Il libro di Sidrach: testo inedito del secolo XIV pubblicato da Adolfo Bartoli
Part 2
Sarebbe affatto superfluo che noi ci facessimo a dimostrare particolareggiatamente agli studiosi della lingua d'oïl non essere questo il buon francese del secolo quartodecimo, il quale scorre proprio elegante fluido efficace sotto la penna di molti poeti e prosatori, tanto più elegante, pare a noi, in quei primi secoli, che oggi non sia. E senza volere far paragone del francese di questo Codice Riccardiano con quello, a modo di esempio, corrottissimo e in tante parti non decifrabile, di Niccolò da Casola, e neppure con quello di Martino da Canale, pur non è dubbio che anche il francese del Sidrach non apparisca guasto ed errato. Tra le illustrazioni che faranno seguito al presente volume sarà ancora uno studio su molti codici francesi delle biblioteche italiane, e su quelli specialmente di cui non dettero saggio nè il Keller nè l'Heyse (11). Ivi apparirà manifesto come in Italia si scrivesse e si copiasse il francese nei secoli XIII e XIV; e come dagli errori del testo altri errori derivassero nelle traduzioni che allora si fecero, ai quali è da aggiungere ancora i molti e stranissimi che dalla conoscenza scarsa della lingua derivavano. Da ciò dovrà essere chiaro ad ognuno come quei nostri antichi volgarizzamenti abbiano bisogno di un raffronto continuo coll'originale, se voglionsi dare scritture alle quali il senso non manchi, e che possano giovare alla storia della lingua. Che cosa è, come lo possediamo nelle stampe, quel _Tesoro_ di Brunetto Latini, del quale, fino dal 1816, desiderava il Giordani (e anch'oggi dovrebbe desiderarlo) il testo italiano ridotto alla vera lezione e accompagnato col suo originale francese? Che cosa sarebbe il Sidrach, se pubblicato sui codici italiani soli, senza le correzioni e le illustrazioni che dal paragone col francese derivano? Nè crediamo sia buona e saggia la opinione, che pure oggi alcuni sostengono, essere da sfatare come inutilissime ed anzi dannose le traduzioni de' primi secoli della lingua. Le quali, se anco non fossero parte della storia delle nostre lettere, e se non ci fossero documento della cultura di quei tempi, rimarrebbero sempre alla lingua importantissime, e indispensabili a chi vorrà e saprà, quando che sia, fare che all'Italia non manchi un glossario della sua lingua, comparata colle altre lingue uscite dalla sorgente latina. Sappiamo non in tutte le traduzioni del duecento e del trecento potersi ammirare una uguale eccellenza di dettato; ma da ciò stesso usciranno utili considerazioni; e, ad ogni modo, il traduttore meno garbato d'allora, potrà sempre essere maestro di proprietà nell'arte, a noi, che non possediamo e non amiamo più nessun'arte, e pare che consigliatamente studiamo di imbarbarire la nostra povera lingua. Non vogliamo parlare delle traduzioni dal latino, nè dire quanto le lettere nostre abbiano potuto ricevere di utilità da' volgarizzamenti di Virgilio, di Livio, di Sallustio, di Ovidio; delle Vite de' Santi Padri, de' Morali di papa Gregorio, e di altri non pochi, tutti elegantissimi. Ma, e le traduzioni de' romanzi di cavalleria, chi si assicurerà di affermare che furono inutili alla lingua ed alla letteratura? Forse perchè in esse troviamo la forma francese? Ma in che si differenzia dunque questa forma francese dall'italiana, nel secolo tredicesimo? Chi si provasse a tradurre parola a parola una poesia o una prosa francese di quel secolo, avrebbe una buona e spesso elegante scrittura italiana; come eleganti sono quasi tutti i nostri romanzi cavallereschi, de' quali i più non sono che letterali volgarizzamenti. A volere però che utili riescano quelle traduzioni, occorre che le sieno raffrontate col testo, sia per correggere gli errori, sia per chiarire i passi più oscuri, sia ancora per mostrare che nelle origini il francese e l'italiano amarono la stessa giacitura di parole e lo stesso temperatissimo stile; come anch'oggi, sventuratamente, pare che amino e l'uno e altro, rinnegando la loro origine, slanciarsi senza regola nelle stranezze e nelle metafore più ardite e più goffe, senza pure serbare quel decoro, che almeno al seicento non mancava.
