Il libro di Sidrach: testo inedito del secolo XIV pubblicato da Adolfo Bartoli

Part 22

Chapter 224,128 wordsPublic domain

_Lo re domanda: quali ànno magiore onore e gioia nell'altro secolo, o i piccoli garzoni che anche non peccarono, o li buoni che lasciano lo male per l'amore di Dio? Sidrac risponde:_

Li piccoli garzoni che peccato non fecero unque, egli avranno gioia nell'altro secolo assai veracemente. Ma la perfetta gente che saranno, e sapranno che cosa è il diletto e la gioia di questo secolo, e lascieranno tutto per l'amore di Dio, e riceveranno in questo secolo pene e martiri per lui, sapiate in verità che quelli avranno magiore gloria che i piccoli fanciulli, per ognuno cento (1075). E ragione e bene è ch'egli l'abiano, ch'egli lascieranno lo diletto di questo secolo per la loro volontade, e riceveranno per Dio martiri. E gli piccoli garzoni che nulla non saperono nè fecero per Dio, non lo debono avere simile di coloro; e però dico io ch'egli avranno magiore gioia e magiore onore nell'altro secolo. E ciò sarà quando lo figliuolo di Dio verrà in terra, e ronperà lo 'nferno.

(1075) per uno ciento C. R. 2.

Cap. CCLXVII.

_Lo re domanda: di quanto, poi che 'l diavolo fue abattuto, fue fatto Adamo? Sidrac risponde:_

Di quell'ora e di quel punto che l'angiolo fue abattuto del cielo, a intendere lo diavolo, da poi a mille anni fue fatto Adamo; e altrettanto è da Adamo a Noè, mille anni. Ma alcuna gente nasceranno, che per la loro sottigliezza diranno, che VIII generazioni viveranno mille anni. Sapiate che di questo diranno egli vero; ma egli diranno che, i mille anni furono dell'abattimento del diavolo infino Adamo, sono contati mille anni de' sette milia anni (1076). Sapiate che di ciò falleranno egli bene, e chiaramente lo potete conosciere: chè per la volontà di Dio, VII generazione di gente deono nasciere al mondo, e ciascuna generazione dee vivere mille anni; onde mille anni che furono dello abattimento del diavolo infino alla venuta d'Adamo, non deono essere contati; chè i diavoli non sono mica generazione, se non ispiriti solamente, che niuno ispirito solamente puote essere generazione, se ciò non fosse corpo e spirito. Perciò diciamo noi che mille anni che furono dinanzi Adamo, non deono essere contati della generazione di mille anni, che nulla generazione non può essere, se non di corpo e d'anima, e di generazione d'uomo e di femina, e ch'elli possano vivere e morire.

(1076) mais il diront che les M. ans che furent de l'abentemat dou deable en iusches a Adam sont toutes M. de les VII\m.

Cap. CCLXVIII.

_Lo re domanda: quale è il più bello vembro del corpo? Sidrac risponde:_

Lo più bello menbro del corpo si è lo naso; che lo naso è al corpo, altressì come lo sole è in cielo, quando egli è nel mezo giorno, e rende la sua biltade per tutto lo mondo. Altressì fa lo naso per tutto lo corpo. Se uno uomo avesse meno uno degli occhi della testa, e uno piede, e una mano, e' non parrebe tanto laido, come s'egli avesse meno il naso. Ma magiore danno avrebbe degli altri menbri che del naso; e magiore danno avrebe delle mani, che di niuno altro menbro del corpo; chè meglio si potrebe l'uomo aiutare sanza uno piede, che sanza una mano; chè uno piede di legno lo potrebe portare d'ogni lato, e della mano non si potrebe aiutare.

Cap. CCLXVIIII.

_Lo re domanda: lo vento come si sente e non si vede? Sidrac risponde:_

Lo vento si è simigliante a Dio lo tutto possente, che si sente e non si vede. Chè tutte le cose del mondo sentono Idio, e quelle cose che ci paiono che sieno morte, sentono Idio; e niuna cosa sanza Idio può vivere. Altressì è lo vento. Tutte le creature del mondo lo (1077) sentono e nollo possono vedere, perciò ch'egli è ispirito; e quelle cose che non lo sentono sono morte. Chi prendesse una criatura, e mettessela in uno grande albergo (1078), ove il vento non potesse entrare per pertugio (1079), quella criatura non potrebe vivere guari, per niuna cosa che egli sapesse fare. E similmente sono tutte le cose che vivono, che, se il vento no' gli movesse, morti sarebbono (1080).

