Il libro di Sidrach: testo inedito del secolo XIV pubblicato da Adolfo Bartoli

Part 20

Chapter 204,061 wordsPublic domain

Quelli che insegnano la credenza di Dio alle genti ànno la più pericolosa arte e la più sicura e la più degna, che niuna altra arte del mondo. Altressì come gli occhi sono lo lume del corpo, e altressì come il corpo va sicuramente per lo insegniamento degli occhi, altressì deono, quelli che questa arte mostrano alle genti, menare l'altre genti sane e salve alla credenza, e al comandamento di Dio fare; e fare (1000) quello ch'egli deono conpiutamente, sanza niuna menomanza e sanza niuna fallenza e sanza niuna gravezza, a ora e a punto. Che quelli che questo fanno, fanno apiacere a Dio, e sono degni inanzi a Dio, e chiari come il sole è al mondo, che tutto giorno è puro e netto, tra li monti e tra le valle, e getta i suoi raggi, e toccare si possono (1001). Questa arte è la più degna e la più preziosa di niuna altra arte; e quelli che questa arte insegnano, e nolla fanno, così come deono, eglino aprossimano l'altre genti a Dio, e eglino si dilungano; e sono siccome la candela, che rende bello chiarore altrui, e sè medesima consuma.

(1000) Così ha pure il C. R. 2. — Migliore è la lez del C. F. R.: a la creance et a comandement de Deu; et a faire etc.

(1001) Manca agli altri Codd. _e toccare si possono_.

Cap. CCXXX.

_Lo re domanda: come alcuna volta muove la gaieza al corpo dell'uomo gaio e allegro (1002)? Sidrac risponde:_

La gaieza che alcuna volta muove al cuore, e l'uomo diventa gaio, sapiate che ciò è per lo vecchio sangue, ch'egli arecò con seco del corpo della madre (1003). Quello sangue alcuna volta si muove, per lo ismovimento del malvagio sangue, che si muove per tutto il corpo, e rinverdisce lo cuore, e fallo diventare gaio o di cose fatte o di pensieri. E sapiate che la gaieza è molto pericolosa cosa: chè, se uno buon uomo savio fosse gaio, egli sarebe dispregiato tra le genti, e incolpato d'alcuna cosa, per la sua gaieza, conciosia cosa che egli nolla faccia; e se egli non fosse gaio, e fosse savio e convenevole, apena potrebe essere incolpato di follia. E quando lo sangue cessa, lo corpo diventa posato e cheto di fatti e di pensieri. E lo sangue ismuove al corpo di troppo bere o di troppo posare.

(1002) Nel C. R. 2.: _da che aviene la gioia e l'alegrezza che aviene all'omo di subito?_

(1003) par le viel sanc chi est en lui de la jovente, le queil a aporte dou ventre de sa mere o lui. C. F. R.

Cap. CCXXXI.

_Lo re domanda: ciascuna volta che l'uomo s'accosta alla femina ingenera egli? Sidrac risponde:_

Non già, l'uomo non ingenera tutte le volte ch'egli s'acosta alla femina; ma egli ingenera alcuna volta ispesso e alcuna volta tardi. E la femina non piglia nimica ciascuna volta la generatura, perchè l'uomo ingenera più che la femina non piglia. E uno uomo luxurioso che spesso giace con femina carnalmente, si perde la forza delle reni e de' nervi e de' menbri; e quello ispermo che egli fae è sì frale e sì vano, che non à niuna sustanza di generare. Ma chi si astenesse della luxuria otto giorni o più, ben potrebe essere ch'egli generrebbe; e simigliantemente aviene alla femina. Ma nella ganba dell'uomo è vena, chi se ne facesse isciemare sangue giammai non ingenererebe; e simigliante alla femina, giammai inpregnare non potrebe (1004).

(1004) Merita di essere riferito, se non altro per la sua stranezza, il seguente tratto, che leggesi nel C. R. 2., e che manca anche al C. F. R.: Ma nella gamba dell'omo àe una vena, che tiene da l'uno capo a l'altro della polpa, e va insino al garetto, e si è molto sottile a trovare. Che chi isciemasse sangue dal capo di quella vena, e traesene una menata del ditto sangue, poi giammai ingienerare non potrebe. Item a femina che non fosse sterile, e tardasse troppo ad avere figliuoli, sed ella portasse co' lei così come porta al loro modo, la radice d'una erba che si chiama achel, ben pesta senza premere, con lana di pecora sucida, otto giorni e otto notti, e ciascuno giorno mutarsi due volte, e guardarsi di vivande grasse e dal freddo, e al nono giorno farsi isciemare una pugnata d'una vena della madre, dal lato diritto, presso del pettignone, là dove l'anguinaia monta, e la mattina giacere coll'omo, se ella e l'omo non fossono sterili, ella e l'omo ingenerebono di fermo.

