Part 12
-- Perchè così sogliono chiamarmi i profani. Aporèma (_sive dubium_, direbbe un commentatore) è nome mondano, che mi serve per viaggiare incognito. Il vecchio di lassù me lo ha imposto, dopo una certa puntaglia che abbiamo avuto a sostenere tra noi, e nella quale egli, in cambio di buone ragioni, m'ha risposto saette. Il nome che piace a me, che ho avuto da principio, e che riavrò un giorno per fermo, è quello di Helel.
-- Helel! Non significa dubbio?
-- No, significa luce, apportatore di luce.
-- Ah, invero, tu l'hai portata, la luce! -- esclamò conte Ugo. -- Lo sperimento è stato fatto, ed hai vinto.
-- Ed ora tu maledici al mondo?
-- Perchè lo conosco, e posso ripetere oramai con re Salomone: vanità delle vanità, ed ogni cosa è vanità.
-- Or bene, segui l'esempio di Salomone, vivi e sorridi; ammetti ogni cosa e non credere a nulla; godi di sapere, e di comandare agli elementi; disprezza gli uomini e adoprali a procacciarti quel che ti giova; non metter tua fede nell'amor di una donna ed amane mille.
-- Vivere pel senso? Affè, non mi garba! -- rispose Ugo, crollando la testa. -- C'è la sazietà in fondo alla coppa di tal piacere a cui la voluttà dell'anima non conferisca il suo pregio. Sapere che una cappa è sconcia, e seguitare ad indossarla; passeggiare nel fango e inzaccherarmi i calzari.... nauseabonda esistenza! Odimi; o che io non sono più saldamente convinto del re sapiente, o ch'io non son così forte da reggere al paragone; in ogni modo non vo' durarla com'egli. --
Ciò detto, conte Ugo si sprofondò vie più nella gran seggiola di velluto e vi rimase taciturno, col mento sul petto e gli occhi a terra.
Lo spirito gli si accostò, si curvò amorevolmente sulla spalliera e gli parlò in questa guisa:
-- Ti ho fatto un triste dono, e adesso l'hai contro di me!
-- No, Helel, no, alla croce di Dio! -- rispose conte Ugo, volgendosi a lui concitato. -- Io rendo grazie a te, che m'hai mostra la verità, qualunque ella sia. Ho a dirti di più? Fossimo pure sei anni addietro, in questa notte medesima, io tuttavia sarei pronto a bere il rosso liquore dell'anello di Aporèma. --
A queste parole, Helel atteggiò le labbra ad un dolce sorriso.
-- Mi gode l'animo, -- ei disse, -- nello udirmi a ringraziare da alcuno. Ciò m'accade ogni cent'anni una volta. I tuoi simili, per solito, non sanno che maledirmi. Fatico per essi come un bue sotto il giogo: vogliono ad ogni costo che io li faccia sapienti; poi; quando hanno capito il giuoco, mi gridano la croce addosso, come se fosse colpa mia che il giuoco è siffatto. Tu sei un uomo, Ugo di Roccamàla; dovresti vivere e sorridere.
-- Non posso, ed amo meglio darti ciò che ormai ti appartiene.
-- Ah, baie! Tu m'hai profferto la tua vita per pietà della vita di quella donna.... Ma io non la voglio; io mi contento ad ammirare la tua magnanimità. Tu hai regalmente pagato una notte di gioie avvelenate.
-- Helel!...
-- Orbene, dimmi di no! Non eri tu per diventare, al primo lume dell'alba, Ugo il vendicatore, una vera testa di Medusa, che avrebbe fatto rimanere quella donna di pietra? Eri per farlo; il dovevi; questi erano i patti. Non l'hai voluto; il tuo sdegno, implacato cogli altri, s'è sciolto dinanzi al rossore di una donna, e mi hai chiesto una grazia....
-- Per la quale ti ho profferto l'anima mia! -- interruppe Ugo.
