Part 11
-- Ah! ah! -- soggiunse ghignando Aporèma. -- Un'inferma lassù e un infermo quaggiù. Togli lo spazio che li divide e saranno due sani. Madonna, se Iddio vi aiuti, usategli misericordia e mandategli il dittamo per le sue piaghe. Bene, del resto, bene! ei mi s'è fatto poeta daddovero e voglio congratularmene seco lui.... Ah, eccolo finalmente, il farmaco aspettato! E' scende pietoso, con la velocità d'una carta legata ad un sassolino. --
Così dicendo, Aporèma uscì carponi dal suo nascondiglio.
Frattanto un involto di piccola mole era caduto dall'alto del verone a' piedi di Fiordaliso, e cinque dita raccolte alle labbra della divina ascoltatrice dei suoi versi gli mandavano un bacio. Il cantore era rimasto estatico a raccogliere il bacio; donde avvenne che non si chinasse subito a raccogliere il messaggio, e quando, sparita la dama dal verone, si volse per farlo, una mano traditora già l'avesse ghermito.
Come si rimanesse Fiordaliso al non trovar più l'involto, che pure avea veduto cadersi a' piedi, lascio che vel pensiate voi, o lettori. La luna s'era poco dianzi nascosta dietro un querceto, e l'oscurità non gli dava modo di veder molto lunge; tuttavia, guardando istintivamente dintorno a sè, gli parve di scorgere un'ombra che sgattaiolasse verso lo svolto del muro.
Animoso qual era, trasse incontanente il pugnale e si avventò da quella banda. L'ombra nera gli si fece ritta dinanzi; ei s'avvinghiò rabbiosamente a quel corpo, e giù colpi alla disperata. Ma nulla! la punta del suo pugnale si rintuzzava su quel petto, e migliaia di scintille sprizzavano dagli inutili colpi.
-- Chi sei tu? -- gridò egli allora, balzando indietro esterrefatto.
-- Sempre poeta! -- rispose l'altro, ridendo. -- Voi già vedete una stregoneria dove non c'è che un giaco di assai buona tempera. Io porto sempre quest'arnese sotto il farsetto, per custodirmi dalle furie dei poeti come voi. La è questa una consuetudine che io vi consiglio del pari, imperocchè adesso potrei rendervi pan per focaccia, e voi lasciar qui la vita come un cane, dopo aver cantata come un cigno la vostra ultima canzone. Una leggiadra ballata, in verità, e se voi mi uccidevate, non avrei potuto darvene quella lode che vi si addice. Bene, per Dio, giovinotto; _se tu segui la tua stella_ (ve lo dirò con un poeta che non l'ha scritto ancora) _non puoi fallire a glorïoso porto_. --
Fiordaliso tremava a verghe; quella voce stridula e quel piglio beffardo non gli erano ignoti. Ancora non sapeva raccapezzarsi, ma un arcano terrore gli serpeggiava per tutte le vene.
-- Messere, -- si provò egli a dire finalmente, -- voi avete posto mano su d'un involto che non era per voi.
-- Nè per voi, messer Fiordaliso, e certo sta meglio nelle mie mani che nelle vostre. Sareste voi per avventura uno di que' giullari da dozzina, i quali vanno attorno, di corte in corte, di monte in piano, a rallegrar le brigate con le loro coble e sirventesi, per farsi pagare di poi?
-- Che volete voi dire?
-- Che quella borsa, gittatavi da Madonna Giovanna di Torrespina, non è fatta per voi, trovatore di alto grido, vincitore di giostre alla corte di Napoli e armato cavaliero da Ataulfo imperator di Lamagna. Madonna ha fatto gramo giudizio di voi, pagandovi per tal modo un'ora di sollazzo. Voi, nobil cantore, spregiate l'oro e lasciate che ne goda un povero menestrello. Non lo credete? Sono anch'io, ve lo giuro pel re David, nostro santo patrono, un cultore della gaia scienza.... Non del vostro valore, s'intende, non del vostro valore.... Io, a dir vero, non ho ricevuto mai in premio una collana d'oro, come voi, cinque anni or sono, dal vostro signore, dall'amante di quella gentil dama, a cui testè chiedevate un farmaco per il male d'amore.
-- Ah! -- sclamò Fiordaliso, che avea finalmente riconosciuto Aporèma. -- Il pellegrino di Roccamàla! --
E cadde al suolo, tramortito dallo spavento.
