Il libro di Sidrach: testo inedito del secolo XIV pubblicato da Adolfo Bartoli

Part 25

Chapter 253,972 wordsPublic domain

(1207) contra di loro C. R. 2.

(1208) col C. R. 2.

(1209) L'errore del C. L. è corretto nel C. R. 2., che ha: crede in loro. — Ed è al solito una parola del testo francese che il traduttore non ha saputo intendere: car tout l'ost pent en yaus C. F. R.

(1210) ricoverà per aventura un'altra oste C. R. 2.

Cap. CCCXXXIIII.

_Lo re domanda: lo sudore del corpo onde escie e onde viene? Sidrac risponde:_

Lo sudore del corpo escie del malvagio sangue. Quando lo corpo si travaglia, e' si muove e si muta per lo corpo, e si rinfiamma e si mischia cogli altri omori; e gitta lo suo calore al corpo, e truova lo suo corpo frale e vano, e lo fae fortemente sudare. E quando lo corpo è forte e sano, e' non dotta quello calore, e non suda come dinanzi; chè lo buono sangue non fa al corpo se non bene.

Cap. CCCXXXV.

_Lo re domanda: qual colore è meglio vestire? Sidrac risponde:_

Lo più nomato colore si è il vermiglio e lo bianco e lo verde e il biadetto. Lo vermiglio è reale e possente sopra tutti gli altri colori; e si dà a quello che lo veste grande impresa di coraggio (1211); e si è simigliante al sole. Lo bianco vestimento si è degno vestire, e si è vestimento d'agnoli; e fae avere a quelli che lo veste dolce coragio e amoroso; e si li fae bene allo cervello; e si è simigliante alla luna. E lo vestimento verde si è prezioso vestimento, che egli à colore della nostra vita, e di tutte l'altre criature, che Dio le veste al frutto della terra, di che noi viviamo, ch'è sì degna cosa, che sostiene lo corpo e fallo vivere. Bene dee essere vestitura di prezioso colore. Bene potrebe avere fatto Idio d'altro colore i frutti che verdi; ma a così preziosa cosa egli volle dare prezioso colore (1212). Lo vestimento biadetto si è vestimento del fermamento; e si è umile vestire; e fa diventare quelli che lo veste umile e di buona aria e di buona credenza. E gli altri colori non sono nomati principali come questi.

(1211) grant confort et grant proesse dou corage et grant honor au cors C. F. R.

(1212) Il C. F. R. ha questo di più: cil chi vert vestent si lor fait la verdour de lor vestiment devenir larges et iolif, et penser tous biens.

Cap. CCCXXXVI.

_Lo re domanda: qual'è la più verde cosa che sia? Sidrac risponde:_

La più verde cosa che sia si è l'acqua, che tutte le cose rinverdiscie; che se l'acqua non fosse, niuna verde cosa non sarebe. L'erbe che sono nella montagna, si rinverdiscie l'acqua che dell'aria disciende; ella abevera le loro cime.

Cap. CCCXXXVII.

_Lo re domanda: qual'è la più grassa cosa che sia? Sidrac risponde:_

La più grassa cosa che sia si è la terra, che a noi rende il frutto per la volontà di Dio e della sua grazia (1213). Che altressì come l'acqua è la più verde cosa che sia al mondo, altressì la più grassa cosa che sia al mondo è la terra.

(1213) Il C. F. R. ha: chi nos rende le fruit, par la volonte de Deu, de sa gracesse. — Il traduttore non ha inteso _gracesse_, ed ha scritto _grazia_.

Cap. CCCXXXVIII.

_Lo re domanda: quale vale meglio al punto della morte o lo grande pentimento o la grande sicurtade della vita perdurabile? Sidrac risponde:_

Molto preziose cose sono quelle due propiamente al punto della morte; e la grande isperanza vale meglio che 'l grande pentimento (1214). Che se uno uomo avesse tutti i giorni della sua vita fatto bene; e egli non avesse la speranza d'avere la vita perdurabile, sapiate che sarebbe disperato, e non l'avrebbe mica, e sarebbe dannato. E se uno peccatore avesse giaciuto colla madre, e poi avesse isperanza, che la misericordia di Dio è sì grande che gli perdoneràe e gli daràe la vita perdurabile, e morisse in quella isperanza, sappiate ch'egli sarebbe salvo; chè la speranza escie del pentimento.

(1214) Nel C. L.: l'oro grande. — Abb. corr. col C. R. 2., conforme al C. F. R.

