Part 13
Con queste e con altre simiglianti esortazioni, e meglio ancora, mandandolo innanzi a furia di spintoni, gli avvinazzati arcieri condussero il frate nel corridoio che metteva alla torre. Il povero Sileno tremava a verghe; un sudor freddo gli sgocciolava dalla fronte giù per le gote paffute; e tra spinte e sponte andava pure innanzi, facendo crocioni in aria, l'un dopo l'altro, e borbottando parole latine.
Giunto a poca distanza dalla porta temuta, si fermò, e tirandosi a fianco qualchedun altro, disse alla brigata:
-- O non vedete, figli miei? L'uscio è aperto.
-- Tanto meglio! -- rispose Tebaldo. -- Segno che qualcuno c'è entrato, od è uscito.
-- Ma vedete! c'è lume!
-- Che novità! Una lucerna accesa; ecco il grande prodigio che vi fa tremare così. Io metto pegno che sarà qualche sguattero, il quale avrà portato quassù i suoi amori di cucina, e adesso, udito il nostro avvicinarsi, avrà scantonato. Ma noi gli metteremo le mani addosso, e voi, _Pater Vinosus_, li congiungerete debitamente _in facie Ecclesiæ_, perchè non si dia scandalo alla comunità. --
Una risata universale accolse l'arguzia dell'arciero.
-- Avanti, fra Gualdo, avanti, e benedite gli sposi!
-- _Adjuro te, Satana...._ -- borbottava intanto il povero monaco, già più morto che vivo.
-- Suvvia, l'uscio è questo, e non dalla parete... --
Fra Gualdo, come il lettore avrà indovinato, voleva entrare in compagnia di qualchedun altro; però rallentava il passo e si tirava da un lato. Ma un ultimo spintone di que' capi scarichi gli fece, a suo malgrado, varcare la soglia.
-- Ah! -- gridò egli; e fu l'ultimo grido.
Ma la gaia brigata non lo intese; esso andò perduto in un lampo, in un rombo, in un frastuono, in un polverio, che fecero balzare indietro e cader tramortiti gli arcieri.
Quando si riebbero, un gran vuoto era dinanzi a loro; i lampi, rischiarando l'aria, mostrarono il vasto cielo nuvoloso. La torre del Negromante s'era inabissata, e fra Gualdo, il malo consigliero di mastro Benedicite, si era sprofondato con essa.
CAPITOLO XX.
Come espiasse il suo fallo la dama di Torrespina.
Povera donna! Bene avea detto Ugo, la notte che fu di sua morte, pensando ai dolori che le erano serbati.
Povera donna! Tutto ciò che Helel avea presagito di lei, era pure avvenuto. Il morir subito, dopo ciò che ella seppe, le sarebbe stato ventura.
Che cuore fu il suo, come rimase di sasso, allorquando Fiordaliso si scusò a lei del non essere salito al ritrovo, il lettore potrà indovinare, non io per fermo descrivere. E colui che aveva scalato il verone? Non aveva egli il volto, la persona, i modi tutti del giovine trovatore? Poteva ella forse ingannarsi?
Ma il suo stupore divenne terrore, allorquando Fiordaliso, stretto dalle sue dimande, soggiogato dalla sua ansietà, ebbe a narrarle dell'incontro notturno, dello spirito malvagio e del cavaliero sconosciuto che gli stava daccanto. Chi era costui? Se lo infausto pellegrino di Roccamàla era tornato, il cavaliero sconosciuto non poteva esser altri che Ugo, venuto ai suoi danni, orrenda visione, dal regno della morte.