-- Il bighellone! Mi ha riconosciuto alla perfine; gli era tempo! Ugo, figliuol mio, che fai tu ora? Animo, animo! Non vedi lassù.... da quel verone?....
-- Io non vedo nulla. La luna è nascosta....
-- Guarda più attentamente; c'è lassù un'ombra bianca. La vedi tu ora? Sta bene; e sai tu che faccia?
-- Or via, dillo, che fa?
-- Rafferma alla balaustrata una.... Mi duole in verità di avertelo a dire; ma, tanto e tanto, l'avevi a sapere.... Anche questo messaggio può fartene testimonianza....
-- Ma dimmi, alla croce di Dio, che fa ella ora?
-- Oh, una cosa da nulla! Le sue mani delicate raffermano il capo di una scala di seta, che spenzola nel fosso.
-- Ah! per costui? -- urlò conte Ugo, mordendosi le mani.
-- Per costui! chi lo dice? -- soggiunse Aporèma. -- Se ti dà l'animo, potrà essere per te.
-- Per me? in qual modo! -- chiese il giovane trasognato.
-- Sì certamente, per te! Suvvia, avventurato Fiordaliso! -- disse Aporèma, percuotendolo con dolce dimestichezza sull'omero. -- Voi siete nato vestito, e ancora non ve ne siete avveduto!
-- Fiordaliso!... che dici tu mai?
-- Dico, e puoi sincerartene dal capo alle piante, che tu se' biondo, che porti sulla zàzzera una berretta piumata, che indossi una saracina e le calze divisate di seta, che sei cresciuto di tre pollici, e che hai tra mani un liuto.... ma questo puoi lasciarlo in basso, che oramai non ti sarebbe d'alcun giovamento lassù, e potrebbe anco tornarti d'impaccio nella tua corsa da scoiattolo.
-- Ah! -- gridò conte Ugo, a cui balenò negli occhi un lampo di gioia sinistra.
E piantato Aporèma accanto al corpo dello svenuto, s'inoltrò verso il verone, donde infatti spenzolava una tenue scala di seta.
CAPITOLO XVI.
Qui si conta di un angelo, il quale aveva perdute le ali.
La bella castellana era seduta nella penombra della sua camera, di ricontro al verone, in atto di donna che pensi.
A che pensate, madonna? A nulla, per fermo. Quel momento che precede l'arrivo e il primo bacio dell'uomo amato, non è invero da lunghi pensieri, nè da soliloquii di coscienza, e gran mercè se il passato può scorrere, immagine fuggitiva e sbiadita, dinanzi agli occhi dell'anima. Il pensiero è geloso come un sultano; vuol esser solo a regnare.
Ma pensate voi mai? Vi giova egli alcuna volta raccogliervi da sola a sola con questo interno signore che non patisce rivali, con questo giudice che fa salire alle guance le vampe del rossore non visto, con questo accusatore che parla le tristi e le dure verità, con questo tormentatore che fa dar volta dolorosamente sul più molle de' guanciali, che ronza e morde, molesto, ostinato, come la zanzara, nelle lunghe, interminabili ore di una notte d'estate?
E a cui non avviene di pensare in tal modo, di soggiacere a questo incubo? È la legge comune dei nati dalla creta; e voi pure siete di creta, o angelo di bellezza: voi pure sentite i mali dell'umanità, e i rimorsi del cuore.
Orbene, in quelle ore solitarie, non pensaste voi mai ad Ugo di Roccamàla? La sua pallida figura non vi si offerse mai alla mente, spiccata come un'immagine del sogno, gli occhi atteggiati ad un muto rimprovero?
Ahimè, madonna! Dove n'andò quella virtù severa, virtù più bastionata ancora del vostro castello, virtù che si lasciava ammirare, adorare eziandio, ma sempre fuori del tratto della balestra? Come lungi da quel tempo! E per che, poi, e per chi? Per qual filiera di ravvedimenti, la dea, crudele co' buoni, è giunta a farsi pietosa co' tristi?
Ahi, cuore umano! ahi, cuore della migliore tra le donne!
A lui, schietto e gentile amatore, nulla! Lo amavate, diceva ognuno, e a voi pure pareva. Era bello, possente, dalle donne desiderato, dagli uomini temuto, e vi piacque lasciarvi amare da lui. Certo, se altri avesse chiesto in mercè di poter baciare più oltre della vostra mano regale, i vostri occhi avrebbero mandato lampi di sdegno; laddove a lui, a' suoi preghi, a' suoi confessati dolori, soleva rispondere un angelico riso, il quale non dava e nemmanco toglieva la speranza. Questa era la gran differenza tra lui e il volgo de' vostri corteggiatori; le conseguenze, pari. E lo amavate!
