Part 5
-- Cotesto non prova ancor nulla, messere; voi non siete una donnicciuola paurosa come il vostro falconiere, ed io non sono poi quell'orrido ceffo che metta in fuga i bambini. Sono un povero vagabondo, carico di peccata, che porto del resto senza curvarmi soverchiamente sotto il fardello. Non ho mai recato danno a persona, più di quanto volesse averne di per sè; più spesso ho cercato di sovvenire agli uomini con quel po' di esperienza che m'hanno fruttato tanti anni di vita randagia. Or dunque, di che avreste voi a temere? E non basta ancora. Voi siete per tal modo catafratto, da potervi commettere sicuramente in ogni più arrisicata intrapresa. Siete felice; questa è almeno la voce che corre, ed io non so tacervi che ho mutato a bella posta la mia strada per passare da queste parti a vedere questo miracolo d'uomo. Vedere un uomo felice! Cotesto, a mio credere, franca la spesa del viaggio, assai più che la vista del papa, coperto di gemme e di porpora, in mezzo al collegio dei cardinali. Felice invero! Voi siete giovine, possente e bello... sì bello; non v'incresca, o messere. La bellezza non guasta mai; anzi, e' v'ha chi la pregia su tutte le altre venture del mondo. Uno stuolo di amici divoti vi circonda; sempre feste, gualdane, tornèi, cacce, conviti; dapertutto il primo, dapertutto il prescelto... perfino in un castello non molto lunge di qui....
-- Dici tu il vero?
-- Sì, messere, e l'ho di buon luogo.
-- E come lo sai tu? parla; io voglio....
-- Adagio a' ma' passi, messer lo conte! Questo è un mio segreto, e il conoscerlo non vi potrebbe giovare in alcun modo; ma siate certo che ella vi ama.
-- Orbene, -- soggiunse Ugo, -- e perchè neghi tu la felicità sulla terra? Tu stesso or vedi....
-- Sì, vedo; ma vedo altresì....
-- Che cosa?
-- Vedo, -- continuò il pellegrino, contando le parole ad una ad una come il cristiano divoto le pallottoline della sua coroncina, e guardando fiso ad ogni parola il suo interlocutore -- vedo altresì che voi rimanete pur sempre indietro; che le vostre labbra non le hanno pure sfiorato il sommo delle dita; che madonna è severa ed ha cura di sè, più assai che a donna innamorata non si convenga; che infine....
-- Taci, -- interruppe Ugo, -- non proseguire in tal guisa!
-- E perchè dunque invitarmi a parlare? Io ho a mala pena incominciato, e la verità vi riesce molesta! --
Ugo crollò sdegnosamente le spalle, a queste parole del pellegrino; quindi prosegui:
-- Io mi penso che tu voglia prenderti spasso dei fatti miei. Tuttavia, una cosa non hai potuto negare; ella mi ama.
-- Mai sì, messere, ella vi ama, e che prova ciò? Ella potrebbe disamarvi poi.
-- Sì certamente, se sarò disleal cavaliero, se mi chiarirò indegno di lei.
-- Ah, messer lo conte! La fede cieca vi condurrà forse in paradiso; ma ella per fermo non vi farà andare diritto in mezzo agli uomini ed alle donne. Quale affetto sopravvive alla morte? Credete a vostra posta nella divozione di coloro che vi circondano, e mettete pure in non cale la sentenza dei vecchi: _tempore felici multi numerantur amici_. Fidate il cuor vostro ad una donna e sognate la eternità dell'affetto; io vi dirò con tale che ancor non è nato: _souvent femme varie; bien fol est qui s'y fie_.
-- Tu menti! -- gridò Ugo, balzando dalla seggiola.
-- Ah, ah! -- rispose il pellegrino con piglio beffardo. -- E voi vi scaldate il sangue, messer lo conte; ma tutto ciò non muterà d'un punto la verità. Godetevi in pace la vostra felicità; io vi aspetto a Filippi, io, il quale, con vostra licenza, so _quanto valgono cose e persone, -- e niun sul prezzo gabbo mi fa_. --
Lo scherno, rivolto contro la donna amata, irritò il conte Ugo per modo che non conobbe più ritegno. Le vampe dell'ira gli salsero al capo; gli si offuscarono gli occhi, e sguainata la spada, si scagliò sul pellegrino.
Ma, sebbene tutto ciò fosse avvenuto in un batter d'occhio, il colpo andò a vuoto. Ugo non trafisse che l'aria; il pellegrino era sparito.
