Il libro di Sidrach: testo inedito del secolo XIV pubblicato da Adolfo Bartoli

Part 8

Chapter 84,050 wordsPublic domain

Lo corpo è più sicuro; ma, se dannaggio loro aviene, l'anima avrà più pericolo che lo corpo. Altressì come due uomini che vanno per uno cammino pericoloso, e l'uno è ardito e l'altro è codardo; lo codardo pensa in sè medesimo: io sono in compagnia d'uno valente uomo, e se alcuno ci asaliscie, egli difenderà sè e me; e questa ragione fa lo codardo sicuramente. E lo valente pensa in sè medesimo: io sono in conpagnia d'uno codardo uomo, e se alcuno ci asaliscie, egli fuggirà, e io rimarrò solo al fatto, o serò preso o serò morto; e a questa cagione non va bene sicuro. Tutto altressì aviene del corpo e dell'anima: lo corpo dice: io farò i miei diletti e le mie volontadi, e quando morrò, io diventerò terra, e non mi cale che avegnia di me. L'anima dice: lo corpo mi tiene ria compagnia, e menami in malo luogo e in malvagio camino e pericoloso, e al dirieto io arò pericolo e pena (437); con tutto ciò egli de' essere meco participale di tutte le mie pene; cioè ad intendere che lo corpo è lo codardo e l'anima è lo valente. E spesse volte viene magiore male del codardo che del valente, per molte cose.

(437) Nel C. L.: e pene nella fine. — Abbiamo corr. col C. R. 2. — _Al dirieto_ è trad. del franc. _au derain_.

Cap. XXVII.

_Lo re domanda e disse: dove abita l'anima? Sidrac risponde:_

L'anima abita nel suo vasello, cioè a intendere per tutto lo corpo, dentro e di fuori, là ove è lo sangue; chè lo vasello dell'anima è lo sangue, e lo vasello del sangue si è il corpo. Là ove sangue non è, l'anima non vi dimora, cioè a sapere agli denti, all'unghie, a' capelli. L'anima non abita giammai in questi luoghi; e lo duolo di queste tre cose che noi abiamo contate, si è perchè la loro radice tocca il sangue, e però dogliono elle; ma chi le tagliasse o tondesse, egli non dorrebbono punto.

Cap. XXVIII.

_Lo re domanda: perchè non puote dimorare nel corpo quando lo sangue è tutto fuori? Sidrac risponde:_

L'anima non puote dimorare nel corpo, altressì come una fonte piena di pesci, e allora viene l'uomo, e spande l'acqua di quella fonte, a poco a poco, tanto che tutta l'acqua è perduta, e gli pesci si truovano sopra terra, e conviene loro morire. Allora viene l'uomo, e si gli piglia, e l'uno fa arostito e l'altro fa lesso e l'altro fritto, secondo ch'egli fieno buoni a mangiare. Altressì viene (438) dell'anima: quando lo corpo perde lo suo sangue, di qualunque modo si sia (439), l'anima va tuttavia infievolendo; e quando lo sangue è tutto fuori, l'anima rimane come lo pescie sanza acqua, che si truova in terra; e allora si parte di quello medesimo cuore, che non vi puote più dimorare, ch'ella à perduta la sua innodritura (440), simigliantemente come lo pescie l'acqua, e a ciò si conviene allora partire per forza. Lo pescatore dell'anime buone o malvagie, cioè a intendere pescatore, o angelo o diavolo, la piglia, e portalla, e dalla (441), secondo ch'ell'à fatto e governato in quello medesimo corpo. E se ella à ben fatto, ella sarà della conpagnia del figliuolo di Dio, quando egli sarà risucitato.

(438) adiviene C. R. 2.

(439) di quale uomo sia C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2. — Nel C. F. R.: de chelche maniere chi soit.

(440) notritura C. R. 2.

(441) e si la dae C. R. 2.

Cap. XXIX.

