Il libro di Sidrach: testo inedito del secolo XIV pubblicato da Adolfo Bartoli
Part 3
Or avenne al tenpo di questo re Botozzo ch'egli avea mandato chiegendo questo Sidrach allo re Trattabar (36), però che Sidrach era filosafo di questo re Tractabar; e mandollo chiedendo per alcuno bisognio ch'egli avea di lui, siccome voi udirete innanzi, perciò che non è bene a contare le cose due volte, noi ne passeremo brievemente, per lo migliore modo che noi sapremo, colla grazia di Dio (37). Lo re Botoczo richiese lo filosafo molto di quistioni, ch'egli disiderava di sapere, e non trovava uomo che ne gli sapesse dire; ma Sidrach ne gli spianò (38) a diritto e a ragione, di ciò che lo re lo domandò: delle qua' cose gli piacquero molto, e feciene fare uno libro di quelle medesime quistioni, cioè questo libro (39). E questo libro venne poi d'una mano in altra, tanto ch'egli venne alle mani, dopo la morte dello re Botozo, a uno grande uomo: sì che questo uomo da indi a certo tenpo lo volle ardere, per lo consiglio del diavolo (40); e Idio non volle che ardesse, anzi lo fece venire alle mani d'uno re ch'avea nome Mandriano (41); e poi venne alle mani d'uno grande prencipe (42) de' cavalieri di Soria, lo quale era lebbroso, lo quale avea nome Marna (43); e sì lo tenea molto caro. Questo Marna guarì detta lebbra al fiume Giordano. Da indi a grande tenpo non potè essere trovato. E dopo la venuta del nostro Signore, per la volontà di Dio, che non volle ch'egli fosse perduto di tutto in tutto (44), si venne al podere (45) d'uno buono uomo greco (46), che fu arcivescovo di Fabastora (47), che all'antico tenpo si chiamava Samaria. E quello arcivescovo avea nome Iovazil (48), il quale fu (49) buono cristiano, e ebe uno cherico ch'ebe nome Dimito (50); e l'arcivescovo lo mandò in Ispagnia a predicare la fede di Jesu Cristo; e portò con seco quello libro, e alla fine morì in Tolletta (51). E questo libro (52) dimorò colà uno grande tenpo. E poi venne la chiericeria (53) in Tolletta, e trovò questo libro, e sì lo traslataro di grecesco in gramatica (54). E lo re di Spagnia udì parlare di questo libro, e ordinò ch'egli l'ebbe (55), e tennelo molto caro (56). E lo re di Tunisi (57) che a quello tenpo era, udì parlare per bocca di suoi anbasciadori di questo libro, mandò pregando lo re di Spagna che, per liberale gratia, gli mandasse quello libro; e lo re di Spagna lo fecie traslatare di gramatica in francesco (58), e si gliele mandò (59). Ora venne che al tenpo che lo 'nperadore Federigo regniava, era uno re in Tunisi che lo leggieva, e usavalo molto, onde n'era tenuto molto savio, per le grandi quistioni che facea alle genti, e per le buone risposte (60) che facea di ciò che altri lo domandava. Lo 'nperadore Federigo avea anbasciadori in quel tenpo nella corte del re di Tunisi; e gli anbasciadori maravigliandosi (61), vedendo tanta iscienzia, onde potea venire, fu loro detto che lo re avea nel suo tesoro uno libro, e lo re di Spagna l'avea mandato a' suoi anticiessori, e di quello libro sapea tutte le scienzie. Ora venne che gli anbasciadori tornarono allo 'nperadore, e contarogli la bontà di quello libro, onde fu molto intalentato di volerlo. Allora mandò uno anbasciadore al re di Tunisi, che per liberale grazia gli mandasse quello libro. E lo re di Tunisi gli mandò a dire, che gli mandasse uno cherico che sapesse grammatica e 'l saracinesco. E lo 'nperadore gli mandò uno frate minore, ch'avea nome frate Ruggieri (62) di Palermo. Quelli lo traslatò di saracinesco in gramatica: onde lo 'nperadore Federigo ne fu molto allegro, e molto lo tenne caro. Nella corte dello 'nperadore avea uno uomo molto savio, lo quale avea nome Codici Pisolatico (63), ed era d'Antioccia (64), e fu molto amato dallo 'nperadore. E quando egli udì parlare di questo libro, si pensò molto com'egli lo potesse avere: tanto promise e donò al camarlingo (65) dello 'nperadore, che gliel diede; l'asenprò, e scrisselo privatamente, che niuno lo sapea. E da indi a certo tenpo Codici (66) folosafo lo mandò in donamento (67) al patriarca Uberto d'Antioccia (68). Quando il patriarca l'ebbe, il tenne molto caro, e usollo tutto il tenpo della sua vita. Egli avea uno suo cherico, ch'avea nome Giovanni Petro di Leone (69); questi exenprò (70) questo libro, e andossene in Tolletto. In questo modo rivenne indietro in Tolletto; e di quello si traslatò molti buoni libri, de' quali ciascuno (71) no gli puote avere (72). Da qui innanzi noi non sapiamo alle cui mani egli si verrà, nè dee venire; ma preghiamo Idio lo creatore, ch'egli possa venire alle mani di tali genti, ch'egli lo possano ritenere e intendere, alla salvatione dell'anima e del corpo (73).
