Il libro di Sidrach: testo inedito del secolo XIV pubblicato da Adolfo Bartoli

Part 21

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(1035) Questo cap. manca al C. R. 2. — Invece di _ismalfati_ crederemmo da leggere _iscalfati_. — Il C. F. R. ha: iaunes. E siccome _eschaufeté_, ant. fr., vuol dire _collera_, crederemmo che _iscalfati_ potesse significare _del colore che dà la collera_. A conferma di ciò notisi la frase del n. t., in questo cap.: _le collere gialle lo tingono del loro colore, e alla mane si levano di quello medesimo colore._ In questo stesso cap. si troverà pure _scalfa_ e _scalfare_, nel senso di _riscaldare_, _chaufer_ franc.

(1036) _Rendere amara._

Cap. CCXLIX.

_Lo re domanda: lo triemo del corpo di che aviene, che alcuna volta si muove il corpo? Sidrac risponde_:

Lo triemamento che alcuna volta si muove lo corpo, si è le forza delle flemme che sono al corpo, che alcuna volta sormontano l'altre collere che sono al corpo dell'uomo; e per questa forza ch'elle ànno, allora quando sormontano, l'altre collere rinfiammano, e corrono per tutto lo corpo e per li menbri e per le 'nteriora, e fannolo tremare, a modo di lampi che dell'aria viene (1037), che le flemme sono fredde, e lo fermamento (1038) è freddo.

(1037) Così ha pure il C. R. 2. — Nel C. F. R.: en guise de lampement che de l'air vienent.

(1038) Anche nel C. R. 2.: fermamento. Ma crediamo che sia errore. — Il C. F. R.: et le reflambement si est froid. — E il T. F. P.: et leur reflambement aussi est froid.

Cap. CCL.

_Lo re domanda: la vista che l'uomo vede entra negli occhi dentro? Sidrac risponde_:

Niuna cosa del mondo non può uscire, se ella non entra inanzi; e similemente aviene della vista. Ella entra dentro agli occhi, e riguarda; e l'umidore tira a sè la senbianza della fazione (1039) di quella cosa entro, e la bee, similemente come lo sole bee e tira l'umidore del mattino della rugiada (1040). E gli occhi lo rendono al cervello, e il cervello rende quella medesima senbianza e fazione al cuore, e s'adolcia in lui, e tiello in memoria uno grande tenpo. Perciò che la vista degli occhi entra, e piglia, e rende al cervello, e il cervello rende al cuore, e lo cuore la rende a lui, e tiello in memoria uno grande tenpo; per quello sodamento (1041), lo cuore pensa, e vede chiaramente le maniere delle cose, ch'egli àe alcuna volta vedute. E se la vista non vi entrasse (1042) negli occhi, lo cuore non vedrebe nulla. E nulla cosa puote uscire, se ella non entra.

(1039) e la fazione C. R. 2.

(1040) et la rozee. C. F. R. — Tutto quello che segue di questo cap. manca al C. F. R.

(1041) Tanto nel n. c. che nel C. R. 2. leggesi chiaro _sodamento_ Non sarebbe forse da correggere _solamente_?

(1042) non entrasse C. R. 2.

Cap. CCLI.

_Lo re domanda: uno uomo solo non puote dire e parlare più cose? Sidrac risponde_:

Niuno uomo solo può bene parlare; e dirovvi come: che non è niuna criatura, che alla simiglianza di Dio sia fatta, ch'ella non abia tre cose in sè, cioè corpo e senno e anima; questi sono tre in uno, e questa ragione i savi che parlano, dicono (1043).....

(1043) Non intendesi ciò che l'autore abbia voluto dire in questo cap. — Il C. R. 2. concorda col nostro, salvo che infine ha: e per questa ragione li savi ne parlano, e dicono che non puote essere l'omo in due luoghi. — Gioverà riferire la lezione del C. F. R. che è simile a quella del T. F. P: _Le roy demande: par quel raison peut I sol parler et dire nos? Sydrac respond:_ Un sol peut bien parler et dire nos; car il n'en est creature en ceste monde che a scemblance de Deu soit faite, ch'ele n'en ait III en un; et por ceste raison dient les sages, nos.

Cap. CCLII.