Dopo il Codice francese 2758, ci siamo giovati assai del _CODICE RICCARDIANO 1930_ (_indicato nelle note_ C. R. 1.) Esso appartiene senza dubbio ai primi del secolo XIV, ed avrebbe per molti titoli meritato preferenza sugli altri, se non fosse di una redazione soverchiamente abbreviata, contenendo appena la terza parte dei capitoli degli altri codici; onde non avrebbesi avuto da esso un giusto concetto di quello che sia l'opera del Sidrach. Il traduttore è spesso elegante; e noi lo giudichiamo senese dalle forme de' verbi _essare_, _scrivare_, _aombrarà_, _vivare_ ec., che leggonsi costantemente nel Ms. (12). A molti luoghi (come dalle note apparisce) il testo di questo codice corregge quello degli altri, ed è poi sempre nella forma più proprio e più accurato. L'abbreviazione va crescendo quanto più il traduttore volge al fine del suo lavoro; e sembra come uomo preso dalla noia, il quale, avendo cominciato colla intenzione di fare un volgarizzamento, a poco a poco riducesi ad abbreviare, e poi salta addirittura molti capitoli, e termina col far cosa quasi originale. Noi non possiamo astenerci da riferire qui alcuni degli ultimi capitoli di questo Codice, li quali ci sembrano, nella loro brevità, bellissimi:
Che ène il mare?
Quelli scrisse: abbracciamento del mondo, termine coronato, albergo delli fiumi, fontana della pioggia dell'acqua.
Che ène Iddio?
Iddio è mente immortale, allegrezza senza disdegno forma incomprensibile, occhio senza sonno, luce e bene che contiene tutte le cose.
Che ène il sole?
Il sole ène occhio del cielo, cierchio del caldo, isplendore senza abbassare, ornamento del die, dividitore della notte et del die tutto tempo.
Che ène la luna?
La luna si ène porpore del cielo contraria del sole, nemica de' ma' fattori, consolamento de' viandanti, dirizzamento de' navicanti, segno di sepultura, larga di rugiada, agura di diviamento di tempi e delle tempeste.
Che ène l'uomo?
L'uomo ène mente incarnata, fantasima del corpo, aguardatore della vita, servente della morte, romeo trapassante et oste forestiere del luogo, anima di fatiga, abitatore di picciolo tempo.
Che ène amico?
L'amico ène nome desiderevole, refugio delle aversità, biatitudine senza abandono.
Che ène richezza?
Richezza ène peso d'oro e d'argento, ministra di rangole, diletto senza allegrezza, invidia da non satiare, desiderio da non compire, bocca grandissima, concupiscenza invisibile.
Che ène povertà?
Povertà è bene odiato, madre della santità, ritrovatrice del savere, mercantia senza danno, possedimento senza calunnia, prosperità senza sollecitudine.
Che ène sonno?
Sonno ène 'magine della morte, riposo delle fatiche, talento degl'infermi, aspettamento di morte.
Che ène morte?
Morte ène sonno eternale, paura delli ricchi, desiderio delli povari, cacciatrice di vita, risolvimento di tutti.
Che ène parola?
Parola ène manifestamento d'animo.
Che ène il corpo?
Il corpo ène magione dell'anima.
Che ène forte?
Forte ène 'magine d'animo.
Che sono li occhi?
Li occhi sono guida del corpo, vasello del lume, mostratori dell'animo.
Che ène cielabro?
Cielabro ène guardia della memoria.
Che ène il fegato?
Il fegato ène guardia del caldo.
Che ène il quore?
Il quore ène movimento della vita.
Che ène fiele?
Il fiele ène movimento dell'ira.
Che ène milza?
La milza ène albergo dell'allegrezza e desiderio.
Che ène lo stomaco?
Lo stomaco ène quoco delli cibi.
Che sono le ossa?
L'ossa sono fermezza del corpo.
Che sono li piedi?
Li piedi sono mobile fondamento.
Che ène il vento?
