Il libro di Sidrach: testo inedito del secolo XIV pubblicato da Adolfo Bartoli
Part 18
(911) natività. C. R. 2.
Cap. CLXXXXVII.
_Lo re domanda: fanno onore nell'altro secolo a' ricchi e disinore a' poveri (912)? Sidrac risponde:_
In verità vi dico che nell'altro secolo fanno onore vie magiore a' richi che a' poveri; e magiore onta avrà il povero. E ciò sarà al tenpo del figliuolo di Dio. Ch'e' ricchi se n'andranno nell'altro secolo, e gli angeli di Dio verranno incontro a loro con gioia e allegrezza, e faranno loro grande onore, e gli assetteranno nelle sedie tra loro, e diranno: questo onore e gloria che noi vi facciamo è per la riccheza che voi aveste nell'altro secolo. E gli cattivi poveri, quando gli angeli gli vedranno, si fugiranno da loro, per la loro povertà; e non sofferranno ch'egli stieno tra loro, per la loro puzza. E allora i diavoli gli piglieranno, e faranno loro grande onta e villania, e gli metteranno nella loro conpagnia, nel fuoco dello 'nferno. Ora potete vedere che fa la richezza, e che fa la povertà. E nullo uomo del mondo non si può disdire (913), che non possa prendere la riccheza e lasciare la povertà, s'egli vuole. E se lascia la riccheza, egli perde l'onore che gli angeli faranno, e prende la povertà; e quella onta riceverà, e quelle pene, cogli diavoli in inferno; e farà come istolto. E nullo uomo può biasimare di suo male, se non egli medesimo, che nel secolo puote avere quella ricchezza, e lasciare quella povertà. Non credete che queste riccheze sieno podere d'avere (914): la riccheza si è l'anima, che è ricca in questo secolo di bene fare, che lascia lo male e fa lo bene. Chi fa lo male, questi è povero e pieno di dolore e di bruttura. Quelli che bene fa, averà bene nell'altro secolo e gioia e letizia; perch'egli à schifato lo male e fatto lo bene. Quelli che male farà in questo secolo, avrà male nell'altro, e avrà grande dolore e grande trestizia, quando (915) egli fece lo male e lasciò lo bene; e quella trestizia nè dolore non gli varrà nulla, anzi gli adopierà senza fine.
(912) Nel C. R. 2.: _Lo re domanda se nell'altro mondo si fa onore al ricco e al povero no, come in questo mondo._
(913) Intenderei: e non si può negare che ogni uomo del mondo non possa, s'egli vuole, prendere la ricchezza e lasciare la povertà.
(914) E non crediate che questa ricchezza sia podere d'avere ricchezza. C. R. 2.
(915) perchè. C. R. 2. — chant. C. F. R. — Di _quant_ per _perchè_ ved. un es. reg. dal Burguy, _Gramm._, II., 323.
Cap. CLXXXXVIII.
_Lo re domanda: porterà nell'altro secolo lo padre lo carico del figliuolo? Sidrac risponde:_
Non già nimica, lo padre non porterà lo carico del figliuolo, nè 'l figliuolo quello del padre. E non voglio che voi crediate che al mondo sia una giusta anima (916) che non le convenga passare per uno fiume di fuoco, inanzi ch'ella sia in paradiso, per lo peccato che Adamo fece inverso Iddio. Ma l'altre, ciascuna porterà suo carico, come ella avrà fatto lo suo peccato, a lei; e siccome le bestie che si scorticano, che ciascuna pende per li suoi piedi (917). Ma se lo padre vede lo figliuolo fare male, e gastigare lo puote, e nol gastiga, sappiate che lo padre pecca con esso lui, quando egli nol distorna di quello male. Niuno peccato di niuno uomo può venire altrui; ma l'uno può peccare per l'altro; e simigliantemente può venire da figliuolo a padre, egli può gastigare e non lo gastiga. E dunque viene (918) da una persona a un'altra, se egli la vede peccare e nolla gastiga, e gastigare la puote.
(916) una sì giusta anima. C. R. 2.
(917) Ausi com la beste che l'om a escorche, che cascune pent par son pie. C. F. R.
(918) E anco adiviene. C. R. 2.
Cap. CLXXXXIX.
