Il libro di Sidrach: testo inedito del secolo XIV pubblicato da Adolfo Bartoli

Part 9

Chapter 94,076 wordsPublic domain

_Lo re domanda: qual'è la più sicura cosa che sia e la più benedetta e la più degna e la più bella? Sidrac risponde:_

L'anima è la più degnia cosa del mondo, e la più bella e la più benedetta; chè la buona anima è più bella e più isplendiente che 'l sole, e più degnia che niuna altra cosa che Idio abia fatta in terra; ch'ella è fatta della lena di Dio; e sì sono stabiliti gli angioli per lei isguardare (494); e si istà inanzi a Dio a faccia a faccia, e è la più sicura cosa (495) che Idio abia fatta; ch'ella è buona, e sicura ch'ella sarà della conpagnia di Dio, nella sua gloria, tra gli agnoli, e non avrà mai fine, nè fame nè freddo nè caldo nè male nè dolore nè tristizia nè invidia nè cupidigia, ma tutto giorno gioia (496) e letizia delle sue benedizioni. L'anima è la più benedetta cosa che Idio abia fatta; chè egli benedisse tutte le cose per lei servire. La benedizione è sì grandissima, che, se ella entrasse in una pietra, ella parlerebbe. Ella sarà benedetta per lo figliuolo di Dio, per tutti i tenpi, quando egli verrà la seconda volta a giudicare lo mondo, cioè a sapere alla fine del mondo, che giudicherà i buoni e' rei.

(494) Il C. F. R. ha _garder_, che noi crederemmo usato qui nel senso di _proteggere_. Potrebb'essere che il testo francese da cui fu tradotto il nostro avesse _esgardeir_, _esguarder_, che fu adoperato per _consigliare_.

(495) Abbiamo agg. _cosa_ da' codd. R. 2 e F. R.

(496) e tutto giorno è gioia C. L. — Abb. corr. sulla scorta del C. F. R.: mais tous iors ioie, ec.

Cap. XLV.

_Lo re domanda: qual'è la più laida cosa che sia, e la più pericolosa e la più maledetta e la più paurosa? Sidrac risponde:_

L'anima ria è la più laida cosa che Idio facesse, e la più orribile cosa che sia; che, chi la ria anima potesse vedere, egli avrebe paura di lei. Ella si è la casa del diavolo; e si è sì puzzolente, che gli angioli nolla possono sofferire a vedere nè udire. E sta ella tutto giorno in grande paura d'avere maggiore pene che non à; e si sarà tormentata, nella conpagnia del diavolo, di sua maladizione. Ella è la più maladetta cosa che Idio abia fatta, che ella sarà maladetta dal figliuolo di Dio, al dì del giudicio, inanzi gli angioli e inanzi gli arcangioli e tutte l'altre buone anime, che tutte avranno allegreza del suo male.

Cap. XLVI.

_Lo re domanda: le buone anime non avranno duolo del male delle rie anime? Sidrac risponde:_

In verità vi dico che le buone anime saranno nella volontà di Dio, e a tutti piacerà lo suo giudicamento degli suoi nimici, e ched egli si vendichi (497) di tutti coloro che sono istati contra lui; chè egli è diritto, e lo suo giudicamento si è diritto e leale. E quando le buone (498) anime vedranno che (499) Idio l'avrà giudicate in pene, elle si diletteranno di vederle, altressì come noi ci dilettiamo di vedere i pesci nell'acqua.

(497) e ch'egli si vendica C. L. — Abb. pref. le lez. del C. R. 2.

(498) rie C. L. — Abb. creduto di dover preferire la lez. del C. R. 2., anche per l'autorità del C. F. R. che ha: quant les bones armes.

(499) Meglio il C. F. R.: veront les felons.

Cap. XLVII.