Più assai dell'estinto s'ebbe Morello di Monferrato, falcon pellegrino che vi trascorse un giorno da lato, e strappò, passando, uno spicchio dal vostro cuore.
Più assai d'ambedue dovrà oggi ottenere un nuovo venuto, un traditor dell'antico, quegli che al pari d'Ansaldo di Leuca dovrebbe farvi risovvenire di Ugo?
Ma, ohimè! Noi si dimentica. La nostra fibra non regge alla tensione degli affetti. Soventi volte dissimuliamo sotto il nome di amore una ebbrezza del senso, e quando l'ebbrezza è svaporata, diamo cagione al tempo della morte d'amore. Il tempo! povero tempo! Gli antichi lo accusarono di mangiare i suoi figli; ora i suoi figli lo addentano con ogni maniera di calunnie. Oh almanco la creta vile non cercasse scuse all'oblio! Ma no; ella che ha mestieri di credersi alito di Dio immortale, ella che dimanda superbamente l'eternità dopo la morte, e non sa concederla poi nella vita agli affetti, ella ha scoperta l'assoluzione del più grave tra tutti i peccati, l'oblio, non nella sua propria fragilità, ma nella forza delle cose. Non vedete come tutti fanno? Se dimentica Fiordaliso, perchè non dimenticherebbe Giovanna? Così, reputandoci angioli, e superiori ad ogni altra creatura nel volo, amiamo, quando ci torni, reputarci tutti di una forza e d'una misura nella caduta; così la colpa nostra chiede la scusa ed accetta l'esempio nella colpa d'un altro.
Per Fiordaliso adunque, per questo tornitore di versi leggiadri, oscurato il raggio della severa virtù, la domestica quiete turbata, accolte con grand'animo le ansie, i terrori della colpa! Qual nuovo pregio lo facea degno di un tanto olocausto? Una simigliante voluttà di acri profumi, che Ugo avrebbe volentieri pagata col sagrifizio della vita presente e delle speranze future, Fiordaliso la otterrà dunque per nulla?
O donne, a cui date troppo spesso il cuor vostro! O migliore delle donne, come vi siete fatta pari alla moltitudine delle figlie d'Eva! O angelo, come avete perdute le ali!
Ma infine, povera donna! E perchè Ugo non seppe aspettare? Ella era sull'alba degli affetti; il cuor suo era tocco, ma le voci arcane che comandano di amare non avevano ancora parlato. Perchè morì egli? perchè non attese?
Morello venne, e turbò, non il suo cuore, l'anima sua; la turbò perchè era un nobile garzone; la turbò dolcemente perchè aveva difeso la memoria d'un caro estinto contro le villanie d'un uomo dappoco.
Ella per fermo non aveva mai amato Ansaldo di Leuca, nè altri, nè altri! Che si domanda di più ad una donna? Che abbia a morire, perchè un uomo è morto? Di simiglianti tragedie si sono già viste; ma la scienza dirà che l'aneurisma e la tisi presuppongono il male preparatore, di guisa che una testimonianza di più fine sensibilità non sarebbe altro che l'effetto di un guasto dell'organismo.
Suvvia, che volete di più? Chiedete la continuazione dell'amore dopo la morte? Vorreste venire la notte, vampiri, a riposarvi sul cuore della superstite e suggerle il sangue? Non vi basta ch'ella si condanni alla solitudine?
E la solitudine, vedete, è traditrice; abbiate dunque misericordia. Egli è nella solitudine che l'anima va trascinata in balìa dei sogni fallaci. Una donna, fatta segno all'amore di taluno, è sempre alle difese; combatte, perchè il pericolo è presente, armato di tutte le sue lusinghe, di tutti i suoi incantesimi. Ma lasciatela sola, lungamente sola. Il sapere che nimici non incalzano al vallo, rallenta la vigilanza del presidio. Si spalancano le porte, giova uscire all'aperto, vedere i deserti accampamenti. Qui fummo stretti! qui potevamo cedere! E allora venga pure, ci sopraggiunga il pericolo; il cavallo di legno fa quello che non aveva fatto Achille, nato di Dea, nè il Tidide, nè il Telamonio; l'occasione afferra e carpisce quello che un affetto ardente, verace, profondo, non aveva potuto ottenere.