Cap. CCXXXII.

_Lo re domanda: che potrebe l'uomo fare, che la femina inpregnasse? Sidrac risponde:_

Femina che non fosse isterila, e tardasse tropo a portare figliuoli, se ella si traesse sangue del braccio, e quello giorno, quando andasse a dormire, bevesse zucchero bollito e rose vecchie vermiglie, e un poco di regolizia, e così facesse la mattina e la sera, e l'altro giorno altressì apresso, la mattina e la sera; e ch'ella si guardasse carnalmente di giacere con uomo VII giorni, e l'ottavo giorno portasse calcina (1005) pesta nella natura, così come le femine la sanno portare, con lana lunga di pecora; e lo nono giorno portasse in quella maniera unguento di quarto peso e lana sucida, e una notte lo tenesse (1006), e in quello giorno si guardasse di bagnare la sua natura con aqua calda o fredda, e ancora di manicare grosse vivande, e la dimane giacesse carnalmente con uomo, incontanente ingraviderebbe.

(1005) racine d'ache. C. F. R. — È evidentemente la _radice d'achel_ del n. t., scambiata qui dal trad. con la _calcina_.

(1006) et le IX iors che le portast en cele maniere loignement philosophen, le quart d'un pois ou plus en laine sulente ec. C. F. R. — _sulente_ crediamo da corr. _pulente_, _pullante_.

Cap. CCXXXIII.

_Lo re domanda: di quale parte si raguna la schiatta dell'uomo quand'ella escie? Sidrac risponde:_

Ella escie di quattro cose: di tutti i menbri dell'uomo, e de' nerbi e delle vene, che egli sudano dentro dal corpo, del grande calore, e della volontà delle quattro conparizioni dell'uomo, cioè del corpo e della loro natura; sì si canbia di vermiglio in bianco; e sì si ragunano e scagliano, e di là escono fuori: e questa è la schiatta dell'uomo, quando usa con femine (1007). La prima si è la volontà dell'uomo, che egli disidera a fare; e per quello disagio tutti i menbri rinfabiliscono, e la natura, che è i' lui, richiede. (1008). La seconda natura si è lo scaldamento in quella volontà. La terza cosa si è lo sforzamento (1009) dell'uomo alla femina. La quarta cosa si è di pigliare riposo al corpo. E simigliantemente per quella ragione si corronpe la femina come l'uomo; e alcuna volta si corronpe in dormire. Ma il travaglio del corpo e lo disagio e gli omori rasoave (1010) tutto questo.

(1007) Elle isse de IIII cosses de l'home, de tous ces membres et des ners. Car il sont sanc dedens le cors, de la grant calor, et de la volente des IIII complexions au cors et de lor nature ce chanse com deu vermeil au blanc, et s'asemblent escailes, et per la issent hors, et ce est l'esclate. C. F. R.

(1008) le chiert. C. F. R.

(1009) frotement ou touchement. C. F. R.

(1010) rabonacciano. C. R. 2. — Assoage. C. F. R. — _Assoage_, da _asoager_, significa qui _calmare_. — È chiaro che _rasoave_ è un errore del trad., che pare non intendesse la parola franc. Non sapremmo indurci a credere che si dovesse leggere _rinsoavisce_ per _rende soave_.

Cap. CCXXXIIII.

_Lo re domanda: de' l'uomo amare gli figliuoli? Sidrac risponde:_

Li figliuoli debonsi amare, ma non troppo. I figliuoli sono frutti delle genti, e bene dee l'uomo amare cotali frutti. Ma se tu ài i tuoi figliuoli, tu gli dee bene amare, ma non più di te, chè quelli è folle che ama altrui più che sè. Niuno dee amare altrui più di Dio; e poi la tua buona moglie, e poi i tuoi figliuoli e tutta la gente. Che se tu ài figliuoli, e tu gli ami tropo, tu fai follia, perchè tu non gli dei amare più che Dio e te medesimo. Che se l'anima tua è perduta e dannata per li tuoi figliuoli, per lasciargli ricchi o per mantenegli, se tu avessi centomilia figliuoli, governare non ti potrebono del tuo dannamento (1011). Meglio varrebe per te che tutti i tuoi figliuoli fossono dannati, che tu. Non dei mantenere i tuoi figliuoli di folle guadagnio, ma fargli inparare arte, ond'ellino si mantengano, se bisogno a loro farà.