_Lo re domanda: come è ciò, che in questo mondo chi vive e chi muore? Sidrac risponde: (442)_

Le genti muoiono per molti modi: alcuno modo è quando egli ànno conpiuto lo termine che Idio à loro dato. Altri muoiono per grandi misfatti, ch'egli ànno misfatto verso lo loro creatore, simigliantemente come lo servo, ch'è cacciato, anzi lo termine, dell'albergo del suo signore, per lo suo misfatto. Altri muoiono per molte malizie (443); altri per necessità di cose corporali; altri per battaglia e per molti altri modi; chè niuna anima del mondo potrebbe vivere solo uno punto, oltre al termine che Idio gli à dato. Ma per lo suo misfatto puote bene morire anzi lo suo termine, simigliantemente, come noi abiamo detto di sopra, del servo che è cacciato, anzi lo termine, dell'albergo del suo signore, per lo suo fallo e per la sua volontà. In luogo (444) del forfatto (445), potea egli ben fare, e sarebe dimorato nell'albergo del suo signore, a conpiere lo termine al suo signore e al suo amore, la ov'egli si fosse soferto (446) di mal fare, già arebe (447) bene fatto. E semigliante fanno le genti del bene e del male, per la loro volontade. E di qual maniera egli muoiono, della giustitia di Dio non possono fuggire, chè al suo giudicamento conviene passare (448) i buoni e i rei.

(442) Questa rubrica nel C. L. dice: _Lo re domanda come vivono le genti ch'età muoiono tosto e quanta diede_. Mancando il senso, nè potendo giovarci, a correggerlo, del C. R. 1. nè del C. F. R., abbiamo posto il titolo quale trovasi nel C. R. 1.

(443) Per _malattie_, come trovasi negli antichi. Il franc. _malice_ non ha questo significato; trovasi però _maligeux_, agg., _di debole salute_, e _maleza_ prov. per _malattia_.

(444) e luogo C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.

(445) Da _foris facere_ fecesi _forfaire_, e in ital. _forfare_. Alcuni credono che il prefisso _for_ delle lingue romane, sebbene abbia relazione col lat. _foris_, sia stato ant. usato sotto l'influenza del prefisso germanico _fair_, _far_, _for_.

(446) fosse C. L. — Abb. agg. _si_ dal C. R. 2., necessario in questo luogo, per il senso che ha _sofferire_ di _astenersi_, conforme a' due es. citati dalla Crusca. Lo stesso significato ha pure in ant. fr. il vb. _sofferir_, e in prov. _sufferre_, _sufrir_. Cf. _Roquefort_, _Gloss._; _Raynouard_, _Lex._

(447) Sebbene tanto il C. L. che il C. R. 2. abbiano _sarebe_, noi abbiamo corr. _arebe_, e perchè altrimenti non avremmo saputo qual senso potesse avere il periodo, e perchè il C. F. R. ha: _auroit_.

(448) essere C. R. 2. — passer C. F. R.

Cap. XXX.

_Lo re domanda: come potrebbe l'uomo sapere che Idio facesse l'uomo alla sua similitudine? Sidrac risponde:_

Noi troviamo nel libro del buon servo di Dio, ciò fu Noè, che quando l'umanità di Dio fece Adam, ch'egli disse: noi faremo uno uomo alla nostra simiglianza; e la parola fu alla divinità, al suo spirito (449). E per quella parola sapiamo noi bene che Idio fece l'uomo alla sua simiglianza; che egli è tre per uno Dio; ch'egli potrebe bene avere detto: faremo uno uomo; e questo sarebe inteso che Idio avesse facto uno uomo in altrui simiglianza che nella sua. E se avesse detto: io farò uno uomo, sarebe inteso ch'egli non sarebe istato padre e filio e spirito sancto; che lo figliuolo e lo sancto spirito venisse in terra, e (450) quello medesimo uomo dilibera (451) dal podere del diavolo, Adamo e li suoi amici. Si disse egli anche: noi faremo uno uomo, però ch'egli volle che noi fossimo degni d'avere parte del suo regno, chi (452) servire lo vuole. Ancora ci diede pura iscienzia di sapere, che noi siamo la più degna criatura del mondo.

(449) e allo spirito santo C. R. 2.

(450) por C. F. R.

(451) diliberare C. R. 2. — delivrer C. F. R.

(452) a qui C. F. R.

Cap. XXXI.

_Lo re domanda: quando (453) noi siamo fatti alla simiglianza di Dio, perchè non possiamo noi fare altressì com'egli? Sidrac risponde:_

