Il libro di Sidrach: testo inedito del secolo XIV pubblicato da Adolfo Bartoli

Part 19

Chapter 194,089 wordsPublic domain

L'uomo gli può conosciere per lo giorno e per la notte; chè, in qualunque terra voi istate, in quello punto che lo sole apariscie, egli è punto del giorno, e in quello punto che gli falla (958), egli è punto della notte, sia o al levante o al ponente, in qualunque luogo voi siete. E per li punti conoscierai l'ore, che lo giorno e la notte è piccolo e grande, e si è XXIV ore; e ciascuna ora è MLXXX punti; e ciascuno si è tanto, quanto tu potessi istendere lo braccio; e se nollo puo' tanto distendere, che ti sia noia (959), si conta una o due (960), sanza ristare o tardare: ciò sono CLX (961) movimenti, che fanno MLXXX punti, cioè una ora. E questo potete voi provare per l'onbra. del sole e per l'orivolo dell'acqua, e fatto d'altre cose (962). E per questo conto potete voi conosciere l'ore del dì e della notte, tanto ch'elle sieno grandi o piccole; chè la state crescie lo giorno e menoma la notte, per la ragione del sole, e però è lo verno, quando lo sole si parte da noi con tutto lo suo calore. Allora le folgori e gli venti e l'acque si spargono sopra la terra, là ove la forza del sole non escie; allora tenpesta e tuona, e fae lo verno (963). Altresì aviene dell'altre terre, quando il sole si parte da loro. Non intendere mica che il sole si volge per sè medesimo; ma lo fermamento si dichina presso a una parte, tanto, quanto è uno palmo, là ove lo sole piglia nel verno altro camino, per la sua grandezza, e poi ritorna nel suo luogo.

(958) defaut C. F. R. — Da _defaillir_, mancare. — «Così li ciechi a cui la roba falla» etc. _Dante_, _Purg._, XIII.

(959) e ciascuno punto si è tanto quanto tu potessi stendere lo braccio e tirare a te; e se tu lo braccio non puoi stendere, si conta etc. C. R. 2.

(960) una, due C. R. 2.

(961) sono due milia ciento sessanta momenti C. R. 2.

(962) e per lo rivo dell'acqua C. R. 2. — Nel T. F. R.: et ce poies esprover par le stendal de l'aigue et dou solail. — Nel T. F. P: et ce tu peule prouver par lestandail du soleil et de l'eaue, et par moult daultres manieres. — Sarebbe forse da leggere, invece di _stendal_ e _standail_, _scandalh_, per _misura_? L'orivolo è difatti una _misura_; e l'idea di _acqua_, potrebbe aver fatto nascere quella di _scandaglio_.

(963) E per questo conto potete voi conosciere l'ore del dì e della notte, quante sono, o sia grande o sia piccola; chè la state crescie lo giorno e menoma la notte, per la ragione del sole, che prende altro camino e altro torno, per altra contrada a scaldare: per che noi abiamo verno e state. Quando lo sole s'alunga da noi, lo suo calore si parte; allora sopra la terra, là ove la terra sospira lo suo freddore, le folgore li venti e l'acqua si spargeranno sopra la terra, là ove la forza del sole non escie; allora tempesta e tuona e fa lo verno C. R. 2. — _La forza del sole non escie_ è trad. di _la force dou solail neniest_ (C. F. R.), che intenderei _neniest_, _non vi è_.

Cap. CCXI.

_Lo re domanda se le stelle tornano al (964) fermamento. Sidrac risponde:_

Tutte le stelle tornano col fermamento, se non se una c'ha nome gitta, cioè tramontana, la quale quelli del mare e della terra la guardano; et è posta in una maniera al fermamento, per ch'ella non si volge, se non come la chiavichia (965) della pietra sottana del molino. E lo fermamento si volgie d'intorno come la macina, e quella stella non si muove come la chiavichia; e si è più alta che tutte l'altre stelle, e perciò ci pare piccola. Ma allo dichinamento del fermamento ella monta, una volta l'anno, forsi uno palmo; e sì si ciela inmantenente che l'àe fatto. E quelli che vanno per mare e per terra, alla guida di quella stella, a quell'ora, se non si guardano, ellino potrebono smarire la via, e essere a condizione (966). E quel movimento, che a noi pare uno palmo, è al fermamento ben due milia miglia conpiute.