-- Sta bene, -- soggiunse Helel, -- e fu mercede regale. Perchè ti duole che io lo ponga in sodo, se è vero? --
Ugo non seppe risponder più verbo; ma il suo labbro, seguendo un intimo pensiero, mormorò sommessamente: -- povera donna!
-- Sì, povera donna, tu l'hai detto! -- continuò lo spirito. -- Povera donna, invero, poiché oggi ella vedrà Fiordaliso, Fiordaliso che non si è mosso fino all'alba dal luogo ove cadde svenuto, Fiordaliso che ha riconosciuto il suo diabolico competitore nella gaia scienza, Fiordaliso che ha letto, poichè io gliel'ho lasciato da' piedi, il messaggio di lei, e le chiederà perdonanza di non avere scalato il verone....
-- Ah! -- sclamò Ugo atterrito. -- Ed ella?...
-- Ella! -- sentenziò lo spirito della luce. -- Il morir subito le sarebbe ventura.
-- Helel! te ne supplico!... Vedi, io stringo le tue ginocchia. Non ho più nulla a profferirti; ma se avessi cento vite e cento anime, io le porrei a' tuoi piedi. Helel, non uccidere quella donna, non fare ch'ella abbia ad arrossire di sè!
-- Che mi domandi tu ora? -- rispose Helel. -- Vedi, io non posso mutar nulla quaggiù. Quello che avvenne tu l'hai voluto. Io ti ho mostrata la verità; ti ho fatto scorgere, sceverare l'apparenza dalla realtà, oltre il costato de' tuoi simili, come si scorge la luce, scomposta in sette colori, attraverso le facce d'un prisma. Per te ho potuto rinnovare l'inganno delle forme mentite; altro non è in mio potere. Torniamo a noi. Vivi, e tienti l'anima tua! Ricordi quel ch'io t'ho detto, la prima notte, in questo luogo medesimo? «Io non ti pongo alcun patto; non ti chieggo l'anima tua; non ti pungerò una vena perchè tu abbia a sottoscrivere una carta; Aporèma è cavaliere, e non un giudeo che presti ad usura.» Io, insomma, ho adoperato con te come col primo Ugo, col tuo grande antenato; ti ho servito senza mercede; ti ho dato la sapienza; fanne tuo pro'; sei forte, e l'uomo forte può dominar l'universo.
-- No, mille volte no! -- disse Ugo ricisamente; -- tornar nella vita, dopo tutto ciò che ho veduto, non franca la spesa.
-- E scegli dunque il morire? --
Meravigliato, Ugo guardò fiso in volto il suo interlocutore.
-- Helel, -- diss'egli -- io non ti riconosco più. Sei tu, lo spirito familiare di Roccamàla, tu lo scongiurato dal vescovo Gualberto, che mi parli in tal guisa e ricusi l'anima mia?
-- Io, sì, io! -- rispose lo spirito della luce. -- M'hanno calunniato, e tu ora, tu, animo forte, aggiusti fede alle panzane del volgo. Vedi, m'hanno messo in voce di nimico dell'uomo, e non è punto vero. Sbalestrato nel mondo, confesso di averlo amato da principio assai poco; ma la necessità e la consuetudine m'hanno mutato per modo, che io mi sono avvezzo a questa dimora e l'amo come si finisce mai sempre ad amare una terra d'esilio. Gli uomini erano ciechi; io mi son fitto in capo di restituir loro la potenza visiva e di insegnar loro a leggere nel gran libro della vita. Ho gittato dapprima, e per molti sèguito a gittare la semente in un gramo terreno. Dò loro la scienza del bene e del male; che fanno eglino, i tristanzuoli? S'appigliano al male. Taluno m'intende; la più parte, o mi fuggono, o venendo con me, mi passano il segno. Hanno sempre passioni che la mia scienza accarezza, raramente virtù che ella fortifichi. Laonde io mi sono già fatto parecchie volte a pensare se non sia per avventura miglior consiglio, ed uso migliore del mio tempo, lasciarli in balìa di sè medesimi e non darmi pensiero che di alcune schiatte più nobili, di alcuni spiriti eletti, i quali, per le tarde ma sicure vie del progresso, conducano al meglio l'umanità bambina, e me vadano facendo migliore del pari. Ti sa di strano? Orbene, sappilo, la mia virtù spirituale si accresce, col crescere, col progredire degli uomini. Per tal guisa, Helel fu un tempo lo spirito malvagio, lo spirito che turba; fu poscia lo spirito dubitatore, lo spirito che indaga, e non andrà molto ch'egli diventi, non pure per pochi, ma per la umanità tutta quanta, lo spirito della luce, lo spirito che consola.