Com'egli rimanesse a quella vista, argomenti il lettore.
-- Codardo! -- gridò egli, nell'impeto dello sdegno. -- Tu insulti la donna mia e ti nascondi nell'ombra! --
Aveva appena ciò detto, che un riso beffardo gli suonò dalle spalle. Si volse improvviso, ma rimase di sasso, cogli occhi sbarrati, le braccia tese, e la spada gli cadde dal pugno.
Colui che rideva, era un bel cavaliere, non molto aitante della persona, ma di membra giuste e di gentil portamento. Aveva neri i capegli e ravviati con artistica sprezzatura sulla cervice; vasta la fronte e nitida a guisa d'avorio; aperti lineamenti, il labbro superiore, un tal po' rialzato ad espressione di sarcasmo, era ornato da due sottili basette che guardavano superbamente all'insù; il viso alto, e gli occhi sfavillanti sotto l'arco delle sopracciglia raccolte, aggiungevano efficacia al piglio sarcastico delle labbra.
Lo sconosciuto era coperto d'un rosso mantello, le cui larghe pieghe andavano a raccogliersi sotto le braccia, che erano conserte al petto e tenevano mezzo nascosta una berretta di velluto nero, da cui pendevano due penne lucenti e sottili. E in quel regale atteggiamento, lo sconosciuto rimase un tratto a guardare il conte Ugo e a sorridere della sua maraviglia.
-- Orbene, conte Ugo, questa è l'ospitalità di casa tua? Roccamàla è dunque una ladronaia, dove si scannano i forestieri? --
Furono queste le prime parole del cavaliere dal rosso mantello.
-- Hai ragione a dolerti! -- disse Ugo, chinando la fronte in atto di pentimento. -- L'ira mi aveva acciecato. Straniero, io ti chieggo perdonanza.
-- Che di' tu, ora? -- ripigliò quel'altro, stendendogli amorevolmente le braccia e facendo il viso altrettanto soave quant'era stato severo da prima. -- Non pensiamo più a cotesto. D'altra parte, simiglianti puntaglie non fanno che raffermar l'amicizia, ed io t'amo davvero, imperocchè ciò non mi avviene pel tuo oro, né per la tua possanza, né per le delizie di cui tu circondi i tuoi ospiti.
-- Chi sei tu? -- disse Ugo.
-- Una parte dell'anima tua, che stava appiattata, e balza fuori di presente, al lampo di una prima tempesta.
-- Uno spirito malvagio! -- soggiunse Ugo, in quella che ricadeva sul suo seggiolone, e, appuntellato il gomito sul bracciuolo, il mento nella palma della mano, si disponeva ad una lunga meditazione.
-- Malvagio! -- ripetè il cavaliere dal rosso mantello. -- Come ti aggrada. Ma considera un tratto; voglio io forse acciuffarti e trascinarti con me nel vano di quella finestra? Poveri uomini! ve n'hanno pur date a bere, questi calunniatori di Aporèma! Vedi, Ugo di Roccamàla; io vo' dare a te la scienza, quella che i nostri santi padri si tennero gelosamente per sè, bandendo la croce addosso a questo povero spirito che ti parla, e non ha altro intento fuor quello di far uomini, uomini veri, questo branco di creature bipedi e pecorine. Sono Aporèma; ti spaventa per avventura cotesto? Mutami il nome; sono il dubbio della tua mente, sono lo studio, sono la scienza del bene e del male.
-- Tu sei -- disse Ugo -- colui che ha perduto Eva, la madre degli uomini.
-- Ah ah!... storielle! -- rispose Aporèma. -- Lo scrittore della Genesi mi ha attribuito questa parte nelle sue invenzioni; ma io non me ne ricordo punto. Bene ho conosciuta la vostra prima madre, messeri; ma costei non meritava che il diavolo si scomodasse per lei, o le insegnasse la strada degli alberi fruttiferi. Era piccina, panciuta, vellosa, stretta la fronte, e i primi ciuffi di capegli nascenti sull'orlo delle sopracciglia; la faccia ringhiosa; le braccia lunghe e scarne, i pugni grossi, i piedi adunchi; talfiata si lasciava ire ad istinti non bene ancora sopiti nella sua nuova natura e andava saltabellando su quattro piante, la qual cosa non la illeggiadriva di certo; in quanto al pomo, di cui s'è tanto chiacchierato, essa era donna da arrampicarsi bravamente sui rami e spiccarlo, giusta il costume di tanti altri digitigradi. Ma lasciamola li; se s'ha da intendere quella storiella pel suo verso, cavarne il senso vero dal mito, se infine si vuol dire che ci ho avuto mano a dirozzare la creatura, gli è vero e me ne glorio, imperocchè a me solo, e non altrui, l'uomo è debitore di quel tanto che può e di quel tanto che sa. Ho detto. --
E fatte queste parole, Aporèma spiccò leggiadramente un salto e andò a sedersi, con le gambe penzoloni in aria, sullo stipo ferrato che era di costa alla parete.
