Il libro di Sidrach: testo inedito del secolo XIV pubblicato da Adolfo Bartoli

Part 31

Chapter 314,014 wordsPublic domain

Beriella è una pietra che è di colore d'acqua, quando lo sole la fiede. Si viene della terra d'India. La leale beriella gitta fuoco contra il sole (1475). Beriella nudrisce amore in uomo e in femina (1476). E sapiate che l'acque ove le berielle sono state messe, vale molto a malizie, e a' porci e a' buoi che la beono. Guarisce di stranguglione e di male di testa. Beriella non dee essere nimica intagliata malamente, ma essere piana e pulita, che la loro tagliatura gli magagna, quando lo sole gli fiere. E chi agiugne (1477) la beriella alla sua carne, lo fuoco che n'escie piglia la sua carne.

(1474) I _berylli_ sono una varietà degli smeraldi.

(1475) „Expertum est quod quando.... oculo solis opponitur ignem accendit.„ _Alb. Magn._, loc. cit.

(1476) „Dicunt aurifices quod coniugium conciliat inter maritum et uxorem.„ _Alb. Magn._, loc. cit.

(1477) ioint C. F. R.

Cap. CCCCLXVI.

_Lo re domanda di calcidonia. Sidrac risponde:_

Calcidonia è una pietra che è d'uno torbido biancore (1478); e è come cristallino. Idio le donò tale virtude, che quelli che la porteràe è buono parlatore, e bene insegnato; e s'egli piatiscie con uomo che abia torto nella cosa, se egli mostra a colui calcidonia, quelli che avrà torto perderà la quistione; e per la forza della pietra, quelli che la porta nel dito, guarda. Quelli che oniche e sardonie e calcidonie porta è bene guardato, se per lo suo peccato no' le perde; chè calcidonia porta grazia, e l'altre lo guardano di pericoli.

(1478) torbida biancura C. R. 2.

Cap. CCCCLXVII.

_Lo re domanda di sardonia. Sidrac risponde:_

Sardonia è una pietra che è d'uno colore negrina. Questa pietra atenpera ira, e fa passare, e lieva li rei vizii, e dona ad uomo castità, e fallo vergognoso, e guardalo di pericolo.

Cap. CCCCLXVIII.

_Lo re domanda di diamante (1479). Sidrac risponde:_

Diamante è una pietra che viene d'India, e sono i maschi di buono colore violetto. Quelli che vengono d'Arabie sono femmine, e sono più biadetti. E niuno diamante è più grosso che una piccola nocciuola. Questa è la più dura pietra di tutte le pietre. Nulla non puote menovare con nulla altra pietra (1480). E di quella maniera che voi le vedete sono nate e trovate. Idio diede al diamante molte vertudi, e più grazie. Egli dona a uomo che lo porta forza e vertù, e guardalo di sogniare rei sogni, e di fantasima e di veleno. E si guarda così degli ossi sani e interi. Già tanto non cadrà di cavallo o d'altra bestia, che tuttavia non sieno interi, chi v'è bene credente. Egli cava la paura di corpo all'uomo, e la tradigione e l'ira; e di lusuria ci guarda. E si amenda l'uomo di senno e di valore e di pregio e di ricchezza. Diamante si fa l'uomo molto forte, e l'aiuta contra gli suoi nimici. Quelli che 'l porta, più inamora di Dio. E guarda gli semi dentro alli corpi alla creatura (1481). E chi vuole provare, egli lo dee portare dal lato manco (1482); Iddio gli mosterrà la sua virtù; e si lo dee avere leale di sua conpera o di dono. Sanza niuno male dee essere chi cotale pretiosa pietra porta.

(1479) Plinio dice che il diamante „hircino rumpitur sanguine.„ Ed è curioso ciò che a queste parole nota un suo commentatore nel 1685, che il proprio commento scriveva ad uso del delfino di Francia: „negant hoc esse verum recentiores physici, nisi hircus antea petroselino ac silere montano pastus sit.„ Con che il gesuita non faceva che ripetere quello che quattro secoli prima avea scritto Alberto Magno.