Vento ène turbamento d'aria, siccità di terra et movimento d'acque.
Che sono li fiumi?
Li fiumi sono corso che non viene meno, pascimento del sole et bagnamento della terra.
Che ène amistà?
Amistà ène aguaglianza d'amici.
Che ène fede?
Fede ène meravigliosa certezza di cosa non saputa.
Fra i due Codici, RICCARDIANO 1475 (_indicato nelle note_ C. R. 2.) e MEDICEO LAURENZIANO, PLUTEO LXI, 7, siamo stati incerti assai quale meritasse preferenza per la stampa. L'uno e l'altro della seconda metà del secolo quartodecimo, conformi nella lingua, identici nella redazione. E se abbiamo preferito il Mediceo Laurenziano è stato perchè, dopo un minuto e paziente raffronto, abbiamo veduto che l'amanuense di questo codice era incorso meno spesso in errore che non quello del Riccardiano; e forse non sarebbe difficile provare che il Manoscritto della Biblioteca Riccardi fu copiato da quello della Laurenziana. Nonostante però esso Codice 1475 ci è stato di un grande aiuto, a correggere, a supplire, a raddirizzare il senso, a spiegare l'oscurità di molti periodi; poichè non si vuole dissimulare che il Codice Laurenziano non sia troppo spesso di lezione errata e stranamente confusa.
Di aiuto non meno prezioso ci è stata un'antica edizione del Sidrach, che si conserva nella Biblioteca Nazionale di Firenze (sezione Palatina), e che ha questo titolo: MIL QUATRE VINGTZ ET QUATRE DEMANDES, AVEC LES SOLUTIONS ET RESPONSES A TOUS PROPOZ, OEUVRE CURIEUX ET MOULT RECREATIF, SELON LE SAIGE SIDRACH. — _Paris par maistre Pierre Vidove, MDXXXI._ (Indicato nelle note T. F. P.).
Venendo a dire del modo onde questa stampa è condotta, noteremo solo come sia stato nostro intendimento di riprodurre con la più scrupolosa esattezza il Codice, nella sua ortografia e lessigrafia, parendoci che, se questa regola si seguisse costantemente nelle impressioni delle antiche scritture, molto se ne agevolerebbero gli studi (che restano in gran parte da farsi in Italia) sulle origini e sulla storia della lingua nostra. Nelle note ci siamo studiati di chiarire il senso d'una parola o di una frase con varianti di altri codici, ogni volta che ciò è stato possibile, sembrandoci questo il modo migliore di commento, come quello che pone sotto gli occhi del lettore una forma diversa, e lo lascia libero nel suo giudizio. Ci siamo poi qualche volta allargati a commentare alcune parole del testo francese, quando ciò potesse avere importanza per l'italiano. Non abbiamo richiamato l'attenzione del lettore sopra tutte le parole che potevano meritarla, essendo che ciò sarà fatto nel _Glossario delle voci italiane e francesi degne di nota_, che troverà il suo luogo nella seconda parte di questo volume.