Così cade la donna; così cadeva Giovanna, la miglior delle donne.
Angioli del domestico lare, celatevi il volto! Il verone è superato; un'ombra nera scende dalla balaustrata; l'aspettato è giunto.
Fu scritto che un gran dolore è muto; e un grande amore io credo sia muto del pari. Il giovine innamorato cadde alle ginocchia di lei, e rimase a lungo in quella postura, estatico a contemplarla. Dalle prime angosce di un colloquio, da que' naturali ritegni del pudore che è l'ultimo ad abbandonare la donna, la sciolse un nembo di baci, o più veramente un bacio solo, ma lungo, errabondo, che volea dirle: perdonate a me, perdonate a voi stessa. L'adorazione vince la vergogna della caduta. La donna non è più angelo; ma che importa, se, in cambio d'angelo, è dea?
O voluttà, voluttà dell'anima, che precorri e fai più divina, ritardandola, quella dei sensi! In queste ore celesti, la donna è sulla terra quello che la divinità sull'altare. Soventi volte, l'amante è Pigmalione che adora l'opera delle sue mani; altre volte è un felice, che, giunto a sollevare il lembo del velo d'Iside, aspetta animoso la morte, pur d'essersi inebbriato nella contemplazione di ciò che non videro mai gli occhi del volgo profano. Ma, comunque sia, quella donna si vede, si ode, si sente adorata, nella forma e nella sostanza; dea sul piedestallo, scorge un giovine ed amato sacerdote che le si prostra, le inonda il piè divino di baci e di lagrime, e le riflette nella sua l'adorazione di una moltitudine che il suo sguardo trapela fra mezzo una nube d'incenso. I desiderii s'innalzano a lei, soavi odori di mirra eletta, e la inebbriano; ogni sguardo di quegli occhi peritosi ma ardenti, ogni tocco di quelle mani paurose ma dardeggianti elettriche scintille, dice a lei che è la divina delle donne, che nessun'altra al mondo è amata, adorata, venerata al pari di lei. Ardono i ceri tutt'intorno; l'incenso sale in fumanti spire fino alla volta del sacrario; le canne di un organo invisibile sciolgono celesti armonie; come potrebb'ella ravvisarsi angiolo caduto, in quell'oceano di splendori, di fragranze e di suoni?
Nè manco felice, nè manco inebbriato è il sacerdote. Ogni parola che esca dalle labbra della dea, è una musica ineffabile; ogni sguardo che si posi su di lui, è un raggio di luce; l'alito che scende a carezzargli la fronte, è un'aura di paradiso; da tutta quella persona, dai veli che l'adornano, dall'aria stessa che la circonda, si svolge un incognito indistinto di mille odori, una soavità di promesse, una novità di arcane attrazioni, che fanno raggiar gli occhi, precipitare il sangue, sprigionarsi tutte quante le forze dell'esistenza e sciogliersi dintorno a lei in un palpito di solenne agonia.
Ore dolci, ore divine di un colloquio che nulla turba, nè sguardo importuno, nè minaccioso rumore di passi vicini! Ore in cui l'anima, sciolta d'ogni sospetto, si espande rigogliosa e distende i rami flessuosi, all'ombra de' quali due vite confidenti riposano! È sonno o veglia? È vita o visione? E quei nonnulla che labbro mormora a labbro, che l'orecchio non ode e che la bocca respira! E il bacio traditore che improvviso scocca e confonde le due esistenze!...
Angioli del domestico lare, celatevi il volto!...
Giunse l'alba, e con l'alba un gran dolore nell'anima del felice. Sollevandosi per condurre la donna a respirare la fragranza del nascente mattino, vide la faccia sua riflessa nella spera metallica che pendeva dalla parete. E' ricordò per quale inganno fosse penetrato lassù, e qual virtù vendicatrice in lui fosse.
Il volto del felice garzone non era ancora quello di Ugo, ma non era già più quello di Fiordaliso.
E allora gli scese nel cuore una immensa pietà per quella donna, che perduta pendeva dal suo braccio. Sentì quel cuore palpitare di rincontro al suo braccio. Quella bocca, che egli aveva divorata coi suoi baci, sospesa al suo omero, ripeteva ancora sommessamente: ti amo!
-- La ucciderò io, discoprendomi a lei? Ugo di Roccamàla, giustiziero di uomini, fulminerà il suo sdegno contro una donna? contro questa creatura così fragile, ma pur così bella? --
E mentalmente chiese una grazia ad Aporèma.