Cap. CCCXXXVIIII.

_Lo re domanda: dee l'uomo piangere i morti? Sidrac risponde:_

L'uomo dee piangere gli morti, e fare gioia e duolo per li buoni che in Dio credono e lo suo comandamento fanno. Quando egli muoiono, l'uomo ne dee avere grande gioia, e farne festa, perch'egli è sicuro della perdurabile vita. E quando i malvagi muoiono, che a Dio non credono e i suoi comandamenti non fanno, l'uomo dee avere grande duolo e grande trestizia della loro morte, ch'egli è dannato per tutti i tenpi.

Cap. CCCXL.

_Lo re domanda: venne mai niuno dell'altro secolo, che contasse di paradiso e di ninferno? Sidrac risponde:_

Assai ne sono venuti dell'altro secolo, e verranno, e ànno contato di paradiso e di ninferno, ciò è a sapere per lo comandamento di Dio, e per le scritture de' buoni antichi, che furono dinanzi da noi, che a noi scrissero, e mostrarono ne' loro scritti, per la grazia che Idio avea loro dato, la gioia di paradiso e la pena di ninferno: e ciò sono a sapere Abel figliuolo d'Adamo e Seth e Noe e Melchisedech. Questi sono quelli che vennero dell'altro secolo; ciò è a sapere i comandamenti ch'egli scrissero per la volontà di Dio. E quelli che verranno dopo noi, saranno molti grandi profeti, che lo comandamento di Dio insegneranno. E benedetti sono quelli e seranno che lo comandamento, ch'è la vita perdurabile, giammai non falleranno (1215).

(1215) E benedetti sono quelli che saranno, e che il comandamento di Dio faranno, che la vita perdurabile giamai non falliranno C. R. 2.

Cap. CCCXLI.

_Lo re domanda: che dee l'uomo dire quand'egli si leva o quand'egli si corica? Sidrac risponde:_

Quando l'uomo si vuole porre a dormire, e l'uomo dee alzare le mani in alto, e riguardare verso lo cielo umilemente, e dire questa orazione: Signore Idio, lo tutto possente creatore del cielo e della terra, nelle tue mani raccomando lo spirito mio; abiate merciè di me, messere verace Idio; difendimi dal podere del diavolo. Poscia dormi. Altressì dei dire al mattino, quando ti levi; e lo volto dei tenere verso oriente, ch'è lo volto del mondo; e la grazia di Dio viene di là.

Cap. CCCXLII.

_Lo re domanda: chi non avesse ma ch'una coglia potrebbe egli ingenerare, per l'una grande e l'altra piccola (1216)? Sidrac risponde:_

Chi non avesse se non una coglia, bene potrebbe ingenerare, altressì bene come quelli che perde uno degli occhi, e si s'aiuta dell'altro. L'una coglia è grande e l'altra piccola: la grande coglia è lo maschio e la piccola è la femina. E tutte le creature che generano, ingenera lo maschio colla grande coglia, e la femmina colla piccola. Idio inanzi che stabilisse l'uomo, stabilìe tutte le cose che deono essere, e ciò che mestiero era a lui; e tutto fece a diritto e a ragione.

(1216) Nel C. R. 2.: _perchè aviene che l'omo à più grosso l'uno coglione che l'altro? E chi no' n'avesse se non uno potrebe aquistare figliuoli?_

Cap. CCCXLIII.

_Lo re domanda: gli garzoni di X anni o di meno, perchè non ingenerano, e le fanciulle simigliantemente perchè non impregnano? Sidrac risponde:_

Li fanciulli di X anni o di meno non sono ancora compiuti in quello fatto, nè la schiatta non è ancora conpiuta nè matura in loro; chè quando egli sono di stagione, e' fanno quello che altre genti fanno. Egli sono altressì come uno albore, che è piccolo e vano, che frutto non può menare; e quando egli è di stagione, egli fa lo suo frutto. Lo primo frutto non è così grande come il secondo, nè tanto saporito. Altressì aviene della persona. Lo primo figliuolo (1217) che gli garzoni ànno, egli sono piccoli in tutte cose che la natura gli ordina (1218). E perciò che lo loro padre nè la loro madre non sono ancora conpiuti in senno nè in forza nè in grandezza, però diventa lo frutto loro medesimo simigliante di loro.

(1217) li primi figliuoli C. R. 2.

(1218) loro dona C. R. 2.