-- Che dici tu mai? -- interruppe Ugo. -- Anche tu segui la legge dell'uomo?
-- Sì certamente. Non sono io disceso? Posso adunque risalire. Per le donnicciuole e pe' monaci ignoranti, sono sempre quel desso, Satana, l'avversario, il tentatore. Pei violenti, pei tristi, sono il compiacente consigliero, la chiave del male. Ma è colpa mia, se uno strumento di bene anco al male si adopera? I venturi ne vedranno di belle! Vedranno, verbigrazia, le armi forbite e scintillanti del progresso impugnate dalla rugginosa manopola della tirannide. Ma la contraddizione non sarà che apparente. L'arma gioverà a lei, ma l'elsa fatata corroderà la manopola e brucierà la mano che l'avrà impugnata. Il bene vince il male; la vittoria è dei meno. Ugo di Roccamàla, io ho amata la tua schiatta, amo te senza fine; vuoi tu essere uno di costoro? Egli c'è molto da operare ai dì nostri. Il nuovo Olimpo e il nuovo Tartaro sono già anch'essi tarlati: l'edifizio minaccia rovina. Sì, figliuol mio,
Tempo verrà che il grande iliaco regno E Priamo e tutta la sua gente cada!
Non vedi? già il vecchio sire ha spartito col figlio, e chi sa che non abbia anco a venire il nipote? Anche il diavolo, brutta copia del Pane dei campi, lascierà dietro una siepe le corna e le unghie caprine, per ridiventare il gran Pane, quegli che fu gridato morto dalla voce misteriosa sulle acque del Tirreno. Oggi, io Satana, io Aporèma, non sono che un concetto di questa età: ma cangerò, mi trasformerò senza morire; morrà in cambio questa età di violenza, di superstizione; il raggio di poche anime divinatrici muterà la faccia dell'universo. Anco a loro malgrado io farò gli uomini migliori; per la storia dell'errore io filtrerò loro la verità. Mi crederanno la pietra filosofale, la polvere d'oro, l'elisire della vita, ed io insegnerò loro la chimica, che scopre e sommette gli elementi del mondo. Mi chiederanno l'oroscopo, le influenze dei pianeti sulle loro passioni, ed io insegnerò loro l'astronomia, che descrive a fondo tutto l'universo. Il favoleggiato prete Janni, la sognata Antilla e l'inganno ottico dell'Isola di San Brandano, scopriranno un nuovo mondo, e la sete dell'oro sfrutterà la scoperta. Intanto, io l'ho già fatta vaticinare da Seneca. Ai monaci poi ed ai tormentatori della coscienza io serbo tal cosa che li manderà a rotoli, la stampa, che toglierà dalle loro mani il traffico del libro, e il privilegio di tenere sospeso lo spegnitoio sul lucignolo della ragione. Altro ed altro farò, che il narrarti partitamente troppo mi menerebbe ora a dilungo. Io t'amo, Ugo di Roccamàla, perchè tu sei forte e gentil cavaliero; perchè mi hai guardato in volto senza tremare; perchè mi hai profferto l'anima tua. Ma che ne farebbe il vecchio diavolo, di questa, dato e non concesso che sia un'eredità sicura oltre i confini della vita, e un patrimonio di cui si possa far donazione _inter vivos_? Helel ha mestieri di uomini in questo mondo, non d'anime ignude e disutili nei regni della morte. Suvvia, poichè un doloroso esperimento t'ha sollevato sopra le illusioni della vita, vuoi tu essere un gigante? Vuoi tu adombrare in un _Novum organon_ il progresso d'altri tempi? Vuoi tu esser un martire di nuovi concetti? lo scopritore di una forza che faccia sparir le distanze, o che faccia volare il pensiero? il campione di un popolo? Bacone, Giordano Bruno, Galileo, Washington, Bolivar, Garibaldi? Scegli e cominciamo fin d'ora! --