(1077) Manca _lo_ al C. L. — Abb. suppl. col C. R. 2.

(1078) en I grant ostel C. F. R.

(1079) per nullo pertugio C. R. 2.

(1080) car ce elles ne sentissent le vent mort seroient C. F. R.

Cap. CCLXX.

_Lo re domanda: come il fuoco si vede e non si può pigliare? Sidrac risponde:_

Lo fuoco si è della natura del sole, e si à lo colore del sole, e si è spirituale come lo sole, che lo sole si può vedere e non si può pigliare nè ritenere. Lo fuoco che l'uomo piglia, egli àe alcuna sustanzia; ma lo diritto fuoco e la fiamma, quella non si può pigliare, ch'ella è del sole, e al sole ritorna quand'ella è spenta.

Cap. CCLXXI.

_Lo re domanda: perchè si dice pulcella e vergine, e quale è più degna? Sidrac risponde:_

Vergine è assai più degna che pulcella. Vergine vuol dire pura e netta del suo corpo e del suo pensiero e della sua volontà e cogitazione e della sua bocca e degli occhi e degli orecchi e de' piedi e delle mani e di tutto il suo corpo dentro e di fuori, comunalmente, sanza niuna corrottura di fatti nè di pensieri. Questa è vergine. Pulcella vale a dire che non è corrotta del suo corpo, ma ella può essere corrotta, di molte maniere pericolose, di suoi menbri e de' suoi occhi e de' suoi piedi. E non però molto è degna cosa chi guarda lo suo pulcellatico (1081) per Dio, perch'ella sarà tra gli agnoli posta a sedere.

(1081) Per _pulzellaggio_.

Cap. CCLXXII.

_Lo re domanda: qual si puote meglio tenperare di lussuria, o la pulcella o quella che sia corrotta? Sidrac risponde:_

Quella si dee meglio sofferire delle cose che non à provate, che quella che l'à fatte; e più leggiermente si tiene l'acqua meglio là, ove ella non esciè unque, che là ov'ella si tiene per forza, e là ov'ella si può legiermente uscire. La corrotta si à tutto aperto lo cammino (1082); la pulcella si à lo camino tutto chiuso. E perciò diciamo noi che la pulcella si dee meglio tenere che la corrotta, ch'ella non sente cotale fatto, e non sa che ciò è, come la pulcella che non cognoscie unque (1083).

(1082) àe aperta la camera C. R. 2.

(1083) Correggasi colla lez. del C. R. 2., che è conforme al C. F. R.: perciò ch'ella non sente cotale fatto, nè non sa che sia la corrottura; e quella che l'ha sentito sì si diletta de la fraile carne; e perciò non si può così tenere nè soferire la corrotta, come la pulcella che non conosce quello affare.

Cap. CCLXXIII.

_Lo re domanda: quale si puote meglio sofferire di lussuria, o l'uomo o la femina? Sidrac risponde:_

La femmina si può meglio sofferire di quello fatto, che non puote l'uomo, che è di più calda conparisione che non è la femina. La più calda femina del mondo è più fredda che 'l più freddo uomo del mondo, e per una volta che la femina si corronpa, si può l'uomo corronpere XXVII volte. E questo potete voi vedere chiaramente, che ciascuna volta che l'uomo s'acosta alla femina carnalmente, poco si falla che non si corronpa; e in molte altre maniere si può corrompere. La femine non si può nimica sì tosto corronpere: apena si corronpe, delle dieci volte (1084) che l'uomo si corronpe. Ma la femina è più calda di volontà e di coragio in quello fatto, che l'uomo non è, e più si diletta in vista in pensieri e in toccare, che l'uomo. Ma lo corrompere della femina gli dura molto, inanzi ched elli passi. E anche v'àe altro pericolo nella femina che nell'uomo (1085): che incontanene ch'uomo èe corrotto, quella volontà è passata, come il fuoco arde (1086), e l'uomo vi gitta suso l'acqua, incontanente è spento e si fa freddo; ma la femina, che spesso non si può corrompere, sì si iscalda, e arde più che il fuoco che arde, e l'uomo vi gitta entro le legne, e egli più arde. E per questa ragione la femina à calda volontà, e più si diletta in quello fatto che l'uomo, per ciò ch'ella non si puote corronpere sì tosto nè sì ispesso come l'uomo.

(1084) delle dieci volte l'una C. R. 2.

(1085) che non è nell'omo C. R. 2.

(1086) come lo fuoco che arde C. R. 2.

