Il libro di Sidrach: testo inedito del secolo XIV pubblicato da Adolfo Bartoli
Part 23
(1120) Così ha pure il C. R. 2.; ma certo qualche errore o qualche omissione è qui corsa nel testo; il quale può essere corretto col C. F. R., dove leggesi: par I qui le croit, X le moquent.
Cap. CCLXXXVIIII.
_Lo re domanda: perchè sono (1121) gli nuvoli così di state come di verno? Sidrac risponde:_
Li nuvoli sono altresì di state come di verno; e altressì pioventi di tutte le stagioni dell'anno; e s'elle non sono nelle nostre parti, si son elle negli altri paesi; e di tutte le stagioni dell'anno non fallano giamai al mondo, nè di verno nè di state. Che quando lo fermamento fa lo suo movimento, lo sole piglia lo suo alto corso, e così fa istate e a noi verno; e in questo modo non falla giammai istate e verno al mondo, di tutte istagioni dell'anno. E quello torno che il sole fa, non è mica la montanza d'uno palmo, ma per l'altezza del fermamento ci pare molto mutato (1122).
(1121) _non sono_ C. R. 2.
(1122) Forse _montato_; ma anco il C. R. 2. ha: mutato; ed il C. F. R.: loins.
Cap. CCLXXXX.
_Lo re domanda: lo nuvolo ch'è piccolo, come pare, come puote cuoprire tanta quantità di terra? Sidrac risponde:_
Lo nuvolo ci pare piccolo alla vista, ma lo suo corpo (1123) è molto grande; nè la sua grandeza l'uomo nollo puote vedere, per la sua altezza. Lo nuvolo è simigliante alla vesica, che è piccola, e a poco a poco crescie e diventa grande, quando l'uomo vi soffia entro. Altresì è del piccolo nuvolo: quand'egli è piccolo molto, e l'uomo nol può vedere, se non quello ch'è di contro la terra, di verso noi. Nè la sua spessezza l'uomo nolla può vedere, nè la sua lunghezza, nè per lo traverso, per la sua altezza e per la sua iscurità. E a questo lo vento lo fiede, e enfialo, e fallo criesciere, e spandere sopra grande province, e spezare, e muovere, e ventare in terra (1124); e abeverano (1125) i beni che ci sono. Non intendere che quella aqua nascie in aria, ma ella viene del mare, e monta dello spiro che la terra getta (1126), e diventa nuvolo, e piove così come noi lo vegiamo.
(1123) Abb. corr. col C. R. 2. — Nel C. L.: corso, per erronea traduzione del _cors_ franc.
(1124) _Ventare_ forse per _muovere il vento_. — Nel C. F. R.: et pluire et vennir en terre.
(1125) abevera C. R. 1.
(1126) dou sospir che la terre zette C. F. R.
Cap. CCLXXXXI.
_Lo re domanda: gli piccoli garzoni sono come bestie che non intendono? Sidrac risponde:_
Li piccoli garzoni sono verdi e teneri, e non ànno gustato del diletto del mondo, nè del mangiare nè del bere nè d'andare nè di venire. E la loro natura si è per la volontà di Dio, che la loro anima è giovane e verde com'egli sono, e non possono parlare se non al tempo e alla stagione. E questa natura l'à fatta Idio per fare onta al diavolo, ch'è così piccola cosa, e meno intendevole che bestia quando ella è piccola. E poi diventa savio (1127), e piglia la sua ereditade, ch'elli per la sua superbia perdette. Che bestie sono assai che intendono più che uno piccolo garzone; e perciò àe il diavolo grande onta, che così piccola cosa conquista la sua eredità, ch'egli perdè per lo suo orgoglio. Altre maniere ci à, che gli garzoni non intendono quando egli son piccoli, perciò ch'egli è di frale natura e conparizione. (1128) Adamo mangiò inanzi che Idio gli donasse lo spirito; e perciò intendee egli in quello anno tutte le cose; e d'Eva avenne altrettale, perch'egli non furono fatti di schiatta, se non della lena di Dio solamente. Ma noi altri che poi siamo venuti, siamo nati di padre e di madre. E però non sono eglino così intendevoli, come quelli che non ebono padre, se non Idio e la sua volontà.
