Il libro di Sidrach: testo inedito del secolo XIV pubblicato da Adolfo Bartoli

Part 28

Chapter 284,146 wordsPublic domain

Quegli che sono nello 'nferno saranno dannati allo sguardamento di Dio. Quelli sono tormentati nel nabisso, che giammai non avranno niuna mercè da Dio, nè niuno riposo. Che tanto come furono in questo secolo, che poteano avere mercè da Dio, non vollono, ma per la volontà pigliarono lo male e lasciarono lo bene; e perciò niuna mercede debono avere; chè gli loro peccati gli ànno dannati allo giudicamento di Dio. Simigliantemente come quelli di paradiso non ànno pene nè dolore, ma gioia e bene e allegreza; altressì quelli dello 'nferno non avranno merciè nè riposo, se non pene e dolore, senza fine. E anche chi facesse preghiere per loro, egli farebbe contro alla volontà di Dio: chè tutte le preghiere che furono e sono e saranno, non gli potrebono aiutare nè valere. Ma quelli che saranno nel purgatorio de' vizi, le preghiere gli aiuteranno bene a trarre di quelle pene. E quelli che saranno in paradiso non avranno mestieri di preghiere; ma quelli che saranno al mondo avranno mestiere delle loro preghiere e del loro aiuto. Egli deono pregare ch'egli loro sieno aiutori (1326) inanzi a Dio. E questo sarà dopo la morte del figliuolo di Dio. Quelli che saranno al purgatorio, quando egli avranno conpiuto il loro termine, egli andranno nel paradiso celestiale, e faranno prieghi per coloro che gli avranno aiutati, e fatto bene e limosina per loro.

(1326) aiutatori C. R. 2.

Cap. CCCCXV.

_Lo re domanda: come potrebe l'uomo sapere di cose che l'uomo volesse fare e di cosa ch'egli à impresa a fare, ch'egli n'abbia bene o male, e s'egli si potrà fare di conosciere lo suo criatore? Sidrac risponde:_

Idio per la sua misericordia istabilì le VII pianete, a governare lo mondo e tutto le criature e tutte l'altre cose che ci sono suso; e fue donato all'anima senno e memoria di conoscere lo loro istato e lo loro corso, e per ch'egli potesse sapere le cose temporali, le presenti, e quelle che sono a venire. E questa è l'arte della strologia, che Idio volle per la sua pietade che fosse in terra, per lodo di sua persona e per bontade di sua credenza. E per questa arte della strolomia possiamo sapere tutte le cose avenute e che sono avenire, certanamente (1327). E perciò che questa arte non ne pare a tutta gente (1328), si vi diremo noi brievemente una maniera di sapere le cose che voi vorrete sapere o pensare, che questa è la prima arte fosse al mondo, siccome fue insegniata a Giaffet, figliuolo di Noè, per l'angiolo; e però si chiama la prima arte della strolomia dopo Adamo. Giafet seppe questa arte, in prima che lo suo padre Noè la sapesse. E poi che Giafet seppe questa arte di V anni e VIII mesi, la seppe lo padre per lo anunziamento dell'angielo, siccome a Dio piacque, e altre cose molte. E egli la mise in iscritta, e fecene uno libro, lo quale Giafet, lo figliuolo di Noè, ci lasciò dopo la sua morte; e si vi mise tutto quello che l'angelo gli avea insegnato. E questo libro venne d'una mano in altra, tanto che pervenne alle mani del nostro padre.

(1327) _Certanamente_, _certano_, forme molto comuni nelle ant. scritture, massime se trad. dal francese o dal provenzale.

(1328) La lez. del n. t. è errata, leggendosi: E perciò che questa arte nonne pro alla ria gente e si è iscritto ad alcuno. — Abb. adottata la lez. del C. R. 2., come migliore, se non buona — Il C. F. R. dice: Et por ce que cest art n'en est mie plain a toutes gens, et est oscure a aucuns.

Cap. CCCCXVI.