_Lo re domanda: che vale meglio o la santà o la malizia? Sidrac risponde:_

Degna cosa è la sanità dell'anima che è pura e netta, e quella anima sarà nella conpagnia del cielo (500). Altressì come uno cavaliere che è forte e prode e è valente, e fosse della vostra masnada, e voi andasti in battaglia, bene vorresti ch'egli fosse della vostra conpagnia; e se egli fosse malato e fievole e debole, voi non vorresti che egli fosse presso a voi; simigliantemente (501) della sanità e della malizia; che sanità varrà meglio che malizia all'anima. Che l'anima ch'è malata, cioè di peccato, quella anima è della conpagnia del diavolo; e Dio non vuole che s'acosti a lui, se di quella malizia non guariscie. La sana, ch'è sanza peccato, vuole egli bene che sia apresso di lui. Eziandio al corpo vale meglio la sanità che la malizia, a coloro che la sanità e la forza usano bene per loro e per altrui. Gli rei, che lo bene non vogliono fare e fanno lo male, la malizia al corpo loro vale meglio che la santà; chè, per la fievoleza del corpo e della malizia, si ritragono di mal fare; e gli buoni non ànno briga delle loro rie opere, ch'egli fanno.

(500) Così hanno i due Codd. L. e R. 2. Ma la lez. è senza forse errata, e a corregg. giova riferire il testo del C. F. R. che ha: car l'arme chi est saine, elle est nete et pure; et celle arme sera en la compagnie Deu. _Chi_ corr. _ki_. — E del pari ha il C. R. 1.: „Dengna cosa è la sanità dell'anima; imperciò ke l'anima k'è sana e necta, quella cotale anima saràe de la conpagnia di Dio.„ Ed esso C. R. 1. seguita: E l'anima k'ene amalata si è de la compagnia del diavolo; e Dio non vuole ke s'apressi a lui, se di chel male non guarisse.

(501) simigliantemente è C. R. 2.

Cap. XLVIII.

_Lo re domanda: che podere dona Iddio all'anima in questo mondo? Sidrac risponde:_

Iddio à donato a ciascuna uno reame (502) a guardare e a governare; s'ella lo governa bene, quello reame che Idio l'à donato a guardia, ella sarà coronata e posta a sedere nella sedia reale (503), a grande allegreza e con grande laude, innanzi a Dio; e Idio gli dirà: amico, vieni inanzi, e ricevi la corona ch'io t'ò serbata, che l'ài bene lealmente guadagnata, e tu se' degna di questa corona portare. Lo reame è lo bene che 'l corpo fa; lo corpo è questo secolo, e la buona credenza che l'uomo à nel suo creatore, e a fare il suo comandamento (504). Che ciò che l'anima vuole, lo corpo fa alla sua volontà (505), che l'anima è lo re, e lo corpo è lo reame e lo comandamento di Dio. E se l'anima non governa bene lo reame che Idio l'à donato in guardia, ella sarà nel mal fuoco gittata; e però dobiamo noi lasciare l'opere del diavolo, e fare quelle del nostro criatore che ci à fatti, e fare i suoi comandamenti. E chi avesse uno suo grande amico, che gli facesse uno grande benefacto per lui, conciosia cosa ch'egli non sia di suo prode, anzi di suo travaglio, egli lo farebe volentieri per colui che bene gli fa (506). Dunque diricto è che noi crediamo il nostro criatore, e che noi facciamo i suoi comandamenti, che egli ci darà signoria sopra tutte le cose del mondo; e non ci comanda nullo travaglio, se non che noi lo crediamo, e che noi l'amiamo, e che noi non facciamo male per lo suo amore. Sappiate che quegli che verranno dietro a noi, egli saranno credenti in Dio. Loro domanderà più ch'egli non fa ora a noi; e saranno chiamati il popolo del figliuolo di Dio, lo veracie profeta. Egli a loro domanderà più che a noi, nè a coloro che inanzi a loro verranno; e più loro domanderà, chè lo servigio sarà più (507).

(502) regname C. R. 1.

(503) assettata in sedio di re C. R. 1.