Il quale, venendo ad accrescere il numero dei nostri testi di lingua, parrà forse a molti cosa affatto inutile, essendo oggi rivolti a ricerche troppo più alte gli ingegni, per avere agio e tempo di pensare anche a quegli studi dell'arte, che furono già tanto cari ai nostri antichi, e che procacciarono pure qualche onore all'Italia. Oltre di che i tempi odierni professano teorie di letteratura così nuove, che riesce spesso molto difficile intenderle a chi abbia educata la mente ai vecchi principii dell'arte italiana. Ed oggi vediamo ancora un'antica questione, che pareva risoluta, sorgere di nuovo; e sentiamo, dopo sette secoli di letteratura, mettere in dubbio se esista una lingua italiana. Concedasi a me, nato e vissuto sempre in Toscana, una modesta parola su questo argomento. Si ricercano i mezzi per diffondere l'uso della buona lingua, ed a ciò rispondesi anzi tutto che per buona lingua s'ha da intendere la fiorentina. Perchè dunque il fiorentino è chiamato la buona lingua? Non sapremmo a questa domanda trovare che una sola risposta. Quando un dialetto parlato passa ad essere scritto, e se ne fa mezzo o strumento di una letteratura, allora esso diventa predominante sugli altri dialetti della stessa famiglia, acquista un titolo quasi di signoria legittima e incontrastata, e noi siamo soliti di chiamarlo non più dialetto ma lingua. Su ciò mi sembra che non possa cadere dubbio alcuno. Il dialetto del Lazio, quando fu scritto, diventò quella che noi diciamo lingua classica di Roma. I missionari che in regioni selvagge sono riusciti a ridurre in iscrittura uno de' cento dialetti parlati, hanno tosto veduto che quel dialetto acquistava una supremazia letteraria, vincendo gli altri che rimanevano come barbari gerghi (13). Poniamo che la letteratura siciliana del secolo XIII non fosse stata spenta col regno glorioso degli Svevi, e il dialetto siciliano avrebbe preso qualità e autorità di lingua scritta, e quindi di dialetto signoreggiante. La Francia vide due dei suoi dialetti passare dalla forma parlata alla scritta, ed ebbe per conseguenza la lingua e la letteratura d'oïl, la lingua e la letteratura d'oc. Se dunque la buona lingua, la lingua classica non è che un dialetto, il quale, reso stabile per mezzo della scrittura, acquista questo titolo, questa qualità, questo privilegio, domandasi come al dialetto fiorentino possa attribuirsi tale supremazia. La nostra lingua scritta è forse il fiorentino? E gli scrittori senesi, pisani, pistoiesi, aretini hanno scritto tutti il dialetto di Firenze, o non piuttosto quello delle loro città? E gli scrittori delle altre città d'Italia hanno preso ad esempio i fiorentini soli o tutti i toscani? Strettamente affini tra loro, fratelli legati da vincoli di somiglianza cosiffatta, che appena ad occhio espertissimo riesce scorgerne le tenui differenze, è facile spiegarsi come tutti i dialetti toscani diventassero lingua scritta, pur rimanendo predominanti il fiorentino ed il senese, non per altra ragione che Firenze e Siena ebbero un numero di scrittori maggiore delle altre città. Ma questa del fiorentino o toscano non è, a nostro credere, la questione principale. Concediamo pure che per buona lingua s'avesse da intendere la fiorentina sola; resterebbe sempre a vedere se si possa stendere l'uso di un dialetto a fine di distruggere gli altri. Una lingua scritta è per sè stessa cosa necessariamente artificiale: «la vita reale e naturale del linguaggio è riposta nei suoi dialetti» (14), i quali di continuo lo alimentano, lo arricchiscono, lo invigoriscono, e sono come una grande sorgente d'acqua che irrigando un campo impedisce alle erbe di intisichire e seccarsi. Spenti o trasformati i dialetti, la lingua scritta manca di vita, e passa nel numero di quelle che chiamiamo lingue morte. Fosse pure possibile con mezzi umani distruggere tutti i dialetti d'Italia, lasciando vivo il solo fiorentino; certo è che in breve giro di anni noi non avremmo più della lingua nostra, vivace, multiforme, potente, che un miserabile avanzo, a cui lentamente verrebbe a mancare ogni forza: l'albero verdeggiante e robusto si tramuterebbe in tronco decrepito e marcio. E per estendere l'uso della buona lingua parlata, si propone di compilare un vocabolario di essa lingua, o sia dialetto, di Firenze. Ma un vocabolario dell'uso vivo di un dialetto a che gioverebbe praticamente? È noto che tutti i dialetti tendono per loro natura a trasformarsi continuamente, non rimanendo stabile che quella parte di essi che è fatta patrimonio della lingua scritta. L'uso d'oggi potrebbe dunque non essere più l'uso di domani; e si potrebbero additare come vive forme, che fossero già anticate. Di più ancora, i dialetti letterari sono soggetti a decadere; ed è questa pure una delle leggi che la scenza del linguaggio ha riconosciuto per vera. Come dunque di questo dialetto, sequestrato da tutti gli altri, farebbesi con profitto un vocabolario? A chi ed a che cosa profitterebbe esso? Che aggiungerebbe al vocabolario della lingua scritta? Non sarebbe per avventura più utile domandare, come poter rendere intelligibile a tutti la lingua italiana, vale a dire la lingua della letteratura d'Italia? Ed a rendere intelligibile questa lingua non sarebbe forse prima e indispensabile condizione che tutti gli italiani sapessero leggerla? Finchè avremo tanti milioni d'uomini che non conoscono l'alfabeto, si può pensare ai mezzi di estendere l'uso della buona lingua? Quando tutti sapranno leggere, allora scegliete abili maestri, allora divulgate buoni dizionari della lingua, allora ponete nelle mani ai fanciulli grammatiche ben fatte, semplici, facili, non come quelle, barbarissime, che oggi sciupano miserabilmente i cervelli dei nostri poveri bambini; allora procacciate che si pubblichino libri che il popolo possa leggere e intendere. Avrete sempre i dialetti; ma a poco a poco tutti intenderanno e parleranno anche la lingua; non la lingua fiorentina o toscana, ma l'italiana; quella lingua che se ha vocaboli toscani, ha una struttura grammaticale italiana; quella lingua che vive rigogliosa, perchè si alimenta delle forme di tutti i suoi dialetti, e che, veramente, in tutte le città apparisce, in nessuna riposa.