(964) _al_ per _con il_. — Nel C. F. R.: o le firmament. — _O_, ant. fr., ebbe anche il significato di _avec_.

(965) Per _cavicchia_.

(966) Per _essere in pericolo_. — La Crusca registra due es. di _mettere a condizione per mettere a risico_, _a pericolo_. — Il C. F. R. ha: estre en condicion. — Ma non trovo ne' lessici francesi questa parola con questo significato. Il quale non manca all'ant. spagn., _poter_, _tener en condicion_.

Cap. CCXII.

_Lo re domanda se sarà continuamente guerra nel mondo. Sidrac risponde:_

Cierto guerra sarà tuttavia per lo mondo, grande e pericolosa. E s'egli ci avesse tuttavia pace, elli non sarebe chiamato mondo, anzi sarebe chiamato paradiso; e (967) in paradiso è tuttavia pace. E perciò al mondo non fallirà guerra. E si à due maniere di guerra: l'una per lo nimico, la quale è spirituale; l'altra guerra si è corporale: ciò è a sapere l'una gente coll'altra (968); e sarà tuttavia, infine alla fine del mondo.

(967) Crediamo da leggere piuttosto _chè_. — Infatti il C. F. R. ha: car.

(968) ce est a savoir les gens les uns encontra les autres C. F. R.

Cap. CCXIII.

_Lo re domanda: perchè è chiamato mondo? Sidrac risponde:_

Perciò ch'elli è nulla: chè tutte le cose che non sono durabili, anzi ànno fine, sono nulla. Perciò diciamo noi che, se questo mondo è nullo, che l'omo non si de' affidare nè asigurare a cosa di nulla; chè, s'egli è oggi, non sarà domane, overo uno altro giorno; e cierto è che partire li conviene, e andare in quello mondo ch'è durabile, e tuttavia e giamai fine non avrà. Dio per la sua potenza fecie questo mondo, e per ciò che l'omo non potesse andare nell'altro mondo se non per questo là ove è egli; e in quello egli à lasciato questo del tutto (969). E perciò diciamo noi che questo mondo è nullo, che tempo fia che non ci sarà; chè questo mondo de' essere disabitato come uno diserto.

(969) Intenderei: e se per amore di quello ha abbandonato etc. — Nel C. F. R. en celui a il guelpi (guerpi) cestui doutout.

Cap. CCXIV.

_Lo re domanda se Iddio si cruccia delle morti, e delle genti che morte si faccino. Sidrac risponde:_

Non mica, nè poco nè molto, chè Dio non à in sè nullo coruccio. Che se tutto 'l mondo fosse nabissato e la giente morta, Iddio non si darebbe nullo cruccio nè nulla gravezza, imperciò che 'l mondo non potrebbe inabissare e la giente morire se non per la sua volontà. Così no gli peserebe, come a noi d'una vite di uva che noi avessimo alevata, e poi ci facesse noia, e per quella noia noi la tagliassemo e ardessemola, di questa vite nè dell'uva non si penserebbe nè poco nè molto. Altresì adiviene a Dio, quando tutto 'l mondo fosse distrutto, come fue per lo diluvio, tutto fue perduto per lo peccato che feceno contra a Dio, e si ne fue lieto quando lo distrusse. Altresì li sarà buono quand'egli distrugierà quelli che sono a venire, per li loro peccati, e per molte maniere. E tutto sarà per lo loro peccato, tardi quanto vuole, se non meglioreranno.

Cap. CCXV.

_Lo re domanda: qual'è il più degno giorno del mondo (970)? Sidrac risponde:_

Lo più degno giorno si è lo sabato; chè Iddio, per la potenza, creò lo cielo e la terra e l'altre cose che sono in sette giorni. Lo primo giorno si fue la domenica; e al settimo giorno benedisse tutto le cose, e santificò l'omo, e lo fecie riposare di tutte cose fare della settimana. (971): ciò è lo sabbato, che fue lo primo degno die della settimana. Ma quando lo figliuolo di Dio verrà in terra, d'allora innanzi fie lo più degno giorno la domenica, perchè la resurresione del mondo che farà tra li morti e ciò fie in una domenica. E per questo si è lo die della settimana, la domenica (972).

(970) de la semaine C. F. R.

(971) Nel C. F. R.: et le fist reposer de toutes chosses.

(972) le plus digne ior de la semaine le dimenche C. F. R.

Cap. CCXVI.