Veramente Idio ci à facto alla sua simiglianza. Perciò ch'egli ci à facto alla sua simiglianza, egli à dato podere sopra tutte l'altre criature ch'egli fece, che tutte ci fanno reverenza, e sono al nostro comandamento. E per quella medesima simiglianza, conosciamo noi le cose che sono state e sono e saranno; e conosciamo il nostro bene e il nostro male; e sapiamo guadagnare e vivere e lavorare; e sapiamo tutto l'altre criature pigliare al nostro servigio, travagliare e aoperare. L'altre creature che Idio fece, che non sono alla sua simiglianza, non ànno già podere di questo fare che noi facciamo. Noi non dobiamo comandare, nè dire che noi fossimo altressì savi nè altressì forti come Idio: ciò non possiamo noi essere, ch'egli è possente di tutto, e noi siamo servi, e egli è signore di tutto lo mondo. Egli è più degno che 'l cielo; e tutte l'altre cose che sono e saranno di lui muovono. Egli non ebe unque cominciamento, nè fine non avrà. Però ch'egli volle enpiere la sedia degli angioli che caddono per lo loro argoglio, ci à elli (454) fatti alla sua simiglianza; che di noi che siamo alla sua simiglianza dee le sedie rienpiere; che altra criatura e altra simiglianza che la sua, non sarebe degna d'entrare nella sua conpagnia. Ma noi v'enterremo, cioè quelli che degni saranno, e gli suoi comandamenti faranno.

(453) Per _poichè_; ma non trovo che in questo significato siasi adoperato il _quant_, _quand_ dei Francesi.

(454) e àgli C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.

Cap. XXXII.

_Lo re domanda e disse: lo sangue che diviene quando lo corpo è morta? Sidrac risponde:_

Iddio fece lo sangue d'acqua e lo corpo di terra; che altressì come l'acqua abevera la terra e la mantiene, altressì lo corpo abeverato è mantenuto (455). L'anima mantiene lo corpo, e l'anima per lo suo calore iscalda lo sangue e lo corpo. Quando lo sangue perde lo suo calore dell'anima, si torna alla sua natura in acqua; e di questa acqua bee il corpo, ch'è della natura della terra, altressì il bee come la terra l'acqua; e allora, quando lo corpo l'à bevuta, egli la scaglia (456), e diventa nulla. L'anima non puote essere sanza lo sangue, e 'l sangue sanza l'anima al corpo.

(455) Meglio nel C. R. 1.: altresì el sangue abevera l'uomo e sostiene el suo corpo.

(456) et cel aigue le cors la boit chi est de la nature de la terre, auci le boit com la terre reboit l'aigue; adonc le prent le cors et le boit et le chaille et devien neent C. F. R. — Vedesi che la _scaglia_ dovrebbe essere trad. del fr. _le chaille_; ma mi pare evidentemente un errore. Sul modo di correggerlo sto incerto assai, non vedendo quello che possa significare il _chaille_ fr., e non parendomi ch'e' possa corregg. in _echaille_. — Il C. R. 1. ha: quando el corpo bee el sangue elli cambia et viene in niente.

Cap. XXXIII.

_Lo re domanda: che diviene lo fuoco quand'egli è spento? Sidrac risponde:_

Lo fuoco escie del sole, e al sole ritorna quando egli è ispento. E simigliantemente, quando noi vegiamo che il sole fa lo suo torno, pare che si corichi, e tutto lo sprendore e lo calore che si spande sopra la terra si ritrae a lui, egli dimora tuttavia sopra la terra, e da lui non si parte; altressì il fuoco quando è spento e' si ritrae a quella medesima regione del sole, cioè della sua natura; che tutti i fuochi e i calori del mondo escono del sole e al sole ritornano.

Cap. XXXIV.

_Lo re domanda: perchè non si parte l'anima, quando il corpo perde la metà del sangue e più? Sidrac risponde:_

Quando lo corpo perde la metà del suo sangue, lo caldo che è nell'anima, che lo sangue mantiene, non perde già; che in quello poco sangue che vi dimora, l'anima dimora in lui. Il sangue sostiene l'anima, e l'anima sostiene il sangue e lo corpo: e l'uno de' due non puote stare al (457) corpo solo. E quello poco sangue che rimane al corpo sostiene l'anima, altressì come uno piccolo lucignolo sostiene uno molto bello fuoco; e quando lo lucignolo falla, il fuoco viene meno e si spegne e si parte; che il sangue si è lo lucignolo, e il fuoco si è l'anima. Quando lo corpo non perde il sangue e muore di malattia, l'anima consuma; e allora parte l'uno dall'altro, altressì come lo lucignolo è al fuoco, èe tutto consumato e diviene nulla. Il fuoco ne va al sole, che è di sua natura; altressì diviene dell'anima e del sangue: l'anima si ritrae a Dio, al suo comandamento; e per la lena che di bocca gli uscie (di quella lena gli donò l'anima), altressì si ritrae al suo comandamento; e ella aventa, secondo ch'ell'avrà servito in questo secolo (458).