(1127) grant C. F. R. — Intendi: il fanciullo diventa grande, ec.
(1128) Pare che manchi qualche parola. Leggesi nel C. F. R.: por ce che il est de sclate d'Adam. — E così ad intendere quello che segue gioverà riferire il testo francese: Maintenant che Deus dona l'esperit a Adam, en l'ore entendi toutes chosses, et Eva autretel. Car il ne furent mie de la sclate, che tant soulement de laine de Deu.
Cap. CCLXXXXII.
_Lo re domanda: com'à l'uomo alcuno menbro grande e l'altro piccolo? Sidrac risponde:_
Li grandi menbri e gli piccoli si sono d'una vena che tocca al suo bellico, cioè al suo budello; sed ella è troppo tortigliata al ventre della madre (1129), egli tira (1130) la vena che tocca al menbro, e diventa piccolo; e se il budello del bellico non è tortigliato, le vene istanno larghe, e li menbri istanno ritti e non tirati, e diventano grandi. E quando egli è nato, e egli gli tagliano assai del bellico, lo venbro diventa piccolo; e quando ne tagliano poco, lo venbro diventa grande. Altressì aviene della natura della femina.
(1129) si le nombril est trop etortile au ventre de la mere C. F. R.
(1130) ture C. F. R.
Cap. CCLXXXXIII.
_Lo re domanda: lo senno onde viene? Sidrac risponde:_
Lo senno viene di puro coraggio e di puro sangue e di puro cervello. Quando le due di queste cose sono pure (1131), è altressì come quelli che non vede se non d'uno occhio, che non può vedere così chiaramente come quelli che vede di due. Se tu ài puro coraggio e puro cervello, e tu ài iscuro sangue, sapiate che egli è sopra il cuore, e a lo cervello non lascia avere senno naturale. E se tu ài puro sangue e puro cervello e iscuro cuore, egli ti sturba gli altri due, e non gli lascia avere buono senno naturale. Ma se tu ài i tre buoni e puri e netti, tu ài lo buono senno naturalmente, per diritto natura. E tutto questo aviene per lo corso delle pianete e per l'ordinamento di Dio.
(1131) Meglio nel C. R. 2.: Quando le due di queste cose sono pure e la terza non è pura, elli non à diritto senno nè naturale, altressì come quelli ec.
Cap. CCLXXXXIIII.
_Lo re domanda: di che viene lo pensiero che l'uomo àe, che gli pare vedere quello che non è? Sidrac risponde:_
Li pensieri che l'uomo pensa alcuna volta di cosa che non è stata, e gli pare ch'ella sia, sapiate che ciò aviene del sangue ched egli aportò co' lui del ventre della sua madre che è gelato e vano. E alcuna volta si muove coll'altro, e rinfabilisce verso lo cuore, e fallo pensare in malvagità (1132), e credere cose che non furono, per la vanità del movimento di quello sangue.
(1132) in malvagie follie C. R. 2. — vanite et folie C. F. R.
Cap. CCLXXXXV.
_Lo re domanda: lo sospiro (1133) onde viene? Sidrac risponde:_
Lo sospiro viene del coraggio (1134). Quando lo cuore dell'uomo è pieno di rinfabilimento del sangue, allora sospira, per sè iscaricare e votare di quello rinfabilimento. Chè quando lo sangue si muove per lo corpo, egli rinfabla, e rende al cuore uno aiere molto caldo, che molto la grava, e allora lo cuore sospira per discaricarsi di quello malvagio aiere. E altre volte lo cuore à cruccio, e gli omori si muovono per quello cruccio, e rendono al cuore loro rinfabilimento, e l'infiamano tanto che sofferire nol puote; e allora li conviene gittare molti grandi sospiri. E spesse volte aviene che lo cuore sospira sanza cruccio: questo è lo rinfabilimento del sangue che si discarica.