_Lo re domanda: perchè fu fatto lo dormire? Sidrac risponde:_

Lo dormire fue fatto per lo riposo del corpo e del cuore; e per la forza del cuore e delli menbri; chè quando lo corpo dorme, lo cuore e tutte l'altre menbra si riposano, e stanno in pace, per quello riposo. Altresì come uno signore, quand'elli è isvegliato, tutta la sua masnada gli è d'intorno, al suo servigio e al suo comandamento; e quand'egli dorme, la sua masnada si riposa; altresì adiviene del cuore. Lo suo dormire e lo suo vegiare viene e risponde al ciervello; e 'l cervello risponde agli occhi, e gli occhi rendono a tutti li altri menbri, si dormeno e si riposano (973). E quello dormire e riposo si è per la forza del corpo, perch'egli possa essere forte di travagliare, e di guadagnare la sua vita, e di rendere grazie e lode al suo creatore Dio. E per questa cosa fece lo dormire. E se non fosse lo dormire, la notte non sarebbe stata.

(973) et les ieaus respendent a tous les membres et si dorment et reposent C. F. R.

Cap. CCXVII.

_Lo re domanda: quale è il più sano luogo del mondo? Sidrac risponde:_

Lo più sano luogo del mondo si è là ove l'uomo si guarda d'infermare, e di male vivande e di freddo e di caldo e di dormire e di veghiare; chè l'uomo non dee mica nella calda terra mangiare trope calde vivande, nè vestire tropo caldo, nè andare al caldo, chè dell'uno caldo e dell'altro (974) può l'uomo avere infermità. E così aviene del freddo. E non però (975) luoghi sono, l'uno più infermo (976) che l'altro, per la ragione del calore e del freddo, e per la gente inferma che vi vanno tra l'altra gente. E molti luoghi sono, che sono infermi perchè non sono abitati, chè s'egli fossono abitati, egli non sarebono già infermi. Ma chi vuole essere sano, faccia in questa maniera: una volta il giorno mangiare, e una volta la settimana con femina giacere, e una volta il mese togliere sangue del braccio, e una volta l'anno pigliare medicina. E chi questo modo manterrà, egli sarà sano.

(974) l'uno caldo e dell'altro C. L. — del caldo dell'altro C. R. 2. — Abbiamo corr. sulla scorta del T. F. P.: car d'ung chault et de l'autre.

(975) Et neporchant C. F. R., per _neporquant_ che vale _nonostante_.

(976) Per _malsano_, _atto a indurre infermità_.

Cap. CCXVIII.

_Lo re domanda: quali gente sono quelle che mantengono il mondo? Sidrac risponde:_

Certo cotali maniere di giente sono che lo mondo mantengono. Prima sono quelli che le iscienzie mostrano, e insegnano alle genti la credenza di Dio padre onnipotente; e in qual modo egli si dee mantenere in questo secolo. La seconda maniera di gente, per cui lo mondo si mantiene, sono quelli che lavorano e coltivano la terra, e pugnano di guadagnare (977) lo frutto della terra, per loro e per gli altri. La terza si è la signoria, che mantengono la gente a ragione, e mantengono la terra, lo povero e lo ricco, ciascuno in suo luogo. La quarta maniera sono gli artefici, che le mercie fanno (978), e portano le cose bisognose (979) dall'uno paese all'altro. Se queste quattro maniere non fossono, lo mondo non si potrebbe mantenere.

(977) et poingnet de gaagner C. F. R. — _Poigner_ qui ha il significato di _procurare_, _sforzarsi_, _ingegnarsi_. Non trovo che nell'ant. franc. siasi usato questo vb. — Si usò però nel prov. _ponhar_, _poignar_, che il Raynouard (L. R. IV., 598) spiega _tâcher_, _s'efforcer_, _se hâter_, _s'empresser_, _se peiner_.

(978) La quarta maniera sono quelli che mercantia fanno C. R. 2.

(979) Per _necessarie_.

Cap. CCXIX.

_Lo re domanda: quale è più alto o lo re o la giustizia? Sidrac risponde:_

La giustizia è la più alta, però che la giustizia può giudicare lo re, per diritto e per ragione. E la giustizia si è più che re, chè lo re vuol dire l'onore e la possanza del secolo; giustizia vuol dire l'alteza e la degnità e la signoria e lo comandamento di Dio. Uno re nascierà profeta, che dirà per la bocca di Dio: benedetti sieno quelli che faranno leale giustizia, e manterrannola tuttavia.

