Il libro di Sidrach: testo inedito del secolo XIV pubblicato da Adolfo Bartoli
Part 17
Quando l'una oste è contra l'altra, lo capitano dell'oste dee essere savio e proveduto e valente e vigoroso. E dee guardare e avisare (872) l'oste che è incontro a lui; e dee ordinare saviamente le sue ischiere; e desi muovere vigorosamente, con senno; e fedire contra loro e sopra loro. E se egli s'avedeno che i loro nimici sieno più forti di loro, e egli si dee tenere fortemente, e confortare la sua gente, e dare loro vigore e baldanza; e fare grande senbianza di muovere contra i nimici, e ricogliere la sua gente, e venire a salvamento. E se l'altra oste gli asaliscie, e egli si deono difendere vigorosamente. Che se l'oste forte sapesse lo fatto del meno forte, tosto la piglierebbe; ma perchè non si sa, ispesse volte n'aviene che le frali osti iscanpano dalle forti e possenti.
(872) esmer C. F. R. — _Aesmer_, _esmer_ ha qui il significato di _valutare_, _calcolare_. L'_avisare_ del n. t. ha il senso di _guardare attentamente_, o _riconoscere_, come nell'es. del Caro, citato dalla Crusca.
Cap. CLXXV.
_Lo re domanda: quali sono quelli menbri senza li quali l'uomo non potrebbe vivere? Sidrac risponde:_
Se l'uomo avesse meno le mani, e' piedi e gli occhi e' coglioni e' gli orecchi e' denti e la lingua fosse sano (873), egli potrebe vivere. E se egli avesse tutti i suoi menbri sani, e egli non avesse nè denti nè lingua, egli non potrebe vivere; che i denti e la lingua apartengono alla vivanda; di che le genti vivono. La lingua mena la vivanda a' denti, ed aiuta; e sanza queste due cose non potrebe l'uomo vivere. Idio à fatto la lingua all'uomo, per adorare lo suo sancto nome, e per parlare, e per menare la vivanda a' denti; e sì l'à fatta di carne viva e reale sopra tutti gli altri menbri del corpo; e fatti i denti di nerbi ghiacciati (874), simiglianti a ossi che divorano gli ossi.
(873) fussent sains. C. F. R.
(874) de ners glacies C. F. R.
Cap. CLXXVI.
_Lo re domanda: chi trovò e fece lo prima stormento del mondo, e come fu fatto? Sidrac risponde:_
Lo primo stormento lo fece e trovò uno de' figliuoli di Noè, quelli ch'ebbe nome Giafet (875). Egli trovò in prima il suono dell'acqua corrente nelle pietre che erano nell'acqua, alte e basse: che l'una pietra dà più alto il suono l'una che l'altra, per la sua altezza o per la sua bassezza (876). E anche lo trovò per le foglie degli alberi, quando il vento vi dà entro. E di tale maniera ordinò, e stabilì lo stormento per lo scandalio (877) di queste due cose, e per lo senno, che era molto savio e sottile. E tutto questo fue per la volonta di Dio.
(875) par deux hommes dont l'ung eut nom Tubal et l'autre Tubalcain. T. F. P.
(876) Il traduttore non ha inteso, ed ha quindi messo insieme parole senza senso. Ecco la lez. del C. F. R.: Et le trova premierement par le son de l'aigue corante, et per le son dou vent des arbres; car il temproit le son de l'aigue corante, de pierres, de haut et de bas, car l'une partie donoit plus grant son che l'autre par sa autesse et par sa basesse.
(877) scandail. C. F. R. — exemple T. F. P. — _scandaglio_ è usato per _esperimento_, _esempio_. La Crusca non ne registra che un esempio del Berni.
Cap. CLXXVII.