_Lo re domanda: quelli che uccidono la gente pigliano elli loro peccato della vita sopra loro (919)? Sidrac risponde:_
Non mica; in quella forma che noi abbiamo disopra detto, che lo peccato dell'uomo non potrebe venire sopra l'altro. La signioria, che à lo podere da Dio, ello giustizierà. E lo più piccolo peccato che l'ucciso abia adosso, non verrà sopra colui che l'avrà ucciso; anzi potrà avenire che per la pena della morte, che riceverà dalla signoria, umilemente, che alcuni de' suoi peccati gli saranno perdonati. Dunque quelli che uccidono non pigliano niuno peccato delli uccisi. Anzi crescie lo peccato d'un omicidio o di due o di tanti come n'avrà fatti (920). E ciascuno sarà dannato de' suoi peccati medesimi nell'altro secolo.
(919) _Lo re domanda se quelli che uccidono li omini rimangono loro adosso i peccati dei morti._ C. R. 2.
(920) mais ses pechez croyssent du meustre ou delict qu'il aura faiet. T. F. P.
Cap. CC.
_Lo re domanda: quale è magiore dolore che l'uomo vede o quello che l'uomo ode? Sidrac risponde:_
Quelli che vegiono colli loro occhi si è cosa conpiuta, e vegono lo dolore e la pena in presente, che non la possono ischifare e si è corporale (921). Quelli deono avere molto grande dolore al cuore e agli occhi, quelli che veggiono. Ma quelli che odono e non veggiono, si ànno molta grande isperanza e conforto, se la cosa non abia stata (922); e pensano che così puot'essere, di no come di sì. Gli occhi non piangono, perch'egli non ànno veduto quello dolore, e pensano che quella cosa non sia istata. Lo cuore è segnior (923) a tutti menbri, e li menbri sono servidori al cuore. E se lo cuore crede che la cosa sia istata, egli à dolore, ma non già siccome vedesse cogli occhi. E perciò è magior dolore a quelli che veggiono, che a quelli che odono: chè quelli che vegono, è corporale, e quelli che odono e non vegono, ispirituale.
(921) et si est chose corporelle. T. F. R.
(922) che la cose non sia stata. C. R. 2. — Non ci fermiamo sull'_abia_ invece di _sia_, perchè veramente lo crediamo errore dell'amanuense.
(923) segnor. C. R. 2. — È copiata alla lettera la forma dell'ant. fr.
Cap. CCI.
_Lo re domanda: à in questo secolo gente che mangino altre genti? Sidrac risponde:_
Si, à assai gente in questo secolo che mangiano altre genti ontosamente. Quelli che tolgono l'altrui a torto, quelli mangiano le carni dell'altra gente, perchè gli tolgono lo bene ch'egli ànno procacciato per lo loro travaglio, e del sudore delle loro carni, di che loro conviene vivere, e passare loro tenpo in questo secolo. E un'altra maniera è di mangiare la gente; che tutti quelli che dicono male d'altrui, e biasimano e acagionano falsamente (924), e quelli fanno altressì loro grande male, come se eglino mangiassono la loro carne. Quelli uccidono la gente colle loro male parole; e sarebe meglio che mangiassero le loro carni medesime.
(924) e gli fanno via all'altra gente. C. L. — Abb. adottata la lez. del C. R. 2. — Nel C. F. R.: et les font blachmer as autres. — _Blachmer_, _blahmer_, _blamer_.
Cap. CCII.
_Lo re domanda: quale è peggio tra micidio o furto o baratto? Sidrac risponde:_
Certo queste tre sono molte ree; ma l'una è piggiore che l'altra: cioè a sapere che lo micidiale è pegio che niuno degli altri, perchè disfà la forma che Idio per la sua pietà fece alla sua simiglianza. Sapiate che questo è molto grande peccato, e sì toglie la vita a quella criatura che vivere dovea, e fare, per aventura, bene. Furto è un altro grande peccato, che egli toglie lo travaglio altrui, e lo mette in angoscia e in necessitade: sapiate che questo è grande peccato. Baratto è molto grande peccato e molto pericoloso, che del baratto nascie micidio e furto, e mena l'uomo per lo baratto a uccidere e a inbolare, e fare e dire molto male, e pensare a onta, e a male perdere lo suo (925): molte gente ne sono ingannate. Sapiate che questo è molto grande peccato e pericoloso a molti uomini, che ogni uomo si dovrebe guardare di barattare più che furo o da micidiale (926). Ma altra maniera di vizii ci à, che passa questi tre vizii, e si è molto incontro al comandamento di Dio: cioè traditore, è a intendere in resia o di sodomia, e da uomo e da femina, d'altra maniera che egli nollo deono fare (927). Questi sono coloro che Idio odia più, e che saranno dannati e più tormentati nelle pene dello 'nferno; che maraviglia è che quando quella opera si fa, che la folgore da cielo noll'arda in quella ora e che la terra non s'apre e la inghiottiscie (928). E gli angeli di cielo triemano, quando quello peccato si fa, perch'egli ànno dottanza che Iddio non isconfonda tutto il mondo. Ma Iddio, per la sua sancta misericordia e pietade, gli lascia, acciò che egli si rimanghino di questo male e degli altri, e che vengano alla sua credenza e al suo comandamento.