_Lo re domanda: Quando Giafet si partì dal suo padre Noè, in quale parte andò egli? Sidrac risponde:_

Quando Giafet si partì dal suo padre Noè, egli venne in una contrada, egli e la moglie e' figliuoli suoi, per moltiplicare. E per la volontà di Dio si venne in una provincia ch'ebe nome inanzi il diluvio Arasien; e quando egli l'abitò, egli le pose nome Persia la grande. Ora avenne uno tenpo ch'egli ebe più figliuoli, tra quali n'ebe uno ch'ebe nome Alinemos, e fue il più piccolo figliuolo de' suoi. Avenne uno giorno che Giafet andò in una montagna per pascere le sue pecore e l'altre sue bestie, e menò co' lui lo suo piccolo figliuolo. Ora avenne ch'egli lo perdè in quella montagna, per la volontà di Dio; e ivi dimorò perduto VIII giorni e VIIII; e Giafet ne fue molto tristo e molto doloroso, e molto il pianse, e molto si lamentava; e promise a Dio che di quella montagna non si partirebe mai in tutta la sua vita, se lo suo figliuolo non ritrovasse o vivo o morto. E di questo (1329), inanzi ch'egli avesse conpiuti i sette giorni e le XII ore, venne a lui uno angelo da cielo, per la volontà di Dio, che gli disse (1330):

(1329) Per _in questo_, _in quella_, _allora_.

(1330) e li insegnò lo suo figliuolo C. R. 2.

Cap. CCCCXVII.

_Lo re domanda: che disse l'angiolo a Giafet quand'egli piangea lo suo figliuolo? Sidrac risponde:_

L'angelo disse a Giafet: non piangere lo tuo figliuolo, ma fa' com'io t'insegnerò, e tu saprai del tuo figliuolo s'egli è morto o vivo; e ti sia ricordo, per te e per tutti gli altri che dopo te deono venire; e per tutti i tenpi sapere ti conviene l'opere delle pianete e de' segni, com'elle governano la terra, e tutte le criature, e tutte l'altre cose che sono avenire, e quelle che sono istate e sono di presente. Sia lo cominciamento dell'arte del fermamento, e sarà chiamata questa, istrolomia. Quando l'angelo ebbe detto questo, e insegnato, e egli si partì. Giafet fece quello che l'angelo gli avea insegnato, e si trovòe che il figliuolo era sano e salvo, che alle fine de' VII giorni e XII ore egli lo dovea trovare. Gli sette giorni significano le VII pianete, e le XII ore significano gli XII segni; chè le sette pianete e gli XII segni ànno vertude di governare tutte le cose passate e le presenti e quelle che deono venire.

Cap. CCCCXVIII.

_Lo re domanda: chi questa arte vuole fare o adoperare che uomo vuole essere di suo corpo? Sidrac risponde:_

Chi vuole questa arte aoperare, egli dee essere bene credente nel suo criatore, e che egli aoperi in buona intenzione e di buona coscienzia e di buona fede; amare Dio inverso tutte le genti, essere di netto cuore e di puro. E tenpo sarà che questa arte sarà in alcuna cosa canbiata, cioè le parole che ci sono, che alcuna gente nolle vorranno credere nè dire; perciò non la faranno egli nimica a conpimento; e per questo sapere non potrebono a conpimento la veritade. Ma quelli che la facesse così, come lo scritto di Giafet noi divisa, nella forma che l'angelo gl'insegnòe, quelli saprebono e anunzierebono la veritade, di quello ch'egli vorrebono sapere.

Cap. CCCCXVIIII.

_Lo re domanda: quando l'uomo fa questa arte dee egli fare orazione? Sidrac risponde:_

Lo giorno che l'uomo vorrà fare questa arte si dee essere netto di suo corpo e di suo cuore e di lusuria e di tutti altri peccati e di tutto male; e si la dee fare in buona intenzione. Questa arte non si può fare se non lo primo giorno della luna e lo V, o lo VIII, o lo XI, o lo XVII, o lo XVIII, o lo XX, o lo XXX giorno.

Cap. CCCCXX.

_Lo re domanda: quando l'uomo fa questa arte de' egli essere solo o con alcuno aconpagniato? Sidrac risponde:_

Quello che lo fa dee stare in disparte, solo, in uno luogo; o avere co' lui quelli perch'egli la fa. E si dee tenere tre candele accese inanzi a lui, al nome di Dio e della santa trinitade, padre e figliuolo e spirito sancto. Si dee avere fuoco inanzi le candele, o vuogli di qua o vuogli di là. E deono tenere lo volto verso oriente, se egli sono due o tre, che bene vi possono essere, ma più non. Si debono fare VIIII invene (1331), all'onore di Dio e della santa trinitade, padre e figlio e spirito sancto. E quelli che sa l'arte e quelli che sono co' lui deono fare queste preghiere che qui sono iscritte; e se non l'ànno a mente, abialle iscritte; e l'orazioni, ch'elli deono di buono cuore fare, sono queste: sire Idio, nella tua credenza mantienmi; sire Idio, nel tuo sevigio confortami; sire Idio, nel tuo comandamento alluminami. E quando tu avrai fatto questo e detto, tu farai VII invenie (1332), al nome di Dio e della santa trinità, padre e figliuolo e santo spirito.