(1480) Non si può menomare come un'altra pietra C. R. 2.

(1481) dedens le cors de la feme C. F. R.

(1482) „Dicunt magi, quod lacerto sinistro alligatus, valet contra hostes.„ _Alb. Magn._, l. c. — Plinio che non crede alle virtù delle altre pietre, a quella del diamante pare che presti fede. „Adamas et venena irrita facit.... metusque vanos expellit mente.„ Come già altri cantava: „Et noctis lemures et somnia vana repellit.„ _Marbod._, De lapid. pret. I.

Cap. CCCCLXVIIII.

_Lo re domanda di giarconsia. Sidrac risponde:_

Giarconsia è una pietra che è chiamata balascio, e si truova in una ysola di Rabe (1483). Balasio ritrae a colore di rubino, ma non è mica di quella maniera; e quando ella è trovata in altra parte che rubini, ella megliora biltà contra biltà. E molto è più chiara, quando lo tenpo è chiaro, e àe piùe gentile colore. Questo è lo signore delle giarconesi. Rubino e giarconese e balascio, zaffiro e granate, queste tre maniere di pietre può l'uomo chiamare giarconese.

(1483) Arabe C. R. 2.

Cap. CCCCLXX.

_Lo re domanda di grisopasa (1484). Sidrac risponde:_

Grisopasa è una pietra che viene della terra d'India; e lo suo colore è verduccio (1485). Rinfiamma come oro da tutto parti. Quelli che lo porta è molto grazioso di sua ventura.

(1484) O piuttosto _crisoprasio_. E una varietà delle agate.

(1485) verde C. R. 2.

Cap. CCCCLXXI.

_Lo re domanda di diana (1486). Sidrac risponde:_

Diana è una pietra vermiglia e chiara, e si è della grandeza di una unghia d'uomo o di meno. Chi à buona fede in questa pietra, che lo possa aiutare per la virtù che Idio gli à donata, ella istagna lo sangue della fedita là dove ella tocca; altresì fa del naso e di tutto lo sangue del corpo, di qualunque parte egli fia corrotto, o di malattia, o per l'acqua che l'uomo bee. E si guarisce gli occhi che ànno sangue di malattia, quando è toccata di questa pietra. Queste pietre si truovano nell'isola del mare d'India; e si si nodriscie nel ventre d'uno pescie; e dimora d'uno pesce ad altro trecento anni o più; allora è buona; e infine lo mare la getta a terra.

(1486) Così tutti i Codd. Non sappiamo che pietra siasi voluto indicare con questo nome. — _Diana_ si chiamò nell'arte magica l'argento. — Ciò che il testo narra de' pesci nel ventre de' quali sta questa pietra nascosta, potrebbe far pensare alle favole della _dracontites_.

Cap. CCCCLXXII.

_Lo re domanda di turchiman (1487). Sidrac risponde:_

Sorgoe è una pietra verde che viene dal paradiso teresto, per uno fiume che di là viene. Questo fiume passa per mezzo la grande India, e per uno grande diserto, e si rauna tra due montagnie, chiuse da tutte le parti, la quale acqua si raguna in uno piccolo mare; e le montagne per lo comandamento di Dio luce non ànno (1488) da tutte parti, sicchè inghiottono l'acqua, e la gettano d'altra parte. In quella montagna à bestie, che sono granti come cani, e sono più correnti che gli uccelli volanti, e non vivono se non di pesci di quella acqua. Queste bestie truovano queste pietre, e le nascondono e serbano nella loro gola, perchè noi no' le troviamo, nè sapiamo le loro virtudi. E l'uomo non puote avere di quelle, se non per le pulcelle. Quando la gente le vogliono avere, elle mettono le pulcelle alla riva di quella acqua, e scuoprono loro lo petto e le poppe, e gli uomini l'amaestrano, che non abiano paura; e le pulcelle si pongono alla riva dell'acqua, e gli uomini si nascondono tra gli albori che vi sono. E quando le bestie che portano queste pietre, sentono le pulcelle, elle si vengono incontanente a loro, e mettono lo muso tra le poppe alle pulcelle, e dello grande diletto ch'elle ànno, s'adormentano come tramortite. E allora gli uomini escono del bosco, e uccidongli, e cavano le pietre loro di gola (1489). Questa pietra è di tale vertude, come Iddio l'à dato, ch'ell'è buona incontro a tutte malizie al corpo, di gotte. E chi bee dell'acqua, in che la pietra sia bagnata, incontanente sana. E chi bee a digiuno uno mese di quella aqua, da indi a uno anno non sente male di gotte. E si è buona al male dello stomaco e degli omori; contra tutte bestie arrabiate e rei vermini. L'acqua di questa pietra guarisce il corpo di tutte malizie e di tutti omori. E quelli che la porta dee essere netto di suo corpo.