(504) Abb. corretto questo periodo coll'aiuto del C. R. 2., del C. R. 1. e del C. F. R. Altri veda se abbiamo errato. Ecco le tre lezioni: Lo reame e ello bene che 'l corpo fa lo corpo e in questo secolo la buona credenza che l'uomo à nel suo creatore e facto il suo comandamento C. L. — Lo reame è lo bene che lo corpo fa lo corpo è questo secolo la buona credensa che l'uomo àe nel suo creatore àe fatto il suo comandamento C. R. 2. — Lo reame si è el corpo e 'l ben fare ke l'omo fa in chesto secolo e la buona guardia C. R. 1.— Le royaume est le cors afait en ceste secle et la bone garde et la bone creance che l'om a à son creator et à fair son comandement C. F. R. — _Afait_ potrebbe essere errore per _afaitié_, _afetié_, poli, ajusté, da _afaiter_, orner, parer ec.

(505) che ciò che l'anima volle lo corpo alla sua volontà C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.

(506) Il senso di questo periodo riescirebbe oscuro se non lo chiarisse il C. R. 2., conforme al C. F. R.: — E chi avesse uno suo buono amico che gli facesse grande bene, e lo suo amico lo pregasse ch'elli facesse uno grande fatto per lui, conciosiacosa ch'elli non sia di suo prò, anzi di suo travaglio, egli lo farebbe volentieri per colui che bene gli fa. — _Conciosiacosachè_ è traduz. erronea di _ja soit ce que_, sebbene, abbenchè. Meglio degli altri poi ha il C. R. 1.: Unde ki avesse uno buono amico, e pregasselo ke facesse uno gran facto per lui, avenga ke non fusse sua utilità, anzi fusse in suo affanno, elli lo farebbe volentieri, per colui ke ben li fae; molto magiormente ec.

(507) e più domanderà loro perchè 'l servigio sarà più grande C. R. 2. — a costoro domandarà più k'a noi e che a quelli ke apresso noi veranno, ke la comandigia sarà più grande C. R. 1. — Di _comandigia_ non reca che un esempio solo la Crusca.

Cap. XLIX.

_Lo re domanda: lo cruccio e la gioia onde viene? Sidrac risponde:_

La gioia e lo crucio sono di molti modi: gioie sono di ricchezze e di guadagni e di buone novelle e di molti modi; lo cruccio viene di dannaggio e di perdite e di malizie e di paura e di molte cose. Ma l'uomo che avesse di queste cose cioè di sopra dette, della gioia e del cruccio (508), si aviene (509) per sè medesimo per due cose: di vivande e d'olore. Che se egli mangia buone vivande (510), sì gli viene buono sangue, che gli rinverdiscie lo cuore e fagli avere gioia. Lo cruccio viene di male vivande e di pesanti e grievi, ch'elle si muovono lo rio sangue e lo rio omore, e vanno intorno al cuore e lo rinfebiliscono (511), e faglielo grave, e allora si cruccia. E simigliantemente aviene del male olore, ch'egli l'amena al cervello e portalo al cuore, e fallo crucciare.

(508) cioè della gioia e del cruccio C. R. 2.

(509) se li aviene C. R. 2.

(510) buone vivande e umide C. R. 2.

(511) infievoliscono C. R. 2. — Abbiamo lasciato _rinfebiliscono_ perchè lo crediamo traduzione di _afebloient_ (da _afebloir_). Il presente capitolo manca al C. F. R., quindi non possiamo sapere quale fosse la parola francese corrispondente a _rinfebiliscono_. È noto che la Crusca registra _infiebolire_ e _infiebolito_.

Cap. L.