Al tenpo dello re Botozo del Levante, re d'una grande provincia che è tra Persia (74) e India (la qual provincia si chiama Botenes, (75) lo quale re ora chiamato Botozzo, regnò dopo la morte di Noe DCCCXLVII anni (76)), e' voleva fondare una città all'entrata d'India, per guerreggiare (77) uno suo nimico re, ch'era contra lui, e teneva una grande partita d'India, e avea nome re Garabo (78). Sicchè questo re Botozo fece fondare una torre per edificare una città, all'entrata della terra dello re Garabo. E la torre fu cominciata a grande gioia e festa, e lavoraro una grande partita del giorno, ma la mattina trovaro tutto abattuto lo lavorio. Quando lo re lo vide, fu molto dolente, e tostamente fece ricominciare lo lavorio di capo (79). E l'altra mattina ogni cosa (80) si trovò abattuto, e lo re di ciò molto s'adirò. Questo gli avenne ciascuno giorno, bene sette mesi. E lo re Botoczo, vegendo questo, fece ragunare tutti i suoi savi, e domandò in qual modo potesse fare lavorare in quella sua torre e in quella città, che ella non rovinasse. E sopra quella domanda, gli fu dato consiglio che egli mandasse cercando per tutti gl'indovini e astrolaghi della sua terra. E lo re ordinò siccome coloro gli dissono; e fra venticinque giorni furono venuti a lui, e furono LXXXVIIIJ. Lo re Botozzo gli ricievette a grande gioia, e fecegli riposare tre giorni, e al quarto giorno se gli fece venire innanzi, e disse: signori, io v'ò fatto venire dinanzi a me, per farvi asapere quello ch'io vi dirò. Io sono lo maggiore re di tutto lo Levante, e tutti i re di queste parti sono venuti sotto me; ma e' ci (81) à uno re, che à nome Gharabo re d'India, questi non vuole venire sotto me, e io non posso entrare in sua terra, perchè à troppo forte entrata; e fummi dato per consiglio ch'io facessi una città all'entrata di sua terra, per poterlo meglio guerregiare (82); e io incominciava una torre per edificare la città; e òlla incominciata già fa sette mesi, e non si può conpiere, e ciò che si lavora lo giorno, la notte e la mattina si truova abattuto (83). Laonde io ne sono molto cruccioso, e molto mi grava, che le novelle andranno al mio nimico, che io non posso conpiere una città in sua terra. E per questo i' ò mandato caendo (84), per avere il vostro consiglio: ond'io vi priego tutti comunalmente, che voi mi diate tale consiglio, che io possa conpiere questa città; e io vi prometto, per lo mio idio, ch'io farò a tutti voi grande bene: chè, se tutto il mondo fosse mio, io non avrei tale allegreza, come vendicarmi dello re Gharabo. Quando lo re Botozo ebe finita sua diceria (85), si rispuosono tutti i savi comunalmente ad una boce, e dissono: messere, noi faremo tal cosa che a voi tornerà onore e gioia, e vendetta del vostro nimico; e non vogliamo avere termine più che XL dì, per aoperare la nostra arte, e vogliamo istare tutti in uno luogo (86). Quando lo re udì questo, fu molto allegro; e mandogli in uno luogo ch'era pieno di molta verdura, e comandò che fossono serviti come il suo corpo, e fosse loro dato ciò che adomandassero. E stando in questo luogo, incominciaron adoperare la loro arte; e alla fine di XL giorni mandarono diciendo al re ch'egli aveano conpiuto lo suo servigio, e ch'egli voleano andare inanzi (87). Quando lo re lo 'ntese, n'ebbe grande allegreza, e fecesegli venire davanti con grande gioia, e domandogli come aveano facto; e que' rispuosono a una boce e dissono: messere lo re, fatevi di buona voglia (88), chè 'l vostro intendimento è conpiuto; e da cotale giorno passati li XXV dì della luna, ed a l'ora che noi incomincieremo e dallo punto, sì ve lo diremo (89), e allora fate cominciare la torre, e noi vi saremo (90). Quando lo re udì questo, ne fu molto allegro, e ringraziogli tutti. E quando venne lo giorno del termine, egli furono al lavorio. Quando fue otta di lavorare, egli cominciarono a grande festa e allegrezza a lavorare, e tutto lo giorno lavorarono. Quando venne la notte e' savi feciono stare grande luminaria, per guardia della torre, e gli uomini con questa luminaria vi rimaseno a guardare (91), e lo re coll'altra gente s'andarono a dormire con grande allegreza. E quando venne la mattina trovarono abattuto tutto lo lavorio, in terra, e la novella andò