_Lo re domanda: l'uomo che nascie sordo e muto, che linguaggio pensa e intende lo suo cuore (878)? Sidrac risponde:_
L'uomo che nascie sordo e mutolo, nè parlare non puote, egli pensa e intende lo linguaggio del suo primo padre, cioè Adamo; e lo suo linguaggio fu ebreo. Dunque per diritta forza conviene che ritorni allo linguaggio del suo primo padre, ciò fu Adamo, là ond'egli fu schiantato. Altresì come uno omo che pigliasse i noccioli d'uno frutto d'uno alboro e si gli piantasse, quello nocciolo farebbe uno altro alboro simigliante a quello ond'egli fosse stato (879); e farebe il frutto di quella medesima senbianza e colore e sapore, come dal suo principio. E per tutte quelle volte che l'uomo piantasse di quelli noccioli, nascierebono albori e frutti di quella medesima senbianza e colore e sapore, come dal suo principio. E chi pigliasse di quello albore, e lo nestasse cogli altri frutti, egli diventerebbono di quella senbianza di quello onde furono nestati. Altressì fummo noi del primo linguaggio d'Adamo, primo nostro padre; e poi siamo nestati con altri legnaggi. Che chi pigliasse uno garzone di XI giorni o di meno, che non sapesse parlare nè intendere, e che lo mettesse in uno luogo che non potesse udire niuna persona parlare, e che l'uomo gli desse e facesse tutto ciò che bisognasse, e fosse sanza parlare altrui, quando egli avesse X anni o più, egli non parlerebe altro linguaggio che del suo primo padre, cioè ebreo; come la natura dell'albero che ritorna a sua natura.
(878) en son cuer. C. F. R.
(879) manca al n. c. da _là ond'egli_ fino a _ond'egli fosse stato_. — Abb. suppl. col C. R. 2.
Cap. CLXXVIII.
_Lo re domanda: perchè sono gli nuvoli l'uno bianco e l'altro nero? Sidrac risponde:_
Per due cose quelli che sono bianchi son posti da lungo l'arie (880), e tengono l'uno capo verso terra e l'altro verso il cielo; e lo chiarore del sole lo fiede e allumina col suo lume; e la luna lo fiede di notte e le stelle; e per questa ragione risprendiscono (881), e diventano bianchi. L'altra ragione si è perch'elli sono sottili e vani (882); e per lo caldo e per lo calore del sole elli passa la notte lo freddo dell'aria; e lo lume della luna gli passa (883); e perciò sono elli bianchi. Quelli che sono neri elli toccano l'aria di largo (884), e sono ispessi e grossi; e lo chiarore del sole nè de la luna nolli possono passare; e però sono elli neri.
(880) sunt assises dou lonc de l'air. C. F. R. — _Assises_ da _seoir_. _asseoir_, être placé, situé.
(881) _risplendono_.
(882) vaines. C. F. R., leggeri.
(883) les perce. C. F. R.
(884) de travers. T. F. P.
Cap. CLXXIX.
_Lo re domanda: dello tenpo ch'è chiaro e sereno gli nuvoli onde vengono? Sidrac risponde:_
Quando lo tenpo è così chiaro come voi vedete, gli nuvoli che sono, eglino iscorrono (885) dello spirare della terra. Là dov'ella getta grande caldo, ella getta fuori di lei a modo di brina; e lo chiarore del sole la bee, a modo di rugiada, e porta suso; e poi si ragunano, e diventano nuvoli bianchi; e l'aria l'ispande per molti luoghi, e gli consuma.
(885) issent. C. F. R.
Cap. CLXXX.
_Lo re domanda: tutte le criature che sono fatte possono sapere la volontà della cogitazione di Dio? Sidrac risponde:_
Nè niuno angelo nè niuno arcangelo nè niuna criatura che Iddio fece o farà, non potrà sapere la volontà nè la cogitazione di Dio, tanto quanto una candella di mare (886), se per Dio e per la sua volontade nolla sanno. La volontade e la cogitazione di Dio è sì grandissima, come tutto il cielo e la terra. E quando egli vuole che alcuna cosa sia fatta, punto non vi tarda, nè niuno più vi può calognare (887). E quelli che ànno saputo e sapranno la volontà di Dio, si fia per la sua medesima volontà, che loro lo manda a sapere per lo suo sancto angiolo; nè nulla creatura che Idio abia facta non può sapere la volontà di Dio nè la sua cogitazione, se per lui non lo sa (888); se non come una formica potrebe sapere lo profondo del mare.
(886) une goute de la mer. C. F. R.