(1331) La Crusca registra _invenia_, e la definisce: umile dimostrazione d'abbondante e devoto affetto. — _Invenie_ trovasi usato anche per _lusinghe_, _carezze_. Ma qui pare abbia a significare piuttosto _invocazioni_ o _scongiuri_. — Nel C. F. R. afflicions.

(1332) venie C. R. 2.

Cap. CCCCXXI.

_Lo re domanda: che cosa è onnipotente e trinitade? Sidrac risponde:_

Siri Idio, padre omnipotente, padre e filio e spirito santo, una trinitade e non stimabile (1333), tre persone in uno Idio, che è e che fue e che è a venire; io ti priego, podestà alta, non istimabile, pardurabile virtù, tu mi di' verità, che ài podere sopra tutte le cose, si come, te dicente (1334), tutte cose son fatte; tu formasti in VII giorni la forma delle cose di tutte criature, in diverse maniere nella loro propria forma, siccom'è lo tuo piacere. O mio creatore, degnami mostrare per questa arte delle pianete, per lo quale podere tu l'arai mostrato a tutto il mondo governare (1335), che io possa sapere di quella cosa che io cheggio a sapere, si mi ci troverrai la cagione XL per lo tuo santo nome, in ch'ella dee venire e porre fine (1336); non mica, messere, per lo mio servigio, ma per lo dono di tutta grazia (1337).

(1333) Intendasi _da non potersi comprendere, non comprensibile_. — Nel C. F. R. non estimables.

(1334) si come toi disant et comandant C. F. R.

(1335) Così pure nel C. R. 2. — Correggasi col C. F. R.: per le quel poeir che tu lor a dones por le monde governer par ton comandement.

(1336) Come decifrare il senso di queste parole? E non sapremmo nemmanco far conghietture sul modo di correggerle, non dandoci alcun lume il C. R. 2., dove leggesi: Se nimici troverai la cagione in quelle quaranta in cui ella verrà e finirà. — Meno oscuro pare il C. F. R.: si nomes la chose par ton saint nom, Elyemon, en qui doit elle venir et perfinir.

(1337) tua grazia C. R. 2.

Cap. CCCCXXII.

_Lo re domanda: che cose sono invenie e come sono fatte? Sidrac risponde:_

Quando tu averai questo fatto e detto, tu farai XII invenie, a onore di Dio, lo creatore, della sancta trinitade padre e figliuolo e spirito santo; e dirai questo: siri Iddio, criatore del cielo e della terra, per lo tuo santo nome ch'è Limon (1338), io ti priego per la tua santa pietà e per gli angioli, quelli ch'annunziarono agli uomini le grandi cose, che tu mi degni mostrare delle pianete la cosa ch'io ti chieggio sapere, quella XL (1339), e in che ella viverà e finirà. Io ti priego, messere del cielo e della terra, per lo tuo santo nome Elimo, e per li tuoi (1340) santi angeli, che anunziano e amaestrano alle comune criature, cioè agli uomini, le picciole cose, che tu mi degni mostrare in questa arte delle pianete di quelle cose ch'io cheggio a sapere, quello, XL, in che ella verrà e finirà. Messere Domenedio Elimo, io ti priego per la santa trinità, la quale comanda agli santi spiriti e li signoregia, che più non faciano graveza all'umane cose (1341), che tu mi degni mostrare in questa arte delle pianete, della qual cosa io ti priego di sapere quella XL, ch'ella viverà e finirà.

(1338) Helyemon C. F. R.

(1339) Così, in questo luogo e più sotto, come vedrassi. — E nel C. R. 2. sempre _quaranta_. Di questa parola nessun vestigio nel francese; ma invece, dove l'italiano ha _XL_, il francese ha _N_...: che vos me dignes de mostrer par l'art de les plainetes de la quel choze che ie dezire de savoir N. et en que elle devenra et finira. — Questa N pare sia posta ad indicare che ognuno debba esprimere la cosa che chiede, facendo questa invenia. E forse dall'_N_ può esser nato il _XL_, per errore di copista, e per nuovo errore il _quaranta_.