Cap. CCXX.

_Lo re domanda: può l'uomo avere riccheze corporale e portarle co' lui? Sidrac risponde:_

Quello uomo puote avere riccheza grande corporale, per sè mantenere in tutto, e la può bene portare co' lui, che giammai nogli fallerà, e nogli farà bisogno d'avere d'altrui, cioè a sapere arte. Chi sa alcuna arte, giammai necessità non puote avere, chè in tutti i luoghi là ov'egli sia, puote avere per la sua arte la sua vita. E perciò diciamo che l'arte è ricca, che lo suo Signore la porta seco, là ovunque elli vae.

Cap. CCXXI.

_Lo re domanda: uomo e femina che si traamano (980) e si dilungano uno grande tempo e poi s'accontano, possonsi eglino amare come di prima? Sidrac risponde:_

Sì più (981) che dinanzi, per l'usanza, e per lo buono servigio che l'uno fa all'altro, e per lo dare e per lo pigliare, si possono amare più che dinanzi come altressì uno albore ch'è in uno giardino, e lo giardino lo comincia ad innacquare e a studiare, l'albore in pochi giorni rinviene in sè, e comincia a riverdire, e diventare così buono e bello come dinanzi, e più, per lo buono servigio e per lo studiamento ch'egli ebbe; e se lo giardino l'avesse lasciato di tutto in tutto, egli sarebe secco (982). Così aviene dell'uomo e della femmina, che si vogliono più bene che di prima; altressì come l'albore riverdiscie e riviene, quando egli è bene abeverato e servito dal giardino.

(980) s'entraiment C. F. R., che vale _amarsi scambievolmente_.

(981) puote C. L. — Abb. corr. col C. R. 2., sulla scorta del C. F. R. che ha plus.

(982) Gioverà riferire la lezione del C. F. R., alla quale è conforme la lez. del C. R. 2.: com I arbre chi est en I iardin, et le iardinier le laist a nonchaleir, et ne le vodra laborer ni abeurer; cel arbre comencera a feblir et a sechier, et puis chant le iardinier le comence abeurer et laborer, l'arbre en I poi da iors revient a soi, et comence a reverdir, et devient si bon et si biau com davant et miaus par le bon servise et le bon garniment che il li met; et se le iardinier l'eust laisse de tout en tout, il fust gaste, con cosse obliee. — Notisi nel n. t. _giardino_ per _giardiniere_, che è pure nel C. R. 2. — È noto come ant. siasi invece usato _giardiniere_ per _giardino_.

Cap. CCXXII.

_Lo re domanda: come l'uomo alcuna volta la femina e la femina l'uomo amansi? Sidrac risponde:_

Quando l'uomo vede la femina e la femina l'uomo, e egli s'amano, sapiate che ciò aviene della volontà del cuore, che è di frale comparizione (983); e per la volontà del loro cuore, tengono lo diletto di quella vanità e di quello viso e della biltà, che in loro sarà somigliata a' loro cuori (984); e tali cuori mirano follemente, e tengono quella follia nel cervello, e poi risponde agli occhi del capo, e li fa follemente guardare a quella criatura, e sì gli diletta in quello pensiero (985). Ma lo savio cuore che è forte e fermo, quand'egli vede alcuna altra criatura bella, egli pensa in sè medesimo e dice: benedetto sia Iddio lo criatore, che così bella criatura à fatta; e rende grazie a Dio; nè giamai gli risoviene di quella criatura più, nè di biltade nè poco nè molto; e se pure gli soviene, no'gli farà niuna forza. Altresì aviene alla buona femmina.

(983) compressione C. R. 2.

(984) che in loro sarà simigliante al loro cuore C. R. 2.

(985) et por la vanite de lor cuer si retinent le delit de cel vice de la biaute de lor cors chi lor sere resenblee a luer cuer; et cel cuer tremue folement, et tient celle folie en la servelle, et respont as iaus de la chief, et les fait solement regarder a celle regardure de la creature; et le cuer chi est fol et vain pense folement en celle creature, et ce delite en celle pencee, et par cel delit convient che il l'aime. C. F. R.

Cap. CCXXIII.