-- La mia è anima tua, demonio, ma non uccider costei, ma lasciami ancora un istante il volto di Fiordaliso!
-- Fanciullo! -- mormorò una voce nell'aria.
Egli crollò le spalle al sarcasmo; si guardò da capo nella spera, e mise un respiro.
Ella alzò gli occhi turbati, e, mettendogli le braccia al collo, gli disse:
-- Che hai tu, mio dolce signore?
-- Nulla; io penso che tu sei bella, divinamente bella. Vedi, guarda là dentro! --
E le accennava la spera.
Ella rivolse da quel lato la faccia ridente, ma senza toglier le braccia dal collo di lui.
E la spera, illuminata dolcemente dai barlumi dell'alba, riflesse un sorriso, un amplesso ed un bacio.
CAPITOLO XVII.
Come il conte Ugo ragionasse della sua felicità senza pari.
La sera del 29 novembre, sesto anniversario dello arrivo del romèo alla mensa di Ugo il felice, era giunta.
Il cielo buio incombeva come una cappa di piombo sui bastioni di Roccamàla. Il tuono brontolava nell'aria; spessi lampi solcavano quell'ammasso di negri vapori; la tempesta era vicina.
Nella torre del Negromante nulla era mutato. Lo stipo dalla fascia di ferro, il letto dalle nere colonne, il seggiolone di velluto dalle borchie dorate, ogni cosa, insomma, era al suo posto consueto.
Senonchè, cosa inusitata e non più vista da sei anni, nella triste camera la lucerna era accesa, e nel seggiolone di velluto era assiso, o, a dire più veramente, sprofondato, un giovine pensieroso.
Giovine! Tale almeno appariva dalla snellezza delle membra e dal lampo degli occhi. Ma i capegli erano imbiancati da un verno precoce; ma un fascio di rughe gli solcava il mezzo della fronte, mostrando sopracciglio raccostato a sopracciglio per effetto di interna convulsione; il suo viso pallido e smunto era d'uomo pur mo' uscito dalla tomba, anzichè vissuto nel consorzio dei suoi simili.
E bello cionondimeno era quel viso; bello per la severa nobiltà dei contorni, bello per l'aria di profonda inconsolabile tristezza onde era come velato, bello per il raggio della mente che traluceva dagli occhi, e tutt'intorno appariva giustamente diffuso.
Il labbro inferiore proteso in atteggiamento d'infinita amarezza, i pugni stretti sui bracciuoli della scranna, gli occhi fisi in un punto ignoto, egli pensava. Ed ecco i suoi pensieri quali erano:
«Nessuno è felice quaggiù.
«L'uomo nasce maledetto: le sacre carte dissero il vero. Egli è plasmato di fango; e di ciò non si dubita. Egli è avvivato da una particella dello spirito di Dio; e ciò non è vero, le sacre carte hanno mentito.
«Invero, se l'invisibile nume avesse spirato in questa sordida creta alcuna parte di sè, ei non l'avrebbe fatta in pari tempo malvagia; le avrebbe dato un'anima per intendere il vero, non per vagar di continuo d'errore in errore; le avrebbe dato un cuore da affinarsi nell'amore e nella ricordanza, non da invilirsi nell'odio e nell'oblio.
«O non saremmo noi piuttosto lo effetto di una grande baldoria d'ignote possanze? Ecco, in apparenza, ci ha fatti germogliar dalla terra il caso, quegli che è quel che non è, quel negativo eterno male divinizzato dagli antichi, il quale ha fatto volare il germe della pratellina accanto a quello della parietaria nel crepaccio d'un muro. E forse, non dissimilmente da me, non previsto nè meditato frutto di un istante d'ebbrezza, il cielo, la terra, e tutto quanto essa contiene, non sono che il frutto degli amori del nume ignoto con la nota, ahi! troppo nota materia, frutto a cui egli non avrà badato più che tanto, dopo la sua apparizione nel vuoto.
«Comunque ciò sia, la materia ci è madre, noi riteniamo di lei! Pensanti! come? perchè? più, forse, e meglio della bestia? No, diversamente; ecco tutto. L'uomo non è il leone, per ciò solo che il leone non è uomo. Siamo i migliori, sì veramente; ce ne fa accorti il soffrire. La virtù del pensiero e della parola, congenita in noi, ci fu aguzzata via via dalla turpe necessità. La guerra per la vita è l'origine del verbo; il quale in principio _non era_.