Cap. CCCXLIIII.

_Lo re domanda: ànno gli diavoli pena nell'altro secolo? Sidrac risponde:_

Li diavoli di quella otta che egli cadono di cielo ebono grande pena, che sì tosto come egli pensarono orgoglio verso lo loro criatore, la pena fu in loro e egli furono nella pena. E in quello punto cadono di cielo giù nello 'nferno, e gli altri sopra terra, e gli altri nell'aria, là ove sono in grande pena. E in qualunque luogo egli sono, egli vanno in grande fuoco ardente. E quando verrà lo giorno del giudicamento la loro pena si radopierà nell'abisso dello 'nferno, dove egli saranno per tutti i tempi, sanza fine.

Cap. CCCXLV.

_Lo re domanda: quale è la più forte battaglia che sia? Sidrac risponde:_

La più forte battaglia che sia si è la tentazione del nimico, e la più aspra e la più ardente; chè tutte le battaglie del mondo alcuna volta fallano e s'alungano di vista e di fatti; e la battaglia del nimico porta l'uomo tuttavia co' lui, andando e istando e dormendo e veghiando; e l'uomo nol puote vincere se non per noia (1219) e per travaglio, per buoni pensieri in Dio lo criatore, e per rimenbranza della morte e per sofferenza. E perciò diciamo noi che la battaglia del nimico è la più forte che sia, ch'ella è corporale e spirituale; e l'altre battaglie sono pure corporali.

(1219) Così anche il C. R. 2. — Nel C. F. R.: par ieiunes. — Pare che i _digiuni_ sieno diventati _noia_ nella mente del traduttore.

Cap. CCCXLVI.

_Lo re domanda: dee l'uomo dottare tutta gente? Sidrac risponde:_

L'uomo dee dottare quelli che Dio non dottano (1220), sono di rio coragio e pieni di veleno e di male, e non ànno in loro niuna misericordia nè niuna piatà. Che s'egli avessono niuna misericordia e pietà in loro, eglino dotterebbono Dio; e perciò si deono dottare. Gli uomini (1221), che Dio non dottano sono in tutto dati al diavolo; e non cale loro quello ch'egli facciano, sia o bene o male, se non che i loro disideri sieno compiuti. E cotale gente dee l'uomo dottare. Ma quelli che Dio dottano sono pieni di misericordia. Là dove egli ànno volontà di coraggio di fare male, e la misericordia e la piatà che è in loro, loro non fascia fare male; e perciò non ànno podere di fare male. E quella gente de' l'uomo dottare (1222).

(1220) Il C. R. 2. ripete: chè quelli che Dio non dottano sono ec.

(1221) Manca _gli uomini_ al C. L. — Abb. suppl. col C. R. 2.

(1222) E quella giente non bisogna l'uomo dottare C. R. 2.

Cap. CCCXLVII.

_Lo re domanda: perchè lo ferro vae inverso la stella calamita? Sidrac risponde (1223):_

Lo ferro si è della natura di quella stella, come il fuoco è della natura del sole. Se lo ferro fosse ispirituale come il fuoco, e che non si puote pigliare niente, egli ritornerebe a questa stella, altresì come il fuoco ritorna al sole, quando egli è spento. E s'egli avesse umidore in lui, quella stella lo berebbe, altressì come lo sole bee la rugiada. Niuna (1224) pietra ci à che sia della comparazione di quella stella. E quando lo ferro la sente, che è di quella medesima conparazione, si apiglia a lei. E quando quella pietra si parte dal ferro, la conparazione di quella medesima stella ch'e' nel ferro, conviene per diritta natura che il ferro ritorni a quella medesima stella, per lo toccamento di quella stella; che è di quella comparazione, altressì come lo sole, che tutto il fuoco del mondo ritorna a lui. Chi sottilmente vorrebbe toccare una cotale pietra, ella àe uno luogo in sè, che toccando lo ferro fa toccare un'altra stella (1225).

(1223) _par quoi le fer vait envers la stelle chi a nom guierre_ (sic) _ce est tremontane?_ C. F. R.

(1224) Ma una C. R. 2.; e così pure nel C. F. R.: mais il y a une pierte calamite, chi est ec.

(1225) A correggere questo periodo non possiamo punto giovarci del C. R. 2., più spropositato del laurenziano; e poco dal C. F. R., dove leggesi: et chi soutilment voroit sercher une tiel piere, si troveroit che elle a 1. leuc en elle chi fait le fer torner, et autre estoile.