(1011) Uno de' soliti equivoci del volgarizzatore. Il C. F. R. ha: ne te poroient de ton dampnement maintenir. — Ora _maintenir_ (da _manu_, _manum tenere_) significa e _governare_ e _proteggere_, _soccorrere_. E qui questo vb. aveva appunto il secondo significato. — Infatti il C. R. 2. ha: aitare non ti potrebono del tuo dampnamento.

Cap. CCXXXV.

_Lo re domanda: incantamenti e malie sono vane? Sidrac risponde:_

All'anima non profittano nulla, ma elle fanno noia e danno. Al corpo vagliono per tre cose: chi incantamenti e malie vuole fare, si gli conviene sapere e conosciere l'ore e i punti, quando si dee adoperare; e se egli in questo non conoscie assai, gli conviene aoperare che nulla vaglia (1012). La seconda cosa gli conviene avere in loro fede. La terza cosa si è che gli conviene sapere dell'arte della stonomia. E chi altrimenti lo fa, non sa che si faccia.

(1012) li conviene adoperare, che nulla li vagliono. C. R. 2. — Nel C. F. R. il senso è indecifrabile. — Il T. F. P. ha: il peult assez ouvrer, mais son ouvraige riens ne luy voultroit.

Cap. CCXXXVI.

_Lo re domanda: qual è la più leggiera bestia che sia e la più asentivole (1013)? Sidrac risponde:_

Il cane è la più legiere bestia che sia, e la più conosciente e la più leale; che niuna bestia puote sì tosto correre, nè tanto tracciare (1014) come il cane. Di senno la formica è più asettevole (1015) che bestia che sia, a la ragione della sua piccoleza. Ella è la più savia, chè ella raguna la state per vivere il verno; e Iddio per la sua potenza l'à dato questa natura, per dare asenpro all'uomo, quando così piccolo vermine à iscienzia di ragunare la state per vivere lo verno; ciò è a intendere che noi dobiamo in Dio credere, e fare i suoi comandamenti, e travagliare in questo secolo per guadagnare l'altro secolo; e di fare altressì come la formica, che provede da lunga e da presso. Altressì dobiamo noi credere che Iddio à podere in tutte le cose, e adorare lo suo benedetto nome per tutti i tempi, e lo suo comandamento fare, e il suo servigio.

(1013) _Asentivole_ pare voglia dire _che sente_. Il C. F. R. ha: _flairant_; da _flairier_, _flarier_, mandare odore e sentirlo (Cf. _Gachet_, _Glossaire du Chevalier au Cygne_, a _flair_). — Anche il prov. ha, con questo medesimo significato, il vb. _flairar_; e l'ital. _odorare_.

(1014) _Tracier_, ant. fr., vuol dire, oltre _seguitare la traccia_, come in ital., anche _cercare con cura_. «Si com le quert et k'il le trache — Une vies capele a trouvée.» _Mir. de Notre Dame_, presso _Roquefort_.

(1015) Crederemmo da correggere _asennevole_, per _assennata_, o piuttosto _asestevole_, per _assestata_. Potrebbe anco credersi usato _asettevole_ per _assettata_ nel senso di _bene ordinata_. — Ma come intendere il testo francese del C. F. R.: et de flairor formie est la plus flairant vermine et beste chi soit?

Cap. CCXXXVII.

_Lo re domanda: quale è più alto o la terra o lo mare? Sidrac risponde:_

La terra è assai più alta che 'l mare. Se il mare fosse più alto che la terra ella (1016) coprirebbe la terra. Questo potete voi vedere apertamente: pigliate uno vasello, e enpietelo pieno d'acqua, raso col vasello, cioè coll'orlo, e l'acqua si terrà senza ispandere, se il vasello non si tocca; e se voi mettete anche uno poco d'acqua, ella saglierà d'ogni parte, e spande sopra l'orlo del vasello. Altressì averrebbe se lo mare fosse più alto che la terra, lo mare ispanderebe da tutte parti e coprirebbe la terra.

(1016) elle, C. F. R.

Cap. CCXXXVIII.