Ugo era rimasto attonito, trasognato, all'udire quel discorso di Helel, al veder quasi grado a grado dipingersi, rilevarsi, illuminarsi sotto le prodigiose parole la trasfigurazione dello spirito dannato; e già gli pareva d'esser preso per mano e condotto via con un rapido volo verso gli splendori lontani d'uno sterminato orizzonte. Il silenzio di Helel lo ricondusse in sé medesimo; stette alquanto meditabondo; poi con mestissimo accento rispose:
-- Tu mi fai scorgere invano le meraviglie dei secoli venturi. Io non sono un forte come tu pensi; sono un povero guerriero trafitto nella prima mischia della vita; non ho la virtù che in me vedi, troppo amorevole consigliere, e se pure l'avessi, ad altro vorrei adoperarla. Vedi, tutta la possanza che tu mi profferisci, tutta la gloria del martirio, tutta la voluttà del trionfo, tutto io darei ora, pel solo, per l'umile, pel ristretto potere di far salva una donna!...
-- Cotesto non è in mia balìa, te lo dissi.
-- Orbene, io vo' morire.
-- Per l'ultima volta, da senno?
-- Sì, per tutti i miei affetti contristati, per l'angoscia ineffabile che mi siede nel cuore, per la vanità della mia esistenza, te lo giuro!
-- Sia fatta la tua volontà; nel primo lampo di folgore che solcherà l'aria, noi partiremo. Ma in questa partenza è l'ultimo saluto di Helel. La sua dimora è sulla terra; egli non ti seguirà dove vai.
-- E dove andrò io dunque?
-- Non so! -- disse lo spirito, a cui il volto si dipinse di profonda mestizia.
E raccolto Ugo il felice nelle sue braccia, gl'impresse sulla fronte il bacio dell'addio.
Il bagliore d'un lampo illuminò in quel punto la camera; la folgore scoppiò sulla torre del Negromante, che crollò con orribile frastuono dalle sue fondamenta.
CAPITOLO XIX.
Qui si narra dell'ultima sbevazzata di frate Gualdo cisterciense.
Torniamo, se non disgrada ai lettori, un passo indietro, e dalla torre del Negromante rechiamoci nella gran sala del castello.
Qual mutamento! La sala di giustizia, sala severa, dalle cui pareti pendevano i pennoncelli dei Roccamàla, i loro stemmi e quelli delle famiglie ad essi congiunte per vincoli di parentado, dove si ammiravano le armi dei valorosi antenati, dalla corazza di Ugo il negromante fino alla spada di Ruberto il taciturno, era diventata una cantina, e delle peggio ordinate, per giunta. Idrie, guastade, anfore d'ogni forma e d'ogni misura, occupavano i ripiani degli armadii spalancati, le lastre dei canterani, l'ammattonato del pavimento. Una botte, colà recata per maggiore comodità, faceva bella mostra di sè in un cantuccio, con la sua spina pronta a spillare i liquidi topazii di Cipro. Un'altra botte stava seduta nel mezzo sulla scranna feudale; ed era fra Gualdo, il sozio fedele del conte Anacleto Benedicite, tondo come l'O di Giotto, vera effigie di Sileno in tonaca da cisterciense.