_Lo re domanda: dopo lo tenpo che 'l figliuolo di Dio monterà in cielo averà istolomia (512) nel mondo per insegnare? Sidrac risponde:_

Quando lo figliuolo di Dio monterà in cielo, si lascierà lo suo podere a' suoi XII apostoli, e quelli istabiliranno una casa che sarà chiamata dello figliuolo di Dio (513). Dopo loro verranno gli altri, che tuttavia lo comandamento loro seguiteranno uno grande tenpo, e saranno i primi che al figliuolo di Dio avranno creduto, e saranno di grande podere e di grande ricchezze e signoria; e poi diventeranno fievoli nella credenza del figliuolo di Dio e ne' suoi comandamenti, i quali avranno istabiliti i dodici apostoli; e non si vorranno amendare delle loro rie opere. Iddio per loro peccato gli distruggierà. Quelli saranno dell'arte della stolomia (514), perch'elli saranno molti savi e di grande provedenza.

(512) istrologhi C. R. 2. — estronomen C. F. R. — Crediamo che sia da correggere _istrolomia_. — Il prov. ha: _estrolomia_; e più sotto _strolomia_ ha il C. R. 2.

(513) una casa che sarà chiamata lo figliuolo di Dio C. L. — e quelli stabiliranno uno che sarà chiamato lo figliuolo di Dio C. R. 2. — Lezioni erronee ambedue. Noi abbiamo creduto di ristabilire rettamente il senso, correggendo _dello figliuolo di Dio_, sull'autorità del testo francese: une sainte maison che sera apelée la maison dou fis de Deu; e del C. R. 1.: che sarà apellata la magione di Dio.

(514) Il C. R. 1. ha qui: astralumia.

Cap. LI. (515)

_Lo re domanda: chi bene nè male non fa è menato a peccato? Sidrac risponde:_

Lo principe (516) de' ministri del figliuolo di Dio quelli l'acomanderà (517) a uno buono uomo che avrà nome Pietro (518); e dall'uno a l'altro sarà comandato (519), insino alla venuta del falso profeta che tutto il mondo divorerà; quelli sarà figliuolo del diavolo. Dopo la venuta del figliuolo di Dio M anni, crescerà peccato al mondo, fra 'l suo popolo, contra la fede, e sarà mescolato (520) tra' buoni, come i' loglio (521) tra 'l grano (522). E dopo lungo tenpo nascieranno due grandi colonne (523), che la fede di Cristo accrescieranno; e i miscredenti, che tra' buoni saranno, distrugeranno. L'una delle due colonne saranno apellate frati minori, e gli altri fratri predicatori (524); e saranno molto temuti per lo mondo, e povera gente saranno. I buoni gli ameranno e onoreranno e temeranno, per lo bene che faranno, e per la fede ch'egli acrescieranno; i rei gli temeranno, e onore e reverenza loro faranno, per la paura ch'egli avranno di loro; che per la gente di quelle due colonne (525) molti mali si lascieranno a fare, per la paura che i malvagi avranno di loro; ch'egli saranno la spada e la forza della casa del figliuolo di Dio, e aversari del diavolo di ninferno.

(515) Questo Cap. nel C. R. 2. e nel C. F. R. ha per titolo: _Lo palagio del figliuolo di Dio a cui sarà accomandato quando elli verrà in terra_? E questo titolo è necessario tener presente alla memoria, per intendere ciò che segue.

(516) principio C. L. — Abb. corr. col C. R. 1.

(517) lo comanderanno C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.

(518) È curioso a notare che, mentre i due Codd. L. e R. 2. sono affatto conformi al C. F. R., e il C. R. 1. è affatto diverso e nell'ordine e nella dicitura e nella mole, qui esso C. R. 1. ha, invece di _Pietro, padre de' padri_; e _pere des peres_ ha il C. F. R., mentre _Pietro_ ha pure il C. R. 2., come il L.

(519) Per _accomandato_. _Comander_ franc. e _comandar_ prov. hanno il senso il raccomandare.

(520) saranno anunziato C. L. — Abb. corr. col C. R. 1. — Il C. R. 2. ha: e saranno amischiati.

(521) gramegna C. R. 1. — La Crusca non registra che _gramigna_ e _gremigna_.