E qui è ben tempo che noi prendiamo commiato dal lettore cortese. Al quale diremo per ultimo come, quando ci accingemmo a questa non facile pubblicazione del Sidrach, fosse nostra intenzione di far seguitare al volume del _Testo_ un volume di _Illustrazioni_, nel quale dovea comprendersi, oltre la _Bibliografia_, il _Saggio dei Codici francesi_ e il _Glossario delle voci_, anche un discorso sugli errori popolari del medio evo, e un confronto tra le varie enciclopedie di quel tempo: uno studio sulle traduzioni italiane dal francese nei secoli XIII e XIV, ed un altro sulla influenza che la letteratura francese e provenzale (e specialmente le leggende, le novelle e i poemi) esercitarono nei due secoli anzi detti sulla letteratura italiana. Questo non ci sarebbe parso lavoro affatto inutile in Italia, la quale appena ora comincia a indagare criticamente le origini della sua letteratura. Se non che, mandati dall'altrui volontà in paese dove i libri sono pochissimi, lontani da ogni centro di cultura letteraria, senza aiuti e senza conforti, come por mano o dar compimento a lavori di erudizione? E così hanno dovuto rimanere interrotti quegli studi, già con tanto amore intrapresi, con tanti sudori proseguiti; e la seconda parte del Sidrach comparirà senza ciò che avrebbe forse potuto essere meno sgradito al lettore. Non vogliamo fare vani lamenti; ma solamente ci sia permesso dire che a coloro i quali amano gli studi, e vivono anzi solo di essi, potrebbersi non ricusare quei riguardi e quegli incoraggiamenti che sono necessari a condurre a fine qualche cosa di utile. Chi ha percorsa la faticosa via dello studio può intendere da quanto acerbo e profondo dolore ci sieno dettate queste parole!
A' 20 di Maggio 1868.
*ADOLFO BARTOLI.*
(1) Cod. segnato I. 68. Inf. (Sec. XV). Comincia: «In nomine domini eterni amen. Qua chomenza el pruolegho ella lezenda del libro del venerabelle astrolagho Iesu Sidracho».
(2) Cf. MAURY, _Mag. et Astr._, cap. IV.
(3) Vedine alcuni esempi strani nel libretto pub. dal sig. G. Amati, _Ubbie, Ciancioni e Ciarpe_, Bologna, Romagnoli.
(4) Cap. LV.
(5) Nel _Fiore di Virtù_ è chiamato ora _Jesus Sidrac_, ora _Jesus Sirac_, ora _Sirac_; e questo può confermare quello che abbiamo supposto della confusione tra _Sidrac_ e _Sirac_.
(6) _Hist. Litt. de la France_, XXIII, pag. 294.
(7) Pag. 5.
(8) _Hist. Litt. de la Fr._ loc. cit.
(9) Vedi PARTE II, _Bibliografia dei Codici e dei Testi a stampa del Sidrach_. Vogliamo fin d'ora dichiararci riconoscentissimi al Sig. Principe Don Baldassarre Boncompagni di Roma, per le molte notizie da esso forniteci per questa Bibliografia.