(457) lo C. L. — Abb. corr. cogli altri Codd.

(458) Nel C. F. R. leggesi: „auci se retrait ele a son comandement, et per cel comandement elle aura, seguont ce che elle aura deservi en cest siecle.„ Notisi il _seguont_ (segont, selon) di cui nota il _Burguy_ trovarsi rari esempi nella lingua d'oïl, se non nelle provincie prossime alla lingua d'oc. — Nel C. L. sia scritto: altressì ritrae. — Abbiamo aggiunto il _si_ sulla scorta del Francese. — Di _aventare_ reca un solo esempio la Crusca, nel senso di _crescere_, _allignare_. Ma noi crediamo che il nostro _aventa_ abbia piuttosto il significato dell'_avantar_ provenzale, _avvantaggiare_, _avere vantaggio_ (esse potiori conditione): l'anima si avvantaggia, si nobilita, secondo i proprii meriti. Nel C. R. 1.: e per quello comandamento avrà secondo l'uopara k'avarà servito in questo mondo.

Cap. XXXV.

_Lo re domanda: di qual natura è 'l corpo e di quale conpressione? Sidrac risponde:_

Lo corpo è della natura della terra e di fredda conpressione; e si è facto di quattro elimenti: che della terra à egli la carne, e dell'acqua lo sangue, e dell'aria l'anima, e del fuoco calore. La carne, che è fatta di terra, è fredda; lo sangue, che è facto d'acqua, si è freddo; l'anima, ch'è fatta d'aria, si è calda, che ciascuna torna alla sua natura. Il calore che è della lena di Dio, si è l'anima, che la lena si è di due cose: aria e calore (459). E quello calore che a l'anima (460) dà la lena di Dio, si abita al sangue, e per diritta natura inforza (461) il sangue e lo scalda. Et elli scalda (462) l'altre cose che sono al corpo, e si fa gli omori neri e gialli, per la natura del sole, caldi essere.

(459) el calore ke ella avia da Dio è anima di natura; di natura si è calda, kè alena si è due cose: aiere e calore C. R. 1.

(460) che è anima C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.

(461) isforza C. L. e C. R. 2. — Abb. corr. col C. R. 1., e col C. F. R. che ha _esforce_, da _esforcer_, fortificare, rendere più forte. _Isforzare_, trad. letter. di _esforcer_, non ha in ital. questo significato.

(462) Abb. aggiunto _et elli scalda_, dal C. R. 1.

Cap. XXXVI.

_Lo re domanda: l'anime sono fatte dal cominciamento del mondo o sono facte ciascuno giorno (463)? Sidrac risponde:_

Dio fece tutte quelle cose che essere doveano dal cominciamento del mondo a una volta (464), e tutte le cose fece insieme; che iscritto è che allora fece tutte le cose che erano a venire; ma egli le divise poi di (465) diverse maniere. Che altressì come lo comandamento fue dal cominciamento del mondo, che, tante creature nasciessero, tante anime fossero facte a una volta dal cominciamento del mondo, che incontanente fue lo suo comandamento adenpiuto. Però diciamo noi che infino allora furono conpiute tutte le cose che essere doveano in questo secolo, infino allora che 'l suo comandamento fu fatto. Non credete già che ciascuna criatura che nascie (466), che Idio in quell'ora comandi lo suo nascimento; anzi è il suo nascimento (467) comandato dal cominciamento del mondo; chè 'l buono signore a una volta suo comandamento e volontà à compiuto, insiememente come leale justizia, ch'è ordinata e scripta sempre mai a tucti (468).

(463) o sono facte di dì in dì C. R. 2.

(464) a l'octa C. R. 1.

(465) in C. R. 1. e C. R. 2.

(466) nascesse C. L. — Abb. corr. coi Codd. R. 1 e R. 2.

(467) sua nascenza C. R. 1.

(468) Nel C. L. e nel C. R. 2. questo periodo è molto confuso e senza senso. Al C. F. R. manca. Noi abbiamo per conseguenza adottata la lez. del C. R. 1., sebbene assai oscura anch'essa.

Cap. XXXVII.

_Lo re domanda: quelli che Idio nè nullo bene conoscono s'elli possono avere (469) nulla scusa? Sidrac risponde:_

Tutti quelli che non conoscono Idio, Idio non conoscie loro; e tutti quelli che non vogliono conosciere Dio (470) nè per fede nè per ley (471) nè per opere, quelli saranno dannati colli suoi nemici per tutto tenpo. E quelli che lui credono e non vogliono fare le sue opere (472), che semplicemente intendono, come semplici uomini (473), se egli sono dannati, elli sono più crudelmente tormentati, se inanzi la loro morte chegiono perdono e merciede, e prometteranno che giammai peccato non faranno, e in questa promessa attendono (474).