(522) Aggiunge il C. R. 1.: et sarano famati per loro risia patarini. — La Crusca non registra _famato_, nè _risia_.

(523) Così hanno tutti i Codd.

(524) sarà chiamata la minore, l'altra l'amonestatore C. L. — Abb. corr. col C. R. 1. Pare che il traduttore non intendesse la parola _amonesteors_ del testo francese, che vuol dire propriamente _consigliere_, da _amonester_ (ad monitare) _consigliare_. — Il C. F. R. ha: amonesteors prechors. _Prechor_ significa _predicatore_, da _precher_.

(525) che per quelle gente de le due colonne C. R. 1.

Cap. LII. (526)

_Lo re domanda se quelli che non fanno nè bene nè male è menato al peccato. Sidrac risponde:_

Chi bene nè male non fa egli mena vita di bestia, e peggio che bestia; che se la bestia avesse iscienza in lei (527), farebe bene. Quelli che fa lo peccato, fa male; e quelli che lascia lo bene a fare, là ove egli lo possa fare (528), egli pecca simigliantemente. Come colui che à gran voglia di manicare, e egli passa per uno molto bello verziero, ove àe molti belli frutti, e lasciasi morire di fame, che non ne vuole toccare nè mangiare, egli fa male, quando egli no ne piglia e mangine, anzi che si lasci morire; chè magior male è di lasciarsi morire, che di mangiare il frutto.

(526) Nel C. L. il titolo del presente cap. è errato; cioè e stato dato a questo Cap. il titolo che appartiene al seguente LIII.; e ad esso LIII., il titolo del LIV.; mentre doveva avere quello del LII.

(527) en soi C. P. R.

(528) Abb. adottata la lez. del C. R. 2. — Il C. L. ha: la ond'egli lo possa fare.

Cap. LIII.

_Lo re domanda se la signoria de' fare asprezza o de' essere piatosa. Sidrac risponde:_

La signoria si è dal comandamento (529) di Dio; egli comanda in terra giustizia; e se la giustizia non fosse tra le genti del popolo del figliuolo di Dio, sarebe a maniera di pesci, che lo forte mangierebe lo fievole, e lo grande lo piccolo (530). Tutte le giustizie debono esser fatte (531) per giudicare i rei a diritto e a ragione, e a ciascuno dare la sua ragione. Inanzi che lo figliuolo di Dio venga in terra, nascierà uno re molto buono e credente a Dio e suo profeta (532); e dirae nella sua profezia: benedetti sieno quelli che faranno giustizia, e che la manteranno a tutti i tenpi. Se lo malvagio è preso in alcuna malvagia opera, egli si die iudicare secondo sua uopera (533); e se lo signore vuole avere merciè di lui, e perdonagli una volta, egli lo puote bene fare; ma s'egli vi cade altra volta, egli è ben degno del suo merito (534).

(529) se dal cominciamento C. L. — Abb. corr. col C. R. 1., che concorda col C. F. R.

(530) troppo cresciarebbero e malifatori, che li forti mangiarebero li debili C. R. 1.

(531) Così ha pure il C. R. 2.; ma il C. R. 1.: tucta justizia dia essare forte. — E il C. F. R.: toute justice doit estre fort.

(532) Qui, come in parentesi, sia scritto nel C. F. R.: _Roy Daniel_.

(533) Abb. corr. col C. R. 1. Il C. L. ha: è ispento e lealmente judicare. — Ed errato è pure il C. R. 2.

(534) Tanto il nostro che il C. R. 2. hanno: degno del suo merito. — Ed eccone la spiegazione. Nel C. F. R. sta scritto: il est bien dignes de sa deserte avoir. — E siccome _deserte_ avea il significato di _merito_ e di _ricompensa_, il traduttore ha scambiato l'uno coll'altra. Ed infatti il C. R. 1. ha: è degno di ricievare guidardone di sua uopera. — Vale a dire, è degno di avere la sua ricompensa, la ricompensa di avere perdonato la seconda volta.