(925) Lo barattieri fa et dice male e pensa male, e a onta e a male perdere lo suo. C. R. 2.
(926) più che di furto o di micidiale C. R. 2. — Ma nel C. F. R.: plus che de murtrissor ni ne laron.
(927) Molto migliore la lez. del C. F. R.: mais il y a un autre mauvais vice, li ques passe ces trois, et si est mout encontre le comandement de Dieu; ce est a entendre herezie et sodometerie: ce sont il chi s'aprocent as mahles carnelment, et home a feme d'autre guise ch'il ne doit.
(928) che la terra non s'apra e inghiottiscali. C. R. 2.
Cap. CCIII.
_Lo re domanda: Idio ch'è pietoso e misericordioso perdona egli tutti gli peccati che l'uomo fa in questo secolo? Sidrac risponde:_
Se tutte le candelle (929) del mare e la rena della terra e le foglie degl'albori e le stelle del cielo e gli capelli delle teste delle genti e delle bestie e degli animali fossono in una somma, non sarebono mica il diecimo della misericordia di Dio. Se uno uomo avesse lo padre e la madre (930) di C\M migliaia di persone, e con tutto ciò si fosse agiunto (931) carnalmente, e poi si lasciasse quello male, e tornasse a Dio di buon cuore e con pentimento, Iddio lo riceverebbe allegramente, e torrebelo (932) per suo. E quelli che a Dio convertire non si vogliono, niuno cuore d'uomo non potrebe pensare i martiri che egli avranno nell'altro secolo. Al tenpo del figliuolo di Dio e del suo popolo, quelli peccatori che di quelli peccati vorranno essere diliberi, loro converrà dire i loro peccati, a quelli che ordinati saranno sopra ciò, e con netteza e con isperanza di non mai ritornare in su quello peccato. E quelli che così faranno, si manteranno, è saranno sicuri della vita perdurabile; chè gli loro peccati saranno lavati, come l'acqua lava la bruttura.
(929) gocciole. C. R. 2.
(930) Manca al C. L. _se uno uomo avesse lo padre e la madre_. — Abb. suppl. col C. R. 2.
(931) e con tutte fosse giaciuto. C. R. 2.
(932) terrebelo. C. R. 2.
Cap. CCIV.
_Lo re domanda: perchè si travaglia l'uomo in questo secolo? Sidrac risponde:_
Per due cose: l'una è per mantenere lo corpo, a ciò che bisogno gli è comunalmente; l'altra è perciò, che lo corpo possa avere forza e podere a servire Idio lo creatore per la sua anima; chè l'anima (933) non puote avere bene nè guidardone, se non per quello che lo corpo à servito. Questa ragione fanno i savi, che vogliono bene vivere. Quelli che si travagliano per lasciare dopo la loro morte alli loro figliuoli et alli loro amici, sappiate che quelli (934) si travagliano follemente, nè senza peccato non può essere; chè l'uomo dee fare come la formica, che si travaglia la state per avere che vivere lo verno. Altressì dee fare l'uomo in questo secolo, e travagliare per atare e mantenersi a vivere, e per fare limosina e caritade a quelli che sono poveri, e aiutare i loro proximi se bisogno è (935). L'uomo non dee dire mica, io guadagno per li miei figliuoli; chè, se i figliuoli sono buoni, egli si guadagneranno (936), siccome egli guadagnò. E sapiate ch'una carità che tu farai per la tua anima, ti varrà più che tutti i tuoi figliuoli o parenti; una carità che tu farai di buono cuore, ti sarà più profitto che tutti i tuoi figliuoli, nè che cento limosine dopo te. E che se tu fai nella (937) tua vita limosina, tue la dai al povero per la tua anima, lo povero la reca ispiritualmente a Dio, dinanzi a lui (938), e l'apresenta e offera: ella non puote essere sì picciola, che dinanzi al cospetto di Dio ella non sia oferta a grande gloria (939) per te. Ma quello che tu lasci dopo la tua morte, non è per la tua volontade, che tu non puoi altro fare, che tu non el puoi (940) portare teco