(469) Abb. agg. _avere_. Nel C. R. 1.: puote avere niuna scusatione.

(470) Abb. agg. _Dio_ dal C. R. 1.

(471) Parola schiettamente francese. Nel C. R. 1.: nè per leggi, nè per fede, nè per uopera. — La stessa parola abbiamo trovata al cap. XX.

(472) suo comandamento C. R. 1.

(473) Intendi: coloro che hanno intelletto semplice.

(474) È evidente che il senso non torna. Correggasi dunque col C. R. 1., che va daccordo col francese: s'elli sono dampnati non sono duramente tormentati; ma kelli ke bene conoscono e suoi comandamenti, e no li vogliono fare, quelli sono duramenti tormentati, se prima ke muoiono non si pentono, e promectano di giamai più non peccare, et kesta promessa manterano.

Cap. XXXVIII.

_Lo re domanda: dèe l'uomo fare altra cosa che 'l comandamento di Dio? Sidrac risponde:_

Idio à facto l'uomo naturalmente per lui servire, e fare lo suo comandamento, e odiare lo suo nimico e lo nostro, cioè a intendere lo diavolo e lo suo ingegno. E simigliantemente (475), come noi abiamo e volemo avere signoria, e essere serviti da tutte l'altre criature che Iddio fece, altressì vuole Iddio che è tutto possente avere servigio da noi, e che noi gli crediamo e adoriamo, che noi dobiamo avere grande amore in Dio lo creatore, e grande odio al diavolo.

(475) e essere simigliantemente C. L. — Abb. soppresso _essere_ sulla scorta de' Codd. R. 2, e F. R.

Cap. XXXIX.

_Lo re domanda: perchè è chiamata morte? Sidrac risponde:_

Le morte non è chiamata morte a quelli che trapassano di questo secolo, anzi è chiamata trapassamento; che quegli che muoiono in questo secolo, e pare che muoiano, non fanno (476), anzi trapassano di questo secolo nell'altro. Quelli che non credono in loro criatore, e sono fuori del suo comandamento, quelli muoiono, e a cotal gente vale molto la morte, se avere la potessono, perch'egli domanderanno la morte, e la morte loro fuggirà. Quando verrà la seconda volta lo figliuolo di Dio a giudicare lo mondo, i buoni e li malvagi risuciteranno; i malvagi saranno col corpo e coll'anima, siccom'egli sono in questo secolo, in pene; e gli buoni trapasseranno. E non morranno già quelli che lo loro creatore conoscono. E quelli che (477) lo suo comandamento non fanno, saranno messi nel più alto inferno; egli vi dimoreranno sanza fine. E la seconda volta che 'l figliuolo di Dio verrà per noi giudicare, i corpi de' buoni ritorneranno coll'anime in (478) gloria di vita eterna, nella conpagnia degli angioli, che mai non averà fine.

(476) ma non muoiono C. R. 1.

(477) Abbiamo agg.: _E quelli che_; poichè altrimenti il senso non torna. — Il C. R. 2. concorda col C. L.

(478) di C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.

Cap. XL.

_Lo re domanda: quanti secoli sono, e quanti mondi, e come si tengono? Sidrac risponde:_

Due sono i secoli e due mondi: l'uno si è la grazia e la gloria di Dio, là ove sono gli angioli e gli arcangioli, e là ove la buona generazione d'Adamo monterà. L'altro secolo è lo 'nferno, là ove è lo diavolo, e le tenebre sono e lo grandi pene. L'uno mondo è chiamato lo sole e la luna, e lo giorno e la notte, e l'altre cose spirituali che a noi danno lo lume, e noi servono in questo secolo. L'altro mondo si è quello che noi vegiamo e che noi tocchiamo corporalmente; l'altro, che tutto inghiotte nostro ventre e tutto consuma, cioè mondo corporale, èe il mondano secolo, buono o rio (479).

(479) Nel T. F. P.: L'aultre est ce que nous mangons et touchons corporellemente; ce de quoy nous vivons en la terre, qui tout engloutte en nostre ventre, qui tout consumme, c'est le mond corporel.

Cap. XLI.