(887) chalonger C. F. R. _Chalonge_, _chalenge_, ant. franc. vuol dire _calunnia_ e insieme _disputa_, _rifiuto_; come _chalonger_, _disputare_, _rifiutare_, _calunniare_. E così in prov. _calonja_ significa _rifiuto_ e _disputa_. — In lingua vallona _calengi_ vuol dire _mettre en contravention_, _à l'amende_; _adresser un défi_, _un cartel_. — Abbiasi a mente, per ispiegar ciò, i varii significati che ebbe _calumnia_ nel basso latino (_Du-Cange Gloss._). — In ital. _calognare_ non vuol dir altro che _calunniare_, secondo ciò che registra la Crusca. Ma qui è chiaro che deve intendersi per _porre ostacolo_, _proibire_, _impedire_, _disputare_.
(888) Abb. corr. col C. R. 2. — Nel C. L. mancano molte parole.
Cap. CLXXXI.
_Lo re domanda: dee l'uomo tutto giorno adorare? Sidrac risponde:_
Sì bene, se fare lo può; ma sì fare nollo puote, perchè lo corpo vuole lo suo riposo. Che se egli non si riposasse, vivere nè andare non potrebe. E però dee l'uomo Idio adorare una parte del giorno e la notte, a certe ore; e travagliarsi per la vita del corpo; e un'altra riposare per dare forza e podere al corpo, perchè possa travagliare per sè e per la sua anima. E quando egli viene ad adorare Iddio, e' lo dee fare di buon cuore e di buona intenzione; e tenersi queto e di buona aria in uno luogo; e dire umilemente e perfettamente quello che vuole; e avere lo cuore e la volontade a Dio e alla sua gloria. E per niuna cosa non dee lasciare ch'egli non conpia la sua orazione. E quelli che lo fa, adora Iddio giustamente e perfettamente e intendevolemente; chi altrimenti, egli non adora siccome egli dee.
Cap. CLXXXII.
_Lo re domanda: gli occhi che lagrimano ispesso donde viene? Sidrac risponde:_
Gli occhi che lagrimano ispesso aviene dalla tenerezza del cuore e dalla purità del coraggio. Chè lo cuore che è tenero e puro, incontanente che ode cosa che gli dispiaccia, sì la pensa e guata; e sale l'acqua della sua tenerezza suso agli occhi; allora piange, e getta l'acqua fuori, per travaglio e per angoscia, che à il cuore, che è tenero e pietoso. Apena puote l'uomo male avere da lui, cioè per forza degli omori, che sono di quattro conpressioni al corpo; che la loro durezza sormonta la tenereza del cuore. Gli occhi che spesso lagrimano fanno grande abagliamento al cuore; che per le lagrime che gli occhi gettano, raffreddano l'arsura e lo calore del cuore. Gli occhi che non lagrimano, non possono avere ciò. Loro aviene, per la grande dureza, ch'egli ànno al cuore della grande fellonia. Cotale cuore apena potrebe pensare se non malizia e ingegno all'altra gente (889); e quando pensa alcuna volta l'uomo bene, ciò non gli aviene già per lui, ma per gli omori umidi che al corpo sono, che sormontano la sua dureza e la sua fellonia, e lo fanno per forza pensare in alcuno bene.
(889) Car tel cuer apeines puet penser que a malice et a engigner ec. C. F. R. — _Engigner_, ingannare.
Cap. CLXXXIII.
_Lo re domanda: quante maniere di gente de' l'uomo onorare (890) in questo mondo? Sidrac risponde:_
Primieramente l'uomo dee adorare lo suo criatore, che lo fece e lo disfarà, quando lo suo piacimento sarà. E apresso dee l'uomo portare onore alla sua moglie, che Idio gli à donata a conpagnia, altressì come egli donò a Adamo Eva; e a loro comandò che amendue fossono una cosa. Ciascuno simigliantemente così dee essere alla sua moglie. E apresso deono adorare lo loro Signore, a cui egli à data la fede, per guardarlo e per salvarlo in tutte l'altre cose che intervenire possono. E apresso deono onorare il padre e la matre sopra tutte l'altre cose; e gli dee aiutare e mantenere lealmente. E apresso dee poi l'uomo onorare lo suo buono fattore, é figliuoli é fratelli é parenti é suoi amici; e ciascuno onorare e amare lealmente.
(890) debono orare. C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.
Cap. CLXXXIV.