_Lo re domanda: se lo mare può menomare? Sidrac risponde:_

Tutte le cose che crescono l'uomo può pigliare di loro, e si (1044) menimano (1045); se la mare non crescie ciascuno giorno, ma menomerebbe; chè egli mancherebe alla sua menomanza di tutte l'acque che le genti e le bestie beono, che tutte escono di mare. Ciò che l'uomo ne piglia di fiumi e di fontane, e ciò che noi ne beviamo e usiamo, non ritorna mica al mare, anzi si guasta e consuma. E la terra sospira di piovere (1046), e la getta al mare, e lo crescie tuttavia. Ma se la terra non sospirasse di piovere in mare, e i fiumi e le fontane si tenessono chete, che non entrassono in mare, si menomerebbe di tanto, come l'uomo ne pigliasse, se non fosse se non una candella (1047). Conciosia cosa ch'ella (1048) sia così grande com'ella è, e non però, se la terra non sospirasse giamai acqua in mare, e li fiumi e le fontane che di lui escono non vi ritornassono, mai non parrebe che lo mare fosse menomato una candella, tanto è alto e lungo e largo.

(1044) Manca _e si_ al C. L. — Abb. supp. col. C. R. 2.

(1045) Menomano. C. R. 2.

(1046) Mais la terre suspire l'aigue de pleue. C. F. R.

(1047) goute. C. F. R.

(1048) Intendi: sebbene il mare.

Cap. CCLIII.

_Lo re domanda: femina che spesso si corronpe di sua orina dormendo, e nolla può ritenere, può ella ingravidare, e l'uomo ingenerare? Sidrac risponde:_

Due maniere sono di corrompimento d'orina: l'una maniera gli viene ispesso, e l'altra gli viene tardi (1049). Quella che gli viene ispesso, si può bene ingravidare, e l'uomo simigliantemente ingenerare. Che la madre della femina, ove lo spermo dell'uomo cade, si è dalla lunga dalla vescica, ove l'orina si raguna, che la madre si tiene alle reni e la vescica al pettignone. E però l'uomo e la femina, che ispesso si corronpa di loro orina, ciò non aviene mica loro di fraleza di loro vescica; anzi aviene per aventura perchè la vescica è un poco usata (1050) più dall'una parte che dall'altra; e quando ella è piena d'orina, si la getta fuori per virtù ond'ell'àe usata (1051). Quella femina può bene ingrossare, e quello uomo medesimo bene ingenerare; che ciò non aviene mica delle fralezze delle loro reni. Ma femmina e uomo che si corronpono tardi della loro orina, cotale femina non può (1052) ingravidare nè cotale uomo ingienerare; chè ciò loro aviene della fraleza delle loro reni; chè le reni sostengono tutto il fascio ch'è dentro dal corpo (1053); e quando sono a fredità (1054), o fanno una grande forza, o scaricano uno grande carico, le reni della loro fraleza l'asaliscono, e vengono sopra la loro vescica, e bagnano per forza, e versano l'orina (1055). E s'egli avenisse che cotale femina ingravidasse, apena cotale figliuolo potrebe bene avenire (1056); chè, quando egli diventa grande, le reni non possono sostenere lo carico nè il suo peso; e per la loro fraleza gli conviene che egli lo getti fuori. E simigliantemente lo spermo di quello cotale uomo, perciò che ella (1057) serà uscita di fredo sostenimento, e perciò non potrà venire a conpimento, chè lo spermo si è frale e molle, che apena si potrà pigliare.

(1049) tart. C. F. R., che significa _difficilmente_, _raramente_.

(1050) Anche il C. R. 2. ha: usata. — Nel C. F. R.: vercee (versé) da _verser_, che potrebbe intendersi per _risiedere_, _esser posto_. È noto che questo vb. fu usato in un tale significato da Rabelais. Cf. _Barré_, _Gloss. de Rabelais_. — Vedi la nota seguente.

(1051) La lez. del C. R. 2. è uguale alla nostra. — Nel C. F. R. leggesi: car chant ele est plaine de orine, si la zete de hors, par la verteure dont elle vertee. — E nel T. F. P: car quant elle est plaine de l'urine, l'urine chiet dehors, par ce quelle penche ung peu d'ung couste. — Mi par chiaro che _verteure_ sia parola fatta dal vb. _vertir_ (tourner); e l'averla in ital. trad. per _virtù_, è errore che facilmente si spiega. — Forse, in luogo di _vercee_, che abbiamo trovato già nel C. F. R., è da leggere _vertee_.

(1052) Manca _non può_ al C. L. — Abb. suppl. col C. R. 2.

(1053) soustiennent tout ce que dedans le corps est. T. F. P.