(1133) Nel C. L.: spirto. — Abb. corr. coi Codd. R. 2. e F. R.
(1134) Per _cuore_.
Cap. CCLXXXXVI.
_Lo re domanda: la lena onde viene? Sidrac risponde:_
La lena escie della rischiaratura (1135) degli omori, che sopra lo cuore vengono, che fendono lo cuore per lo mezzo, e l'uomo chiude gli suoi occhi per dormire; e di quella lordura ch'è d'intorno a lui (1136), escie una aire molta grieve per la sua bocca; e poi viene un altro aire puro e netto, che a lui va dirieto, e si lo iscarica di quella medesima lordura.
(1135) della rischiaratura e della schiuma C. R. 2.
(1136) Pare che abbia da intendersi intorno al cuore.
Cap. CCLXXXXVII.
_Lo re domanda: lo starnuto onde viene, e come lo potrebe l'uomo tenere? Sidrac risponde:_
Lo starnutire viene di due cose: la prima del vento e della freddura del corpo, che egli escie di due vene del capo, e escie per lo più presso ispiraglio ch'egli truova, e ciò sono gli anari del naso. L'altra maniera si è di guardare lo sole: che se tu lo riguardi, tu istarnutirai. Lo calore del sole gli entra nelle vene del corpo, e caccia la freddura di là. E se tu ti vuogli tenere di starnutire, quando tu n'avrai talento, inmantenente ti cuopri la bocca, e alena: quello aire che dee disciendere per gli anari, si discienderà per gli pertugi della bocca, e così se ne partirà, che già nollo sentirai; che all'aprire che tu fai la bocca, la lena se ne va senza sentire.
Cap. CCLXXXXVIII.
_Lo re domanda: lo menbro dell'uomo come si distende (1137) e onde escie e come ritorna dentro? Sidrac risponde:_
Lo menbro dell'uomo crescie per tre cose: la prima pegli occhi, la seconda per lo cuore, la terza per lo ventre. Quando gli occhi vegono una bella femmina, egli si dilettano d'avella, e si l'anunziano al cuore, e allora si mette in quello pensiero (1138). E quello pensamento si muove gli quattro omori del corpo, e infiammano al menbro, ove la volontà della natura è; e si l'enfiano per diritta natura, chè il menbro si è fatto alla maniera della vescica. L'altra maniera si è molto pericolosa, ciò è la volontà che l'uomo àe in quello fatto, che fa gli omori tutti riscaldare e lo menbro ismuove. La terza si è lo riposo e la rienpitura, che li fanno avere quella volontà e cresciere lo menbro. Quando lo riscaldamento degli omori torna di dietro (1139), lo menbro si disenfia, e la volontà gli passa; altressì come uno otre, che è disenfiato del vento. E quando lo corpo si travaglia, quella enfiatura non si puote ronpere (1140). E quando gli occhi non guardano, lo cuore no' si diletta. E perciò l'uomo non dee nimica follemente riguardare, nè follemente pensare, nè troppo riposo dare al suo corpo. E quelli che in questa maniera lo farà, a pena lo suo menbro si distenderà.
(1137) ce dresse C. F. R.
(1138) Il C. R. 2. ha di più: ed egli riceve quello anunziamento con grande favore e dolzore, e allora si mette ec.
(1139) Intendasi: _torna indietro_, _cessa_.
(1140) coronpere C. R. 2.
Cap. CCLXXXXIX.