_Lo re domanda: le lumache perchè s'appiccano agli alberi? Sidrac risponde:_

Le lumache escono del sudore e del calore dell'erbe, e dell'umidore della terra; e per quella natura ond'elle sono, s'apiccano all'albore volentieri, per lo suo umidore. Lumaca è laida, ma ella è sana e molto buona per persona che fosse ingonbrata del petto, che fiatare non potesse. Chi pigliasse le lumache, e friggiessele con olio d'uliva, o dessele a mangiare dieci giorni con mèle di lape (1017), egli sarebe diliberato di quello male e di quello ingonbramento. E chi ardesse le lumache, quello dentro (1018), a modo di carboni, la decima parte, e altrettanto d'uno legnio che si chiama ybano (1019), e pestasse insieme molto bene, e lo stacciasse sottilmente, e poi ugnesse quelli che àe lo bianco nell'occhio, due volte il giorno, in trenta giorni lo bianco se n'andrebbe tutto (1020).

(1017) d'api C. R. 2.

(1018) les limasses dedens C. F. R.

(1019) ybanus.

(1020) Dioscoride insegna che le lumache abbruciate con tutta la carne, ridotte in polvere e unte col miele, guariscono le macchie degli occhi. Lib. II, Cap. 9.

Cap. CCXXXIX.

_Lo re domanda: come dormono gli vecchi più leggiermente che gli piccoli garzoni non fanno? Sidrac risponde:_

Li piccoli garzoni dormono leggiermente per lo dolciore e per l'ardore e per lo verdore del loro cervello. E altressì come lo fiore del frutto a l'albore, quando uno poco di vento lo tocca, egli si dichina e abassa simigliante è del garzone, che, quando elli è satollo, uno poco d'aire che lo fiere, elli dorme e si riposa e si nodriscie. L'uomo vecchio dorme come i piccoli garzoni, per la fraleza del cervello: come uno frutto maturo e fracido, quando un poco di vento lo tocca, si lo caccia in terra. Altressì aviene del vecchio uomo, ch'egli dorme come uno garzone. E questo è per lo mancamento del sangue, e per la fraleza delle sue reni e de' suoi menbri.

Cap. CCXL.

_Lo re domanda: se Idio avesse fatto uno uomo così grande come tutto il mondo, potrebb'egli contastare contra lui? Sidrac risponde:_

Si Iddio avesse fatto un uomo (1021) così grande come tutto il mondo e più, egli non avrebbe forza nè podere di contastare contra di lui. E di questo vi potete voi avedere chiaramente: che se l'uomo facesse uno grande uomo alla simiglianza di lui (1022), e quand'elli fosse conpiuto, si lo potrebbe disfare tutte l'ore che volesse, e già contastare no gli potrebbe. E molto magiormente, a cento doppi, à magior podere di contastare a noi quella figura, che non averebe l'uomo, che fosse magiore di tutto il mondo, inverso Dio; nè uno migliaio d'uomini nè altrettante femine non potrebono pensare lo podere nè la possanza di lui; che anche n'avesse vie più che tanto, quanto l'uomo più pensa in lui, più ne truova in lui e di forza e di podere (1023). Che se Idio dicesse: sia lo mondo di fino oro e fine pietre preziose, inmantanente sarebe lo suo comandamento conpiuto e fatto; e s'egli dicesse: sia uno uomo bestia e peggio, overo uno vermine sì grandissimo che tutto il mondo potesse portare in capo, in quello punto medesimo sarebe tanto tosto fatto. E s'egli dicesse: fia il cielo e la terra distrutta, e la gente morta, incontanente sarebe conpiuto il suo comandamento. E se egli è così grande di podere, ch'egli potrebe fare uno uomo che fosse magiore che tutto il mondo, certo altressì lo potrebbe fare nullo (1024). Come l'uomo potrebe pigliare colla mano la più alta stella del fermamento.

(1021) Manca _uno uomo_ al C. L. — Abb. supp. col C. R. 2.

(1022) chi fereit une grant figure a semblance. C. F. R.

(1023) Et mout plus a C. doubles ont plus de poer envers vos, che cil grant home chi fust com tout le monde n'en auroit envers Dieu, ne M. miliers d'omes et autretant de femes, et chascun d'iaus eust le sens de M. miliers de sages homes ne poroient il penser de M. I des poers de Dieu et de sa puissance, che il n'en trovassent plus de puissance et plus de poeir en lui. C. F. R.

(1024) Ci pare migliore il senso del T. F. P.: et ainsi doncques quelle resistence pourroit faire ung homme contre Dieu, et fust il aussi grant que tout le monde?

Cap. CCXLI.