(1054) _Fredità_, per _freddezza_, ha pure il C. R. 2. — Nel T. F. P.: quant le froit les prend. — Al C. F. R. manca tutto questo tratto del presente cap.

(1055) Nel T. F. P.: ilz se laschent et se amollient, et la vessie qui est dedans par droicte force verse l'urnine.

(1056) a bene venire C. R. 2.

(1057) La _semence_.

Cap. CCLIIII.

_Lo re domanda: cui dee l'uomo più amare, o i figliuoli del fratello o quegli della sirocchia? Sidrac risponde:_

L'uomo de' amare l'uno e l'altro, secondo Idio, e secondo le loro opere. Ma secondo lo mondo, più gli tocca lo figliuolo del fratello, che quello della sirocchia, chè la criatura è più dell'uomo che della femina. Chè il primo uomo Adamo non fu di femina nè d'uomo, se non di terra, per lo comandamento di Dio; e la schiatta disciende dall'uomo al ventre della femina; per la volontà di Dio si forma; e lo figliuolo dell'uomo e della femina più apartiene all'uomo, ond'egli escie. Simigliantemente come d'una pianta d'uno albore, che le pianta è lo padre, e la terra è la madre che la guarda e che la nodriscie; nè sanza l'uno nè sanza l'altro non può essere; ma più à nome dell'albore, onde egli è stato, che della terra. Perciò dee l'uomo più amare lo figliuolo del fratello, che quello della sirocchia, perchè appartiene più all'uomo (1058).

(1058) È assai curioso questo che aggiunge il C. F. R.: Et segont la certainete dou monde, l'om est plus certain de l'enfant de sa seur che de celui de son frer; car la seur a bien sentu l'enfant en son ventre, et fu bien certain de lui. Et il meismes a bien veu sa seur groce. Et de celui de son frere ne puet il pas estre certain, che cil enfans de sa fame soit sien, ne son frere chi soit ses nevous; car ausi bien puet elle estre grosse d'autre home, com son frere.

Cap. CCLV.

_Lo re domanda: qua' sono le pericolose collere del corpo? Sidrac risponde:_

Quattro maniere di collere sono al corpo, di quattro conparazioni: primieramente sangue, secondo collere, terzo flemme bianche, quarto collere gialle. E se l'una delle quattro fallisse al corpo, lo corpo non si sosterrebbe; chè altrettanto di sostentamento à 'l corpo dell'uno come dell'altro; e ciascuna dee essere alla sua ragione. Se l'una di loro sormonta l'altra, dannegiare potrebbe il corpo. E tutte e IIII sono pericolose: che, se lo sangue sormonta gli altri, egli può ispegnere lo corpo, e fallo morire, alla sua casa, diritto al cuore (1059); e si gli toglie lo fiato e lo sospiro e l'alenare, e in tale maniera lo spegne e l'uccide. Le collere nere sono pericolose; chè s'elle sormontano l'altre, elle potrebono dannegiare lo corpo per molte maniere; ch'elle possono fare cadere lo corpo in malvagia infermità (1060), e perdere lo senno e lo savere, e diventare rognoso e lebroso; e si lo fa diventare fello ad ria maniera (1061). E quando elle sormontano l'altre, elle sono molto gravi a rabonacciare e medicare per erbe e per fiori e per digiunare e per beveraggi. Le flemme sono pericolose, quand'elle sormontano l'altre flemme del corpo, perch'elle li mangiano malamente; ch'elle signoregiano in malvagie malizie fredde, e si mangiano i piedi e le mani e i capelli e le reni e le ganbe e i diti, e fanno putire la bocca e gli orecchi e 'l naso, e fanno molte altre malizie assai. Abonacciano per erbe e per fiori e per beveraggi e per vomicare. Le collere gialle sono molto pericolose, quand'elle sormontano l'altre collere al corpo. Elle cercano il cuore, e fanno travagliare, e fanno diventare li menbri frali e molli, e tolgono la volontà al corpo, del bere e del mangiare; e si li cambia il colore, e si lo fa diventare vocolo (1062). E s'abonacciano con erbe e con fiori e con vomicare. Queste quattro maniere d'omori sono di IIII comparazioni, e si signoregiano il corpo, l'anno, quattro volte ciascuno. L'anno si è XII mesi, cioè a sapere LI settimane e IIII giorni, cioè CCCLXV giorni e VI ore. La prima istagione dell'anno, che signoreggiano il corpo, si sono tre mesi; e sì si noma capricorno e acquario e piscies. Questi sono tre segni, che ànno podere delle flemme al corpo, e si sono freddi; e cominciano a' XXIIII giorni di dicembre, e durano insino a' XXIIII giorni di marzo, e sono inverno. La seconda parte dell'anno, tre mesi, si sono questi segni aries, tauro, giemini; e si ànno podere nel corpo della gente, che sono caldi e umidi; e cominciano a' XXIIII giorni di marzo, insino a' XXIIII giorni di giugno. La terza ìstagione dell'anno si sono tre mesi, e si sono in questi segni, cancer, leo, virgo; e si ànno podere nel corpo della gente, e sono caldi e secchi, e si cominciano a' XXIIII giorni di giugno, insino a' XXIIII giorni di settembre. La quarta parte dell'anno si sono tre mesi, e ànno questi segni, libra, scorpio, sagittaro; e si sono freddi e secchi, e cominciano a' XXIIII giorni di settembre insino a' XXIIII giorni di dicenbre. E la natura di queste stagioni ciascuno uomo si può guardare di malizie e di contrarii, di vestimenti e d'altre cose contrarie; e s'egli lo fanno, egli non avranno mai infermitade al corpo.