(1340) Nel n. t. nomi. — Abb. corr. col C. R. 2.

(1341) alle umane nature C. R. 2.

Cap. CCCCXXIII.

_Lo re domanda: che cosa è criatore? Sidrac risponde:_

Siri Idio, criatore del cielo e della terra, io ti priego per lo tuo santo nome ch'è Limon, e per gli santi padri, che ànno podere sopra gli uomini e sopra i buoni ispiriti, che fanno lo loro comandamento, per conpiere lo servigio di Dio, che tu mi degni mostrare in questa arte delle pianete della cosa che io cheggio di sapere, quella XL, in ch'ella verrà e finirà. Siri Idio, creatore del cielo e della terra, io ti priego per lo tuo nome ch'è Limon, e per le dominazioni e per li troni sopra li quali è la tua sedia (1342) ed i gradi delli angeli, ch'elli sono loro signori per obedienzia, che voi mi degnate mostrare per l'arte delle pianete quello che io chiegio di sapere, quella XL, in che verrà e finirà. Siri Idio criatore, io ti priego per lo tuo santo nome ch'è Limon, e per li troni, sopra gli quali ài lo tuo sedio, e per ciò che tu usi ispaventevolmente i tuoi giudicamenti, che tu mi degni mostrare nell'arte delle pianete, la qual cosa io chieggio di sapere quella XL, in che ella verrà e finirà.

(1342) Nel n. t.: e per le dominazioni che sormontano i tonanti. — Abb. pref. la lez. del C. R. 2.

Cap. CCCCXXIIII.

_Lo re domanda: se si dee fare quella arte o di notte o di giorno? Sidrac risponde:_

Quando tu avrai fatto questo e detto, tu avrai aparecchiato la ruota della stolomia inanzi a te; e acenderai la candela della ruota, e spegnerai gli altri lumi dell'albergo dove tu sarai, e farai questa arte, per vedere apertamente lo chiarore della ruota, sopra la qual pianeta ella discienderà. E se tu lo fai di giorno, farai l'albergo iscuro, per vedere chiaramente lo chiarore che sarà disceso sopra la ruota della pianeta; e allora tu potrai alluminare l'albergo, se tu vorrai.

Cap. CCCCXXV.

_Lo re domanda: come dee essere fatta quella ruota? Sidrac risponde:_

La ruota dee essere una tavola ritonda, d'uno palmo, il meno, col compasso e una carta, e carta di banbagia incollata in su quella tavola, del suo grande (1343); e nel mezzo della tavola avrà una piccola brocca (1344) di legno, per tenervi entro la candela. E la carta che sarà incollata in su la tavola sarà segnata e partita per VII conpassi, e in ciascuna parte sarà iscritta una pianeta; e in sul brocco mettervi una candela sottile e lunga d'uno palmo o più. Al mezzo della candela, o al meno, avolgerai uno poco di cera doppia intorno lei, per sostenere la ruota al torneare (1345), che sia della grandezza di quello che è in sulla tavola intagliata, e ch'ella sia fatta di due carte incollate l'una in sull'altra; in sul mezzo de' avere uno pertugio, tanto aperto per conpasso, come la candela vi possa entrare, e torneare (1346) leggiermente intorno. La candela di due dita o di più dee avere nella ruota uno buco grande come uno cece o più, per la carta dee discendere in sulla pianeta (1347).

(1343) della sua grandezza C. R. 2.

(1344) broche C. F. R. — bocca C. R. 2.

(1345) La lez. del n. t. è conforme a quella del C. R. 2.; ma è evidente che ne' due Codd. italiani è corsa una lacuna. Nel C. F. R.... par quei votre roe de sus ne descende de la candoile aval. Et tu auras I autre roe appareilee dou grant de celle de sote, et qu'ele soit double gluee.

(1346) Nel n. t. _torre_. — Abb. corr. col C. R. 2.

(1347) Il n. t. ed il C. R. 2. sono di nuovo errati: segno che il traduttore italiano non era pratico di scenza astrologica. Ecco il testo francese: En la roe de sus aura I pertuis dou grant d'un chiehre ou plus I poi reont per la ou la clarte desendra sur la planete. Au perchemin chi est glue sur la table aura escrit dessus par conpas les VII planetes.