allo re; e quando lo re lo 'ntese ne fu molto cruccioso, e venne allo lavorio; e quando vide lo lavorio abattuto, n'ebe gran doglia al cuore, e fece venire i savi dinanzi da lui, e disse: è questa la promessa che voi mi facesti? E' savi non sepono che si rispondere. E lo re disse: per lo mio idio, io vi rimanderò in tale luogo, che sarà molto reo per voi, e non uscirete (92) infino che la città non sarà conpiuta. E fecegli mettere in una prigione; e fu facto suo comandamento, e questa fue la primaia prigione, secondo che ne parlano le scritture. E le novelle n'andaron allo re Gharabo, come lo re Botozo non potea fare per arte, nè per ingegnio (93) nè per niuno modo conpiere una torre: onde n'ebe allegreza grandissima, e mandogli una pistola allo re Botozo, e diceva così: Re Botozo, salute dalla parte di noi re Gharabo. Noi abiamo inteso che voi volete edificare una torre all'entrata di nostra terra, e sì v'avete ispeso molto del vostro avere, e non avete potuto conpiere una torre, nè per arte nè per altro avere. Ma noi vi mandiamo dicendo che, se voi ci volete dare la vostra figliuola a moglie, noi vi lascieremo fondare la torre. Quando lo re Botozo intese la pistola, egli ne fu molto cruccioso, e fece tagliare la testa allo anbasciadore che la recava; e poi fece gridare uno bando (94) nella sua terra, che chiunque gli sapesse dare consiglio da conpiere la città, egli gli darebe la sua figliuola per moglie, e mezo il suo tesoro, e questo giurerà sopra lo suo idio. E dopo questo bando, a dieci giorni, venne a lui uno vecchio uomo, e disse: messere lo re, io sono venuto a voi per darvi consiglio di conpiere questa vostra torre, che voi avete inpresa a fare; e io non voglio vostra figliuola nè vostro tesoro, ma voi mi giurerete di farmi alcuno bene. Quando lo re lo 'ntese, fu molto allegro; e lo re gli giurò sopra lo suo idio di fargli bene, se la città si conpiesse. E lo vecchio disse: mandate allo re Trattabar (95), per lo libro suo della strologia, che fu di Noe, nel quale è scritto lo 'nsegnamento dell'angelo del suo Idio, che quello libro fu lasciato a uno de' figliuoli di Noe magiore (96). Noe ebe tre figliuoli: l'uno ebe nome Sem, l'altro Giafet. L'altro nome non è da mentovare, che lo padre lo maladisse, e tornò di bianco in nero. Quello libro venne da uno re in altro (97), tanto che venne alle mani dello re Trattabar. E pregate che vi mandi lo libro e lo suo astrologo Sidrac (98), perciò ch'egli è molto savio uomo, e sa molto dell'arte della strologia. Sidracho vi darà consiglio di vendicarvi sopra lo vostro nimico, e di conpiere la città. Quando egli l'ebbe inteso, ebe di ciò grande allegreza, e fece aparechiare uno bello e ricco presente, e fece fare una pistola che dicea così: Noi Botozo re vi mandiamo fortemente salutando alla vostra signoria, re Trattabero, come signore e amico (99). Mandianvi pregando che voi facciate per noi, come voi voleste che facessimo per voi. Noi vi mandiamo pregando che voi ci mandiate lo libro della strologia, che fu di Noe, conciosia cosa che noi n'abiamo grande bisogno; e mandate con esso il vostro filosafo Sidrac; e con questa pistola mandiamo il detto presente. Lo messo si mise per cammino, come piacque a Dio, e fu capitato allo re Trattabar, e apresentogli la pistola e 'l presente; e lo re lo ricevette volentieri, con grande allegreza, e poi disse al messo: io ò grande allegrezza, quando messer lo re Botozo m'à mandate sue lettere (100). E egli m'à mandato chiegendo uno mio libro che fu de' miei anticessori; e prima fu di Noe; e parla d'una cosa ch'è in una montagnia, che chi ne potesse avere, tornerebe al mondo grande prode (101). E lo mio padre si mise ad andare su per quella montagnia, ma egli none potè venire a capo del suo disiderio. Ma io credo bene che lo re Botozo ne potrà venire a capo egli, ch'egli à molto grande podere, ch'egli è uno de' grandi re che sia nel Levante. E allora mandò lo libro, e Sidrac con esso, e una pistola che contenea così: Noi re Trattabar ringraziamo altamente voi, re Botozo, del vostro onore e del vostro domandamento. Noi e la nostra terra è (102) al vostro comandamento. Noi vi mandiamo lo libro e Sidrac nostro filosafo. E cavalcò tanto (103) che giunse al palagio del re Botozo.