_Lo re domanda: qual'è lo più largo uomo del mondo? Sidrac risponde:_
In questo secolo non v'à nullo largo uomo; e nullo è che donare possa; che tutto ciò che l'uomo dà in questo secolo e nell'altro è di Dio lo creatore, e da lui vengono. Che niuno uomo in questo mondo non potrebe tanto avere, che nulla potesse portare nell'altro. Ma quelli che in questo secolo danno, si è della grazia di Dio, le quale egli dona per aministrare a' poveri in questo secolo. Assai potete voi sapere che Idio è largo; e ch'elli dona il dono (891) in questo secolo a quelli che vegnono ignudi, e non portano nulle co loro. E Idio dice: donate del mio medesimo, a quegli che non ànno, e io vi darò nell'altro secolo a cento doppi.
(891) chi done les dons. C. F. R.
Cap. CLXXXV.
_Lo re domanda: in via o in camino più onorare o 'l povero o 'l ricco (892)? Sidrac risponde:_
Se lo povero è in cammino con migliore di lui, egli dee sofferire che quello migliore di lui vada innanzi, e egli apresso; e simigliantemente al sedere dee sofferire che lo migliore segga più alto e egli poi più basso. Lo povero non dee mica sedere più alto che lo ricco, perchè un altro migliore di lui verrà, e dirà: lieva suso, e lasciami sedere, chè questo non è già luogo per te. Ma s'egli avenisse che il povero fosse collo ricco in una battaglia, là si dee lo povero, se egli puote, più avanzare, e mettere inanzi al ricco, e conbattere, e se difendere vigorosamente e forzevolemente.
(892) Le roi demande: se doit l'om poure en chemin ou en place metre soi devant le riche? C. F. R. — E concorda col T. F. P.
Cap. CLXXXVI.
_Lo re domanda: è peccato di mangiare tutte cose? Sidrac risponde:_
Iddio per la sua misericordia creò tutte le cose all'uomo, e ch'e' fosse altressì signore in terra, come egli è signore in cielo, d'uccidere, di manicare e di comandare e di travagliare tutte l'altre criature al suo servigio. E per questo grande dono e signoria e possanza che Idio ci à donata sopra tutte l'altre cose, noi abiamo podere d'uccidere e di manicare e di comandare quello che noi vogliamo. E ciò che noi mangiamo di buono cuore, egli ci è buono e diritto, se fosse serpente o scarpione o altra ria bestia del mondo, o uccello o paone, è questo buono mangiare. E se non ci piacesse, e nollo mangiassimo di buona volontà, sapiate che quello buono mangiare, non è buono nè diritto nè leale; chè ciò che l'uomo mangia di buono cuore e di buona volontade, egli è buono e diritto e leale; e ciò che l'uomo mangia sopra cuore (893) e di mala volontade, egli no gli è buono nè diritto nè leale.
(893) sor cuer. C. F. R. — _Sor_ ebbe il significato di _contre_.
Cap. CLXXXVII.
_Lo re domanda: de' l'uomo salutare la gente a tutte l'ore? Sidrac risponde:_
Non già. Non dee l'uomo nimica tuttavia salutare la giente. Che se tu se' nel tuo albergo, tra li tuoi amici e tra la tua masnada, tu dei due volte salutare il giorno, ciò è a 'ntendere la mattina e la sera; e se piue lo farai, tu farai contra ragione, e non li tuoi amici. E se tu incontri lo tuo amico nel cammino, tu lo dei salutare una volta il giorno; e la salute dee essere cotale secondo la stagione del giorno. Sapiate che quelli che in prima saluta à l'onore. E quando lo tuo amico o altri ti saluta, tu li dei cortesemente rispondere, a chi che si sia.
Cap. CLXXXVIII.
_Lo re domanda: come dee l'uomo mantenere gli figliuoli? Sidrac risponde:_
Se tu ài figliuolo, tu lo dei nudrire onestamente, e falli inparare senno e iscienzia; e gastigarlo ispesso; e fargli inparare arte, onde si possano aiutare, se mestiere loro è. E tu no gli dei ispesso mostrare bella ciera, nè lusingargli; che quando tu gli graverai d'alcuna parola, molto magiormente anoierà loro, per le lusinghe che tu averai loro fatte. L'uomo dee fare di suo figlio e di sua famiglia come della verga, ch'è verde, che l'uomo la può piegare alla sua maniera e alla sua volontà; che quando ella è secca, e l'uomo la vuole piegare a suo modo, ella si ronpe e non fa nulla per lui. E altressì è de' tuoi figliuoli e della tua famiglia: in prima gli gastiga perchè al di drieto (894) facciano la tua volontade; e che se alla prima no gli gastighi, al dirieto non faranno nulla per te.