A mutare il dubbio in certezza, giunse due giorni di poi una paurosa novella. Il fulmine aveva distrutto la torre del Negromante in Roccamàla, facendola precipitar nel torrente. I messaggieri raccontavano, coi capegli ritti sul fronte e colla voce tremante, i particolari della luce rossastra che i famigli del castello avevano veduta apparire dal luogo maledetto, e come fosse fatto uno scongiuro, e come nella rovina della torre fosse perito fra Gualdo. I monaci del vicino convento erano andati il giorno appresso a rovistar le macerie per disseppellire il compagno. E l'avevano rinvenuto, orrendamente sfracellato, per modo che soltanto dai brandelli della tonaca s'era potuto chiarire chi egli fosse. Ma in quel mezzo (cosa da far raccapriccio!) i pietosi cisterciensi avevano trovato altresì il corpo d'un giovine cavaliero, che fu da tutti agevolmente riconosciuto per Ugo, conte di Roccamàla, morto e sepolto sei anni innanzi, da un altro lato del castello. Quel cadavere era fresco ed intatto; soltanto mostrava una cicatrice, quasi un marchio rosso, nel mezzo della fronte.
Cotesto aveva grandemente turbati gli animi dei vassalli della rocca. A tutti allora era sovvenuto della notte del 29 novembre, di sei anni innanzi, e della ospitalità concessa al maledetto romèo. Andati incontanente alla tomba di Ugo, l'avevano scoperchiata: era vuota! Impossibile il dubitare più oltre; quel cadavere fresco ed intatto era del conte Ugo. Un nuovo arcano recava la spiegazione del primo.
Ma dov'era stato per sei anni, e che cosa avea fatto il conte redivivo? Questa era la dimanda che tutti facevano. Fu allora che Enrico Corradengo venne fuori con una storia che mai fino a quel giorno aveva ardito narrare. Ansaldo di Leuca era vissuto pochi istanti ancora, dopo la partenza dei due vincitori dalla quercia di Marenda, ed egli aveva raccolto le sue ultime parole, nelle quali il nome di Morello era alternato col nome di Ugo di Roccamàla, come se il morente volesse dire di aver ravvisato l'estinto Ugo nel volto del vincitore, quando s'era inginocchiato su lui, per dargli il colpo della misericordia. Egli, Corradengo, l'aveva creduta sempre una ubbìa di Ansaldo, l'effetto di una allucinazione dell'agonìa, epperò non ne aveva mai fatto parola ad alcuno. Ora intendeva ogni cosa; e come fosse stato ucciso Ansaldo, e come egli, Corradengo, il forte Corradengo, avesse potuto esser vinto e beffato da un Rambaldo di Verrùa. Quello era un giuoco infernale, la vendetta di uno spirito.
Dopo queste novelle, era venuta in campo la pazzia del vecchio strozziere; la storia del cavaliero di Lamagna, che, comparso una volta, non era più tornato a ripetere il suo; il falso frate che, dopo avere straziato co' rimorsi il cuore di Benedicite, si era dileguato ghignando, e simili altre novità che poco lume avrebbero potuto recare da sole, ma che unite, disposte intorno ad un fatto, lo rischiaravano in ogni sua parte e ne faceano balzar fuori il concetto recondito.
Dolorosa, senza fine dolorosa, fu nella mente di quella povera donna la ricostruzione del passato, operata a stento con tutti que' particolari che giungeva tratto tratto a risapere. Che significavano tutte quelle vendette? Perchè Ugo il felice aveva eletto di finire a quel modo? La leggenda di Roccamàla, da lui reputata uno spauracchio d'anime volgari, era dunque vera? Lo spirito familiare del Negromante era venuto, e gli aveva fatto scorgere la vanità d'ogni cosa? Tutti coloro che la sua collera avea colpiti, tutti avevano obliato l'estinto. Ella stessa!... Il falso Morello.... Il falso Fiordaliso.... Già col primo infedele, sebbene nel pensiero, alla memoria dell'estinto, ella aveva ceduto al secondo!... Lo spirito esacerbato era stato mai sempre daccanto a lei; aveva vuotata a lenti sorsi la coppa del suo disinganno.
