Il Libro Nero

Part 6

Chapter 63,762 wordsPublic domain

Ugo vide allora l'immagine sua, che era quella d'un bel cavaliero, dagli occhi azzurri, dalla florida carnagione a cui dava più risalto una fina capigliatura bionda, dalla svelta statura, e sfarzosamente vestito. Si contemplò ammirato, mosse gli occhi, il capo, il petto e le braccia; quindi si volse a cercare l'antica spoglia: ma essa non era più nella camera.

-- Dov'è andato il mio corpo? -- chiese allora ad Aporèma.

-- O che? pensi tu forse ch'io non sappia fare le cose a dovere? Esso è già nella tua camera, disteso nel tuo letto e porta i segni di una morte avvenuta per riflusso di sangue al cervello. Tra due o tre ore entrerà il biondo Fiordaliso a svegliarti. Immagina le grida del trovatore adolescente! Tosto il castello sarà a soqquadro; gli amici e i famigli che correranno di qua e di là all'impazzata; mastro Benedicite che griderà di aver tutto presagito, e che, se a lui si fosse aggiustato fede, non si sarebbe lasciato entrare il romèo. Allora si penserà a venire nella torre del negromante; ma un certo odore di zolfo che a taluno parrà di sentire, li manderà tutti indietro sbigottiti, e non si avrà coraggio di mettervi il piede, se non dietro all'orme di frate Alberto, monaco tenuto in concetto di santità, il quale starà qui lunga pezza in preghiera. Poscia, spruzzato non so bene quante volte d'acqua santa, avrai esequie degne del tuo alto stato, e sarai sepolto fra le tombe de' tuoi maggiori. _Amen!_

-- E lei.... -- chiese Ugo peritoso -- e lei che dirà?

-- Questo non vo' raccontarti fin d'ora, ma non andrà molto che tu ne saprai quanto io, imperocchè la vedrai coi tuoi occhi medesimi.... vo' dire con quelli che hai tolti a prestanza da me.

-- E quando la vedrò?

-- Non oggi, nè domani per fermo, imperocchè tu vai cavalcando con grossa e nobil masnada verso il suo castello, dal quale sei ancora cinque giornate lontano.

-- Ma dimmi, chi sono io ora, qual personaggio rappresento?

-- Non lo senti? Sei Morello, il secondogenito del marchese di Monferrato, e ti rechi a Genova per chiedere le galere che dovranno condurre a Costantinopoli la tua bellissima sorella, disposata all'imperatore Andronico, al figlio di Michele Paleologo.

-- Ah, sì, comincio a ricordarmene; ho la mia gente che m'aspetta a Falconara.... E tu, chi sei?

-- Non mi riconosci più? Sono il tuo giovine amico, il trovatore Rambaldo di Verrùa.

-- Sì, sì, lo rammento. Iersera, alla nostra fermata presso il castellano del Bormio, tu m'hai cantata una leggiadra servantese intorno alle bellezze più riputate dell'oriente e dell'occidente.

-- Sulle quali porta la palma la genovese Elena Ascheria, la figlia di Orlando Aschero, uno de' più valenti capitani della repubblica; Elena che tu vedrai ed amerai, se pure ti piacerà di proseguire il viaggio fino al mare.

-- No, no, io non porrò piede sul territorio della repubblica genovese -- gridò Ugo, a cui Aporèma andava ispirando grado a grado la memoria e i concetti del suo nuovo stato. -- Giungerà colà lo ambasciator di mio padre; io mi fermerò in qualche luogo ad aspettar l'esito dell'ambasceria.

-- A Torrespina, non è egli vero?... -- chiese ghignando Aporèma.

-- A Torrespina, perchè no? Cortese è il castellano, e il figlio del marchese di Monferrato è così orrevole personaggio, che ognuno abbia a tenersi d'avergli potuto dare ospitalità.

-- Oh, se ne terrà, non dubitare, e se ne terrà eziandio non poco la castellana. --

A queste parole del demonio, che gli entrarono come la punta di un verrettone nel petto, Ugo di Roccamàla sobbalzò, scagliando al compagno un'occhiata sdegnosa.