alla fossa, anzi lo ti conviene lasciare, allora. Ma se tu fai la limosina a tua vita, tu la fai per due cose: l'una per buona conoscienza (941), che tu ami Idio, chè per quella limosina troverrai bene nell'altro secolo, per le preghiere che fanno per te quelle limosine; e Iddio le riceverà (942). E perciò l'uomo non dee mica per li suoi figliuoli nè per li suoi amici nè per sè medesimo volere perdere la sua anima. Chè se l'uomo sapesse in questo secolo che cosa è perdere l'anima, egli non la perderebbe, per cento figliuoli che egli avesse. L'uomo puote bene perdere lo corpo, per gli suoi figliuoli e per li suoi amici, in lealtade egli puote bene fare, se egli vuole (943). Ma l'anima non dee egli volere perdere, per niuna cosa, perchè niuna cosa è più degna che l'anima. L'anima è più degna del corpo, e perciò nolla può niuna cosa racattare (944); onde l'uomo non dee volere perdere l'anima, se ciò non fosse per più degna cosa di lei e per migliore. E poi che l'anima è così degna e così preziosa, l'uomo la dee guardare incontro al corpo, e incontro alle cose tutte che sono e saranno e potrebbero essere. Quando lo diluvio venne sopra la terra, la gente fugivano quà e là; e quando l'acqua cresceva, egli pigliavano i loro figliuoli, e poneagli sopra i loro capi, perchè l'acqua no gli annegasse. E quando l'acqua pur crescieva, e egli vidono la paura della morte, egli non si metteano i loro figliuoli sopra capo, anzi sotto i piedi, per soprastare all'acqua. Quando l'uomo dubita (945) di perdere lo corpo, magiormente dee dubitare di perdere l'anima, che è la più degnia cosa del mondo.
(933) Manca _chè l'anima_ al C. L. — Abb. suppl. col C. R. 2.
(934) Manca al C. L. _quelli che si travagliano per lasciare dopo la loro morte alli loro figliuoli et alli loro amici, sappiate che quelli_. — Abb. suppl. col C. R. 2.
(935) Altresì de' fare l'omo in questo secolo, travagliare si de', et aiutare li suoi prossimi, se fa mestieri loro. C. R. 2.
(936) se ne guadagneranno. C. R. 2.
(937) Nel C. L. _dopo la tua vita_. — Ci è parso un errore evidente, e abb. corr. col C. R. 2.
(938) la porta ispiritualmente dinanzi a Dio. C. R. 2.
(939) loenge. C. F. R., che vuol dire _lode_.
(940) nol puoi. C. R. 2.
(941) coscienza. C. R. 2.; e concorda col C. F. R.
(942) anco per quella lemosina troverai bene nell'altro secolo. L'altra si è per le preghiere che di te faranno quelli che limosine da te riceveranno. C. R. 2.
(943) Il T. F. R. ha un altro senso: L'om puet bien perdre le cors por ces amis et por ces anfans et por leiaute: cil chi le pert en tel maniere, le fait por la vie rachater.
(944) rachater. C. F. R., ricomprare, riscattare.
(945) Meglio nel C. F. R., per legare il senso di questo col precedente periodo: Or pies veoir com l'om doute la perte, ecc. — Notisi come sia stato trad. _doute_ (teme) per _dubita_. La Crusca registra molti es. di _dubitare_ per _temere_; in varii de' quali però sembra a noi che essa non abbia sufficentemente considerato se piuttosto non fosse da interpetrare questo verbo per _stare in dubbio_, _stare in forse_, _essere incerto_.
Cap. CCV.
_Lo re domanda: quale è la più scura cosa che sia? Sidrac risponde:_
L'uomo è la più scura cosa che sia; chè gli rei faranno bella senbianza di fuori, e dentro avranno le loro malizie; e l'uomo crede ch'egli sieno buoni, per li belli senbianti che mostrano di fuori, ma leggiermente li può l'uomo conosciere a ciò, che disiderano l'altrui; chè i buoni non disiderano l'altrui, anzi danno ciò che deono, volentieri. Ma gli rei pensano le genti ingannare per le loro parole. E però può l'uomo conosciere i buoni da' rei.