Cap. CCCCXXVI. (1348)

Quando tu avrai accesa la candela della ruota per torneare, tu darai delle mani in terra (1349); e se ella tornerà la prima volta, nolla toccare più; e s'ella non torna la prima volta, toccala un'altra volta; e se ella non torna, tu la dei fedire tre volte; e s'ella non torna alle tre volte, non t'inpacciare più, da indi a trenta giorni, per la cosa che tu chiedi di fare o di sapere; chè, di quello giorno infino a XXX giorni, quello fatto che tu chiedi non potrebe venire in bene. E passati gli XXX giorni per quell'arte medesima la potrai sapere. E simigliantemente, se tu falli di fedire la prima volta o la seconda o la terza, non vi ti inpacciare più di quello fatto che tu chiedi di sapere, e non potresti sapere nulla. E passati gli trenta giorni per questa arte lo potrai fare.

(1348) Nel C. L. manca il titolo a questo Cap. — Il C. R. 2. ha: _Lo re domanda come si de' fare la ruota per volgere._

(1349) Non _in terra_, come hanno i Codd. L. e R. 2., ma: et tu la fiers (la roe) III fois de la main C. F. R.

Cap. CCCCXXVII. (1350)

Quando fedirai la ruota, e ella si volge, e del suo girare per lei medesima rimane, piglia, guarda e poni mente in su quella pianeta lo chiarore discenderà; quella pianeta sarà quella. Allora si piglierai gli punti che sono sopra quelle lettere, del nome del giorno e del mese e della luna (1351). E se l'arte si fa del primo giorno sin di mezza notte (1352), si sarà contato quello giorno che è passato; e s'egli si fa di mezza notte verso il giorno, si sarà contato quello giorno che dee venire; e simigliantemente lo nome del mese e della luna (1353). E se egli è al suo entrare e al suo uscire, non contare nimica i punti delle lettere, e per ciascuna volta che la ruota serve al motto (1354) e all'anno, ma una volta ciascuno motto (1355) e ciascuno mese. Non si fa per alcuna persona maschio o femina chiamare il nome delle persone in suo linguaggio (1356). E fare de' punti una somma, e contare sopra gli XII segni I. a I. Cominciare dietro quello segno che si finiranno; si piglia quelli punti che sono sopra lei, e li punti del nome di quello medesimo segno, e li punti che troverrai in prima contati sopra li XII segni; e farai tuttavia somma, e gli conterai V a V; e li punti che non potranno essere cinque, si metterai I e V disparte; e anche da capo conterai le decine, sette a sette; e quello che soperchierà, che non potrà essere VII, si metterai in disparte cogli altri. E allora tu farai una somma, e conteragli sopra le VII pianete, IIII a IIII; e comincierai di Saturno in quella pianeta, ov'egli saranno trovati; e saprai di quello che tu chiedi di fare, in che ella verrà e finirà.

(1350) Nel C. R. 2. è questo titolo: _Lo re domanda: che potrete altri fare quando la ruota si ferma?_

(1351) Vedasi come particolareggia di più il C. F. R.: sur la planete ou la clarte descendra si prenes les poins qui sunt sur celle planete et les points chi sunt sur les silabes de ton nom, por chascune fois che la silabe sera a un nom ou a I mot. Ne contes mie por tant de fois che la silabe sera en I mot ces poins, ia soit ce che une silabe soit en I mot III fois ou IIII, ne contes les sur les XII signes I a I; et comences de aries, et en cel signe ou il finiront si prenes les poins chi sont en ton nom autre fois, et les poins dou nom dou ior en qui tu fais cest art.

(1352) Et se tu la fais de mie nuit envers le ior C. F. R.

(1353) Tutto ciò che segue sino alla fine del cap. manca al C. F. R.

(1354) Nel n. t. _monto_, che non sappiamo che possa significare. — Abb. pref. la lez. del C. R. 2.

(1355) c. s.

(1356) Nel n. t.: si fa per alcuna persona si noma in suo linguaggio. — Abb. pref. la. lez. del C. R. 2., sebbene non riescaci neppure di essa intendere chiaramente il senso.