_Lo re domanda: Idio è di grande guidardone? Sidrac risponde:_

Niuna anima non potrebe pensare nè dire nè 'l bene nè l'amore nè 'l guidardone (480), che Idio dae a quelli che in Dio (481) credono e lo suo comandamento fanno. E non domanda loro altro che questa piccola cosa, ch'egli faccino il bene e lascino lo male. Egli gl'innorerà (482) cogli suoi angioli; e poichè gli angioli sono spiriti tanto solamente (483), i buoni, quando il suo comandamento faranno, egli gli metterà in cielo col corpo e collo spirito; e per loro manderà il suo figliuolo in terra a liberragli, e per loro si lascierà morire. Questo è grande guiderdone alli suoi amici. Chi è quelli che per li suoi amici lascierebe il suo figliuolo morire? Sapiate di verità che Idio lo farà per li suoi amici, e sapiate che ciò sarà, e sarà grande guidardone che Idio loro farà; che niuna anima potrebe pensare lo bene nè l'amore nè il guiderdone che Iddio darà ai buoni.

(480) ne bene nell'amore del guidardone C. L. — Abb. corr. col C. R. 2., che concorda perfettamente col C. F. R.

(481) da quelli che in Dio C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.

(482) Per _onorerà_, come in parecchi esempi citati dalla Crusca.

(483) Per _solamente_, come nel Boccaccio: „essendo contento d'avervi tanto solamente ricordato,„ ec. — Il C. F. R. ha: tant solement.

Cap. XLII.

_Lo re domanda: le gienerazioni che saranno al tenpo del figliuolo di Dio, saranno egli credenti a lui tutti comunemente? Sidrac risponde:_

Tutti saranno credenti alla sua fede, cioè (484) a 'ntendere del suo popolo. Ma egli saranno di diverse maniere di linguaggi (485); e l'uno avrà più stretto comandamento che l'altro (486); che quello che il figliuolo di Dio comanderà al suo popolo sarà tutto uno; e quello (487) che li suoi dodici ministri comanderanno, sarà quello ch'egli avrà comandato della sua bocca. Ma gli altri che verranno apresso, saranno in luogo di ministri (488), vedranno la fragilità della fievole carne della gente, e allora faranno uno comandamento più leggiero, ch'egli ànno il podere di ciò fare, dal podere di Dio e de' suoi ministri. Ma ciascuna delle nazioni crederà essere migliore l'una che l'altra, al loro parere; ma tutti saranno come in uno grande giardino, ove avrà molti albori, e l'albero che più renderà al giardino, lo giardiniero più l'ama e più lo 'nnacqua e tienlo più caro (489). Simigliantemente saranno tutte le nazioni e le generazioni che crederanno nel figliuolo di Dio vivo, e lo suo comandamento (490): quelli che più fermamente terrà sua fede e suo comandamento, quelli sarà più presso di lui in cielo e in gloria.

(484) acciò C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.

(485) ligniagi C. R. 2.

(486) che la loro C. L. — Abb. corr. sulla scorta del C. F. R.: des autres.

(487) quegli C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.

(488) meglio il C. F. R.: et seront en leu des ministres.

(489) Abb. adottata la lez. del C. R. 2., come più corretta di quella del C. L. Dobbiamo però avvertire che in esso C. R. 2. si legge, invece di _lo giardiniero_, _lo giardino_, che a noi è parso errore da potersi senza esitanza correggere, sull'autorità del C. F. R. che ha _jardinier_.

(490) ed al suo comandamento C. R. 2.

Cap. XLIII.

_Lo re domanda: che comandamento farà Iddio al suo popolo? Sidrac risponde:_

Iddio comandò al suo popolo amore e giustizia, e che l'uomo non faccia a niuno quello che non volesse che l'uomo faccia a lui (491). Che per l'amore di Dio che à in Adamo (492), egli manderà il suo figliuolo in terra a morire, per lui diliberare; e per l'amore che 'l figliuolo di Dio avrà in lui, si lascieranno molti morire per diversi tormenti, per andare nella sua compagnia in cielo. Per l'amore e per la povertà e per l'astinenzia, andranno egli in cielo nella sua gloria: che chi àe buono amore in Dio, egli à buono amore in sè medesimo; chi à la povertà (493) e la sofferenza e l'astinenzia in lui, egli à l'amore di Dio in lui.

(491) Migliore la lez. del C. R. 2.: Idio comanda al suo populo timore e giustizia e astinenzia, e che l'omo non faccia a nullo quello che non volesse che fosse fatto a lui.

(492) che Dio àe in Adamo C. R. 2.

(493) punta C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.

Cap. XLIV.