_Lo re domanda: di quale alimento si potrebbe l'uomo meglio sofferire (1141)? Sidrac risponde:_
Nè d'uno nè d'altro non si puote l'uomo troppo sofferire, che lo corpo àe troppo grande bisognio dell'uno e dell'altro. E se l'uomo volesse dire che fosse (1142) in mare in una nave, e avesse co' lui ciò che mestieri gli facesse, e egli dicesse che egli si potesse sofferire della terra, io dico che della terra sofferire non si potrebbe, chè se la terra non fosse, la nave non potrebbe essere istata (1143). E s'egli dicesse ch'egli si potesse sofferire del fuoco, come mangierebbe le vivande cruda? Già però non si potrebe egli sofferire del fuoco, che se lo calore non fosse, niuno frutto di terra non nascierebe. E s'egli dicesse ch'egli non volesse giamai bere acqua, se non vino puro, anche di tutto questo dell'acqua sofferire non si potrebe, chè se l'acqua non fosse, la terra non potrebe rendere suo frutto. S'egli dicesse che giamai vento non fiatasse, e ch'egli potesse vivere sanza vento, con tutto ciò mestieri ne averebe, che se il vento non fosse, la terra lo suo frutto rendere non potrebbe. E per ciò diciamo noi che altressì poco si potrebbe sofferire dell'uno come dell'altro.
(1141) _di quale alimento si potrà l'omo meglio passare, non avendolo?_ C. R. 2. — Intendi _alimento_ per _elemento_, come gli antichi spesso scrivevano.
(1142) se il fust C. F. R.
(1143) istata fatta C. R. 2.
Cap. CCC.
_Lo re domanda: la pioggia quand'ella viene, perchè muove prima lo vento (1144)? Sidrac risponde:_
La pioggia viene inanzi lo vento in guisa (1145) di coverta, e non lo lascia passare. In quello che la piova dura, l'acque che intorneano lo mondo lievano lo vento inmantanente; e medesimamente per lo torno delle pianete al movimento del fermamento. E se lo vento viene da alto, egli passa la pioggia, e va oltre da lei; e se egli viene da basso egli no' la può passare, ch'egli la truova molto ispessa inanzi, e gli toglie la via.
(1144) _chant il fait vent et la pluie vient por quoy la vent muert?_ C. F. R.
(1145) Nel C. L.: guida; errore manifesto che abb. corr. cogli altri codd.
Cap. CCCI.
_Lo re domanda: perchè gli uccelli femine non ànno natura come l'altre bestie? Sidrac risponde:_
Se gli uccelli femine avessono natura come l'altre bestie, volare non potrebono, che i loro corpi s'empierebono dell'aria per la loro natura, e peserebbono sie che volare non potrebono. Idio per la sua pietà gli fece tali, come si convenia.
Cap. CCCII.
_Lo re domanda: quale è più forte o 'l vento o l'acqua? Sidrac risponde:_
Lo fondamento d'una torre è più forte che non è la cima; e similmente avviene dell'acqua; che se l'acqua non fosse, vento non sarebe. Bene potrebe avere fatto Idio, s'egli avesse voluto, vento senza acqua; ma egli non volle fare d'altra maniera se non tale come egli à fatto: che tutti i venti del mondo si muovono del corso dell'acqua. E per questa ragione l'acqua è più forte che lo vento.
Cap. CCCIII.
_Lo re domanda: perchè pena a nasciere l'uno fanciullo più che l'altro? Sidrac risponde:_
Niuna criatura può nasciere inanzi lo suo tornamento (1146) un solo punto, in niuna maniera di mondo; e tutto questo è per lo punto dello generamento: che alcuno punto è che se la criatura è generata in lui, si nascie in un altro punto, tosto o tardi, che più inanzi o più adrieto non può nasciere che al suo punto. E quando la femmina si travaglia del suo partorire, non è ancora venuto lo punto della natività della criatura; e sì tosto come lo punto viene, la criatura nascie.
(1146) avant son terme C. F. R.
Cap. CCCIIII.