_Lo re domanda: chi fa uno falso saramento di Dio per x cose falsare, è egli spergiuro per una volta? Sidrac risponde:_

Chi fa uno sacramento falso del suo Idio, quand'elli sia buono o rio, per x cose falsare, e e' si conosce in sè medesimo che egli à fatto falsamente, sapiate che egli è spergiuro x volte. E se altro consente a quelle saramenta false, e egli gli pare buono e bello, sapiate che egli è altressì bene spergiuro, come quelli che fa lo falso saramento.

Cap. CCXXIIII.

_Lo re domanda: quelli che insegniano lo bene in questo secolo ànn'egli più guidarnone che gli altri? Sidrac risponde:_

Quelli che insegnano lo bene in questo secolo alla gente, avranno doppia la grazia di Dio, quelli che lealmente la manteranno. Chè due maniere sono quelle che insegnano lo bene alla gente in questo secolo. L'una sono simigliante al sole (986), che tutto il mondo allumina, e non viene giamai meno, e tuttavia è in sua gloria. Questi sono i buoni, che tutto giorno insegnano il bene alla gente in questo secolo, e lo bene fanno. Questi sono quelli che la grazia di Dio avranno nell'altro secolo. Gli altri che il bene insegnano, e lo male fanno, certo diritto è e ragione ch'egli male abiano a quattro doppj, non a due, come a quelli che porta alcuna cosa e può dare buona parte a ciascuno e pigliare buona parte altressì per lui (987); bene è diritto e ragione che lo male sia suo, poi che egli lo piglia per la sua buona volontà, più che se altri li avesse donato.

(986) alla gloria C. R. 2.

(987) Così ha pure il C. R. 2. — Ma è chiaro che manca qualche cosa. Nel C. F. R.: et laisse la bone et prent la mauvaise. — Il T. F. P. è di diversa lez., ed ha solamente: telz gens sont ressemblans a la chandelle, que les aultres enlumine et soy mesmes degaste.

Cap. CCXXV.

_Lo re domanda: di che viene lo magiore odio del mondo? Sidrac risponde:_

Di fatto di legge e di fatto di signoria e di femina. Chè l'uomo tiene la legge e la fede, buona e giusta, conciosia cosa che ella sia malvagia; e un altro la spregia; sapiate che molto gli è a noia fortemente, e molto odia colui che lo suo Idio dispregia. Egli disidera tutto giorno tutto male e tutto odio, come quelli che dispregia la cosa ch'egli più ama e più tiene cara. L'altra maniera si è di fatto di signoria e di possessione, che l'uomo li toglie e vuole torre. Quelli l'odia fortemente, e li disidera tutto male. La terza maniera si è di fatto di femina, o d'alcuna cosa ch'egli ama. Altro uomo la vuole torre e spregiare (988) da lui; elli n'è molto geloso e molto odia quelli che ciò gli vuole fare. E di molte altre maniere muovono gli odii e le male voglienze.

(988) fortraire. C. F. R., che qui ha il significato di _sedurre_.

Cap. CCXXVI.

_Lo re domanda: lo pensiere che l'uomo pensa onde escie? (989) Sidrac risponde:_

Lo pensiero che gli uomini pensano escie della scienzia, e la scienzia è di puro coraggio; chè se lo cuore è buono, egli pensa tutte cose sottilmente, di ciò ch'egli vuole e di ciò ch'egli non vuole, bene e male. E tutto aviene della scienzia, che viene di puro coraggio. Sapiate che questo muove di grande scienzia, chè quelli ch'è di puro coraggio è savio. Lo puro coraggio che egli ànno si è del loro puro sangue, che intorno allo loro cuore corre, e per la purità del cuore e del sangue rischiariscie lo cervello; e quello cervello, per lo suo rischiarimento, mostra chiareza agli occhi e allegreza a' menbri. Perchè l'uomo sia savio e sottile non dee adoperare la sua iscienzia in male, anzi in bene, e in tutta dirittura e in tutta lealtade; e se egli altrimenti lo fae (990), sapiate che la scienzia è perduta in lui. Questi sono chiamati bestie, e peggio che bestie; che la bestia pensa alcuna volta di sua vivanda trovare, e dell'acqua a bere. Perciò diciamo noi che quelli che non à niuno pensiero al cuore, sono pegio che bestie che eglino lo dovrebono avere, e in Dio credere sopra tutte le cose.

(989) Meglio nel C. R. 2.: _da che viene lo pensare?_

(990) fae. C. R. 2.

Cap. CCXXVII.