(1059) à sa maison, droit sur le cuer C. F. R. — Probabilmente è un errore del testo francese, passato nel testo italiano. Potrebbe supporsi che, invece di _a sa maison_, avesse da leggersi _car s'amasse_; cioè, il sangue lo fa morire, _perchè si raduna_ diritto sul cuore.

(1060) le cors faire cheir de mauvais mal. C. F. R.

(1061) di ria maniera. C. R.

(1062) et si li font perdre la viste C. F. R. — _Vocolo_ per _avocolo_.

Cap. CCLVI.

_Lo re domanda: quale è la migliore carne che sia al corpo? Sidrac risponde:_

La migliore carne si è quella che à magiore sustanzia di forza in sè, ch'è la più forte, e dà magiore forza al corpo dell'uomo, ed a l'uomo sano che àe buono istomaco. La carne del bue e della buffola è più sana, che niun'altra carne; chè queste carni ànno grande sustanzia in loro, e rendono grande forza a uomo infermo. La carne del montone è più sana, per la tenerezza ch'è in lei, nello stomaco frale (1063). La carne della polastra è più sana che altra carne, per la tenereza ch'è in lei, per la fraleza ch'è nello stomaco dello amalato; e se non fosse per questa cagione, l'uomo darebbe a l'amalato pur carne di bue o di bufola, che l'ànno grande forza e grande sustanzia in loro. Ma per la infermità e per la fraleza dello stomaco del malato, l'uomo gli dona la tenera carne.

(1063) allo stomaco d'uomo fraile C. R. 2.

Cap. CCLVII.

_Lo re domanda: perchè la notte, quando l'uomo cena la mattina à fame, e s'egli non cena si è satollo? Sidrac risponde:_

E ciò aviene per gli omori. La notte che l'uomo cena, la vivanda èe nello stomaco pieno, e bolle tutta la notte dentro; e quando viene inverso lo giorno, tutto è consumato e è nullo; e lo stomaco che si sente voto, si gli conviene avere fame. E quando l'uomo non cena, lo stomaco dorme voto, e gli omori gocciolano (1064) dentro, e crescono, in quello che si pena a fare giorno; e al mattino si trova pieno di flemme e di collere. E questo aviene perch'egli è satollo; chè la fame e lo saziamento non viene se non dallo stomaco.

(1064) Vogliamo notare che, invece di _gocciolano_, il C. R. 2. ha _candellano_. Questo a proposito della nota a pag. 200-201.

Cap. CCLVIII.

_Lo re domanda: la vivanda che l'uomo mangia come si parte ella per lo corpo? Sidrac risponde:_

La vivanda che l'uomo mangia si raguna tutta nello stomaco; e quand'ella è ben consumata e ben cotta, allora si parte in cinque parti. La prima parte è la più pura e la più netta, ne va dirittamente al cuore. La seconda va dirittamente al cervello e agli occhi e per tutta la testa. La terza va al corpo e a tutti i membri e al sangue. La quarta vae al polmone e al fegato e alla schiena. La quinta parte vae al fondo, e è lo sterco. E altressì interviene del bere.

Cap. CCLVIIII.