_Lo re domanda: perchè si travaglia la gente della morte più l'una che l'altra? Sidrac risponde:_
Per due cose l'una persona pena più che l'altra: l'una per lo punto, l'altra per alcuno merito avere nell'altro secolo. Chè Idio àe istabilito tre maniere di pene, l'una è dello ingieneramento, l'altra del nascimento, la terza della morte. La prima che è dello ingeneramento si anuzia. Lo secondo punto risponde al primo della natura delle cose corporali, presenti e avenire. Lo terzo risponde al secondo della morte. Allora inmantenente muore, che in altro punto non può toccare più, per tutto l'avere del mondo. E forse per lo travaglio ch'egli fa, Idio gli consentirà alcuno allegramento all'anima nell'altro secolo, che Idio per la sua pietà consentì esser nato in questo punto. E non credete ch'egli possa morire sanza punto, e vivere non può più di quello punto, per tutto l'oro del mondo, se a Dio non piacesse.
Cap. CCCV.
_Lo re domanda: chi sente lo dolore della morte o l'anima o il corpo? Sidrac risponde:_
Quattro cose sono al partimento dell'anima dal corpo: (1147) paura, tristizia, pena e dolore. L'anima à la paura e la trestizia, e lo corpo àe la pena e lo dolore. La paura dell'anima è sì grande, che niuno cuore d'uomo non lo potrebe pensare in questo secolo. La tristizia è più grandissima che niuno cuore d'uomo non potrebe pensare. Magiore trestizia e' li è che se una femina vedesse innanzi lei uccidere lo suo figliuolo. La pena del corpo è sì grandissima, come potesse essere unque pensato in niuna guisa. Che se uno uomo fosse battuto tanto d'uno martello in sulla ischiena, nè morire non potesse, e fosse tanto battuto ch'egli fosse sottile ch'egli potesse entrare per uno anello d'uno piccolo dito, egli non avrebe mica la decima parte di pena che il corpo sostiene, quand'egli si parte dall'anima, conciosia cosa ch'egli passi inmantenente, sanza niuno senbiante fare (1148). Lo dolore del corpo è sì grandissimo, come più potesse essere pensato, però ch'egli torna a infracitura (1149) e a nulla. Che se uno uomo fosse signore di tutto il mondo, e tutte le genti gli portassero reverenza, e le bestie tutte fossero al suo comandamento, e egli diventasse sì povero e sì al nulla (1150) ch'egli non avesse a mangiare uno solo giorno (1151), egli non avrebe mica la diecima parte del dolore che à lo corpo, quando egli si parte dall'anima.
(1147) a partire l'anima dal corpo C. R. 2.
(1148) Intenderei, senza mostrare nel volto quella pena ch'ei sente.
(1149) in fracidura C. R. 2.
(1150) da nulla C. R. 2.
(1151) ch'egli non avesse nulla da mangiare nè da bere uno solo giorno C. R. 2.
Cap. CCCVI.
_Lo re domanda: perchè gli piccoli fanciulli non sono intendevoli quand'elli nascono e sono noiosi al nodrire? Sidrac risponde:_
Per due cose è che gli fanciulli non sono intendevoli e sono noiosi al nodrire. La prima si è per lo peccato che Adamo fece verso lo suo criatore, si sono ingonbrati quelli che di lui nascieranno, e sono meno intendevoli che bestia, per la sua grande ghiottornia, ch'egli desiderò quello che Idio gli avea difeso (1152). Se Adamo non avesse peccato, tutti quelli che sono nati e nascieranno sarebono così istati intendenti, piccoli come grandi. L'altra ragione perch'egli (1153) sono noiosi a nodrire, si è ch'egli sono di padre e di madre, e per lo diletto che Eva ebbe ch'Adamo lo suo conpagnone mangiasse lo pome che Iddio gli aveva difeso, ch'ella credette che fosse (1154) simigliante a l'altissimo (1155). E per quello diletto sono noiosi a nutricare i fanciulli, perciò ch'ella (1156) avesse pena a nutricargli. E anche sono in tenebre per lo diletto ch'ebono di mangiare lo pome che Idio avea loro vietato; e però ell'averà pene a partorire, e a notricare lo suo frutto.