-- Aporèma, -- disse Ugo, dopo aver meditato un tratto sulle parole dell'interlocutore, -- puoi tu darmi la certa conoscenza delle cose?
-- Anzitutto dimmi di quali, e ti risponderò.
-- Che cosa rimane di noi, dopo la tomba?
-- Ah! quivi è il nodo, e non si va più innanzi.
-- Perchè?
-- Non saprei dirtelo. Gli è un gran mistero, un arcano di Stato, e il vecchio di lassù lo custodisce così segretamente, che metto pegno non l'abbia detto nemmanco a suo figlio. Se avessi a metter qui una mia congettura.... Ma a che pro'? Tu chiedi scienza e non ti giovan le ipotesi. Ti basti dunque sapere che il segreto è sotto chiave ed io non ho trovato grimaldelli che girassero in quella toppa. Imperocchè tu devi considerare che la mia possanza è ristretta in certi confini; che io non sono eterno, quantunque sia immortale....
-- O come? -- sclamò Ugo trasognato.
-- Sottigliezze teologiche; non ci badar più che tanto -- rispose Aporèma. -- Cotesto vuol dire che io son nato con l'uomo, non so se prima o dopo, ma a un dipresso nella stessa olimpiade.
-- E che puoi tu dunque per me?
-- Mostrarti il presente, quello che non esce dai sensi.
-- Gran mercè! Questo io lo vedo con gli occhi miei, senza mestieri di aiuto.
-- No, i tuoi occhi s'ingannano, i cinque sensi sono una congiura ordita di continuo contro di te, un laccio teso alla tua carne, un trabocchello preparato sotto i tuoi passi.
-- E potrò io spogliarmi di questa mala compagnia di traditori? potrò io gettarli lungi da me, come fa della scoglia il serpente?
-- Perchè no?
-- Di' tu il vero? puoi tu farmi altr'uomo da quello che io sono?
-- Sì, posso, e, dove tu il voglia, posso anche farti spettatore del tuo funerale.
-- E vedere.... e sapere....
-- Sì, ogni cosa; ma ti darà l'animo di cominciare, di separarti per tal guisa da te medesimo? --
Ugo rimase un istante sovra pensieri. Il sì e il no gli tenzonavano in mente.
-- Domani a notte! -- rispose egli, dopo aver meditato.
-- Perchè domani e non ora?
-- Perchè... non ardisco....
-- Uomo di poca fede! -- gridò Aporèma, con accento di amarezza ineffabile. -- Uomo! uomo! io ti conosco da un pezzo; sempre così, da che hai cominciato a fraintendere te stesso; sempre tentennante; impastato di _se_ e di _ma_, non acconcio ad altro che a fare il bene a mezzo, e il male del pari!
-- Tu sei molto severo, Aporèma!
-- No, non io severo, tu fiacco; tu che non sai distogliere lo spirito da questo tuo sogno fanciullesco. Egli si direbbe per mia fe' che tu bene intenda aver io ragione, e non sappia determinarti a scorgere il pauroso vero! Ora io ben so tutto quello che hai in mente di fare. Tu vuoi ritemprarti ancora una volta nella festosa compagnia e nelle piaggerie degli amici; tu vuoi rivedere la donna che t'ama, ma che non è tua, e che intende esser teco quello che sarà tra non molto una superba o sciocca Avignonese, col più gentile e col più illustre italiano del suo tempo. --
Ugo chinò tristamente il capo a quella ràffica di parole con cui lo flagellava Aporèma.