Cap. CCCXLVIII.

_Lo re domanda se tutti quelli che nascieranno morranno. Sidrac risponde:_

Tutti morremo, in qualunque modo noi andremo o andiamo o vegniamo; e tardi quanto vuole, che della morte non puote canpare una sola ora (1226). Lo figliuolo di Dio, quando egli piglierà umana natura nella vergine, si gli converrà morire. E a nullo può questo fallire. Quelli che sono nati sono morti, e noi che nati siamo morremo, e quelli che nascieranno morranno. E di questo niuno scampare non puote, se egli desse uno altrettale secolo (1227) come questo.

(1226) et che che targent, ne peuent fuir la mort. C. F. R.

(1227) mondo C. R. 2.

Cap. CCCXLVIIII.

_Lo re domanda: come sono posti i fanciulli nel ventre delle loro madri? Sidrac risponde:_

Per lo podere di Dio sono posti nel ventre delle madri inginocchiati, e le loro ginocchia inanzi, i loro pugni inanzi i loro occhi. E sono nel ventre con grande gioia e con grande letizia, sì ch'egli non vorebono mai uscire di quella gioia ov'egli sono, inperciò che non ànno sentito l'aria di questo mondo, e non credono ch'altra gioia sia al mondo se non il ventre delle loro madri. Ma quando per la forza di Dio nascono nel mondo, e sentono l'aria del secolo, eglino non vorrebono giammai ritornare nel ventre delle loro madri; chè per lo dolciore dell'aria del cielo dimenticano lo ventre di loro madre, sicchè giammai non se ne ricordano.

Cap. CCCL.

_Lo re domanda: puote l'uomo dimenticare la gioia e 'l duolo? Sidrac risponde:_

Tutte le cose del mondo può l'uomo dimenticare, o tardi o tosto. Ma se tu ài alcuna gioia o alcuno bene, tu nolla puoi così tosto dimenticare, insino a tanto che tu non ài alcuna gioia magiore di quella; e sì tosto come tu l'avrai, la prima dimenticherai per quella ch'è magiore. E perciò ch'ella è presente èe magiore. Il simigliante aviene del duolo.

Cap. CCCLI.

_Lo re domanda: de' l'uomo mostrare sua ragione? Sidrac risponde:_

Se tu ài alcuna ragione a mostrare in giustizia o in altra parte, tu la dei mostrare brievemente e saviamente e di forte coraggio. Che se tu la dici brievemente, gli giudicatori la ricevono ne' loro cuori, e sapranno giudicare come e perchè. E se tu la dici saviamente, volentieri l'ascoltano, e meglio sapranno giudicare. E se tu dici di grande coraggio, tu non ti puoi isperdere nè vergognare; chè molti sono quelli che perdono il loro diritto in un punto, per ciò ch'egli si sperdono e si vergogniano e si spaventano, conciosia cosa ch'egli abbiano lo diritto.

Cap. CCCLII.

_Lo re domanda: dee l'uomo mostrare lo suo senno tra la stolta gente? Sidrac risponde:_

Quegli che mostrano lo loro senno tra li stolti sono (1228) simiglianti a loro. E gli folli che vogliono mostrare a una bestia leggere e scrivere, egli avranno grande travaglio, e quella bestia per tutto ciò inparare non potrebbe. Simiglianti sono i savi che lo loro senno mostrano tra li stolti; che non intendono se non come le bestie, anzi per la loro stoltia (1229) e follia contastano lo detto del savio. Tra gli stolti l'uomo dee passare brievemente, sanza niuna pena e sanza niuno travaglio. Tra gli savi l'uomo dee mostrare lo suo senno e la sua memoria, ch'egli sarà ascoltato e udito.

(1228) Manca al C. L.: _tra li stolti sono._ — Abb. suppl. col C. R. 2., conforme al C. F. R.

(1229) Anche il C. R. 2. ha: stoltia.

Cap. CCCLIII.

_Lo re domanda: perchè l'uno vino è bianco e l'altro è vermiglio? Sidrac risponde:_

Quando Noè piantò la prima vigna del mondo, per la volontà di Dio, della pianta che dimorò (1230) in terra dopo il diluvio fu fatto vino, per lo comandamento di Dio, bianco e vermiglio; e si ne fecie XL piante, e le piantò in XX giorni: che ciascuno giorno ne piantò due, l'una di giorno e l'altra di notte. Quella del giorno per lo calore del sole diventò vermiglio; e quella della notte per lo freddore della luna diventò bianco. E tutto questo fu per la volontà di Dio. E perciò lo vino vermiglio è più caldo che lo bianco; e l'uno e l'altro ànno calura in loro, ma l'uno più che l'altro.