Così guidata da un tenue filo, ella avea indovinato, quantunque imperfettamente, ogni cosa. E ricordava allora le amare voluttà di una notte d'amore, certi sospiri, certe occhiate malinconiche dell'innamorato, che parea sopraffatto dalla sua medesima felicità; com'egli la stringesse forte nelle sue braccia, quasi volesse soffocarla, come si dimostrasse tenero, come tremasse all'avvicinarsi dell'alba. Ah, ma se ad Ansaldo di Leuca, all'amico traditore, egli si era fatto scorgere nell'ultima stretta, perchè a lei pure non s'era mostrato? Perchè non l'aveva uccisa allora, nel suo ultimo amplesso? Qual pietà era mai quella, che la condannava a struggersi lentamente di terrore, di rimorso e di vergogna?
Povera donna! povera donna! Sentirsi morire, e dover dissimulare la sua agonia al cospetto della sua gente, del marito e degli ospiti! Sapersi colpevole verso due, scorgersi involta in una trama mezzo umana e mezzo infernale, era un supplizio orribile ch'ella non potea a lungo durare.
Versò la piena delle sue angoscie a' piedi d'un santo monaco. Frate Alberto era santo perchè umile; la sua mente non era ricca d'ingegno, ma il suo cuore aveva tesori di pietà, e le sue labbra spandevano sulle ferite i balsami del perdono. Il povero vecchio udì quel lungo e doloroso racconto, tremò tutto e vide a quante orribili prove fosse dannata la creatura; levò gli occhi al cielo, adorò l'ignoto, l'incomprensibile, e assolse quella donna, a gran pezza più infelice che rea.
Quasi sarebbe inutile il dire che il biondo Fiordaliso, fallita la prima occasione, non ottenne più il farmaco invocato al suo male d'amore. E' lo portò altrove, farfalla vagabonda, il suo male, e parve aver trovato un farmaco in Provenza, alla corte del Poggio. Ma il suo risanamento non piacque al marito della gentil medichessa; il volto del biondo trovatore fu orridamente sfregiato, e insieme con la bellezza andò la fortuna. Il paggio infedele di Ugo, diventato un vile borsiere, morì di mala morte, dopo aver trascinata una lunga ed ignominiosa vita, non di castello in castello, ma di tugurio in tugurio.
Madonna Giovanna rimase in vita, ma peggio che morta. Ella aveva apparenza di spettro, anziché di creatura vivente. La morte di messer Corrado, avvenuta qualche anno di poi, la sollevò del peso di mentire e le diede agio a struggersi in pace. Era tempo!
Ella comperò da Anselmo, rimasto erede di Benedicite che s'era spento in silenzio, la signoria di Roccamàla, e colà si ridusse a vivere, dopo aver ceduto il manièro e le ville di Torrespina ad un congiunto del marito. Aveva i capegli bianchi come neve; la persona pareva una statua di cera, che si muovesse per sottile artifizio d'ordigni nascosti. Per tutti i paesi circonvicini, nei quali ella spendeva ogni suo avere in limosine ai poverelli ed alle più bisognose famiglie, era chiamata la Santa di Roccamàla.
La sera del 29 novembre dell'anno 1295 aveva termine il suo martirio sulla terra. La notte innanzi ella aveva avuto una visione, la prima dopo cinque anni che recasse qualche sollievo alla sua anima travagliata. Ugo, il diletto Ugo, le era apparso, le avea perdonato, e la chiamava con sè. Svegliatasi, le parve di sentirsi meglio; passeggiò a lungo per la collina; sorrise e diè la mano da baciare a tutti i vassalli che s'abbattevano in lei e si ponevano ginocchioni sul passaggio della santa. La sera si recò a pregare presso la tomba di Ugo; la mattina vegnente vi fu trovata morta, distesa supina, le mani giunte, come esemplare all'artefice che doveva effigiarla sul sarcofago a lei preparato sotto la medesima vôlta.