(1487) _sorigue_ C. F. R. — _sorgie_ C. R. 2. — Non sapremmo che pietra nascondasi sotto questo nome. — Alcuni naturalisti hanno supposto che per _sorgoe_ siensi anticamente intesi i granati.

(1488) ont souspirail C. F. R.

(1489) Così nel _Tesoro_ l'unicorno pone il capo in grembo a una fanciulla vergine, e s'addormenta.

Cap. CCCCLXXIII.

_Lo re domanda di cramis (1490). Sidrac risponde:_

Cramis è una pietra piccola bianca. Chi questa pietra porta colla vertude che Iddio gli à donata, egli potrà andare sicuramente tra nimici e tra tutta gente, e niuno lo potrà vedere. Ma questa vertude non à se non al giorno della luna. Ma ella àe altre vertude ciascuno giorno; che quelli che la vede da mattina e da sera, quello giorno nè quella notte non potrà morire di morte subitana. E chi fosse fedito, e egli la portasse sopra se, quella fedita non puote inpostimire nè infracidare nè avere niuno pericolo. Quelli che la porta sopra lui sarà onorato e pregiato, e tutti gli faranno onore e reverenza. Chi la portasse sopra il suo capo, e dormisse con essa, egli vedrebe certamente quelli che l'odiano e quelli che l'amano. E chi la tenesse sopra il petto d'una criatura, quand'ella dormisse, ella direbe tutto quello ch'ell'avrebe fatto. Questa pietra si truova in una isola del profondo mare d'India la maggiore; e truovasi sopra la rena, alla riva del mare. Quando lo mare la gitta fuori alla riva, gli pesci che la sentono, si vanno fuori dell'acqua, alla rena, là ove ella è; e l'acqua falla loro, e gli pesci muoiono. E le genti che truovano gli pesci alla riva, conoscono che là è la pietra; e allora la cercano, e trovallo. Ma questa pietra si truova rade volte, perchè ne sono meno che l'altre pietre.

(1490) grasinif C. F. R. — Non sappiamo che abbiasi a intendere per questo nome.

Cap. CCCCLXXIIII.

_Lo re domanda di vermidori (1491). Sidrac risponde:_

Vermidore è una pietra ritonda, come noce e meno; e si rende di notte chiarore come candela; e di giorno grande rinfiabilimento. E si è buona contra tutte malizie del corpo e del ventre. E questa pietra truova l'uomo a una montagna in India; ben profonda nella montagna, nelle vene d'una pietra viva.

(1491) Potrebbe essere la _vermiculite_, specie di _talco_, la quale riscaldata alla fiamma di una candela, emette un gran numero di piccoli prismi cilindroidi, che s'allungano, contorcendosi come vermi.

Cap. CCCCLXXV.