(1152) vietato C. R. 2.
(1153) Manca al C. L.: l'altra ragione perch'egli — Abb. suppl. col C. R. 2.
(1154) ch'il seroit C. F. R.
(1155) a Dio altissimo C. R. 2.
(1156) perch'ella C. R. 2.
Cap. CCCVII.
_Lo re domanda: come dee l'uomo vivere in questo mondo? Sidrac risponde:_
L'uomo dee vivere in una maniera, e in un'altra morire, e in un'altra àe a risucitare. L'uomo dee vivere lealmente e di suo travaglio e di suo leale guadagno, e avere pace, e amore a Dio e a tutte le genti, e Idio primieramente laudare e innorare, e fugire la cupidizia (1157) di questo secolo. Uomini che questo fanno, vivono innoratamente. L'altra si è che l'uomo dee morire pietosamente; cioè quelli che credono in Dio e che lo conoscono e adorallo e lodano e ànno pazienzia e astinenzia e sofferenzia, quelli che per Dio morranno, quellino faranno preciosa morte, e quellino risusciteranno gloriosamente, quando a Dio piacerà.
(1157) concupiscenza C. R. 2.
Cap. CCCVIII.
_Lo re domanda: come si dee l'uomo comportare collo suo nimico? Sidrac risponde:_
Se lo tuo nimico è forte o frale, tu non ti dei mica ispaventare nè troppo asicurare, che tale è oggi vinto, che domane vincerà. Chi non dotta non sarà ridottato, e lo troppo dottare fa troppo avilire, e la troppa fretta fa troppo dannaggio. E chi la paura porta tuttavia co' lui, egli porta grande pena e grande fascio sopra lui. Quelli che porta la sicurtà sopra lui, si porta lo suo danno e la morte sopra lui. E però quando è tenpo e stagione da dottare, si dotti; e però quando è tenpo e stagione di sicurare, si s'asicuri.
Cap. CCCVIIII.
_Lo re domanda: dee l'uomo giucare col suo amico (1158)? Sidrac risponde:_
Guardati di non giucare col tuo amico nè con altrui colle mani, nè beffare; chè de' giuochi delle mani ingienera micidio e grande cruccio, conciosia cosa che (1159) sia tuo amico o tuo fratello; o tu lo magagni, o li tocchi di mani (1160), o lo metta a terra, o lo fiere d'altro modo, elli gli sarà grande vergogna (1161), conciosia ch'egli sia piccolo o frale; che ciascuno si tiene in sè forte e ardito e fiero, e pochi sono quelli che dispregino sè medesimo, se non fosse già vile o codardo (1162). Se tu lo beffi, tu gli fai gran male al cuore, che crede in sè medesimo che le beffe che tu gli fai, il facci per ispregiarlo; che di beffe viene cruccio e odio (1163), conciosia cosa che sia tuo fratello o tuo amico. Ma tu dei giucare (1164) colla gente con belle parole; e a ragione e a utilità di te mostrare e traggere (1165); e di cotale giuoco viene cortesia e allegrezza.
(1158) Meglio nel C. R. 2.: _de' l'omo essere vago di scherzare colle mani?_
(1159) benchè C. R. 2.
(1160) o li torci le mani C. R. 2.
(1161) egli lo avrà a grande noia C. R. 2.
(1162) benchè sia codardo C. R. 2.
(1163) Nel C. L.: che beffe a cruccio e odio. — Abb. corr. col C. R. 2.
(1164) usare C. R. 2.