-- Suvvia! Vedremo tutti alla prova, e chi avrà il torto sarà tanto buon cavaliero da confessarlo. Vieni dunque; la tempesta s'è racchetata di fuori; tra poco a Falconara si sveglierà il campo, e se i tuoi cavalieri non ti vedono, penseranno un subisso di male venture. --

Così disse Aporèma, e preso per mano il conte Ugo, si dileguò con esso lui ne' vapori del nascente mattino.

CAPITOLO VIII.

Nel quale si racconta di una gualdana che fa al castello di Torrespina.

Pochi conoscono que' paesi appenninici, che si stendono in lunga e frastagliata zona tra i greppi del versante ligustico e le Langhe dell'alto Monferrato, nelle quali si confondono, creando come una stirpe nuova, se pure non è più acconcio il dire che qui veramente si abbia a trovare incorrotto l'antico sangue dei liguri, e dando vita ad una parlata, genovese nella struttura, piemontese nelle desinenze, che giunge all'orecchio piena di agreste leggiadria. Pochi, ho detto, conoscono que' paesi, e tuttavia non so d'alcun luogo che li vinca in montanina e silvestre bellezza.

La gente ricca va a consolar gli occhi in Isvizzera, e non sa di avere una Svizzera in casa sua, degna di esser veduta e studiata; va a rinfrescar le fonti dell'immaginazione sulle sponde leggendarie del Reno, e non sa di avere un altro Reno, anzi più d'uno a due giornate discosto, vo' dire la Bormida, il Tanaro, e gli altri fiumi minori che hanno sorgente nei liguri Appennini.

Qui orride balze nevose donde lo sguardo specola tutto intorno per lunga distesa di terre fino alla capitale lombarda; qui balze dove l'orizzonte si stringe e l'acque rinchiuse rumoreggiano, cercandosi stentatamente una via tra i massi; qui splendida verdura di pascoli e lunga sequela di fitte boscaglie, che vanno scendendo per varia vicenda di larici, quercie, faggi e castagni, fino alle regioni del salcio e del pioppo; dappertutto rigogliosa vegetazione, imperocchè il benefico sole non dimentica alcuna parte della terra italiana. E tutto lungo quelle creste di monti, sia che digradino verso il mare, sia che accennino alle Langhe, vedete star ritti ancora e minacciosi gli avanzi dei castelli feudali, veri nidi di sparviero, donde non esce più e dove non va a posarsi l'uccello di rapina, ma che tuttavia lo stuolo dei pennuti minori non sa guardar senza tema.

Andate nei piccoli borghi, che paiono starsi ancora muti e paurosi sotto la vigilanza di quei giganti dalle ossa sgretolate e dalle occhiaie vuote, e troverete la gente più schiettamente cortese, i discendenti di quella forte e semplice schiatta che la possanza romana non seppe vincere del tutto; donne leggiadre che vi sorrideranno senza malizia; uomini tagliati alla buona che non vi spoglieranno all'insegna dei tre Re, nè a quella del Cannon d'oro; e un notaio, o un vecchio prete, i quali non avran letto Alessandro Dumas e vi daranno per nulla, insieme co' liquidi topazii di una vecchia bottiglia sturata in onore dell'ospite, le commoventi leggende del castello vicino.

I miei pochi benevoli, quelli, io vo' dire, che vanno leggendo, a mano a mano ch'io le scrivo, le mie povere storie paesane, conoscono già queste alture, dai malinconici luoghi in cui a Calisto Caselli si maturarono i germi della pazzia e dove la bella figura della giovane castellana di Villacervia si mutò agli occhi suoi nella santa Cecilia del calendario romano. Costoro io condurrò oggi a Torrespina, altro castello di quei luoghi, ma facendo far loro un viaggio a ritroso di cinquecento ottanta e più anni.

Giovinetto, io fui su quel poggio dove la gran mole sorgeva; mi arrampicai, non senza danno delle mie vestimenta, tra i prunai della ripida costiera, qua e là seminata di grossi macigni e dei ruderi enormi de' bastioni sfranati. Le mille svariate erbe dei prati crescevano rigogliose nel fosso colmato; la vispa lucertola correva liberamente su per quelle pareti dove l'attento famiglio non avrebbe patito una ragnatela; la serpe si scaldava al sole sopra un mucchio di rottami, nell'angolo superstite di un torrione crollato dalle fondamenta. Io colsi un ramoscello di menta selvatica lunghesso le mura maestre dell'androne; col mio temperino da scolaro recisi una bacchetta di nocciuolo nella gran sala, e mi foggiai una specie di flauto nella fresca corteccia d'un ramo di castagno, tagliato colà, dov'erano forse gli appartamenti dei signori del luogo. Poscia, con uno di quei felici trapassi che arridono soltanto alle menti giovanili, mi diedi a pensare; sognai che ero il padrone di quelle rovine, che avevo fatto restaurare il castello, munitolo di feritoie tutt'intorno pe' miei balestrieri, e resolo dentro un luogo di delizie, per darvi onorato ricetto alla donna dei miei pensieri, che era ancora di là da venire.