Fra Gualdo era il vero padrone di Roccamàla. Egli aveva piantato, come suol dirsi, la labarda nel castello, nè s'era più mosso di lassù, dopo la malattia dell'amico, il quale era tocco nel _nomine patris_ e non c'era verso di fargli ricuperare la ragione smarrita.
Il vecchio strozziere soleva alzarsi per tempo, innanzi l'aurora, e, memore del suo primo mestiere, andava a curare i falconi, con grandissima consolazione del nuovo falconiere, il quale poteva dormir della grossa. Questa era l'unica ora del giorno che mastro Benedicite, non ricordandosi d'altro, potesse parer sano di mente. Tornato di là, egli impazziva da capo; non faceva che ridere mostrando i denti, come un melenso; stava le intiere giornate seduto, o ritto in piedi nella strombatura d'una finestra, con le mani raccolte sul petto, e le dita intrecciate, facendosi girare i pollici l'uno intorno all'altro, e non si smuovendo da quel suo lavoro, se non per tracannare le ciòtole di vino che gli ministrava l'amico.
Il nipote Anselmo da parecchio tempo non dimorava più a Roccamàla. Desideroso di spendere utilmente la vita, egli s'era dato al mestiero delle armi, e militava sulle galere della repubblica genovese capitanate da Enrico di Mare. Mastro Benedicite non avea dunque più altri che il monaco, e questi lo curava a modo suo, tanto più volontieri, in quanto che beveva egli pure le medesime pozioni.
Talfiata il pazzo ci aveva i suoi lucidi intervalli. E allora vedeva conte Ugo, vedeva il demonio; aveva paura di frate Gualdo, che gli pareva lungo lungo, e gridava come un ossesso, chiedeva mercè e cadeva spossato sul pavimento. Altre volte aspettava il cavaliero di Lamagna; comandava che fossero messe in pronto le stanze migliori del castello per accogliere degnamente il nuovo signore; borbottava di mali consigli del monaco, di testamento falso, ed altre cose simiglianti, che faceano correre i brividi per l'adipe a fra Gualdo e gli mettevano le ali a' piedi per andare alla botte, spillarne una coppa e darla a bere al disgraziato castellano.
-- _Bibe, fili mi_, -- diceva egli, -- _In vino veritas_, e non dirai più sciocchezze.
-- _Vade retro, Satana! vade retro!_ -- urlava sovente Benedicite, respingendo il ventre del cisterciense e facendogli rovesciare il vino sulla tonaca.
Quella povera tonaca era proprio inzuppata degli umori di Bacco, e tra pel vino e pel grasso delle vivande che ogni giorno le sgocciolava su, s'era coperta di frittelle. A cagione delle quali, e degli occhi sempre luccicanti come carbonchi, e del naso bitorzoluto che appariva sempre rosso come un peperone maturo, i famigli, già rotti allo spropositare latino, solevano chiamarlo col nome di _Pater Vinosus_; nè egli mostrava adirarsene.
D'altra parte, il corruccio non gli sarebbe tornato a vantaggio; che anzi!... Avete a sapere che frate Gualdo, di giorno, alla luce del sole, ci aveva un cuor di leone, ma alla sera, e segnatamente a notte inoltrata, diventava un coniglio. Però suonata l'avemmaria, incominciava a bere per quattro; chiamava al simposio i famigli; li teneva a bada con cento chiacchere e con versate continue; poi, quando fosse ben cotto, era portato di peso nella sua stanza e issato a gran forza di braccia nel letto. Nè permetteva che lo lasciassero subito; voleva che stessero un tratto in preghiera con lui, alternando le sorsate co' paternostri, e finalmente si addormentava, dicendo loro:
-- _Vigilate et orate, ut non intretis in tentationem!_
Cotesto farà intendere ai lettori che paura s'avesse in corpo fra Gualdo la sera del 29 novembre. La tempesta s'era proprio tutta addensata su Roccamàla. Per le ampie finestre era un lampeggiare continuo; il tuono assordava; e' pareva l'inferno scatenato, alla distruzione del castello.