(10) Che l'amanuense fosse un italiano, anco da questo si prova, che alla fine del codice è scritto, dello stesso carattere del rimanente: _Finito libro referamus gratias. Xpo._
(11) _Romvart, Beiträge zur Kunde Mittelalter. Dichtung auf Italiänischen Biblioth._ Mannheim, 1844. — _Romanische Inedita auf Italiänischen Biblioth._ Berlin, 1856.
(12) È curioso a notarsi che in un Codice di cui trovasi indicazione nel Catalogo della Biblioteca Heberiana, Sidrach è detto _filosofo e strologo di Siena_.
(13) Cf. MAX MÜLLER, Scienza del linguaggio.
(14) MAX MÜLLER, op. cit.
IL LIBRO DI SIDRAC
Questo è lo libro lo quale si chiama Sidracco, filosafo dello re Tractabero, e delle quistioni che dispianò allo re Botozo, re di Levante.
La provedenza di Dio padre tutto possente è stato dal cominciamento del mondo, e sarà sanza fine, di governare tutte le sue creature spirituali, alle quali egli à promesso di dare lo paradiso (15), se per loro non rimane; e vuole (16) ispargiere la sua grazia per l'universo mondo, perchè le genti possano (17) meglio vivere in questo mondo; per la qual cosa e' possano pervenire a quella gloria che mai non avrà fine. La misericordia di Dio fu istabilimento de' patriarchi, che furono al tenpo d'Adamo infino (18) al tenpo di Moysè, che insegniavano vivere alle genti secondo i vizii (19) che allora erano; e tutti quelli che manteneano i loro usi sono altressì salvi, come egli furono; e quelli che contrario feciono, ebono lo contrario, perciò che trapassarono lo comandamento di Dio e de' suoi ministri che allora erano. Lo giorno della sua rexuressione dimorarono in inferno, e furono riconfermati per tutti tenpi, e non furono delli compagni (20) de' ministri del figliuolo di Dio, perciò che non feciero gli suoi comandamenti. Lo giudicamento del nostro Signore, ciò fu quando mandò il diluvio (21), non fu per altra cosa, se non per abondanzia de' peccati, che allora erano per l'universo mondo. E dopo lo diluvio Noe e la moglie e figliuoli colle loro mogli abitavano in terra, incominciarono (22) a fare e a stabilire lo comandamento di Dio, secondo l'usagio (23). Iddio diè loro la perfezione di cresciere e multiplicare; uno degli figliuoli di Noe ch'ebe nome Giafet, di gieneratione in gieneratione, che di lui naquero, mantennero la fede di Dio, siccome Noe loro padre facea (24). E Idio per la sua misericordia (25) volle mostrare lo grande amore ch'egli avea nella generatione di Giafet, figlio (26) di Noe: si fece nasciere uno uomo di quella medesima ingenerazione, lo quale ebe nome Sidracho (27), lo quale Sidracho fue pieno di tutte le scienzie (28) che furono dal cominciamento del mondo insino al suo tenpo. Questo Sidrach fu dopo la morte di Noe anni DCCCXLVII; e anche seppe, come piacque a Dio, dal suo tenpo insino alla fine del mondo. Questo Sidrac Idio gli degnò per la sua gran dimostranza la forma della sua sancta trinitade, (29) acciò ched e' fosse anunziatore (30) all'altre (31) genti che dopo lui deono venire. E egli fu bene cosa conosciuta che dimostrò la forma e la figura della trinitade, per lo comandamento di Dio, a uno re miscredente, lo quale ebe nome lo re Botozo (32). Mostrogliele per convertirlo (33) alla fede di Dio padre onipotente, perciò che questo re adorava prima gl'idoli (34); e alla fine egli lo convertì, lui e altra assai giente, siccome è scritto innanzi. Questo Sidrach ebe grazia da Dio di sapere gli nove ordini degli angioli che sono in cielo, e di che serve ciascuno ordine; e di sapere la storlomia e del fermamento, delle pianete e delle stelle, e de' segni dell'ore e de' punti; e di sapere tutte cose terrene e tenporali, e di tutte cose del mondo, come conterà (35) per innanzi.