Perchè dicevasi Torrespina? Gli archeologi dozzinali parlavano di una famiglia Spina, la quale doveva essere alcun che di simigliante agli Spinola; ma il notaio, uomo di sbardellata dottrina, che andava a cercare ogni etimologia nel latino o nel greco, asseriva doversi ripetere quel nome da _Turris poena_, fantasticando non so che fermata di Annibale, allorquando discese in Italia. Con buona pace del notaio, e dell'anima sua, imperocchè egli è di presente tra i più, io m'attengo ad una vecchia cronaca dei signori Del Carretto, la quale ci narra essere stata così battezzata la torre da Enrico il Guercio, che fiorì nel 1140, e fu contemporaneo di Ugo il Negromante, imperocchè quella torre, o castello, era una spina per lui, cioè un ostacolo all'accrescimento dei suoi dominii da quel lato.

Non s'ha per cotesto a credere che i conti che l'abitavano fossero gente di molta possanza. Destri erano in quella vece non poco, ed avevano inteso il tornaconto di allearsi al valoroso signore di Roccamàla, per far argine uniti allo strapotente marchese. Questa alleanza era poi quasi una necessità politica; dappoichè Torrespina si trovava appunto in mezzo ai due avversarli, e il manco forte dei due non sarebbe riuscito mai un troppo pericoloso vicino. Donde poi venissero i Torrespina non so; probabilmente ebbero una origine somigliante a quella dei Roccamàla, il cui capo stipite veniva di Lamagna, o a quella dei marchesi di Monferrato, derivati da un conte Guglielmo, condottiero giunto con trecento uomini dalla Francia, in compagnia di quel Guido che fu poscia duca di Spoleto e che premiò quella sua lancia spezzata con largo presente di borghi e castella sul territorio conquistato.

Al tempo di cui narro, i Torrespina non erano degli ultimi signori che tenessero corte tra la Liguria e le Langhe; ma il loro lustro, lo splendor del casato, più ancora che alla feudale possanza, era da attribuirsi a quella Giovanna, figliuola del marchese di Cengio, celebrata per divina bellezza ed altissimo ingegno, moglie al conte Corrado, ed amata, siccome già sanno i lettori, da Ugo di Roccamàla.

Torrespina era murata su in alto del monte, dove la sua triplice merlatura e le sue svelte bertesche si dipingevano leggiadramente nell'azzurro del cielo; ma a mezza costa scorgevasi il grosso del castello, dove era l'abitazione della famiglia, congiunto all'edifizio più in alto da una via coperta e da altre opere di fortificazione. Uno spesso muro, intorno al quale correva da entro un ballatoio assai largo per tenere gli arcadori all'altezza delle feritoie, scendeva fino alla riva del fiume, dov'era una porta, ben difesa da due torrioni tondeggianti, la quale portava scolpite in marmo, sul cordone dell'arco a sesto acuto, le armi dei Torrespina; una torre su cui sorgeva un prunaio, coll'impresa in lingua di oltre Alpi: «_qui s'y frotte s'y pique_.»

Qualche mordace borsiero (che così chiamavansi italianamente i giullari) aveva detto il castello di Torrespina esser troppo grande per una così magra contea; la qual cosa ripeteano, sebbene con frase più misurata, gli uomini d'arme, dicendo che a ben sostenere il motto, in così largo giro di mura e di torri, sarebbe bisognato assai più di gente che il conte Corrado non potesse raunare.

Ma cotesta era una chiacchiera e nulla più, pel tempo in cui si vivea. Qual possente nemico avevano a temere i castellani di Torrespina? La signoria Del Carretto, divisa fin da cent'anni addietro in quattro marchesati, s'era da capo e più volte sminuzzata pel moltiplicarsi di quella stirpe, ed aveva inoltre perduto grandemente di sua possanza per molte concessioni dovute fare ai nascenti comuni; uno de' quali. il più ragguardevole, aveva anzi rivendicata la sua libertà.