-- Orbene, io parto! -- ripigliò questi dopo una breve sosta. -- Andrò a sellare Lutero, il mio fido ronzino e lascerò questa rocca dove s'è bastionata la cecità, la fiacchezza umana. Papa Leon X è ancora di là da venire; ho dugent'anni e più in mia balìa per andargli a preparare il terreno in Lamagna, dove sono assai più filosofi e buoni loici di qui, e l'opera mia tornerà certo più utile che non a guastarmi la mano quassù, intorno ad un uomo che ha occhi e non vuol vedere, orecchi e non vuole udire. E tuttavia, vedi debolezza di demonio, io m'ero innamorato di te, Ugo di Roccamàla; per te volevo fare un esperimento senza mio utile alcuno, per te violare le leggi dominatrici della materia, per te insomma.... Orvia, gli era scritto che tu pure fossi un uomo della fatta di tutti gli altri. Addio, dunque, e sta sano di membra, se esserlo di mente non vuoi.
-- No, non partire, Aporèma, non lasciarmi così! Ugo di Roccamàla non è un codardo come tu pensi. Che debbo io fare?
-- Ber questo! -- disse Aporèma.
E trattosi dal dito un anello di metallo nero, su cui luccicava un grosso diamante, fe' scattare, con un lieve tocco dell'unghie, la pietra preziosa dalla sua incastonatura.
-- Che c'è egli qui dentro?
-- Due gocce di un liquore che non fa male, stillato dall'albero non favoloso della scienza, e che a te darà la conoscenza vera del cuore umano....
-- Porgi! -- gridò conte Ugo.
E preso l'anello dalle mani di Aporèma, fe' per accostarlo alle labbra. Ma questi non gliene lasciò il tempo, ed afferratogli il braccio per ripigliarsi l'anello, gli disse rabbonito:
-- Sta bene, flgliuol mio! Tu sei un prode cavaliere, ed io ben voglio che tu beva il liquore della scienza. Ma cortesia per cortesia; _noblesse oblige_, come dicono i cavalieri di Francia e Navarra. Tu hai a leggere, innanzi di bere, una pergamena che si conserva in questo stipo ferrato.
CAPITOLO VII.
Dove si legge del patto che il vescovo Gualberto aveva fermato col diavolo.
Così dicendo, Aporèma si accostò allo stipo, da cui era già disceso, innanzi la minaccia di andarsene via dal castello, e toccata leggermente una delle cento borchie ond'era fregiata l'esterna fasciatura dell'armadio, fe' scattare una molla. A quel colpo, una sbarra orizzontale, che parea semplice ornamento dello stipo, si mosse, e per la fessura che lasciò scoverta, Aporèma ficcò destramente le dita, facendone balzar fuori un libro grande e sottile, dalle carte di cuoio lavorato a rilievo.
-- Ah! -- sclamò conte Ugo. -- Il libro nero non era dunque una favola?
-- No; la leggenda diceva il vero; -- rispose Aporèma -- eccolo, il libro che i tuoi maggiori hanno sempre vanamente cercato. Apri il fermaglio di ottone; vedi la pergamena, com'è intatta e pulita! --
Ugo afferrò il libro, e corse al lume della lucerna per leggere. Sulle prime gli occhi abbacinati non distinsero nulla in quella fitta scrittura, le cui parole erano la più parte abbreviate, giusta il costume del tempo; ma a poco a poco, chetandosi lo spirito confuso, e avvezzandosi gli occhi allo scritto, incominciò a cogliere il senso di quello scarabocchio. Ora ecco ciò che egli lesse:
In nomine Domini, amen.
_In hac die novembris XXIX, anno a nativitate Domini MCLXIII, ego Gualbertus episcopus veni ad hanc turrim quae dicitur nigromantis in Arce mala et diabolum adjuravi qui eam inhabitat. Et mihi respondit ille, se dæmonem, famulunque comitis Hugonis de Arce mala fuisse, et sibi nomen Aporèma. Addidit se nunquam castrum hoc deserere voluisse, juramenti caussa, quod fecerat prædicto comiti Hugoni, dum ille vivebat, se sobolem ejus assidue protecturum. Et iterum adjurans eum efficacibus scripturae verbis, mihi etiam respondit se libenter discessurum esse et hoc sine perfidia facere posse, dummodo redire posset quotiescumque aliquis praedicti Hugonis nepos felix aut aliter in re sua beatus haberetur; nam sibi nomen antea Lucifer, ideo lucem ferendi officium sibi, cui numquam deesse poterit per tempora. Quid lateat sub hac conditione haud mihi clarum est, et hoc tantum obtinui et huic foederi accedere debeam. Deus mihi adsit et comitibus de Arce mala, ne quid detrimenti ex hoc nobis adveniat._