Cap. CCVI.
_Lo re domanda: lo male che l'uomo fa in questo secolo è d'Iddio? Sidrac risponde:_
In verità vi dico che Idio non pensò nè non fece unque nullo male, anzi fece grazia e gloria di bene; e niuno cuore d'uomo lo potrebbe pensare, i beni che sono in lui. Chè egli fece lo cielo e la terra e le stelle e lo sole e la luna e l'altre cose; e fece carità muovere con misericordia (946); male nè peccato non fece unque; anzi lo fa colui che l'aopera, e non per Dio (947); chè a lui piace che faccia tutto bene. E sì gli donò senno e sapere di conosciere lo bene e lo male; e conoscienza che per fare lo bene averà bene, e per male avrà male e le pene di ninferno. Se Iddio avesse fatto l'uomo che non potesse peccare, certo bene lo potrebe avere fatto, s'egli avesse voluto. Ma egli avrebbe fatto torto e oltragio al diavolo, che, per una sola cogitazione di peccato, lo traboccòe di cielo in terra. E se l'uomo non disservisse (948) quella gloria ch'egli perdette per così poco fallo, lo bene che l'uomo farebbe non sarebbe suo, anzi di Dio. Ma l'uomo dee fare lo bene per le sue buone opere (949), e lasciare lo male, chè Idio gli donò senno di conosciere l'uno e l'altro; e diegli iscienzia, che per lo suo travaglio e volontà potesse in terra guadagniare la gloria del cielo, e stare in cielo cogli angeli. Ma l'angiolo non è se non ispirito solamente; e lo buono omo (950) in cielo vi fia collo spirito e collo corpo; chè lasciò il bene e lo diletto di questo secolo e l'altre cose corporali. E si dee essere pro e valente di guadagniare quella gloria, che è durabile per tutti i tenpi, per lo suo travaglio. Lo travaglio del corpo l'anima lo conpera caro (951). E però niuno uomo, s'egli non lascia lo male per lo suo grado, e facesse lo bene per lo suo grado, non sarebe ciò ragione ch'egli avesse la gloria di Dio, perch'egli noll'à servita. E se l'anima andasse con tutto il peccato in cielo, dunque sarebbe lo corpo più degnio che l'anima. Chè, tardasse quanto volesse, pure l'anima riceve il suo corpo; e s'eglino andassono amendue in cielo, con tutti i peccati loro, lo corpo avrebbe diletto del secolo e la gloria di cielo (952). E se Idio avesse facto che l'anima avesse la gloria di cielo per tutti i tenpi, e lo corpo diventasse terra tuttavia, dunque non sarebe istato bisognio ch'egli avesse criato l'uomo di terra, ma che l'avesse criato solamente, l'avesse messo in gloria; e l'anima sarebe istata come angielo; e lo mondo non sarebe istato bisogno; chè lo mondo non fue fatto se non per l'anima. Certo Idio non volle questo nè quello; anzi fece diritto e a ragione ciò ch'egli fece, l'uomo di corpo e d'anima. E l'uomo dee dirittamente governare e salvare l'anima, e per lei adorare e ringraziare, e multiplicare di sua generazione. Chè Idio ci à donato senno e sapere di conosciere e di fare lo bene e lo male a nostra volontade; e di conosciere che lo diavolo traboccò di cielo per lo suo peccato; e che l'uomo dee montare in cielo per lo suo bene fare; e dee avere la gloria che lo diavolo perdè, per lo suo peccato, ch'egli fecie.
(946) Intenderei: e fece che si muovesse per noi carità e misericordia. — Forse potrebbe intendersi: che nascesse per noi, che prendesse vita; secondo il senso che ha nell'ant. fr. _movoir_. _Cf. Burguy_, _Gloss._ — Nel C. F. R.: et fist moveir carite et misericorde et piete.
(947) Così ha pure il C. R. 2.; ma è senza dubbio lezione errata. — Nel C. F. R.: ains fait par celui chi l'uevre, non pas par Deus. — E nel T. F. P.: mais le mal est faict par celui qui en fait l'oeuvre, et non pas par Dieu. — E pare da intendere: il male lo fa colui che lo commette, e non Iddio.