_Lo re domanda: per che cagione sono gli uomini malvagi mali (991)? Sidrac risponde_:

Per tre cose: la prima si è delli rei omori che sono nell'uomo, sicchè li malvagi omori e le collere sormontano e signoregiano i buoni omori (992); cioè a dire che i mali omori signoregiano il corpo e il fegato, e cuoprogli il cuore, e riboliscono (993) lo cervello, e portallo in terra, e fannolo travagliare de' piedi e delle mani (994), e fannolo ischiumare la bocca, e tolgogli il senno e la memoria, e fannogli sognare rei sogni, diavoli, dragoni, orsi, serpenti, cani e malvagie bestie, che lo divorano e battono; e sogna d'annegare in acqua e d'ardere in fuoco. E tutto questo è dalla forza de' malvagi omori. E quando i mali omori si cessano, e lo male lo lascia, e elli raccontano quello che elli ànno veduto in loro visione; e quelli a cui elli l'averà contato, pensa che ciò sia istato per diavoli. Sapiate che lo diavolo non à podere di nulla (995), che Iddio creda fermamente; che non è niuna anima, che sopra terra vada, ch'ella non abia seco uno spirito, cioè a dire un angelo, che la guarda, perchè lo diavolo no' le faccia male, se ella non consente per la sua volontà. L'altra maniera si è lo corpo, che è intorniato e ornato (996) di molti peccati, nè in Dio nè in suoi comandamenti non vuole credere, nè fare (997). Alcuna volta lo diavolo si dimostra a colui, in molte maniere e figure, e gli entra in corpo, e travaglialo molto fortemente; e l'angelo di Dio nollo vuole aiutare, anzi l'abandona. Ma non intendere già che egli lo lasci uccidere; ma egli a la sua volontà gli fa fare tali cose, che egli perde il corpo e l'anima. Ma se egli a Dio vuole tornare, e lo diavolo lasciare, già lo suo ingegno non gli varrà; nè la sua forza nè 'l suo ingegno forza nè podere non averà sopra lui. La terza maniera si è della fallanza del cuore. Quando l'uomo è codardo e pauroso, e egli vae fuore di gente (998), di giorno e di notte, pensa nella paura, e cade in malvagio male; che sì tosto come egli àe la paura, gli rei omori sì si muovono, e rinfabiliscono nel suo corpo, e fannonlo sognare di malvagi sogni, cioè della fallenza del suo corpo.

(991) Correggasi col C. F. R.: _por quoy cheent les gens de mauvais mal?_ — Nel C. R. 2.: _da che aviene che le genti ànno così forti malatie?_

(992) li malvagi omori si raunano nel corpo, e l'uno s'acapiglia nell'altro. C. R. 2.

(993) infiammano. C. R. 2.

(994) e si li fanno menare li piedi e mani. C. R. 2.

(995) _Di nullo_ per _sopra nullo_.

(996) È da credere usato ironicamente. — Anche il C. F. R. ha: adornes.

(997) ne Dieu ne son comandement ne viaut croire ne faire. C. F. R.

(998) hors de la gens. C. F. R.

Cap. CCXXVIII.

_Lo re domanda: quali sono gli più pericolosi menbri del corpo? Sidrac risponde:_

Gli occhi sono i più pericolosi menbri del corpo, e quelli che fanno perire lo corpo e l'anima. Che lo diletto della vista gli occhi avanzano al cuore (999), e mettollo in pensieri, e fanno peccare lo corpo e l'anima. E se egli non vedessono, lo cuore non disiderebbe nimica tante cose com'egli disidera, che più disidera quelli che vede, che quelli che non vede. Che per la vista degli occhi lo cuore e 'l corpo e tutti menbri triemano e ànno grande paura e grande ispaventamento. Altressì come quelli che vede lo male inanzi di lui, elli àe magiore paura che quelli che l'ode e non vede. E d'altra parte gli occhi sono più teneri che altri menbri del corpo, e sono quelli che guardano lo corpo di pericoli corporali.

(999) Non sappiamo se _avanzano_ possa qui avere il senso di _anticipano_. — Nel C. F. R.: _avantent_; e potrebbe intendersi che gli occhi magnificano, esaltano al cuore il diletto che si prova nel vedere gli oggetti esterni. Il T. F. P. ha, meglio degli altri: annoncent.

Cap. CCXXVIIII.

_Lo re domanda: qual'è la più pericolosa arte che sia e la più sicura? Sidrac risponde:_