_Lo re domanda: se Idio non avesse fatto lo secolo, di quale maniera sarebbe il mondo? Sidrac risponde:_

Lo mondo sarebe istato come uno grande abismo (1025), pieno di tenebre, altressì nulla, come cosa che non fu mai. E già per ciò Idio non avrebbe perduta la sua gloria, e così sarebe egli stato allora, com'egli è e starà. Per tutte le genti e per tutte le criature ch'egli à fatte in questo secolo non sarebbe egli migliorato nulla; e s'egli non l'avesse fatto, non sarebe stato nulla; e però sarà fatto tuttavia lo suo comandamento, e tutto giorno sarà, sanza fine.

(1025) Abisme. C. F. R. — Abisso C. R. 2.

Cap. CCXLII.

_Lo re domanda: gli angeli che Idio fece furono fatti della lena di Dio, come Adamo lo primo uomo fue fatto? Sidrac risponde:_

Non mica, se non solamente della parola di Dio, quand'egli disse, sia fatto l'angelo; e in quella parola e in quella ora furono fatti. Ma Adamo fue fatto della lena di Dio, quand'elli soffiò (1026) nel volto; e però Adamo e la sua generazione, che a lui credono e crederanno, saranno più degni che gli angeli per tre cose ch'egli ànno: la vita perdurabile della lena di Dio; l'altra, ch'egli ànno corpo e anima, e gli angeli non ànno se non lo spirito solamente; la terza che Idio à stabilito l'angiolo per l'uomo guardare e governare da tutti i mali, se egli non vuole consentire alla volontà del diavolo.

(1026) li sofiò. C. R. 2.

Cap. CCXLIII.

_Lo re domanda: cui de' l'uomo più amare, o quelli cui elli ama o quelli che l'amano? Sidrac risponde:_

Tu dei amare quelli che t'amano più che coloro che (1027) tu ami; che per aventura tu potrai amare tale che non amerà te, anzi t'odierebbe; e per ciò tu dei amare quelli che t'amano; e se tu lo fai, tu ami Iddio, inperciò che Iddio ama ogni uomo, e ciascuno lo dee amare. Quelli che amano il peccato, si ama (1028) il diavolo, e lo diavolo non l'ama punto, anzi odialo, e menalo al fuoco dello 'nferno. Che lo diavolo non ama la gente, se non per ingannargli e menarli al fuoco. E non credete che lo diavolo abia podere di male fare, se non a quelli che l'amano, e fanno i peccati. Ma i buoni odia egli fortemente, e non à podere di fare niuno male: che Iddio li guarda e difende del suo podere e del suo ingegno.

(1027) Manca al C. L. _coloro che_. — Abb. suppl. col. C. R. 2.

(1028) amano. C. R. 2.

Cap. CCXLIV.

_Lo re domanda: dove sono le più degne parole e d'erbe e di pietre (1029)? Sidrac risponde:_

Iddio fece vertude in queste tre cose, più che in niun altra cosa del mondo, chè questa è la propietà del mondo. E le più degne parole del mondo sono quelle quando l'uomo rende grazia, e adora al suo criatore, chè migliori parole nè più degne non potrebono di bocca d'uomo uscire. Le più degne erbe che al mondo sieno, sono quelle di che l'uomo vive, e che più servono al corpo dell'uomo: ciò è a intendere il grano, che noi abiamo di (1030) magiore bisogno, e più ci mantiene che niuna altra erba del mondo. E per ciò la chiamiamo noi la più degnia erba che sia. Delle pietre molte ne sono; ma delle loro bontà ci potremo ora sofferire (1031). Ma solamente quella pietra che macina lo grano è la più degna pietra, che tutte genti serve, e a tutte le genti abisognia: per ciò è la più degna pietra che sia.

(1029) Nel C. R. 2.: _in che regna più virtù tra nelle parole o nelle erbe o nelle pietre?_

(1030) di lui. C. R. 2.

(1031) Intenderei: ci potremo ora _astenere_, ci potremo _passare_ di discorrere. È noto come l'ant. fr. _sofferir_ avesse questo significato, del pari che il prov. _suffrir_.

Cap. CCXLV.