Roccamàla, per suo testamento, convertita in monastero, durò ancora tre secoli; poi cadde, come tutto cade quaggiù, sotto i colpi del tempo e delle umane vicende. Di presente ell'è un ammasso di rovine, neppur visitato da' viaggiatori eruditi, poichè non si trova sulla via consueta di Firenze, o di Roma, e gli italiani conoscono a menadito i castelli del Reno, sanno ogni leggenda delle montagne svizzere, ma non si danno un pensiero al mondo delle antichità, nè delle memorie paesane.
Cotesto è forse pel loro meglio; imperocchè, fatti più dimestici con le antiche storie e con le forti schiatte vissute prima di loro, avrebbero troppa ragione di arrossire.
Me i casi della giovinezza, più che curiosità d'antiquario, condussero a quelle, come a tant'altre rovine di castelli vicini. Il signore di que' luoghi, che è il marchese di Ponzone (non si dolga l'ottimo gentiluomo che io scriva il suo nome e paghi un tributo di lode alla sua cortesia co' vivi ed al suo rispetto pei trapassati), ha con imitabile esempio fatto restaurare quanto più si poteva dell'antico manièro, dando onorato luogo alle lapidi sparse, e facendo un ossario di tutte le umane reliquie male sepolte qua e là sotto le macerie.
Ho letto, non tutte bene, poiché ve n'ha di assai guaste, le iscrizioni sepolcrali di Roccamàla. Eccovi questa, che era la più grande tra tutte, scolpita in caratteri gotici, la quale fa fede della barbara latinità monastica del secolo XIII:
_Postquam lux abiit vigesima nona novembris,_ _Mille ducentis quinque et nonaginta peractis_ _Annis a Christo, tumulo requiescit in isto_ _Mente pia cunctis praestans comitissa Joanna_ _Quae potuit dici tamquam sine labe Susanna._ _Praeteriit sed non obiit; Deus ille deorum_ _Hanc rapuit simul et statuit super astra polorum._
FINE.
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DELLO STESSO AUTORE
(_Edizioni in-16_).
Capitan Dodero (1865). _Settima edizione_ L. 2 -- Santa Cecilia (1866). _Quinta edizione_ » 2 -- L'olmo e l'edera (1867). _Settima edizione_ » 2 50 I Rossi e i Neri (1870). _Seconda edizione_ » 6 -- Le confessioni di Fra Gualberto (1873). _Seconda edizione_ » 3 -- Val d'Olivi (1873). _Seconda edizione_ » 2 -- Semiramide, racconto babilonese (1873). _Seconda ediz._ » 3 -- La legge Oppia, commedia (1874). » 1 -- Castel Gavone (1875). _Seconda edizione_ » 2 50 Come un sogno (1875). _Quarta edizione_ » 2 -- La notte del commendatore (1875). » 4 -- Tizio Caio Sempronio (1877). _Seconda edizione_ » 3 -- Diana degli Embriaci (1877). » 3 -- Cuor di ferro e cuor d'oro (1877). _Seconda edizione_ » 5 -- Lutezia (1878). _Seconda edizione_ » 2 -- La conquista d'Alessandro (1879). » 4 -- Il tesoro di Golconda (1879). » 3 50 La donna di picche (1880). » 4 -- L'undecimo comandamento (1881). » 3 -- O tutto o nulla (1881). » 3 50
D'IMMINENTE PUBBLICAZIONE
Il ritratto del diavolo.
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PREZZO DEL PRESENTE VOLUME: L. 2.
ROMANZI ITALIANI *Archinti* (_Luigi_). *D'Aste* (_I. T._).
Per pigliar sonno, Ermanzia L. 1 -- racconti L. 2 --
*Barrili* (_A. G._). *Castelnuovo* (_Enrico_)
Capitan Dodero L. 2 -- Alla finestra. Novelle L. 3 --
Santa Cecilia L. 2 -- Nella lotta L. 3 --
L'olmo e l'edera L. La contessina L. 3 -- 2 50
I Rossi e i Neri. 2 *Cordelia.* volumi L. 6 --
Val d' Olivi L. 2 -- Il Regno della Donna L. 2 --
Fra Gualberto L. 2 -- Prime Battaglie L. 2 --
Come un Sogno L. 2 -- Vita Intima L. 2 --
Castel Gavone L. 2 50 Dopo le nozze. (_Sotto i torchi_).