Cap. LIV.

_Lo re domanda: de' l'uomo fare bene a' suoi parenti e a' suoi amici? Sidrac risponde:_

Buono e rio (535). Se gli tuoi parenti sono buone genti, e sono disagiate, e ànno perduto lo loro per disaventura, loro dei ben fare e consigliare e atare. E se i tuoi parenti e i tuoi amici sono rei, e perdono in male, per la loro volontade, grande malfatto fae chi fa bene loro, e tutto si perde; altressì come uno grande ciero di bella ciera, accieso inanzi a uno uomo cieco, che non vedesse lume, o come la candela allo lume del sole, ch'ella non à nullo valore. Simigliantemente aviene de' rei uomini, che si perde tutto, siccome la cera inanzi al cieco, e la candela inanzi al sole.

(535) Egli ene bene e si è male C. R. 1.

Cap. LV.

_Lo re domanda che cosa è gentileza. Sidrac risponde:_

Gentileza è podere e largheza e vecchia possessione d'avolo e di bisavolo. Quelli che à più di podere è più gentile. E si à anche altre gentileze. L'uomo che àe grande podere e è villano del suo corpo, sapiate che quelli non è gentile, anzi è ricco. Uomo di podere e savio e cortese e di buona aria (536) e bene insegnato (537), quelli puot'essere chiamato gentile uomo; che tutti siamo d'Adamo e d'Eva venuti, e fummo dal cominciamento del mondo; e quelli che à magior podere, e meglio insegnato, e più beni sono in lui, questi è gentile uomo.

(536) dibuonaire C. R. 1. — _De bon aire_ si disse nell'ant. fr. per _di buona indole_; onde poi _debonaire_, per buono, dolce, affabile. Anche il prov. ha _de bon ayre_, ma non l'aggettivo _debonnaire_, rimasto esclusivamente al francese.

(537) Nell'ant. fr. trovasi adoperato come sostantivo il part. pass. del vb. _enseigner_, _enseigné_, nel senso di _dotto_, _sapiente_. E il trad., avendo trovato _enseigné_ ha voltato in ital. _insegnato_. _Insegnato_ registra la Crusca per _ammaestrato_, e per _accostumato_, _scienziato_, dicendo di quest'ultimo significato, ch'è _maniera antica che viene dal Provenzale_.

Cap. LVI.

_Lo re domanda: come fa freddo quando il tenpo è chiaro? Sidrac risponde:_

Quando lo tenpo è chiaro e l'aria è pura e chiara, lo freddore (538) isciende dall'aria in terra, e caccia con travaglio (539) in terra lo calore. E quando l'aria è turbata (540) lo freddo non può venire giuso alla terra, lo calore della terra monta di sopra, e lo caldo viene; cioè a sapere lo calore del sole si de' intendere che scalda la terra di notte, quando fa lo suo torno.

(538) splendore C. L. — Abb. corr. col C. R. 2., sull'autorità del C. F. R. che ha: la freidor. Vogliamo notare che _freidor_ è parola schiettamente provenzale. Il franc. ha _froit_, _freit_, _froideur_, _froidour_.

(539) Il C. L. ha: con travale (_travail_, franc.). — Abb. corr. col C. R. 2.

(540) Tutto ciò che segue di questo Cap. è tratto dal C. R. 2., essendo la lez. del nostro stranamente confusa ed errata.

Cap. LVII.

_Lo re domanda: puote l'uomo conosciere li buoni uomeni dalli malvagi per neuno segno? Sidrac risponde (541):_

Li buoni uomini ànno allegri volti, quando egli ànno buona coscientia (542), e sono sicuri della perdurabile (543) vita; e li loro occhi sono isprendenti, e le menti sono molto misurevoli (544). E per li dolci coraggi (545) ch'egli ànno, si ànno dolci parole. Ma gli malvagi, per la ria coscientia (546) ch'egli ànno, si ànno molti scuri coraggi, e non possono essere istabili in loro fatti nè in loro detti; e si sono molti mordabili (547) e pieni di maltalento, e si vanno molto dismisurando (548); e ciò che ànno (549) in cuore dimostrano in loro faccia e in senbianti, in loro fatti e in loro detti (550).