Cap. CCLXXIIII.

_Lo re domanda: la femmina gravida come puote ella notricare la criatura nel suo ventre? Sidrac risponde:_

Lo garzone si nodriscie del sangue della femina, cioè di quello del suo tempo; e del fiato dell'aria che la femina fiata (1087), e della vivanda ch'ella mangia, e dell'acqua ch'ella bee. Ma quando ciò aviene, non intendere nimica che lo figliuolo mangi di quella vivanda nè bea di quella acqua della femina. Ma quando la femina mangia, si gli cola di quello olore e del savore per lo latte, inanzi al volto del figliuolo (1088), e di quello si nodriscie e si pascie e si diletta. Ma la sua diritta nudricatura si è del sangue della femina, che lo figliuolo bee per lo bellico; e questo potete vedere chiaramente della femina grassa, che, quando ella non è gravida, ciascuno mese le viene lo suo tempo, se malizia no' gli toglie.

(1087) et de l'air che la feme flaire C. F. R.

(1088) a la chiere de l'enfant C. F. R. — s'en vont en la bouche de l'enfant T. F. P.

Cap. CCLXXV.

_Lo re domanda: dee l'uomo adontare la femina, quand'ella falla del suo corpo? Sidrac risponde:_

Se la tua moglie o la tua filiuola o la tua nipote fanno follia di loro corpi, tu no' le dei nimica adontare; e se tu l'adonti, tu farai peccato, ed onta a te medesimo. Che se la tua moglie è tenuta per buona femina, le genti le porteranno onore e reverenzia, e l'onore e il lodo è tuo più che suo. E sapiate che se tu discuopri lo suo male e la sua follia, sapiate ch'ella sarà adontata, e lo fascio del disonore sarà tutto vostro, chè, chi isputa in alto, nel viso gli torna. E perciò tu nolla dei nimica adontare, perchè a noi non tocca questo fatto (1089); e se tu lo fai, tu farai peccato e male. E non ti caglia del suo fatto, chè ciascuno renderà ragione delle sue opere a Dio.

(1089) a noi non tocca del suo fatto C. R. 2.

Cap. CCLXXVI.

_Lo re domanda: dee l'uomo essere geloso della sua moglie (1090)? Sidrac risponde:_

Tu non dei essere geloso della tua donna in niuna guisa del mondo; che, se la tua moglie è buona femina e leale, e tu la gelosi (1091), tu la fai diventare ria femina; e s'ella è ria, e tu ti farai geloso, tu la farai diventare più ria ch'ella non è. La femina buona per niuna cosa del mondo l'uomo nolla puote conperare, nè oro nè argento nè niuna pietra preziosa non vale. È più assai a pregiare la buona femina che il buono uomo, per molte ragioni; altressì come uno sparviere, s'egli pigliasse una gru, sarebe più da pregiare, che s'egli pigliasse uno falcone. E simigliante è della femina e dell'uomo: chè la buona femina è più da pregiare che il buono uomo, per ciò ch'ella non à mica tanto di senno in lei, quanto l'uomo, e per la sua grande bontà ella è buona; e però ella è più da pregiare che il buono uomo. Due cose potranno avenire nella buona femina per gelosia: che se tu la tieni in gelosia, ella si potrà tanto istare in gelosia, ch'ella potrà venire in grande infermitade; o ella sarà per lo tuo dispetto ria femina. Se tu tieni in gelosia la ria femina, sarà peggio per lo tuo dispetto: o ella farà cosa per te uccidere, o ella ti farà uccidere ad altro uomo, chè di rio àlbore non puote uscire che rio frutto. Per ciò diciamo noi che l'uomo non dee istare in gelosia della sua moglie, in niuna guisa del mondo, nè rinproverare la sua follia ch'ella averà fatto. E per ciò se tu lo fai, tu l'accendi lo fuoco al cuore da capo a mal fare. E similmente non faccia all'uomo la femina, ch'egli è peggio di lei.

(1090) est il bon de geluzer la feme? C. F. R. — Il prov. ha _engelozir_.

(1091) ingielosisci C. R. 2. — et tu l'agelouses — Il prov. ha il vb. _agelosir_, per _ingelosirsi_.

Cap. CCLXXVII.

_Lo re domanda se l'omo de' (1092) avere gelosia di sua moglie. Sidrac risponde:_

Certo a diritto e a ragione, si, e grande (1093). Se la tua moglie è folle, e tu nolla dei coprire nè mottegiare, che tu potresti pigiorare di discoprire la tua onta; e le genti che l'udisono, te ne potrebono tenere a vile, e per più cattivo. Ma gli savi cuoprono tutta via la loro moglie.