(948) deservist. C. F. R. — _Desservir_ ant. fr., _meritare_. — Anche in prov. _desservir_ ha il significato di _meritare_, _guadagnare_, secondo un es. del Sydrac, citato dal Renouard (_Lex. Rom._, _a Serv_): „Negus gazerdo non agra desservit, quar lo be non agra fah de sa voluntat.„ — In ital. si usò _servire_ in questo medesimo senso da alcuni antichi scrittori.
(949) par son gre. C. F. R. — Il trad. non ha inteso il testo.
(950) Manca al C. L. _e lo buono omo_. — Abb. suppl. col C. R. 2., che concorda col C. F. R.
(951) Così ha pure il C. R. 2. — Ma pare che manchi qualche cosa, almeno stando alla lez. del C. F. R.: Cors viaut travail et aime repos; et par le delit dou cors l'arme l'achate chier. — E nel T. F. P.: Corps c'est travail et ame c'est repos; les quelz deux Dieu a donne a l'homme; et l'ung doibt salver et garder l'aultre sans le travailler. Et pour ce si le corps, qui est travail, prent son delict en ce monde, l'ame si l'achatera en l'aultre bien cher.
(952) Nel C. F. R.: Car, che che tarde, l'arme resevera son cors, etc. — La lez. del C. R. 2. è diversa, e concorda col T. F. P.
Cap. CCVII.
_Lo re domanda: come potrebe l'uomo salire in cielo? Sidrac risponde:_
L'uomo dee fare lo bene per lo bene avere; e divietare e dottare il male; chè per lo mal fare noi traboccheremo in nabisso; e per bene fare nella compagnia del Signore del bene, cioè Iddio. Imperciò che Idio volle che l'anima fosse degnia d'avere guiderdone, le diede tutti gli albitri, per ch'ella facesse lo bene per la sua grazia e per lo suo grado.
Cap. CCVIII.
_Lo re domanda: dove si nasconde lo giorno la notte (953)? Sidrac risponde:_
Lo mondo era tutto in tenebre e in acqua; e lo sancto spirito come (954) uno grande chiarore sopra l'acqua. E quando a lui piacque, elli fece giorno e scuro, siccome noi abiamo altra volta detto; e fece lo sole e la luna e le stelle e l'altre cose che ci sono; e ordinò il fermamento del suo torno (955); e alluminò lo mondo, siccome egli è del chiarore del sole; e la notte per la luna e per le stelle. E altresì l'ànno l'altre genti sopra loro, per la volontà di Dio. Lo sole e la luna e l'altre cose non fallano giammai al mondo; che, quando il sole falla a noi, egli allumina altra gente al mondo e la loro scurità. E quando elli falla a loro, e elli viene a noi, chè lo fermamento non fina di torniare; e ciò viene per la ritondeza del mondo. Gente sono al mondo, tali come noi siamo; e vegono apertamente il chiarore del sole e della luna e delle stelle; e sono sotto di noi; i loro piedi sono contra i nostri; e vanno sopra terra, e coltivano e adorano, siccome noi facciamo; e tutto questo è per la ritondità del mondo.
(953) Nel C. R. 2.: _Lo re domanda se era luce innanzi che fosse fatto lo sole e la luna._
(954) era come C. R. 2.
(955) nel suo torno C. R. 2.
Cap. CCIX.
_Lo re domanda: Come si tengono la luna e le stelle? Sidrac risponde:_
Le pianete sono del fermamento, e lo fermamento è di loro, e tutto insieme si tengono (956), e sono sode, e l'una nascie dell'altra. In tal maniera, per la forza di Dio, si tengono le pianete in cielo. E non credere ch'elle sieno in uno fermamento tutte; anzi sono in tre fermamenti, l'uno più alto che l'altro; e elle vanno l'una incontra l'altra. Quando il fermamento d'alto à fatto uno torno, quello di basso n'àe fatti due; perciò sono alcuna volta lo 'ncontramento (957) delle stelle in cielo. E quelle che ci paiono piccole, elle sono magiori che quelle che ci paiono grandi; e per l'altezza elle paiono piccole, e elle sono, al fermamento, grandi.
(956) si regono C. R. 2.
(957) li incontramenti C. R. 2.
Cap. CCX.
_Lo re domanda: come possono conosciere le genti l'ore e punti della notte? Sidrac risponde:_