+ _Gualbertus_ _Aporèma._
-- Intendi tu dunque? -- disse Aporèma, facendosi cortesemente a volgarizzargli il latino del vescovo Gualberto. -- «Al nome di Dio, _amen_! In questo dì 29 novembre dell'anno 1163 dalla fruttifera incarnazione, io Gualberto vescovo son venuto nella torre che è detta del negromante, in Roccamàla, ed ho scongiurato il demonio che l'abita. Egli mi ha risposto essere stato lo spirito familiare del conte Ugo di Roccamàla e aver nome Aporèma, aggiungendo non aver mai voluto lasciare il castello a cagione di sacramento fatto al predetto conte Ugo, in suo vivente, che mai sempre avrebbe protetta la sua stirpe. E da capo scongiuratolo, con le efficaci parole della Scrittura, mi ha risposto eziandio non aver egli difficoltà a partirsene, e poter anzi ciò fare senza mancamento alla data fede, purchè potesse tornarvi quantunque volte fosse un discendente del conte Ugo che nella comune estimazione si tenesse felice, od altrimenti nelle sue faccende beato; imperocchè il suo primo nome era Lucifero, epperò l'ufficio suo era di portar luce, e a cotesto suo debito e' non avrebbe mai potuto fallire. Che cosa si nasconda sotto questa condizione m'è oscuro, ma ciò solo ho ottenuto, e dovrò contentarmene. Iddio protegga me e i conti di Roccamàla, che non ce n'abbia a derivare alcun danno.» Tu vedi, c'è il nome del vescovo accompagnato dalla croce e scritto d'inchiostro nero, e c'è quest'altro sgorbio che vuol dire Aporèma, fatto con inchiostro rosso, giusta la mia consuetudine.
-- Ma che vuol dir ciò? -- chiese Ugo ammirato. -- Che fine riposto è egli questo tuo, che il vescovo Gualberto non ha potuto penetrare?
-- Ah, si! -- disse ridendo Aporèma. -- Il sant'uomo non sapeva capacitarsi di quel mio disegno, che egli anzi non si peritò di chiamare stramberia. E' giunse perfino a dirmi che quella condizione tornava tutta a mio danno, dappoichè veramente sulla terra nessuno era avventurato, e la felicità risiedeva soltanto nella città di Dio, nella Gerusalemme celeste, ed altre storielle di quella fatta. Ma, comunque e' rigirasse i periodi, non gli venne fatto cavarmi il segreto di corpo. -- Tanto peggio per me, vescovo Gualberto! -- gli dissi; -- tanto peggio per me se non potrò più tornare; intanto scrivi il patto sulla tua pergamena, e ti basti sapere che io manterrò la promessa.
-- E tu mi rispondi ora -- soggiunse Ugo -- come hai risposto al vescovo Gualberto!...
-- No, in fede mia, -- rispose Aporèma; -- e vo' dirti ogni cosa, sebbene con quella riserbatezza che si addice a così scabroso argomento. Sappi che il tuo antenato era un uomo felice, poichè tale si credea veramente. La sorte aveva arriso alle sue armi: il suo valore lo avea fatto padrone di assai più terra che a te non ne sia rimasta in dominio; Roccamàla era il lieto ritrovo di nobilissimi baroni che a lui facevano corteggio e alla bionda Gerberga, la figliuola del marchese di Monferrato che gli era stata data in isposa. Come avvenisse, non istarò a dirti per filo e per segno; ma un giorno il conte Ugo dubitò della sua felicità. Giù in fondo al burrone su cui pende questa torre, taluno andò a sfracellarsi la cervice; ma nulla parve mutato nelle consuetudini del castello. Soltanto, fu detto di un barone Anselmo di Leuca, che egli fosse andato pellegrino in Terra Santa, e di questo barone Anselmo più non si ebbe novella, e nessun ciglio parve aggrottarsi, nessun volto soave arrossire, quando il nome di lui era pronunziato in Roccamàla. Un volto soave incominciò bensì a scolorarsi lentamente, fino a tanto nol racchiuse la tomba qualche anno di poi, e ci fu un magnifico funerale, e i frati del convento vicino venerarono una santa di più. Un'altra fronte andò a mano a mano rannuvolandosi, e non ci fu più verso di spianarne le rughe. Fu in quel torno che Aporèma, il maestro della scienza che non inganna, pose dimora in questa torre; fu egli che chiuse le ciglia all'amico, con la promessa che le avrebbe aperte a qualunque dei suoi discendenti avesse amato di tenerle chiuse alla luce faticosa, ma utile, della verità.
-- Anselmo di Leuca!... -- sclamò il giovine signore di Roccamàla. -- Io dunque....