(1092) Manca al C. L.: _se l'omo de'._ — Abb. suppl. col C. R. 2.

(1093) Non sappiamo come mettere d'accordo questo col cap. precedente. Al n. t. corrisponde tanto il C. R. 2., che il C. F. R., il quale ha: Certes, oil, a droit et a raison, se la fame etc. — Diversa però è la lez. del T. F. P., dove questo cap. è intitolato: _se doit on courroucer ou estre ialoux quant sa femme parle a ung aultre homme?_

Cap. CCLXXVIII.

_Lo re domanda: debbono tutte le genti bere vino? Sidrac risponde:_

Lo vino è una preciosa cosa e degna, e si è salute del corpo e dell'anima; chè per lo vino puote l'uomo sanare lo suo corpo di molte infermitadi. Lo vino, per la gente che il beono temperatamente e a ragione, non fa niuno dannaggio. A cotali gente vale meglio bere il vino che l'acqua. E a' folli che beono il vino follemente, e beono lo senno, e uccidono le genti e rubagli, si lasciano uccidere, e fanno mischie e battaglie di bere il vino, quelli non deono già bere lo vino, anzi varrebbe loro meglio ch'egli bevessono acqua di mare. E a quella gente lo bere lo vino non è diritto e leale, e per loro egli non è già fatto, anzi loro è molto difeso. Lo vino fa a' savi lo corpo sano e netto, e puro cuore e umile; lo vino fa a' malvagi rio cuore, e di rio, vituperoso. E per ciò diciamo noi che a' buoni è migliore lo vino che l'acqua; a' malvagi è meglio bere l'acqua, chè il vino è loro molto difeso (1094).

(1094) molto contradio C. R. 2.

Cap. CCLXXVIIII.

_Lo re domanda: dee l'uomo dilettarsi in niuno luogo del mondo? Sidrac risponde:_

In niuno luogo del mondo niuno si dee dilettare, chè lo diletto, qualunque egli è, se non quello di Dio, si è avarizia e invidia e fornicazione. E fontana del diavolo è ciò che voi dilettate, se non quello di Dio. Si farete la volontà del diavolo. E perciò vi dico in verità che niuno uomo si dee dilettare in niuno diletto, se non in quello di Dio, chè tutti gli altri sono vani e mutoli e nulla.

Cap. CCLXXX.

_Lo re domanda: dee l'uomo essere ardente di tenzone e di conbattere colla gente? Sidrac risponde:_

Quando l'uomo è ardente di tenzone (1095) e di conbattere con alcuna persona, egli dee pensare in Dio e nella sua anima, e ch'egli non faccia cosa che torni dannaggio nè perdimento all'anima. E si dee pensare altro, e conbattere nel suo cuore, e di torre (1096) di lui quelle pensiero. E se questo non si puote raffreddare, egli si dee trarre fuori della gente, e tencionare in sè medesimo e conbattere, sicchè quella arsura, la quale enfia lo cuore, disenfierà, e in tale maniera si conserva (1097) di quella arsura.

(1095) Nel C. L.: tentazione — La correzione era evidente.

(1096) de' traere C. R. 2.

(1097) si ritrae C. R. 2.

Cap. CCLXXXI.

_Lo re domanda se l'uomo si dee vantare del suo peccato, quand'egli l'à fatto. Sidrac risponde:_

Quegli che del loro peccato si vantano sono chiamati ministri del diavolo; chè tutto il male aviene per lo tentamento del diavolo; e quelli che si vanta di quello che il diavolo à fatto, questi è diritto ch'elli sia chiamato ministro del diavolo, ch'egli avezza la gente all'opere del diavolo. Quelli fae grande peccato e male molto forte, che tale peccato avrà per aventura fatto; chè altri, quando l'udirà, lo farà. E nello anunziare (1098) farà peccato quelli che l'avrà ricordato, perch'egli l'avrà insegniato per lo suo vantamento.

(1098) nello dinunziare C. R. 2.

Cap. CCLXXXII.