_Lo re domanda di riflabina (1492). Sidrac risponde:_

Riflabina è una pietra gialla, grande come fava, e si à una cotal vertù, ch'ella toglie la sete, e abatte lo giallore del corpo, a chi à giallo il volto e gli occhi. E quelli che bee l'acqua ove la pietra tocca, guarisce del male del fegato. Questa pietra chi la porta sopra sè, si gli conforta gli menbri, e dagli grande forza, conciosia cosa ch'egli sia vecchio uomo. Questa pietra si truova in uno fiume, che passa per la piccola India. Una gente v'à, che non ànno se non uno occhio nella fronte, che guardano queste pietre, che neuno le può pigliare. Si vengono una gente, che si chiamano Nulvei (1493), e combattono co' loro, e piglianne per forza.

(1492) tifabilina C. R. 2. — reflambine C. F. R. — Ma ci è ignoto che pietra possa esser questa.

(1493) Nubiens C. F. R.

Cap. CCCCLXXVI.

_Lo re domanda di cocrice (1494). Sidrac risponde:_

Cocrice è pietra bianca con una tacca vermiglia. La pietra è grande come una fava o meno; e si à cotal vertù: che gli occhi che ànno la perla del bianco sopra la luce o di vaiuolo (1495), e sono toccati con questa pietra, quattro volte, lo male guarisce, e l'occhio sana per la vertù di Dio. E tutti gli uomini che beono di quell'acqua, ove questa pietra tocca, quello giorno non puote avere niuno pericolo di tosco. E quelli che la porta sopra lui, niuno malvagio vermine gli si osa apressare, nè dimorare in piazza (1496) ov'è. Questa pietra si truova in una ysola del mare d'India, tra due montagne, la ove è sì grandi dirupi, che niuno vi puote andare per nullo ingegno. E quando gli uomini vogliono avere di queste pietre, si uccidono di capre magre, e si l'ungono di mele, e fannone pezzi d'un palmo, e gittagli di qua e di là, per questi dirupi. E poi viene uno ucciello (1497), e, volando in suso, e' pigliano quella carne, e portalla sopra la cima di quella montagna per mangiarla; e le genti gli asaliscono da tutto le parti; allora lasciano la carne per la paura; la carne cade alla valle del dirupato (1498). E sapiate che le pietre s'appiccano alla carne. Gli ucciegli pigliano la carne, e portalla fuori del dirupo; e le genti in questa maniera truovano alcuna volta le pietre, che sono apiccate a questa carne (1499).

(1494) _Cocrisee_ C. F. R. — Sarebbero forse le _cochlides_ di Plinio?

(1495) chi ont mal dou blanc sur la prunele ou vairole C. F. R.

(1496) en place C. F. R.

(1497) vengono li uccielli C. R. 2.

(1498) cade giù per le ripe C. R. 2.

(1499) Questo racconto sembra quasi copiato dal Polo.

Cap. CCCCLXXVII.

_Lo re domanda di turchimanti (1500). Sidrac risponde:_

Turchiman sono di tre colori: le fini ritragono a verdi, l'altre sono cielestiale, e sono migliori e buone agli occhi. Che chi la tocca, quella pietra, giammai non potrà essere confuso nè guasto; nè caldo nè freddo non gli fa male. Quello che la porta non potrà anegare in acqua, per le virtù che Idio l'à donate. Anche sono di molte pietre preziose al mondo, e di molte virtudi; ma le più preziose sono XXIIII, che ànno vertude in loro, fanno profitto alli corpi. Siccome lo giorno e la notte sono XXIIII ore, e così sono XXIIII pietre preziose.

L'erbe preziose sono di molte grande quantitade; e chi le volesse tutte contare, grande istudio gli converrebbe mettere (1501). Ma d'una parte ve ne diremo, e diviseremo la loro vertude e le loro maniere e le loro insegnie, che grande fatto sarebe di tutte contarle e di tutte divisare. Che tutte l'erbe che fanno bene a' corpi degli uomini apelliamo noi preziose; ma le più di queste sono più degne e più avantate (1502) che non sono l'altre; e sono piene di molte vertudi, grande e buone. E di queste ne diremo noi una partita.

(1500) turchemanti C. R. 2.

(1501) faire C. F. R.