_Lo re domanda: l'uomo ch'avrà inghiottito osso o spina, e gli sarà ristata nella gola, e non potrà andare su nè giù, come si potrà torre quello osso? Sidrac risponde:_

In due maniere: per inghiottire acqua e mangiare pane, e inghiottire aspramente. E se per questo no' ne vuole uscire del collo, e tu piglierai uno buono boccone di carne cruda, e legala con un filo sottile e forte, e masticheràla due volte o tre o più, e poi lo 'nghiottirai, e terrai lo capo del filo in tua mano. E se l'osso va giuso colla carne, tu inghiottirai ogni cosa; e se l'osso non va giuso, tu torrai il filo e la carne indietro, incontro all'osso, e tirerai con esso. E se quello filo si ronpe, sì lo farai un'altra volta.

Cap. CCLX.

_Lo re domanda: perchè pute lo sterco dell'uomo e della femmina? Sidrac risponde:_

Lo sterco dell'uomo e della femina pute per due cose: l'una per lo rinfrabimento del corpo, dentro: similmente come se l'uomo pigliasse uno pezo di carne (1065), e lo coprisse in tale maniera che punto di vento nolla potesse toccare, allora putirebbe. La seconda per gli omori che discendono allo stomaco, che sono amari e agri e insalati e di rio sapore; e si mischiano colla vivanda; e quando la sustanzia della vivanda (1066) si parte per lo corpo, e vi dimorano gli omori e lo cacchiume (1067) insieme, e iscalfano, e però putono.

(1065) carne cruda C. R. 2.

(1066) e quando la vivanda, cioè la sustanzia C. R. 2.

(1067) cacume C. R. 2. — Pare che sia da intendere per _sudiciume_ essendo trad. del franc. _ordure_.

Cap. CCLXI.

_Lo re domanda: per che cagione è l'orina della persona insalata? Sidrac risponde:_

L'orina della persone è salata per tre cose: la prima perch'ella discende e passa per la vivanda, e colà piglia la salatura che v'è entro, così come è la sua natura, chè tutte salature si sono di natura d'acqua. E perciò diciamo noi che l'acqua che l'uomo bee passa per la vivanda al corpo, e cola, e vanne con tutta la salatura alla vescica. La seconda cosa si è per lo sudore (1068) del corpo; che tutto il sudore che l'uomo tira dentro, tira l'acqua che l'uomo bee co' lei; che lo sudore che escie di natura, si è per calura ch'è dentro dal corpo, che fa mischiare e bollire l'acqua dentro dal corpo insieme (1069). E per queste tre ragioni diventa l'orina salata.

(1068) Tanto il C. L. che il C. R. 2. hanno: sapore. Ma abbiamo creduto di poter corr. _sudore_, sulla scorta del C. F. R. che ha _suor_.

(1069) Ecco la lez. del C. F. R.: car toute la suor che li cors sue dedens tire toute l'aigue che l'on boit aveuc ele, car le suor si est de nature de saleure. La tierce mainire si est por la chalor chi est dedens le cors, chi foit mehler l'aigue et la suor tout ensemble.

Cap. CCLXII.

_Lo re domanda: le femine ànno granelli? Sidrac risponde:_

Se le femine non avessono granelli, elle non potrebono ingravidare, nè corrompersi. Per gli granelli ch'elle ànno, elleno si corrompono, e ingravidano. Ma non però elli non sono videvoli (1070) come quelli degli uomini, perchè le femine gli portano dentro a' loro ventri, presso alla matre, ove la criatura si nodriscie. Nè non sono nimica così grandi come quelli degli uomini. E se i granelli non fossono, le femine sarebono più femine ch'elle non sono. E di tanto come elle gli ànno più piccoli che quelli degli uomini, di tanto ànno meno di valore. Perciò è bisogno che le femine abiano granelli come gli uomini.

(1070) sì vedevoli C. R. 2. — si veables C. F. R.

Cap. CCLXIII.

_Lo re domanda: come nascono i vermini nel corpo dell'uomo? Sidrac risponde:_

Li vermini nascono nel corpo degli uomini e delle femine dello sterco, e della più inferma (1071) vivanda e della più grossa che l'uomo mangia. E si non vivono nel corpo dell'uomo, se non della più inferma vivanda e della più velenosa che l'uomo mangia. Altressì come i serpenti e l'altre bestie velenose a noi nettano la terra del veleno, similemente i vermini nelli nostri ventri a noi nettano grande parte delle 'nferme vivande e delle velenose. S'egli non fossono, i corpi non sarebono nimica tutti sani. Non intendere nimica di troppi, chè troppi fanno male al corpo.

(1071) Per _malsana_.

Cap. CCLXIIII.