(541) Il titolo del presente Cap. è errato nel C. L. — Abbiamo quindi posto il titolo come sta nel C. R. 1.

(542) Tutti e tre i Codd. L., R. 1., R. 2. hanno _conoscenza_. Ma oltre il senso, ci fa avvisati dell'errore il testo francese che ha: _conscience_; ed il C. R. 1. che più sotto ha: _coscientia_. Onde noi abbiamo corretto secondo quest'ultima lezione.

(543) permanevole C. R. 1.

(544) mesurable C. F. R., che nell'ant. fr. ha il senso di _saggio_, _ragionevole_, _moderato_, come _mesure_ di _saggezza_, _ragione_. Anche il C. R. 2. ha _misurevoli_.

(545) Per _cuore_, secondo l'ant. significato di questa parola, sia in ital. che in franc. ed in prov.

(546) conoscientia C. L. — Abb. corr. col C. R. 1.

(547) mordables C. F. R. — Ma non trovo che il franc. ant. abbia questa parola, come non ha _mordabili_ l'ital. — Nel C. R. 1.: mordaci.

(548) desmesureement C. F. R. Nell'ant. fr. _desmesure_ ha il significato di _disordine_, _ingiustizia_; e _desmesurer_, _disordinare_. Qui dunque è da intendere _vanno molto disordinando_, _commettendo disordine_. La Crusca ha _dismisura_, _dismisuranza_ e _dismisurare_, di cui reca l'es.: _Se uom dismisura, Conservando leanza, Non fa dismisuranza._ _Rim. ant. P. N._

(549) ciascuno C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.

(550) Migliore e più conforme al testo francese è la lez. del C. R. 1.: et il veleno ched ène in loro coraggi si e' dimostrano in loro detti et in loro fatti.

Cap. LVIII.

_Lo re domanda: sarà giammai rilevata la grandeza del diavolo altressì com'ella fu al mio tenpo? Sidrac risponde:_

Li garzoni grideranno (551) Dio lo possente; e gli loro figliuoli, e gli altri che verranno dopo loro, torneranno alla ria credenza dinanzi, infino alla venuta di Giovanni. Elli faranno una città, nella quale avrà una torre di XL staggi (552) alta, nella quale regnerà lo più alto re del mondo del suo tenpo. Quelli farà una immagine, alla simiglianza del suo padre, e comanderà a tutte le genti che l'adorino come Idio.

(551) creiront C. F. R. — È evidente che il traduttore ha confuso _creire_ (credere) con _crier_ (gridare). Anche il C. R. 2. ha: gridano; ma dee correggersi _crederanno_.

(552) estages C. F. R.

Cap. LIX. (553)

_Lo re domanda: perchè non fece Iddio all'uomo, quando la persona avesse mangiato una volta, ched elli se ne potesse istare una semana? Sidrac risponde:_

La fame è una delle pene per lo peccato d'Adamo; che l'uomo fu così fatto, che, s'egli volesse, sarebe vivuto tutto tenpo sanza mangiare. Ma poi che fu caduto in peccato, non si potè rilevare a quello ch'egli avea perduto, se non per travaglio. E se cosa fosse che l'uomo non avesse fame nè sete nè freddo nè caldo nè altre cose necessarie, e non avesse bisogno, egli non avrebe cura di lavorare nè di travagliare così fattamente. E però gli diede il nostro Signore la fame e la sete e l'altre cose, però che, quando egli fosse costretto per questi bisogni, si ricoverasse ciò ch'egli avea perduto, che per pene e per travaglio gli conviene ricoverare.