_Lo re domanda: nel male puossi trovare niuna iscienzia (1099)? Sidrac risponde:_

Nel male si truova (1100) grande iscienzia; ma questa non è chiamata perfetta iscienzia, per ciò che il vasello onde escie è orbo e non vede punto; chè s'elli vedesse, ellino non farebono nimica il male. E quelli che 'l conoscono, quelli sono malvagi. Similemente come se voi vedeste una carognia laida e putente, e in quella carognia vede (1101) una bella cosa, certo quella cosa sarebe molto innorata e male posta (1102); altresì aviene della iscienzia, ch'ella è male posta, quando ella è posta in corpo peccatrice (1103); chè il peccatore è più laido a vedere che la più puzzolente carognia del mondo. Perciò diciamo noi che la scienzia del peccatore, che non la cura in Dio nè ne' suoi comandamenti, non è perfetta iscienzia. Quattro iscienzie sono: l'una è quella di colui che in Dio crede, e ne' suoi comandamenti la cura (1104). La seconda si è quella del peccatore, che il comandamento di Dio non volle (1105) fare, ma in male e in peccato l'usa; quella è (1106) corporale iscienzia, perfetta in diavolo. La terza è del gaio uomo, ch'è bene di grande iscienzia; per la sua gaieza è a nulla tenuta, poco pregiata (1107); e si è come quelli che fa ardere dinanzi al sole uno bello candelo, che quello chiarore è nulla pregiato, per lo chiarore del sole; altresì è la scienzia del gaio folle, e nulla pregiata per la sua gaiezza e per la sua follia. La quarta iscienzia si è del povero uomo, ch'è tenuto a nulla fra la gente, e si era (1108) molto savio, e si era come uno ispecchio, che mostra in tutte le maniere che l'uomo lo mostra; altressì il povero uomo in tutte le maniere che l'uomo il domanderà, egli risponderà di quello che l'uomo l'avrà richiesto. E però l'uomo non dee ispregiare iscienzia di niuno uomo, conciosia cosa ch'egli sia grande o povero o piccolo, chè di piccola fontana puote uscire grande acqua e buona; e però l'uomo non dee dispregiare nulla persona (1109).

(1099) puet nul mauvais home avoir grant science en lui? C. F. R.

(1100) en les mauvais C. F. R.

(1101) vedessi C. R. 2.

(1102) certes celle belle chosse seroit laide a veir en celle carogne. C. F. R.

(1103) peccatore C. R. 2.

(1104) Cioè _l'adopera_. — Nel C. F. R.: la euvrent.

(1105) vuole C. R. 2.

(1106) è chiamata C. R. 2.

(1107) La tierce si est de jolif home, que de lui ist grant science, et par sa volente si est neent tenue ne prisie C. F. R. — Non si lasci qui di notare questa allusione alla _gaia scienza_, il _gai saber_ de' Provenzali.

(1108) sarà C. R. 2.

(1109) Abb. corr. col C. R. 2. — Nel C. L.: _in nullo_.

Cap. CCLXXXIII.

_Lo re domanda: perchè ànno le femine la gioia e lo cruccio del secolo (1110)? Sidrac risponde:_

Le femine ànno la gioia e lo duolo di questo secolo, perciò ch'elle lo debono avere, per ragione, più che gli uomini, ch'elle ànno lo sangue e la curata (1111) più legiere che gli uomini; e sono altressì come le cime d'uno àlbore ch'è inchinato dal vento, da qualunque parte egli viene. Le femina si piccola cosa non puote udire, ch'elle non triemino tutte; e questo aviene per la fraleza del corpo ch'elle ànno (1112); e così aviene loro della gioia. Che s'elle fossero così savie come gli uomini, elle sarebono balie (1113) e giudicatrici e signori; e comanderebero a giudicare, come gli uomini fanno. E perciò ch'elle non sono guari savie, e sono volatiche (1114), ànno elle tosto la gioia e lo dolore, chè imantanente credono e discredono ciò ch'elle odono; e perciò si sentono elleno gioia e dolore del mondo. E piutosto potrebono essere ingannate LXX femine che uno savio uomo; e questo è per lo povero senno ch'elle ànno.

(1110) Questo titolo è conforme a quello del C. F. R. Nel C. R. 2. leggesi invece: _Chi à in questo mondo più gioia o più duolo, o la femina o l'omo_?

(1111) le sanc et la cervelle C. F. R. — Al C. R. 2. manca questo periodo, e il seguente.

(1112) ce est por le poi de sens ch'eles ont; et lor feiblese dou sens lor fait tost avoire ioie et tost duel C. F. R.

(1113) baile C. R. 2. — bailies C. F. R.

(1114) voltanti C. R. 2. — volages C. F. R.

Cap. CCLXXXIIII.