(1230) rimase C. R. 2.

Cap. CCCLIIII.

_Lo re domanda: le bestie e gli uccegli ànno linguaggio? Sidrac risponde:_

Linguaggio non à se non l'uomo. Non credete mica che una (1231) bestia o uno uccello grida, che voglia alcuna cosa dire per quello grido; anzi lo fa senplicemente per natura e per usanza. E non però le bestie e gli uccegli già non intendono l'uno l'altro ciò che dicono; ma a quella simiglianza ch'egli gridano per sua natura, a quella simiglianza lo 'ntendono l'altre. Quella che grida non sa che si dire, nè quella che lo 'ntende simigliantemente; ma ciò è uno usato (1232) che è tra loro sanza niuno intendimento. E questo è per natura che Idio à loro donato.

(1231) quando una C. R. 2.

(1232) è usanza C. R. 2.

Cap. CCCLV.

_Lo re domanda: qual'è magiore profitto all'anima, o quello che fa in questo secolo, o ciò che l'uomo le fa dopo lei (1233)? Sidrac risponde:_

L'uno e l'altro profitta a quello che è a le pene e al fuoco del purgatorio; ma s'ella è dannata al fuoco dello 'nferno, no' gli fa niuno pro' nè l'uno nè l'altro. E non però, se l'uomo fa bene in questo secolo a sua vita, egli n'à magiore pro' dell'uno cento, che s'egli è fatto dopo la sua morte; ch'è similmente come quelli che vae in un oscuro, e porta inanzi uno lume (1234). E quelli che dopo loro si fanno fare il bene, portano il lume di dietro a loro, e lo risprendore loro viene inanzi, perchè possano in alcuna cosa vedere. E non però (1235) lo bene che l'uomo fa per loro, alleggia molto delle loro pene, e gli dilibera tosto, se non sono dannati allo 'nferno.

(1233) _o quello che gli è fatto quando è morto?_ C. R. 2.

(1234) in uno luogo scuro C. R. 2. — com cil chi vait en oscure, et porte o lui une lumiere, et la clarite li vait devant C. F. R.

(1235) Per _nondimeno_, _non per quanto_ dei nostri antichi, che corrisponde al _ne porquant_ franc.

Cap. CCCLVI.

_Lo re domanda: chi è lo più savio uomo del mondo? Sidrac risponde:_

Lo più savio uomo del mondo che è e fu e sarà si fu Adamo. E non però chi pigliasse uno fanciullo d'uno anno o di meno, e ciascuno giorno X volte o più sonasse inanzi lui stormenti, e la notte (1236), il suono degli stormenti gli tenperrebbe il cervello, e gli purgherebbe il sangue, e gli adolcirebbe lo cuore, sicchè in venticinque anni diventerebbe uno de' tre più savi uomini del mondo.

(1236) e la notte altresì.

Cap. CCCLVII.

_Lo re domanda: qual'è la più saporita carne che sia? Sidrac risponde:_

La più saporita carne che sia si è se l'uomo pigliasse una bestia salvatica, e castrassela, e poi la lasciasse andare al bosco due mesi o tre, e poi la pigliasse, si la troverrebbe la più saporita carne che sia, e più sana al corpo.

Cap. CCCLVIII.

_Lo re domanda: à egli niuna anima al mondo che potesse sapere quello che in tutto il mondo si fa in uno giorno? Sidrac risponde:_

Niuna anima del mondo non potrebe sapere nè vedere quello che in tutto il mondo si fa in uno giorno, nè starlobio (1237) nè indovino. Ma lo starlobio ne puote bene sapere una partita. Quelli che saranno nel paradiso celeste, dopo la venuta del verace profeta, si vedranno chiaramente tutto il mondo, dall'uno capo all'altro, e tutto ciò che vi si fa di bene e di male, ched e' vedranno (1238) della natura degli angioli. E quando lo peccato si farà, egli n'avranno grande duolo, non già delle loro persone, che non possono avere se non gioia e letizia; ma 'l dolore ch'egli avranno si è altressì come una vergogna e pietà per coloro che peccano contro il loro criatore; e quella pietà è perchè non siano dannati.