_Lo re domanda: come la scurità della luna non si vede se non inverso ponente, e tuttavia quand'ella è novella? Sidrac risponde:_

La luna fa così bene lo suo corso al levante come al ponente: chè quella ora ch'ella fa lo suo corso, a quello punto, ella è vermiglia, così di giorno come di notte. E quand'elli si fa di giorno, ella non si puote vedere per lo chiarore del giorno. In quella che lo giorno falla (1032), ella è novella al levante; e lo fermamento fa lo suo torno, e ella viene al ponente, e allore è notte. E quand'ella è novella al ponente, e lo giorno dura, la notte non si puot'ella vedere per lo torno che lo fermamento fa; quando viene la domane, e ella si vede.

(1032) 'l giorno si diparte cioè falla. C. R. 2.

Cap. CCXLVI.

_Lo re domanda: dee l'uomo discoprire il suo segreto al suo amico, quand'egli fa alcuna cosa celata? Sidrac risponde:_

In niuna maniera de' l'uomo discoprire lo suo segreto se non a Dio, che tutto sa: ciò che è a intendere (1033), a quelli che saranno nel suo luogo in terra, dopo la venuta del veracie profeta. Ma in altra maniera non dei discoprire lo tuo segreto a niuno. Che se tu lo discuopri al tuo amico, alcuna cosa lo tuo amico, o altro amico ch'egli avrà, la discopirrà; se egli è poco savio, egli lo discopirrà tutto collo suo amico che egli à. Quello amico anche, o altro amico, lo dirà per aventura ad un altro; e così potranno sapere lo tuo segreto molte genti; e così ne potrai essere adontato e svergognato. E per questa ragione non è bene di scoprire lo tuo segreto. Che tanto come averai lo tuo segreto, egli sarà tuo servo; e quando tu l'avrai discoperto, tu sarai suo servo. E certo tale lo potrà sapere, lo tuo segreto, che ti vorrà male, e di ciò ne sarai più frale, e egli ti potrà più nuocere; e per la paura di lui, di ciò ch'egli avrà saputo lo tuo segreto, tu non potrai contastare. E se tu non ti puoi sofferire di discoprire lo tuo segreto per la tua follia, e lo ventre per la tua necessità l'enfia di pur dirlo, dillo infra te medesimo, altressì come tu lo ragionassi con altrui; e allora lo tuo cuore si rafredda e lo tuo ventre si disenfierà. E, se per bisogno che tu abbi, te lo conviene pur dire, guarda che tu lo dichi a tale uomo, che nol ti possa rinproverare, per alcuno cruccio che tu abbi co' lui.

(1033) che tutto ciò è ad intendere. C. R. 2. — Il n. t. è conforme al C. F. R.

Cap. CCXLVII.

_Lo re domanda: quali femine sono più utili a l'uomo quand'egli giacie co' loro? Sidrac risponde:_

Secondo l'anima, niuna femina è utile all'uomo, a giacere co' lei, se non se la sua moglie. E secondo il corpo, due istagioni sono l'anno di giacere con femina: quando l'aria è fredda, e rende lo suo gielo in terra. La femina, viva bruna è utile all'uomo, quando elli usa co' lei; chè la bruna femina è di calda alena e di caldo interiore, e quello calore iscalda l'uomo, e fagli grande prode e grande sanitade al corpo. E il caldo tempo, quando la stagione è calda, e rende lo suo calore in terra, la femina bianca è utile all'uomo, quand'egli usa co' lei; che la femina bianca è fredda, le sue interiore sono fredde, e quello freddore fa grande prode all'uomo, e lo rinfresca di suo calore. La femina vecchia si è calda e di grieve alena e grieve interiore e di grieve uscite (1034), e si dona grande pesanza al corpo dell'uomo, e grava lo cuore, e si gli fae mutare lo suo bello colore, e fallo diventare palido, sia la femina bianca o bruna. Dell'uomo vecchio alla femina altressì aviene.

(1034) Così ha pure il C. R. 2. — Manca al C. F. R.

Cap. CCXLVIII.

_Lo re domanda: perchè alcuna gente si levano a mattotino da dormire bianchi e coloriti, e altri palidi e ismalfati? (1035) Sidrac risponde:_

Per tre cose: la prima per le forze delle collere gialle, che sormontano l'altre collere al corpo, e per la forza ch'elle ànno al corpo, quando lo corpo dorme, e l'altre collere e lo sangue cessano al corpo. E l'altre collere gialle che sormontano, lo tingono del loro colore, e alla mane si levano di quello medesimo colore. La seconda maniera si è di pigliare cosa, la notte, che scalfa lo corpo, e fa bollire lo stomaco, e iscalfare lo corpo, e rinfabilire gli occhi, e amarire (1036) la sua lengua; e si fa molte infermitadi.