_Lo re domanda: quante sono l'arti del mondo che l'uomo non si potesse sofferire sanza loro? Sidrac risponde:_

Quattro sono l'arti reali, che l'uomo non si potrebe sofferire sanza loro: primieramente fabro, secondo maestro di legname, terzo cucitore, quarto texitore. Queste quattro sono molto bisognose al mondo, che sanza loro lo mondo non si potrebe sofferire (1072). Lo fabbro è signore di tutte l'altre arti del mondo, che niuna cosa ch'abisogni al corpo dell'uomo non si potrebe fare, se i loro stovigli non passassono per le mani del fabro. Maestro di legname si è conpagno del fabro al bisogno del mondo, ciò è a intendere lo legno al ferro; chè altressì come lo legnio s'aopera per lo ferro, conviene che lo ferro abia aiuto da legnio; e altrimenti non potrebe ben fare; e se egli non fosse, non si potrebe fare. Del cucitore il mondo àe molto grande bisognio di lui, chè per li cucitori si vestono le genti. Texitori è di molto grande bisognio, ch'egli fae la cosa onde tutte le genti si vestono e si cuoprono; e fa molte altre cose al bisognio delle genti. L'altre arti che sono dopo queste, sono molte bisognose alle genti; ma l'uomo si potrebe sofferire più che di queste IIII arti; che al tempo d'Adamo la prima arte fue fabro, la seconda maestro di legname, la terza cucitore, che gli cucivano le cuoia del filo del cuoio, e si coprivano in qualunque maniera egli poteano. Poi la quarta fu tessitore, che gli faceano le tovaglie del pelo delle capre, il meglio ch'egli poteano. E poi apararono a fare l'altre arti che sono nel mondo, che ciascuno giorno s'asottigliano, e asottiglieranno tanto quanto il mondo durerà (1073).

(1072) sostenere C. R. 2.

(1073) Nel C. F. R.: car chascun jor s'asoutiloient et s'asoutilieront tant com le monde durera. — Intenderei _assottigliare_ per _perfezionare_, _raffinare_. L'ant. franc. _soutiller_ ha il senso di _studiarsi_, _ingegnarsi_, conforme a _assotigliarsi_ ital. — Infatti la lezione del T. F. P. è questa: car chascun iour se subtillioit luy (Adam) et les aultres gens de faire tousiours nouvelles choses.

Cap. CCLXV.

_Lo re domanda: come potrebe l'uomo vinciere la volontà di questo mondo? Sidrac risponde:_

Legiermente sanza niuno pericolo tu potrai vincere la volontà del secolo: chè quando tu ai volontà di fare alcuna cosa che non sia buona, lieva lo tuo pensiere da lei, e pensa in altra parte, in bene, e lo tuo mal talento trapasserà. Chè quando tu pensi in alcuna follia o in alcuno vano pensiero, tu non puoi iscanpare di lui, se tu non pensi in altra cosa; e quando tu più gratti quello pensiero (1074), e egli più t'acciende il cuore, e t'aferma la volontà, e poi vieni tu al fatto. E se tu ài podere di farlo, tu lo farai, e apena puoi iscampare, che tu nol facci, della grande pena che tu ài, e volontà e pensiero al cuore. Ma se del tutto vuogli iscanpare della mala volontà che ài al cuore, sì tosto come tu ti diletti in rio e vano pensiero, lo tuo coragio atenpera, e pensa d'altro che in quella follìa. E se il tuo diletto di quello pensiere conbatte con lo tuo cuore, lo tuo cuore sia fermo e forte alla battaglia, tanto ch'egli di fuori da sè lo possa gittare; e allora iscanperai del male fare e di peccare, e il tuo corpo sarà in riposo; chè quelli che à folle pensiere nel cuore, e si diletta in lui, quello cuore non è sanza grandi martiri; e ti toglie lo mangiare e lo bere e riposo, e portagli angoscia e tribolazione.

(1074) et chant tu plus cele pencee grates C. F. R. — Sembra che allo scrittore di questo libro piacesse il vb. _grater_ in questo curioso significato. Al cap. XCII. (pag. 137) trovammo già _e non gratti più la gelosia_, e nella nota dicemmo che forse nel testo francese era da leggere piuttosto che _grater_, _guarder_. Ora però quella nostra congettura cade, sia per questo nuovo esempio del medesimo verbo; sia perchè abbiamo trovato nel Raynouard (_Lex. Rom_.) l'es. prov. del cap. XCII: non grate plus la gelosia, car qui plus la grata, ela plus art.

Cap. CCLXVI.