(894) au derain. C. F. R.
Cap. CLXXXIX.
_Lo re domanda: qual dee l'uomo più amare tra la moglie o figliuoli? Sidrac risponde:_
L'uomo dee amare la sua buona famiglia (895), più cara che cosa che sia, apresso lo suo criatore, e sè medesimo; inperò che egli e la sua moglie sono una cosa, altressì come Iddio per la sua potenza fece Adamo e Eva una cosa. Che Idio avrebe potuto fare Eva de' piedi d'Adamo, se egli avesse voluto, e ella sarebbe stata sotto i suoi piedi. E se egli l'avesse fatta della sua testa, ella sarebbe istata sopra la sua testa. Ma Idio volle che due fossono uno; che l'uno fosse possente come l'altro; perciò la fece della sua costola diritta, per ch'ella fosse suo pari di tutte le cose, e che egli fosse signore e ella donna; e che 'l mondo non si potrebbe moltiplicare sanza loro. E perciò diciamo noi che l'uomo dee amare, apresso al suo criatore, sè medesimo, sopra tutte le cose del mondo; e altressì la femina l'uomo. Che se tu perdi la tua buona moglie, e' ti manca del tuo onore del tuo saluto (896); chè tu non dei avere altra moglie, se non una sola in tutta la tua vita. Ma tenpo sarà che quello che averà a venire del popolo del figliuolo di Dio, che quelli che ordineranno la fede, ordineranno e stabiliranno, per la fragilità della frale carne, se la moglie muore, che egli ne possa pigliare un'altra; e simigliantemente possa fare la femina dell'uomo.
(895) moglie. C. R. 2. — feme. C. F. R.
(896) Per _salute_; usato al masc., come in ant. franc. e in prov.
Cap. CLXXXX.
_Lo re domanda: se mio padre e mia madre non fossono istati, noi come saremo istati (897)? Sidrac risponde:_
E da poi che lo comandamento di Dio è fatto, e tu se' nato in questo secolo, tu dovevi nasciere. Chè inanzi che Idio facesse lo mondo, sapea egli bene che lo mondo egli dovea fare; e sapea bene il numero della gente che nati sono, e che nascieranno, e gli loro nomi, e gli loro detti e fatti, e la loro perdita e la loro salute. E simigliantemente delle bestie e de' pesci e degli uccelli. E se egli non avesse saputo tutto questo, egli non sarebe istato Idio. La sua misericordia e la sua potenzia sapeva bene che noi dovevamo nasciere; e poi che tu se' nato, se lo tuo padre e la tua madre non fossono istati nati, tu saresti nato da un altro uomo e da un'altra femmina.
(897) come saremmo nati C. R. 1.
Cap. CLXXXXI.
_Lo re domanda: perchè non vengono a bene le creature che sono create in corpo alle loro madri (898)? Sidrac risponde:_
Per tre cose: l'una è per lo comandamento di Dio; la seconda per lo frale seme, di che la criatura è stata seminata (899); la terza per la fraleza delle reni della femina; che le reni che sono frali, elle non possono sofferire lo peso del garzone; e ora si rimuta la madre (900), per lo garzone ch'è nel ventre della femina, dove il garzone si nodriscie; e dal suo rimutare lo garzone si versa (901), e la femmina s'apre, e lo garzone cade fuori; e poi per lo podere di Dio ella si richiude.
(898) Nel C. L. si legge: _Lo re domanda se le criature che sono formate e vi crescono e non vengono a bene_. — Abb. posto il titolo quale si legge nel C. R. 2.
(899) de quoy li enfans est formes. C. F. R.
(900) si remue la mere. C. F. R. — Intenderei: _si muove la matrice_.
(901) se verse. C. F. R. — _Verser_, ant. fr., ha, fra altri, il significato di _rovesciare_.
Cap. CLXXXXII.