(1502) Intenderei per _vantate_, ma potrebbe anche avere il significato dell'_avantar_ prov., di che vedi a pag. 77.

Cap. CCCCLXXVIII.

_Lo re domanda: quelli ch'ànno perduto la vista? (1503) Sidrac risponde:_

Una erba di tre palmi, o di meno, e di VI branche, e ritonda foglia, con fiori violetti, e seme ritondo, e radicie ritonda. Questa erba è buona per colui che à perduta la vista. Chi pigliasse lo sugo e mettessene negli occhi che non vede, da indi a XL giorni vedrebbe lume.

(1503) Nel C. F. R.: _Herbe per la viste._

Cap. CCCCLXXVIIII.

_Lo re domanda erba da stagnare sangue. Sidrac risponde:_

Anche è un'erba con piccole foglie e ritonde, verde, con uno filo di violetta (1504); nel mezzo fiori gialli, e seme lungo. Questa erba è per lo sangue, chè niuna piaga è che segni di sangue (1505), e l'uomo mettesse su di questa erba masticata e pesta, che lo sangue non istagnasse. Chi beesse lo sugo delle sue branche, con un poco d'acqua, vincerebe gli rei colori e gli omori del corpo. Chi bevesse la radicie con un poco di vino, uomo che fosse ritruopico (1506), guarirebe di questo male.

(1504) con uno fiore violetto C. R. 2. — I liste dedens violete C. F. R.

(1505) chi seingne sanc C. F. R.

(1506) itropico C. R. 2.

Cap. CCCCLXXX.

_Lo re domanda erba a bestie velenose. Sidrac risponde:_

Anche è un'erba di mezzo palmo, con molte foglie lunghe, sottili fiori bianchi, seme ritondo, radici corte e grosse. Chi mangiasse di questa erba a digiuno, di quello anno non temerebe morsura di niuna malvagia bestia. E chi pigliasse l'erba e mangiassela, verde o secca, e poi bevesse un poco di vino o d'acqua, incontanente vomicarebe lo veleno della morsura.

Cap. CCCCLXXXI.

_Lo re domanda erba per contratti guarire (1507). Sidrac risponde:_

Anche è un'erba lunga d'uno braccio o di meno, con foglie crespe e fiori violetti, con liste verdi, seme ritonde vermiglio, grande radice e grosse. Chi la pestasse bene, e mescolasse con cera, per tre cotanti d'olio d'uliva (1508), e fare questo cose tanto bollire che torni al terzo, e di quello unguento si faccia ugnere ispesso al fuoco, egli guarrà tosto, e andrà sopra gli suoi piedi, se andare egli non potesse.

(1507) _a guarire li membri contratti_ C. R. 2.

(1508) aveuc elle III tans d'uille d'olives C. F. R.

Cap. CCCCLXXXII.

_Lo re domanda erba per avere la vista. Sidrac risponde:_

Anche è un'erba di tre palmi, con poche frondi ritonde e fesse, e radice forcate in tre parti, lo seme giallo e verde. Chi la pestasse e mettesse sopra gli suoi occhi, e legassevi suso di forte drappo, e ciò facesse due volte il dì, in capo di XL dì vederebe chiaramente.

Cap. CCCCLXXXIII.

_Lo re domanda qual'è buona al male degli stranguglioni (1509). Sidrac risponde:_

Anche è un'erba piccola, e a molte foglie; un poco escie sopra terra, i suoi fiori sono bianchi, la radice è lunga. Chi la pestasse, e facessela bene bollire in acqua, e desse di quella acqua a bere all'uomo che avesse istranguglioni, egli gli gitterebbe; e altrettale averebbe della bestia.

(1509) Nel n. t.: _erba letricagione guarire._ — Abb. corr. col C. R. 2.

Cap. CCCCLXXXIIII.