_Lo re domanda: dee l'uomo andare ispesse volte a casa del suo amico? Sidrac risponde:_

Tu non dei andare nimica ispesse volte a casa del tuo amico, ma tu lo dei andare a vedere a ora e punto, e non troppo ispesso, chè tutti i troppi sono male. Chè per aventura egli avrà a fare nel suo albergo e nella sua masnada, e se tu gli vieni sopra, tu gli farai grande noia. E poni mente a te medesimo: se tu fossi nella tua casa, e avessi a fare colla tua famiglia, tu non vorresti che niuna anima venisse sopra te; e molto ti farebe grande noia chi sopra te venisse, eziandio se fosse tuo figliuolo o tuo fratello; altrettale noia sarebe a lui, se tu andassi sopra lui. Ma se tu ài voglia d'andare all'albergo del tuo amico, fagli inanzi asapere la tua venuta; sì gli farai cortesia, e allora sarai molto bene insegnato (1115).

(1115) Intenderei: bene _educato_ o _saggio_. — In prov. _essenhadamens_ vale _saggiamente_.

Cap. CCLXXXV.

_Lo re domanda: dee l'uomo mostrare laida cera al suo amico? Sidrac risponde:_

Se tu se' nella tua casa colla tua famiglia, e il tuo amico viene sopra te, tu non dei però mostrare laida cera, nè crucciare, conciosia cosa che (1116) tu ti crucci in fra te. Ma tu gli dei mostrare bella cera e bello senbiante, e fagli onore e piacere al tuo podere. Che se tu gli mostri rio sembiante, tu lo cruccierai, e avrai mala volontà in lui (1117).

(1116) benchè C. R. 2.

(1117) e farai la mala volontà verso te di lui venire C. R. 2.

Cap. CCLXXXVI.

_Lo re domanda: come alcuna volta l'uomo conquisterebbe in battaglia due uomini o tre, e alcuna volta è vinto da uno solo? Sidrac risponde:_

La battaglia si è simigliante a Dio; che quelli che loro pensiero ànno in Dio, non intendono ad altra cosa se non a Dio servire, e quivi ànno gli loro pensieri. Altressì dee fare quelli che battaglia fa: lo cuore e la volontà e lo suo podere dee mostrare di tutto in tutto alla sua battaglia fare; e dimenticare di tutto in tutto gli suoi figliuoli e la moglie e la sua ricchezza. E dee pensare che s'egli è valente e vigoroso, egli vincerà la sua battaglia, e s'egli è cattivo e ricredente (1118), egli sarà vinto e morto; e in cotale modo conquisterà egli la battaglia.

(1118) Vedasi intorno a questa parola ciò che, nello _Spoglio degli Statuti Senesi_, e nello _Spoglio Lessicografico_ della _Tavola Ritonda_, scriveva il nostro carissimo Filippo Luigi Polidori, nel quale l'Italia ha perduto un altro di que' vecchi nostri, modestamente sapienti, che non conoscevano i superbi e prosuntuosi disprezzi si certa odierna gente dottissima.

Cap. CCLXXXVII.

_Lo re domanda: è sanità di mangiare tutte cose? Sidrac risponde:_

Tutte le cose che Idio fece per mangiare sono buone e sane, che le cose che sono inferme, non sono se non della infermità del corpo. Quando il corpo è sano, ciò ch'egli mangia si è sano per lui; e quando egli è frale e malato, poco di cosa ch'egli mangi, si gli fa male. Che la 'nferma vivanda e la sana viene dal corpo; chi à sano corpo, no gli fa (1119) quello ch'egli mangia, che tutto gli è sano e buono; e al corpo infermo poca cosa gli fa male.

(1119) non li caglia C. R. 2.

Cap. CCLXXXVIII.

_Lo re domanda: quali sono quelli che si vantano più che gente del mondo? Sidrac risponde:_

Quegli che più si vantano che gente del mondo sono tre maniere di gente: la prima sono vecchi folli, che si vantano di loro gioventudine, e pensano che le genti lo credano, e non credono mica che quelli a cui elli lo contano li gabbano e beffano. La seconda maniera si è lo folle istrano, che racconta le grandi follie ch'egli ànno fatte nel loro paese; e dicono, io era ricco e gentile; e si ne va ad uno che li crede, e beffallo (1120). La terza maniera si è lo folle ricco, che conterà le sue follie e le sue bugie; e quelli che l'odono lo gonfiano, e si gli confessano ciò ch'egli dice, per la sua ricchezza; chè per aventura egli ànno mestiere del suo servigio.