Nè vuolsi tacere che Torrespina durava da un pezzo in buona pace ed amicizia con tutta quella pleiade di marchesi e conti delle Langhe. Giovanna, la divina Giovanna, era figlia di uno di loro, che abbiamo già nominato, il marchese del Cengio; epperò l'amicizia si stringeva ad alleanza. Amici erano i Roccamàla; i marchesi del Monferrato, poi, gli unici strapotenti dei quali si avesse per cosa alcuna a temere, a ben altre imprese tendevano l'arco; i re di Tessalonica, i cognati degli imperatori d'Oriente, non avevano per fermo ad invogliarsi di quelle piccoli corti vicine, alle quali anzi amavano essere amici, poichè riuscivano ad essere, anche senza addarsene, le loro scolte e le loro vedette.

Così raffidata per ogni verso, Torrespina era divenuta un convegno gradito di ozi nobileschi, di cacce, di giostre e di tenzoni poetiche. La presenza di una gentildonna colta e leggiadra come la contessa Giovanna, l'aveva tramutata in una vera _corte d'amore_, famosa quanto quelle di Provenza nelle canzoni dei trovatori e nella ricordanza de' cavalieri. Cotesto liberava il conte Corrado dalla necessità dispendiosa di un grosso presidio, e gli consentiva di impinguare lo scrigno di bei bisanti d'oro, per i quali egli serbava tutta la sua tenerezza.

Orrevole cavaliere, del resto, e punto nimico dello spendere, quando occorresse. A lui per fermo non avrebbe potuto andare lo scherno di Guglielmo borsiere, del quale racconta il Boccaccio, che essendo a Genova in casa di Erminio Grimaldo, universalmente chiamato messere Erminio Avarizia, e avendone avuta la preghiera ch'ei volesse insegnargli com'ei potesse far dipingere in sala alcuna cosa non prima veduta, prontamente rispose: _Fateci dipingere la Cortesia_. Siffatti insegnamenti non bisognavano al conte Corrado; e di vero, appena fu giunto in gran sollecitudine da lui il trovatore Rambaldo di Verrùa, per annunziargli l'arrivo di Morello, secondogenito del marchese di Monferrato, tosto per suo comandamento fu sossopra il castello, affinchè ogni cosa fosse in pronto per ricevere un ospite così ragguardevole, con tutta la gualdana che gli faceva cortèo.

Intanto Morello di Monferrato si avanzava con la sua gente, argomento di curiosità per tutti i terrazzani, che si avanzavano stupefatti sugli usci de' casolari a veder passare quella numerosa cavalcata.

Erano sessanta lance; ogni cavaliere accompagnato da' suoi fantaccini; tutti orrevolmente vestiti, i cavalieri d'acciaio, con cappe di lana, i fantaccini con succinti farsetti, anche essi di lana, e di colore amaranto, come le cappe dei cavalieri. Tutta questa gente procedeva in bell'ordine, che la era una meraviglia a vedersi; i cavalli, muovendosi in cadenza, faceano svolazzare i lembi delle sopravvesti e i cimieri piumati; le maglie d'acciaio, i ferri delle lance scintillavano al sole.

Ma sopra tutti attirava gli sguardi della gente il marchese Morello, bellissimo garzone, dai capegli biondi e dal volto roseo, allora sui ventiquattr'anni, cioè nel fior dell'età, felice trapasso dalla balda gioventù alla fermezza virile. Egli era vestito d'una finissima maglia d'acciaio che lo stringeva alla vita; ma sulla maglia gli ricadeva un sorcotto di seta, di colore amaranto, fatto a guisa di quelle antiche sopravvesti chiamate dalmatiche, le quali coprono il petto e le spalle, lasciando liberi i movimenti delle braccia e de' fianchi. Quel sorcotto portava ricamato sul dinanzi lo stemma dei signori di Monferrato, d'argento, col capo di rosso, ed altri fregi tutt'intorno, mirabilmente condotti.