Il pazzo stava immobile accanto ad una finestra e sembrava non addarsi di nulla, nè della tempesta che incalzava di fuori, nè del tramestìo di allegrezza e di spavento che regnava dentro la sala.
Lo spavento era del monaco, che biascicava testi latini ad ogni guizzo di lampo; l'allegrezza era dei famigli, che cioncavano alla sua salute e gli davano la baia.
-- Reverendissimo _pater Vinosus_, o perchè non bevete? -- gridava il capo degli arcieri, che i nostri lettori rammenteranno ancora, per un certo suo dialogo con mastro Benedicite sul principio di questa storia. -- _Vinum bonum laetificat cor hominis_.
-- Ah sì! egli c'è altro da pensare in questi momenti -- rispondeva il monaco. -- Pregare bisogna, pregare che Domineddio ci abbia in custodia. Siete eretici, voi altri?
-- Che dimanda, _pater Vinosus_! -- entrò a dire un altro della brigata. Noi siamo tutti credenti; non è egli vero, Guercio?
-- Sicuro! -- rispose quegli ch'era stato chiamato in causa con quel nome e che ben lo meritava, a cagione di un occhio assente. -- Io sono credente come il patriarca Noè, buon'anima sua. Nel buon vino ho fede, e credo che sia salvo chi ci crede.
-- _Optime! optime!_ come dice il nostro fra Gualdo, quando è di buon umore.
-- A proposito! -- soggiunse un altro. -- Fra Gualdo, quando è di buon umore, ci canta un certo salmo....
-- Ah sì, un inno della Chiesa! Io lo so per filo e per segno, e se vi garba....
-- Figliuoli! figliuoli! -- interruppe fra Gualdo, che stava come rannicchiato nel mezzo. -- Non mettete in tavola le marachelle di un povero peccatore, il quale ora ne domanda perdonanza a Dio. Pregate, pregate per voi e per lui! Ah! _Domine salvum fac servum tuum!_ --
Le interiezioni e il testo latino del monaco erano cagionati da uno scroscio di folgore, che, a giudicarne dalla simultaneità del lampo e del tuono, doveva aver dato lì presso, sull'erta della rocca. Il pauroso s'era fatto bianco nel volto come un cencio lavato; le sue mani avevano esclusivamente afferrato uno dei famigli che gli stava vicino.
-- Coraggio, _pater Vinosus_, coraggio! Gli è nulla.... un tuono più asciutto degli altri.... Suvvia, bevete questo cordiale, che vi rimetterà un po' di sangue nelle vene.
-- Sì, figli miei, forse avete ragione; date qua!
-- Oh! così va bene. E adesso mandate giù quest'altro; _repetita.... repetita...._ O come dite voi che non me ne ricordo più?
-- _Repetita juvant_, -- soggiunse il monaco. -- Sì, veramente, io penso che mi faccia bene.
-- Bevete dunque, e state di buon animo!
Rinfrancato da quelle chiacchiere e dal vin di Cipro, fra Gualdo incominciava a respirare. La tempesta di fuori pareva anche rimettere un tratto della sua furia. L'allegrezza della brigata cresceva, e il nostro pauroso frate non si scandolezzò punto, quando il capo degli arcieri intuonò l'inno che egli aveva insegnato.
-- _Ave color vini clari!_ _Ave sapor sine pari!_ _Tua nos inebriari_ _Digneris potentia._ --
E tutti in coro, seguendo il ritmo e imitando la voce nasale del sacro cantore, ripeterono il ritornello:
_Tua nos inebriari_ _Digneris potentia._
-- La seconda strofa! la seconda strofa, Tebaldo!
