v'è noto, madonna, -- disse Morello incalzando, -- ora vi duole di ciò che avverrà domattina....

-- Sì, mi duole; -- rispose Giovanna, senza badare allo intendimento riposto delle parole di Morello, -- mi duole per voi, che mettete a tal repentaglio la vostra utile vita; mi duole, poichè voi lo diceste pur mo', che io mi sia la cagione di questo combattimento; ma ho speranza che Iddio v'aiuti, messere, perchè la buona causa è quella che voi sostenete.

-- Ahimè, madonna, a che mi approderà il vincere? -- disse Morello, chinando mestamente il capo sul petto.

-- Che dite voi ora, messere?

-- Che voi non mi amate, -- gridò egli, tendendo le palme verso di lei, -- e che, non amato da voi, mi sarà forse miglior sorte il morire. --

Queste di Morello erano parole che volevano una pensata risposta, imperocchè da essa dipendeva, non pure il dialogo di quella sera, ma la sorte sua presso di lei.

Madonna lo guardò, ma senza sdegno; chinò i grandi occhi di smeraldo; tornò a volgerli su lui; quindi con piglio solenne, stendendo la mano in atto di far giuramento, gli disse:

-- Morello di Monferrato, se uomo al mondo potessi amare tuttavia, voi sareste quel desso. --

Egli cadde ginocchioni, afferrò quella mano, e la cosperse di baci e di lagrime, senza che ella pensasse a ritrarla.

-- Ma voi non morrete, -- proseguì ella, -- voi non morrete, cavaliero gentile, nato alle grandi imprese, per cui va giustamente famoso il vostro legnaggio. Il mondo ha dovizia di donne, più di me a gran pezza leggiadre, ed ognuna di esse sarà superba dell'amor vostro. Che potrei darvi io, in quella vece? Il mio cuore, divorato da una profonda amarezza, non ha più luogo per l'affetto. --

L'anima di Ugo di Roccamàla suggeva avidamente quelle meste parole; ma il cuor di Morello era triste; e Morello ed Ugo, la carne nuova e lo spirito antico, furono ad una per dire a Giovanna:

-- Oh, io non amerò mai altra donna che voi!

-- Mai! -- ripetè Giovanna, sorridendo malinconicamente. -- La è una grave parola. Chi ardisce dir «mai» quando non è alcuna fidanza del futuro, e nulla è durevol quaggiù?

-- Voi stessa, -- rispose prontamente Morello, -- voi stessa che dite nel vostro cuore non essere più luogo all'affetto, come se la carne inferma non potesse risanare, come se....

-- Tacete, messer Morello, tacete! E per ricordarvi di me, togliete questa sciarpa di verde zendado, che cingerete, se pur l'avete in qualche pregio, intorno al vostro giaco di maglia, e che io desidero abbia a portarvi ventura. --

Il giovine non trovò parole da rispondere; strinse la sciarpa sul seno, e rimase ginocchioni, estatico a guardar lei, che, con un leggiadro gesto di commiato, si era mossa per andarsene. I suoi occhi la seguirono fino all'uscio interno per dove era venuta dapprima; colà, innanzi di sparire, ella mandò al cavaliero un altro saluto amorevole.

Quando tornò nel suo appartamento, Morello fu meravigliato di scorgere il lume acceso nella camera di Rambaldo.

-- Che fai tu? -- chiese egli, affacciandosi sul limitare.

-- Non vedi, Morello? Forbisco e metto in assetto i pezzi delle nostre armature.

-- Fatica rubata agli scudieri! -- disse Morello.

-- No, -- rispose Rambaldo, -- io penso che in questi negozi assai meglio vedano gli occhi del cavaliero. Egli ha da indossare le armi, egli ha da esser sicuro del fatto suo, segnatamente allorquando, com'io ora, egli non ha certe guarentigie...

-- Che vuoi tu dire?

-- Che io non ho, -- soggiunse Rambaldo ghignando, -- favori di dame da sospendermi al collo, nè cuori innamorati a palpitare per me. --

Morello non rispose nulla ai motti di Rambaldo; voltò le spalle, e andò nella sua camera a coricarsi sul letto.

CAPITOLO XII.