Il giovine signore cavalcava un magnifico destriero, morello come il suo nome, vo' dire di manto nero, a cui faceva contrapposto il bianco cavallo di Rambaldo di Verrùa, altro nobilissimo animale. Ambedue pronti al passo, ed impazienti di freno; ma più di loro a gran pezza impaziente il biondo signore, che, giunto ad una svolta della strada dove s'incominciavano a scorgere le mura merlate di Torrespina, ficcò gli sproni nel ventre al destriero. Questi, rispondendo obbediente allo stimolo del suo signore, inarcò il collo, squassò la folta criniera e si messe al galoppo, quantunque in discesa, per la via che conduceva al fiume. E tutta la gente di Morello, mossa dall'esempio, lo seguitò di quel metro, con alto fragore di passi e di armature, e sollevando lungo il cammino percorso un nembo di polvere.

-- Bello e nobil maniere è Torrespina! -- esclamò messer Brandalino di Cocconato, che galoppava al fianco del marchese Morello. -- E' merita invero che si corra a precipizio per giungervi. --

Morello non rispose verbo, ma strinse più forte ne' fianchi la sua cavalcatura. Il cuore gli batteva; gli occhi correvano desiosi innanzi, divorando la strada.

-- Adagio! adagio! -- gli susurrò dall'altro lato all'orecchio Rambaldo di Verrùa. -- Tu la vedrai tra breve. Ecco il conte Corrado, che già si mostra sul ponte. --

Diffatti, gli arcieri posti alle vedette sul ponte, avevano già fatto avvisato il conte Corrado dell'avvicinarsi della gualdana, e il castellano era sceso fin là, per attendere al varco il suo ospite.

Il conte Corrado si potea scorgere da lontano, con la sua cappa di velluto verde scuro foderata di saio e il berretto sormontato da una piuma bianca, fermata da una rosetta di smeraldi. A' fianchi suoi si notavano inoltre cinque o sei gentiluomini, assai bene in arnese, che stavano, com'egli, aspettando i nuovi venuti.

-- Ah! ah! -- disse Rambaldo di Verrùa all'orecchio del suo signore. -- Que' cavalieri m'hanno aria di gente che tu conosca per bene. O non ti sembra egli, Morello, che siano i tuoi nobilissimi e fedelissimi amici di Roccamàla?

-- Sì, per mia fe'! -- gridò Morello. -- Bene essi mi sembrano al portamento. E sono poi molto leggiadramente vestiti....

-- Non badare a cotesto! -- rispose l'altro, ghignando. -- Vestono le gramaglie per la morte di un loro dilettissimo amico. --

Morello si volse con grave cipiglio a guardare il suo interlocutore.

-- E sono appena cinque giorni!... -- diss'egli poscia, chinando le ciglia.

-- No, t'inganni, Morello. In una notte tu hai dormito trenta giorni; Ugo di Roccamàla è già da un mese nelle tombe dei suoi maggiori.

-- Ah! -- sclamò il giovine. -- Tu non sei stato a' patti.

-- Chi lo dice? Tu devi sapermi grado dello averti tolto il fastidio maggiore, imperocchè oramai gli è un negozio avviato, quello che avremo alle mani. Io del resto ti giuro, in fede d'Aporèma, che il giungere un mese prima alla prova, sarebbe stato un vantaggio per me.

-- Gli è ciò che vedremo; -- rispose Morello, rannuvolandosi in viso -- e se tu dici il vero... --

Così parlando erano giunti all'ingresso del ponte, e la frase del giovine era interrotta dal saluto del conte Corrado, che si faceva incontro a' suoi ospiti.

-- Ben venga Morello di Monferrato! -- diss'egli, mettendo cortesemente la mano alle redini del destriero. -- Ben venga egli e ben vengano gli amici e vassalli suoi nella povera corte di Torrespina.

-- Voi dite povera, messere? -- soggiunse Morello, in quella che scendeva d'arcioni. -- Essa m'ha aspetto di bello e forte arnese, e i gentiluomini che l'abitano hanno fama tra i migliori e i più liberali della Marca Aleramica. --

Con queste parole il vecchio e il giovine signore vennero ad abbracciarsi e baciarsi amorevolmente sulle guance, giusta il costume dei tempi.

-- Ora, -- ripigliò il conte Corrado, -- eccovi, o messere, alcuni amici che la fama di vostra venuta ha tratti fuori dalle loro castella a farvi onoranza; Ansaldo di Leuca, Enrico Corradengo, Ottone di Cosseria, Berlingieri di Camporosso...