(1237) istrologhi C. R. 2. — estromiens C. F. R.

(1238) veront C. F. R.

Cap. CCCLVIIII.

_Lo re domanda: le piccole bestie e vermi come funno fatti (1239) per lo mondo che tanto sono piccoli? Sidrac risponde:_

Elle furono in prima sparte per la volontà di Dio, per li venti e per li ucielli, che gli portano d'uno paese in altro; che allora niuna bestia nè niuno uccello non mangiavano l'uno l'altro, per comandamento di Dio. E quando elle furono disparte per tutto lo mondo, allora incominciarono a mangiare l'una l'altra. Ma inanzi si pascievano del frutto della terra.

(1239) Nel C. L.: come fatti. — Abb. agg. _funno_ dal C. R. 2.

Cap. CCCLX.

_Lo re domanda: perchè i giovani ànno più chiara la vista che i vecchi? Sidrac risponde:_

Li fanciulli ànno molta chiara vista, e meraviglia è com'egli non vegiono le stelle di giorno. Da uno anno in cinque istanno in istato (1240), e poi menomano di cinque anni in X; e di X infino in XX ella si mantiene, in fino in XL; ella si mantiene, se per malizia e' no' la perdono. Li giovani ànno lo cervello netto e chiaro e pieno di verdore, e tutt'i verdori ànno buona chiareza (1241). Gli vecchi ànno lo cervello mucido e secco, sanza niuno verdore e umidore; e per questa ragione non possono avere i vecchi così chiara vista (1242) come ànno gli giovani fanciulli.

(1240) Intenderei: restano nello stato medesimo. — Non possiamo giovarci a chiarir meglio questo passo degli altri Codd., perchè mancano queste parole nel C. F. R.; e nel C. R. 2. la lezione è evidentemente errata, leggendosi: stanno in vistato.

(1241) et tote verdour rent bone clarte C. F. R.

(1242) non possono avere gli occhi così chiari di vista C. R. 2.

Cap. CCCLXI.

_Lo re domanda: gli pesci dormono nell'acqua? Sidrac risponde:_

Non già, gli pesci non dormono mica nell'acqua. Ma quando travagliati sono, egli si riposano tra due acque presso alla rocca (1243). E s'eglino fiatassero ispesse volte l'aria, siccome facciamo noi e gli altri animali che sopra terra vanno, egli dormirebono. Alcuno pescie è che viene in terra, e fiata l'aria, e s'adormenta per la riva e per l'isole; e quello aviene per l'aria ch'eglino fiatano.

(1243) Mais chant il sont travailles si ce reposent pres as roches ou au fons de l'aigue ou entre II aigues C. F. R. — Cf. _C. Plinii Sec._, Nat. Hist., IX, 6.

Cap. CCCLXII.

_Lo re domanda: perchè gli pesci ànno pietra in testa? Sidrac risponde:_

Li pesci sono fatti d'acqua, e in acqua muoiono (1244); e sono sì leggieri e sì isnelli che disciendere non potrebono nel fondo, per la loro leggierezza, per la loro vita cercare, se le pietre non fossono in capo (1245), che elle loro donano contrapeso per andare al fondo. E ciascuno pescie à la pietra grande alla sua misura. E lo pescie che non à pietra in capo, non puote andare al fondo come quelli che l'ànno.

(1244) e vivono nell'aqua C. R. 2.

(1245) L'aspide, nel _Tesoro_, porta in capo una pietra preziosa che ha nome carbonchio. — E in _Plinio_ hanno una pietra nel capo i _lupi_, i _chromes_, le _sciaenae_, i _pagri_. — IX, 24.

Cap. CCCLXIII.

_Lo re domanda: di quante maniere sono pesci? Sidrac risponde:_

Li pesci sono di tante maniere (1246), chi le volesse tutte nominare tropo vi sarebe grande noia l'ascoltare. E pesci ci à della maniera che voi vedete ciascuno giorno. Altre maniere v'à che sono fatti a modo di persone; altri a modo di bestie che ànno quattro piedi; altri a modo d'uccelli; e altri lunghi e grandi XX passi o più; e altri verdi di molti colori; e di tante maniere che sarebe lunga mena (1247) a contare.

(1246) che chi C. R. 2.

(1247) noia C. R. 2.

Cap. CCCLXIIII.

_Lo re domanda: di quante maniere sono bestie? Sidrac risponde:_