(1165) Nel C. F. R.: Mais tu dois iuer o la gent de belles paroles, et di e raisons, et de biaus proverbes dire et retraire.
Cap. CCCX.
_Lo re domanda: se l'uomo dee dottare del suo nimico. Sidrac risponde:_
Tu ti dei tenere vigorosamente e fieramente contra lo tuo nimico, conciosia cosa che tu lo dotti, e sia codardo (1166). Se tu lo fai, lo tu nimico ti pregerà, e ti dotterà, e non ti oserà asalire; che s'egli lo pensasse fare, egli crederebe essere vinto da te. E se tu ti cansi da lui, e non ài fierezza contra lui, tu se' vinto, che egli ti dispregierà, e non ti dotterà, che in cotale maniera che tu ti sconterrai co' lui, in cotale sarai tenuto. Se tu se' prode uomo e valente, tienti lo tuo onore, e tu sarai più pregiato e più onorato; e se tu se' vile e codardo, tienti a onore, e cortese (1167) vieni tra la gente, e in questo crederanno che tu sii prode e valente. E se la tua codardia si scuopre una volta, tuttavia sarai ontoso e vile tenuto in fra la gente. E se alcuno ti riscalda d'arme, e tu non v'abbi ardire nè cuore inverso lui, confortati e piglia asenpro dal leone (1168), e torna a lui, e così lo potrai viliare e te inalzare. Lo cane, quando fugge, altri cani lo cacciano; e egli piglia vigore e torna indietro loro (1169); inmantenente si tragono gli altri indietro, e non osano conbattere co' lui, chè lo volto dotta lo volto (1170).
(1166) e che tu sia codardo C. R. 2.
(1167) cortesemente C. R. 2.
(1168) de chien C. F. R.: e che non _leone_ ma _cane_ abbia da leggersi è chiaro da ciò che segue. — Il C. R. 2. ha pure: leone.
(1169) verso loro C. R. 2.
(1170) la chiere ne doute mie le dos, mais la chiere doute bien la chiere C. F. R.
Cap. CCCXI.
_Lo re domanda: qual vale più o lo ricco o lo povero nell'altro secolo? Sidrac risponde:_
Ispiritualmente quelli che amano Iddio più vagliono. Corporalmente i ricchi più che li poveri, che altrettanto quanto tu averai, tanto varrai. Lo verace profeta, lo figliuolo di Dio, quando egli verrà in terra, e' dirà colla sua santa bocca: tanto quanto tu avrai tanto varrai; ma egli nollo dirà mica per gli corpi, anzi lo dirà per l'anima; che tanto quanto l'anima avrà fatto in questo secolo, tanto averà nell'altro. Similemente aviene del corpo, che altrettanto quanto egli à di podere in questo secolo, altrettanto vale egli in questo mondo.
Cap. CCCXII.
_Lo re domanda: quali sono più ad agio o li poveri o li ricchi in questo secolo? Sidrac risponde:_
Li ricchi sono più ad agio che i poveri; ma i poveri sono più al sicuro. Lo ricco à ciò che egli è mestieri, e può fare lo suo agio; ma egli è inpeso di paura del suo reame perdere (1171), e della sua ricchezza, e non puote andare ove vuole, se non à grande conpagnia con seco. Lo povero vae e viene sicuramente, e non dotta nulla per lo suo (1172); e quando egli àe lo ventre pieno (1173), egli è ad agio, altresì come lo ricco è ad agio de' grandi mangiari ch'egli mangia.
(1171) mais il est plus souent en paour et en dote d'estre enpoisone ou abeure por son royaume perdre C. F. R. — È da credere che l'_inpeso_ del n. t. e del C. R. 2. sia derivato da non avere inteso l'_enpoisone_ del testo francese.
(1172) Così anche nel C. R. 2., e pare da intendere _per le cose sue_. — Nel C. F. R.: ne doute nului ne le beurage ne l'entoschement, por convetise de lui ne por le sien.