-- Orrevoli nomi! -- rispose Morello, guardando in giro tutti quei cavalieri, a mano a mano che il Torrespina li venìa nominando. -- La voce di loro gesta è giunta da buona pezza alla corte di Guglielmo VII, mio glorioso genitore: appo il quale e' saranno i benvenuti, quantunque volte lor piaccia. Ora, eccovi, messer Corrado, gli amici miei; Rambaldo di Verrùa....

-- Che già conosco da due ore; -- interruppe messer Corrado, inchinandosi.

-- Brandolino di Cocconato, mio fedele compagno, -- proseguì Morello, -- e Gianni da Montiglio, ambasciator di mio padre presso la Repubblica genovese. --

Qui, dopo i consueti inchini scambievoli, la comitiva prese la via del castello, preceduta da messer Corrado, che dava cortesemente la diritta a Morello di Monferrato.

Le lancie si fermarono in uno spazioso cortile, dove smontarono da cavallo, e da' famigli e palafrenieri di Torrespina furono condotti nei loro alloggiamenti, insieme coi fanti del cortèo.

Morello e gli altri gentiluomini, guidati da messere Corrado, salirono per una larga scala, lungo i gradini della quale era steso un magnifico tappeto di Balsòra, fino alla gran sala del castello.

Appena furono sul pianerottolo, Morello ebbe come un capogiro e sentì mancarsi il cuore; ma Rambaldo di Verrùa, che gli era venuto da fianco, fu sollecito a sostenerlo, senza che altri se ne addasse, e a susurrargli alcune parole misteriose. Le quali certamente ebbero possanza di rinfrancarlo, dappoichè il giovine signore ripigliò tosto la sua pronta andatura.

Entrarono per tal modo nella gran sala, e si offerse ai loro sguardi madonna Giovanna, la contessa di Torrespina.

CAPITOLO IX.

Nel quale l'autore si prova a ritrarre la migliore tra tutte le donne.

Ella era adagiata su d'un seggiolone alla foggia romana, tutto incrostato a minuzzoli di avorio e metallo, secondo l'arte genovese e veneziana di quei tempi. Le stava vicina una tavola rotonda, sulla cui lastra marmorea era steso un drappo di tela di argento, e sul drappo uno scrigno gentilmente lavorato e sparso di gemme, con alcuni volumi legati in carte di cuoio cordovano ed ornati di bei fermagli d'argento dorato. La luce riflessa di due ampie finestre da ponente, rischiarava, senza offenderlo, il suo viso stupendamente bello e stupendamente bianco.

La contessa Giovanna era vestita con maestosa semplicità. Una gonna di candida lana di Provenza, aggiustata alla vita, scendeva con poche pieghe da una cintura di verde zendado mollemente rigirata sui fianchi. I capegli di un bel castagno scuro, uscivano vagamente crespati di sotto una sottil corona d'oro, ornata di smeraldi, andando a raccogliersi alla nuca dopo aver nascosto alcun poco il sommo degli orecchi. Le maniche della veste, soppanate di zendado dello stesso colore della cintura, pendevano aperte fin dal cominciamento dell'omero, lasciando trapelare un braccio mirabilmente tornito, attraverso il tessuto di una camicia di finissimo lino. Raro ornamento era questo per una dama di que' tempi, e quelle d'oltralpi, le celebrate Isotte e le Isabelle, che pur vestivano di sciamito e di broccato, forse non n'avevano mai udito parlare.

Ed era bella, così modestamente vestita; tanto più bella in quanto che i contorni severi del volto e delle membra, degni d'essere espressi nel marmo, a riscontro della Venere di Milo, spiccavano mirabilmente da quella semplice acconciatura e da quella foggia modesta. E quella sua bellezza maestosa, veduta a prima giunta, comandava il rispetto, anzi che ispirare il desiderio. Era in lei alcun che della Beatrice di Dante, dinanzi alla quale ammutoliva tremando ogni labbro, e gli occhi non ardivano pure di guardarla, imperocchè la era cosa venuta «di cielo in terra a miracol mostrare.»

La natura, creando Giovanna di Torrespina, aveva fatto una delle sue meraviglie, ahi troppo rare, se pure l'infrequenza non ha a reputarsi maggior ventura per gli uomini; e, creatala bellissima tra tutte, le aveva conferito un segno di particolar leggiadria, tingendole i grandi occhi di un verde che pareva smeraldo.