Semiramide L. 3 -- *De Amicis* (_Edmondo_).
Diana degli Embriaci L. Novelle L. 4 -- 3 --
Cuor di ferro e cuor Vita militare L. 4 -- d'oro L. 5 --
La notte del *Donati* (_Cesare_). Commendatore L. 4 --
Tizio Caio Sempronio L. Flora Marzia L. 2 -- 3 50
Lutezia L. 1 -- *Edoardo*.
La Conquista La moglie nera L. 2 -- d'Alessandro L. 4 --
Il tesoro di Golconda *Gualdo* (_Luigi_). L. 3 50
La donna di picche L. La gran rivale L. 1 -- 4 --
L'XI comandamento L. Costanza Gerardi L. 1 -- 3 --
O tutto o nulla L. 3 50 *Guerrazzi* (_F. D._).
*Bersezio* L'assedio di Firenze. 2 (_Vittorio_). vol. L. 2 --
Povera Giovanna L. 1 -- Il Destino L. 2 --
La carità del Prossimo *Marchesa Colombi.* L. 1 --
Il debito paterno L. In risaia L. 2 -- 1 --
La Vendetta di Zoe L. *Melmenti* (_P. G._). 4 --
Il segreto di Matteo Clara-Dolor! L. 1 -- Arpione L. 4 --
*Bettòli* (_Parmenio_). *Petruccelli della Gattina.*
Carmelita L. 1 -- Memorie di Giuda L. 5 --
Il processo Duranti L. Notti degli emigrati a 1 -- Londra L. 3 --
La favorita del duca di Il sorbetto della regina Parma L. 1 -- L. 1 --
Giacomo Locampo L. 1 50 Il re prega L. 3 --
*Boito* (_Camillo_). *Sara.*
Storielle vane L. 3 -- Farfalla L. 1 --
*Capranica* (_Luigi_). Maritata sì e no L. 2 --
Papa Sisto. 2 volumi L. I peccati degli avi L. 7 -- 1 50
Donna Olimpia Pamfili Il primo dolore L. 1 -- L. 1 --
La congiura di Brescia *Serra-Greci.* L. 2 --
Maschere Sante L. 1 -- Adelgisa L. 1 --
Giovanni delle Bande La fidanzata di Palermo Nere L. 2 -- L. 2 --
Fra Paolo Sarpi. 2 *Verga* (_G._). volumi L. 2 --
Racconti L. 2 50 I Malavoglia L. 5 --
*Caccianiga* Eva L. 2 -- (_Antonio_).
Villa Ortensia L. 3 -- Storia di una capinera L. 2 --
Il bacio della Cont. Novelle L. 2 50 Savina L. 1 --
Il Roccolo di Vita dei Campi L. 3 -- Sant'Alipio L. 3 50
Sotto i ligustri L. Il marito di Elena. 3 50 (_Sotto i torchi_). ---------------------------------------------------
_Dirigere commissioni e vaglia ai Fratelli Treves editori in Milano._
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Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le grafie alternative (contea/contèa, maniero/manièro, rocca/rôcca e simili), correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. Sono stati corretti i seguenti refusi (tra parentesi il testo originale):
6 -- mi costringe a prendere [prendare] una viottola 20 -- con vostra licenza [liconza], messer lo Conte 30 -- soggiunse [seggiunse] il paggio 39 -- dalla marchesina [marchesana] di Monferrato 41 -- Ugo era sopra pensieri [ponsieri] 112 -- tra i singhiozzi [singhozzi] a sfogare 139 -- ufficio [ufflicio] di successore 164 -- Soventi volte dissimuliamo [dissimuliano] 190 -- la finestra del Negromante illuminata [illumiminata] 198 -- le parve [darve] di sentirsi meglio