-- Riempite le ciòtole e ci vengo:
_Primum gotum bibe totum!_ _Ad secundum vide fundum!_ _Tertium erit sicut primum;_ _Et sic semper bibe vinum._
-- E adesso, figliuoli, tutti in coro, da bravi!
_Bibitores exultemus_ _Vinum bonum quod habemus;_ _Adaquantes condemnemus_ _In æternam tristitiam._
-- _Amen!_ -- cantò istintivamente fra Gualdo.
E tutti a ridere sgangheratamente, in quella che il loro Sileno vuotava d'un fiato la ciòtola.
-- Sì, figli miei, state allegri; lo raccomanda anche il Salmista: _servite Domino in lætitia_. In fondo in fondo, che cos'è il vino? Una orrevol bevanda, che al figlio di Dio, sceso in terra per le nostre peccata, non dispiacque di assumere a simbolo del suo santissimo sangue. Beviamo dunque, e adoriamo i decreti della divina provvidenza. Tebaldo, riempitemi la tazza! --
Il capo degli arcieri fu sollecito ad obbedirlo. Ma in quella che fra Gualdo stava per accostar la ciòtola alle labbra, il pazzo mise un grido acuto, che gliela fece rovesciar sulla tonaca.
-- Che è stato? -- diss'egli, alzandosi a stento per andare verso la finestra. -- Messere Anacleto, che avete voi ora?
-- Ah! -- gridò il pazzo, con le braccia tese e gli occhi sbarrati. -- Non vedete voi? --
E accennava fuori della finestra.
-- Ma che? ma dove? -- dimandò il monaco. -- Io vedo i lampi che solcano l'aria e abbarbagliano la vista. Non temete, messere Anacleto, io reciterò la preghiera contro la tempesta. _Domine Jesu qui imperasti ventis et mari, et facta fuit tranquillitas magna, exaudi preces familiæ tuæ, et præsta ut, hoc signo sanctæ crucis, omnis discedat sævitia tempestatum_.
-- No la tempesta! no la tempesta! -- gridava il pazzo. -- Vedete, vedete, là nella torre! Ah, egli è là dentro, lo spirito punitore!... --
Guidato dalle parole di Benedicite, fra Gualdo aguzzò gli occhi verso la torre, e nell'intervallo di due lampi, vide la finestra del Negromante illuminata d'una luce rossastra.
Anche i famigli erano corsi ai veroni, per vedere che fosse che metteva tanto spavento al castellano.
-- To'! -- disse Tebaldo, -- C'è lume nella torre.
-- Gli è un brutto segno! -- sclamò un altro.
-- Baie, di tanto in tanto lo si vede, e il mondo non si muta per ciò.
-- No, ti dico; sono anni ed anni che il prodigio non si è più ripetuto. È l'anima del vecchio conte che viene a visitar casa sua, e ogni qual volta ci viene, una disgrazia accade in Roccamàla.
-- Raccontale a' tuoi bambini.... quando ne avrai!
-- Ma vedi, vedi quella ombra nera che passa in mezzo alla luce!
-- Sì, e che perciò? Adesso andremo a vedere che diavol c'è. Il bernardone sa a menadito tutte le formole per cacciare i demonii, e la faremo finita con questo. Ohè, _pater Vinosus_!
-- Che dite, voi, Tebaldo?
-- Che noi si va alla torre, e che voi ci avete a venire in compagnia, per dire una parolina a questo spirito, il quale si piglia spasso de' fatti nostri.
-- Che vi salta in mente, figliuol mio? Andare alla torre....
-- O che volete che faccia a voi il demonio, se pure gli è un demonio e non un capo scarico che ha voglia di ridere? Voi portate la tonaca del glorioso san Bernardo, e i diavoli hanno paura di essa come dell'acqua santa.
-- Non dico di no.... Ma adesso, in verità....
-- Suvvia! suvvia! Che peccati vi pesano sull'anima, che avete più paura di noi? --