_Lo re domanda erba per l'enteriole guarire (1510). Sidrac risponde:_

Anche è un'erba che fa la sua foglia a guisa di fronde di chisciti (1511), e à gli fiori gialli, e piccola radice, e piccolo seme. Quando l'uomo mastica uno poco di quella erba, e priemela, si distende a modo di sangue. Che la facesse (1512) con bianco dell'uovo, e dessela a mangiare all'uomo che avesse l'enteriora magagnate (1513), incontanente, s'egli l'usasse, guarrebe.

(1510) _a guarire il male delle budella_ C. R. 2.

(1511) Forse la _chrysocome_ di Dioscoride (IV, 45), _chrysitis_ di Plinio (XXI, 26).

(1512) chi la friroit C. F. R.

(1513) Manca _magagnate_ al n. t. — Abb. suppl. col C. R. 2.

Cap. CCCCLXXXV.

_Lo re dimanda per inpregnare. Sidrac risponde:_

Anche è un'erba di più d'uno palmo, e è molta nera, e à molte foglie a guisa di mortelle. Le sue fronde si tengono a due a tre e a quattro; à piccole radici. Chi la pestasse, e mettessela sopra acqua tiepida, e la femina la portasse tre dì nella sua natura, e al vespro e al mattino la mangiasse, infine di tre dì giacesse con suo marito, s'ella non fia isterile, overo lo suo signore, ella ingraviderà (1514).

(1514) Nel _Libro de le segrete cose de le donne_ (Cod. inedito della Mediceo-Laurenziana), dannosi varie ricette, utili _quando la donna non puote avere figliuoli_; e questa, tra le altre, singolarissima: „toglie latte d'asina, e bagnavi entro lana sucida, e legala in su lo bellico dell'uomo, e tanto vi stea quanto àe affare con sua donna„. E più sotto insegnasi di tenere appresso a la matrice lana o bambagia, intinta in olio rosato, dov'abbia bollito aglio secco e umido. — Paragonisi col _Remedium ad concipiendum_ del Porta, nella Magia Nat., VIII., 7.

Cap. CCCCLXXXVI.

_Lo re domanda erba per guarire del giallore. Sidrac risponde:_

Anche è un'erba con piccole frondi fesse e lunghe, con fiori violetti, seme giallo e ritondo, radici piccole. Chi la bollisse bene in acqua piovana, e desse a bere a uomo che avesse giallo colore, VII dì, al mattino e alla sera, egli guarrebbe del giallore.

Cap. CCCCLXXXVII.

_Lo re domanda erba per lo male dell'orinare. Sidrac risponde:_

Anche è un'erba piccola, con grandi foglie forcate gialle, con piccolo seme e piccole radici. Chi la facesse bollire in vino, e dessela a bere a l'uomo che non potesse pisciare, tre dì, da mattina e da sera, essendo bene istretto di caldo (1515), si guarirà.

(1515) Così anche nel C. R. 2. — È evidente che il traduttore non ha inteso il testo, che è pure chiarissimo: et la daroit a boire a home chi ne peut pisser, III jors, a matin et a soir, de froit soit de chaut, il guarra.

Cap. CCCCLXXXVIII.

_Lo re domanda erba per lo male de' denti. Sidrac risponde:_

Anche è un'erba che somiglia al finocchio, e à i fiori vermigli, e, seme giallo, e radici grosse e ritonde. Chi questa erba facesse bene pestare, con tutte le radici, con olio d'uliva, e colui che à male ne' denti, s'egli s'enpiesse tre volte il dì di quello olio la bocca, in cinque giorni guarrebbe, che mai non avrebe niuno male.

Cap. CCCCLXXXVIIII.

_Lo re domanda per lo fiato che pute. Sidrac risponde:_

Anche è un'erba che somiglia a' porri, lunga tre palmi e più, e à lo seme bianco. Chi pigliasse le branche, e tagliassele, e gittasele in de le nari puzolenti, due pezi, tanto come l'uomo potesse sofferire, XV dì, da mattina e da sera, egli guarirebe e avrebe buono fiato.

Cap. CCCCLXXXX.