Cap. CCCCXXVIII. (1357)

Questa è la forma delle ruota e del suo essere, e come ella dee essere pertugiata. E si dee avere gli pertugi l'uno allato all'altro; e si dee essere pertugiata con uno ferro caldo. E la sua colonna dee essere di metallo. E quando tu la fai fare, dirai al maestro che dica: Al nome di Dio e della santa trinidade. E questa è la ruota e le lettere e i punti (1358). V. X. VII. III. X. VII. X. XII. VIIII. II. VII. IIII. XXIIII. XXVIIII. XIIII. VIIII. VIII. XVIIII. XVI. XIII. VI. XVIII. XV. XX.

A B C D E F G H J K L M N O P Q R S T V X Y.

_Queste sono le pianete e i punti_ (1359):

CCCC XXXI XII XV Leo

Saturnus Iupiter IIII

XIII VIII VIII Virgo

Venus Mercurius XVI

XII. VII. XVIIII Capicorno

Aries Taurus XVII XVI

XIIII. XIII Aquario

Libra Sagittario

Pisces XV.

Aries dee essere Scorpio dirimpetto a Mars Pisces Luna

(1357) Nel C. R. 2.: _Lo re domanda: qual'è la forma della ruota?_

(1358) Nel C. F. R.: Ce est l'a b c e et le nombre des poins sur chascune sillabe:

XII. V. XVII. III. XVI. X. I. XIX. IX. II. VII. IIII. A. B. C. D. E. F. G. H. I. K. L. M. N.

XXIII. XIIII. XI. VIII. XIII. VI. XVIII. XV. O. P. Q. R. S. T. V. X. Y.

(1359) E qui pure è confuso ed errato il n. t. — Riferiamo il testo del C. F. R.:

IX. VII. XII. XV. XIII. VIII. Saturnus Iupiter Mars Sol Venus Mercurius

IIII. XII. VII. III. XI. III. Luna Aries Taurus Gemini Cancer Leo

XIX. IIII. XIIII. XV. XIII. Virgo Libra Scorpio Sagitarius Capricornus

XVII. XVI. Aquarius Pisces

Cap. CCCCXXVIIII. (1360)

Tu che chiedi di sapere di nostro disiderio lo giorno, ti guarda al cominciamento del giorno di vendere di conperare nè oro nè argento nè niuno metallo per guadagniare. Ferro conpera. Bestie (1361) per guadagniare non conperare. Drapi e mercatantie conpera. Pesci (1362) non conperare. Edificamento di legno nè di ferro nè di terra. Lo giorno non cominciare viaggio nè terra (1363), passato le VII ore del giorno. Non cominciare in conpagnia di vendere nè di conperare. Lo giorno non ti tramettere di piato. Lo giorno non fare battaglia; nè incominciare alle tre ore (1364) del giorno asediare cittade o castello; ma poi sicuramente lo fa, e entra in quello cammino, che voi ne verrete e capo. Al giudicamento lo giorno sicuramente va, inanzi alla signoria, nè niuna cosa non domandare; e cosa ismarrita non potrai lo giorno trovare, e da mezzo giorno inanzi sangue non ti menomare.

(1360) Nel C. F. R. leggesi: Ces sont les chapitles des VII planetes en chi trove l'om ce ch'il doit faire et de ce que il desire de savoir. — SATURNUS.

(1361) Bestes de mangier C. F. R.

(1362) Così anche nel C. R. 2. — Ma nel C. F. R.: possessions. — È facile vedere come sia nato l'errore.

(1363) viage en terre C. F. R.

(1364) en les primiers hores dou ior C. F. R.

Cap. CCCCXXX. (1365)

Se voi volete sapere di persona malata o di persona in grande istretta (1366), ella sarà in pericolo a V giorni. E se voi volete sapere di persona innaverata, in grande pericolo di morte sarà. E se voi volete sapere di persona ch'è in distretta, a grande pena scanperà. Lo giorno non fare saramento, perch'egli vi sarà contradio. Lo giorno non vestire roba nuova, chè voi sarete morto o magagnato o malato; non correre bestia lo giorno, nè non montare in albore, nè passare acqua. Lo giorno ti guarda di scoprire lo tuo segreto, se non a Dio o al predicatore (1367) che sarà in luogo di Dio.

(1365) Nel C. R. 2.: _Lo re domanda se l'omo potrebe sapere di persona malata o che fosse in grande stretta._

(1366) istremità C. R. 2.

(1367) confessore C. R. 2. — a Dieu ou a ciaus qui por lui seront en terre C. F. R.

Cap. CCCCXXXI. (1368)