«Viviamo, siccome la farfalla, la nostra vita d'un giorno; ieri vermicciuolo, oggi larva, domani crisalide, quindi verme da capo, senza curarci del giorno di poi; cercando talvolta e non trovando mai il perchè.
«Siamo tristi? Forse neppure cotesto; siamo soltanto figli della materia, fragili al pari di lei. E v'hanno forse eccezioni? Nemmanco; vasi meglio costrutti, di più delicata fattura, può essere; perfetti no. Tutti abbiamo l'egoismo nel mezzo del cuore, coi sette peccati capitali che gli fanno onorato cortèo. Temperati, paion virtù; appunto come avviene di lui, sovrano di tutti.
«La virtù! Donde è nata? È ella una forma della nostra mente? No, gli è assurdo. Noi i quali non sappiamo far altro che copiare, o raffazzonare in altre guise ciò che è in noi o si specchia in noi, non possiamo di certo aver tratto una forma nuova, assoluta, da ciò che è relativo; nè mai potremmo far sorgere ad esemplare della vita quello che in noi non esistesse e non comandasse dapprima. Esiste, sorride a noi l'esemplare della virtù; essa dunque non è una nostra finzione.
«Il filosofante la negherà, argomentando ch'ella non è un concetto assoluto; che qui assume una forma, là un'altra, per conseguenza non è che un modo di vivere, mutevole secondo i luoghi, i tempi, i costumi. Egli vi ebbe infatti una gente che soleva ardere i cadaveri dei parenti; un'altra che solea seppellirli; un'altra ancora che li uccideva, per sottrarli ai mali della vecchiezza; e tutte operavano per reverenza ai maggiori, e quella che in un modo faceva, gli altri reputava inumani. L'argomentazione non regge. Tutti quei modi svariati concordavano in cotesto, di rendere omaggio agli antichi; il concetto era dunque uno, superiore alle forme diverse della sua manifestazione.
«Contraddico a me stesso? Non mi pare. Io non ho già negato Dio; ho detto che non lo intendo, e che non intendo le cagioni dell'esser mio.
«Ma se la virtù esiste, perchè non c'è egli un uomo, un sol uomo che si conformi a lei? Se Dio ci ha creati, se ci ha spirato il suo soffio, perchè non ci ha fatti migliori? Questa virtù, è specchio di un passato distrutto da una colpa nostra? È adombramento di un atteso e preparato futuro? Giungeremo al vertice, o tutto è infinito, anche il nostro andar tentoni nei secoli?
«Ah, povero spirito, che cerchi? Ecco, io non so ancora quel che io mi sia, e già chieggo quel che sarò!
«Intanto, io soffro; intanto io sto per morire. La fede, questa fallace compagna della vita, mi ha preceduto nell'abisso. Credevo, ed ho veduto.... ho veduto! E avventurato ancora tra gli altri, i quali vivono nell'inganno, stolti! e non ardiscono guardare più oltre, simili al fanciullo che in una notte tempestosa si rimpiatta sotto le coltri, per non iscorgere il bagliore dei lampi!
«L'esperimento ha trascorso i confini segnati alla umana natura. È un male? Forse. Noi siamo dannati all'apparenza delle cose. Ma perchè si svegliò in me questa sete di verità? Perchè, sire Iddio, m'avete indotto in tentazione, per modo che io volessi scrutare i cuori e le reni di coloro che io proseguiva della mia amicizia, del mio amore e dei miei benefizi? Ecco ora, li ho conosciuti alla prova; erano fragili e tristi. E poi? Sono forte io? sono migliore? Altro mistero! Mistero! sempre mistero!...
«Aporèma, che ne sai tu?...» --
-- Nulla! -- rispose una voce, che, quantunque invocata, fe' trasaltare Ugo di Roccamàla.
E dopo quella parola, insieme con la luce di un lampo e col fragor d'un tuono, comparve nella camera del Negromante il fido Aporèma, non sotto la forma del romèo, nè di Rambaldo di Verrùa, nè di frate Gualdo, sibbene sotto quella splendidissima, abbagliante, dell'arcangelo fulminato nei cieli.
CAPITOLO XVIII.
Nel quale è dimostrato che il diavolo non è così brutto come lo si dipinge.
-- Anzitutto, diss'egli, -- tu non mi chiamerai più con questo misero nome di Aporèma.
-- E perchè? -- dimandò conte Ugo.