_Lo re domanda erba per lo sordo. Sidrac risponde:_

Anche è un'erba che somiglia a lingua bovina; chi la pigliasse e pestasse, e traesene il sugo, e pigliasse la banbagia e ponessela agli orecchi due volte o tre il dì da mattina, insino in XV dì, udirebe chiaramente. Questa erba à fiori bianchi e poche foglie e poche radici.

Cap. CCCCLXXXXI.

_Lo re domanda erba per la puzza di bocca guarire. Sidrac risponde:_

Anche è una erba con lunghe foglie, e à fiori violetti e seme giallo e radici forcute in quattro parti. Chi masticasse di questa erba due giorni a digiuno, egli guarirebbe.

Cap. CCCCLXXXXII.

_Lo re domanda erba per lo freddo. Sidrac risponde:_

Anche è un'erba lunga a due branche o più, e fiori bianchi e seme bianco, radici ritonde e grosse. Chi la pestasse, e prendesse lo sugo, e quando à quello male medesimo nelle orecchie, e' se ne ugnesse gli anari e gli orecchi e le labra, tre volte, egli guarirebbe.

Cap. CCCCLXXXXIII.

_Lo re domanda erba per la tigna. Sidrac risponde:_

Anche è una erba lunga d'uno braccio e lunghe le foglie e lunghi i fiori e lungo il seme, giallo. E chi la pestasse, e mettesse in uno vasello, e coprisselo tutto d'olio d'oliva dentro lo vasello, e poi lo lasciasse XX dì al sole, e poi ugnesse la tigna, XV dì, egli guarirebbe.

Cap. CCCCLXXXXIIII.

_Lo re domanda erba per la rogna. Sidrac risponde:_

Anche è una erba piccola, e àe otto rami e in ciascuno ramo à quattro foglie. Chi pigliasse solamente i rami, e pestassegli, e ponesseli con olio d'uliva, e bolissono tanto che tornasono alla metà, e di quello ugnesse tre volte li rognosi, guarirebono della rogna. Questa erba non à fiori, se non seme giallo.

Cap. CCCCLXXXXV.

_Lo re domanda erba per lo male del corpo (1516). Sidrac risponde:_

Anche è una erba di due palmi o di più lunga, e à foglie tenere a guisa di mortella, e non à fiori, e à piccole radici e piccolo seme. Chi la facesse bene frigere con olio d'uliva, e la mettesse tanto calda come l'uomo potesse sofferire in sulla fronte e in sulle tenpie, la mattina e la sera, VIII dì, egli guarirebe di tutte malizie di testa. Questa erba si truova il più in su a' muri, presso ad acqua.

(1516) Nel C. F. R.: _Herbe per mal de teste._

Cap. CCCCLXXXXVI.

_Lo re domanda erba di parlare. Sidrac risponde:_

Anche è una erba a pochi fiori, bianche le foglie, a guisa di lingua d'uccello, sottile radice, ritonde, seme giallo. A persona che avesse perduto la favella per infermità, chi gli mettesse una foglia di questa erba sotto la lingua, la favella gli ritornerebe una grande ora, se ella fosse pesta e secca.

Cap. CCCCLXXXXVII.

_Lo re domanda per quelli che crollano il capo (1517). Sidrac risponde:_

Anche è una erba corta d'uno palmo, e le foglie lunghe e grandi come uno dito, e à fiori vermigli e radice lunga, e seme ritondo e bianco. Quelli che crolla il capo, se gli facesse radere il capo, e facesse mettere uno impiastro in sul capo di questa erba e di quello mele (1518), e poi sopra quello inpiastro ne mettesse un altro di cera, e questo facesse tre volte, si guarirebe, s'egli metterà tre dì questi impiastri in sul capo.

(1517) Nel C. R. 2.: _a volere che gli vecchi non menino lo capo._

(1518) e faccia pestare questa erba bene e bollire con mele d'ape vergine C. R. 2.

Cap. CCCCLXXXXVIII.

_Lo re domanda erba per colui che cade di rio male. Sidrac risponde:_