-- No, non temere per la bontà del tuo sangue! -- interruppe Aporèma. -- I signori di Leuca sono di nobil legnaggio, e Ansaldo, l'amico tuo fedelissimo, può andarne superbo; ma tu sei un Roccamàla davvero, e nelle vene del secondo Ugo scorre qualche goccia di sangue del primo.
-- E dov'è egli ora, il mio nobile antenato? -- chiese Ugo.
-- Nol so, -- disse Aporèma; -- o, per dirla col vescovo Gualberto, _haud mihi clarum est_; ma egli ben potrebbe essere qui presso di noi, per vedere com'io gli abbia tenuta la fede. --
Un improvviso bagliore rischiarò in quel punto la camera, facendo impallidire il lume della lucerna, e tosto gli tenne dietro l'orribile frastuono della folgore.
-- To' vedi! -- soggiunse Aporèma. -- Sembra ch'ei ci abbia uditi a parlare di lui e che ti conforti ad essere un uomo della sua tempra.
-- L'anello, Aporèma; porgi l'anello!
-- Eccolo! --
Ugo prese l'anello dalle mani di Aporèma e si diede a considerarne minutamente il castone, facendo girare il diamante sulla cerniera. Poche gocce di liquore color di fuoco gli apparvero nella piccola cavità che era rimasta scoverta, ed egli, poichè l'ebbe guardate, cadde in una profonda meditazione.
-- A che pensi tu ora? -- gli chiese Aporèma.
-- A lei! -- disse Ugo. -- O non le fo oltraggio, forse, tentando una simile prova?
-- Non ti mettere a questa impresa, se ciò temi; -- soggiunse Aporèma. -- Io già te l'ho detto: non vo' nulla per violenza da te. Inoltre, odimi bene, Ugo di Roccamàla! Io non ti pongo alcun patto; l'esperimento durerà quanto ti aggradi, e tornerai Ugo ogni qual volta ti piaccia. Non ti chiedo l'anima tua; non ti pungerò una vena perchè tu abbia a sottoscrivere una carta; Aporèma è cavaliero e non un giudeo che presti ad usura.
-- Oh, egli non è di ciò che m'importa! -- gridò conte Ugo. -- Se tu di' il vero, se nulla resiste o sopravvive alla morte, nè la vita di questo mondo, nè la ignota che ci promettono, francano la spesa di essere vissute. Orbene, eccoti contento, ho bevuto! --
E così dicendo, pose le labbra intorno al castone dell'anello, e avidamente succhiò il rosso liquore.
-- Ah! che mi hai tu dato? -- sclamò egli, a mala pena ebbe finito.
-- Guarda! -- gli disse Aporèma, accennandogli col dito a' suoi piedi.
Ugo guardò e mise un grido di spavento. Un corpo morto giaceva a terra, disposto per modo che i piedi del cadavere toccavano i suoi.
-- Guardalo, -- prosegui Aporèma, -- guardalo, il tuo sozio fedele, il tuo unico amico verace, quantunque un tal po' prepotente; quello che non ti ha mai abbandonato un istante, dacchè hai aperto gli occhi alla luce; quegli che ha sempre sorriso e pianto, goduto e patito con te; guardalo ed usagli la cortesia di qualche carezza; stringi fra le tue braccia quel petto rilevato e robusto, appariscente sotto una maglia aggiustata d'acciaio, come sotto un giustacuore di seta di Bagdad; metti le mani su quelle chiome nere e lucenti che svolazzavano in aria con superba leggiadria quando serravi Aquilante tra le vigorose ginocchia e lo spingevi a galoppo; bacia quella fronte bianca, ahi troppo immemore d'altri baci e pur mo' desiosa di nuovi; tanto è vero che l'uomo desidera ciò che egli non ha avuto ancora, e ciò ch'egli ebbe facilmente dimentica. --
In quella che Aporèma così parlava tra grave e beffardo, secondo il costume, Ugo si era curvato su quel corpo morto e l'avea riconosciuto per la sua spoglia mortale. Lo contemplò un tratto e non senza mestizia; quindi, come percosso da un pensiero improvviso, si alzò per guardarsi la persona.
-- Ed io... io... chi sono io mai, se il mio corpo è costì?
-- Va, quello è uno specchio; -- disse Aporèma. -- Conte Ugo corse difilato ad una larga spera di terso metallo, che era sospesa alla parete daccanto alla finestra; il demone taumaturgo prese la lucerna e l'alzò fino presso il volto del giovine.