_Lo re domanda: tutte le femine sono d'una maniera? Sidrac risponde:_
Tutte le femine sono fatte d'una cosa, e ànno una taglia (902) dentro e di fuori. Ma alcune sono che ànno più calda conpressione che un'altra. Ma di menbri che vedere non si possono, che sono dentro del corpo della femina, tutti sono a una similitudine. E di ciò ch'all'uomo apartiene di fare alla femina, elle sono tutte uno; altressì è la più bella del mondo come le più laida. Ma elle non sono tutt'uno nè di detti nè di fatti, che l'una è migliore che l'altra. Ma alcune gente sono, che dicono che l'una femina è più dolce che l'altra; e questo aviene per tre cose: la prima della biltà della femina, e bene vestita e netta e bene adornata: l'uomo si diletta più co lei che con quella che è brutta e laidamente vestita; l'altra cosa che passa l'altre due, si è quando l'uomo ama la femina di cuore e di volontà; e egli si diletta più in lei, che con quella che non ama; e altressì fanno le femine degli uomini.
(902) et si ent unes entrailles. C. F. R. — _Entrailles_ qui pare che, oltre le parti interne del corpo, stia a significare anche le esterne. — Anche il T. F. P. ha: et si ont telles entrailles l'une comme l'aultre, dehors et dedans.
Cap. CLXXXXIII.
_Lo re domanda: dee l'uomo fare a sapere al suo amico la dislealtà della sua moglie? Sidrac risponde:_
Se la femina del tuo amico è malvagia, e porta dislealtà al suo marito, e dannagio gli fa, e tu te ne puoi avedere, tu cortesemente lo dei bene fare a sapere al tuo amico, in bello modo, conciosia cosa che si crucci. Che se tu gliele fai a sapere, per aventura si guarderà della sua onta e del suo danno, e metterà consiglio che torni in suo prode e in suo onore. E se tu non gliele (903) fai a sapere, ed egli si puote fortemente adontare, e lo suo puote malamente consumare. E per quella cagione tu lo dei fare a sapere della sua masinada (904).
(903) vuogli gliele. C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.
(904) masnada. C. R. 2. — maisnee. C. F. R. — Pare che voglia intendere: tu devi fargli sapere ciò che accade nella sua famiglia.
Cap. CLXXXXIV.
_Lo re domanda: fa alcuna cosa l'afrettare (905)? Sidrac risponde:_
Non già. Quando tu vuogli fare alcuno bene, e tu lo fai celatemente, e tu lo fai bene, a questo tu non dei tropo tardare. Che quando tu vuogli fare alcuno male, e tu t'afretti, tu lo farai, e per aventura, quando tu l'avrai fatto, e' si te ne peserà. E se tu non ti affretti alla mala volontà che tu ài a fare lo male, si passerà (906), e lo tuo cuore raffredderà della mala volontade, e avrai poi allegreza che tu non l'avrai facto. E però l'uomo non si dee tropo afrettare di fare lo male, ma lo bene sì.
(905) meglio assai nel C. R. 2.: quando l'omo de' fare alcuna cosa desi afrettare?
(906) Et se tu ne te hastes, la male volente che tu auras a faire te passera. C. F. R.
Cap. CLXXXXV.
_Lo re domanda: dee l'uomo amare tutte gente? Sidrac risponde:_
Primieramente Iddio. L'uomo dee amare tutte le genti (907), e pregare Iddio che le converta alla sua credenza. Corporalmente noi dobiamo amare quelli che noi amano, e odiare quelli che noi odiano (908). Se tu andassi nell'albergo del tuo amico, che di buono cuore t'amasse, egli ti ricoglierebe di buono cuore e lealmente; E se tu avessi mestiere di lui, egli t'aiuterebe volentieri. Tu dei bene tale amico amare e pregiare e guardare (909). E se tu andassi nell'albergo di colui che t'odia, egli non vi ti lascierebe entrare; e se tu adomandassi alcuna cosa, egli non la ti darebe nimica. Cotale uomo non dei tu punto amare, ma odiare, e allungarti da lui.
(907) Primamente tu dei amare Iddio, e tutte le genti, e pregare Iddio, ec. C. R. 2. — Esperfuelment en Dieu doit l'om amer toute gens, et prier, ec. C. F. R.
(908) È questo, invero, un precetto tutt'altro che cristiano, e non sappiamo come possa accordarsi coll'ascetismo ond'è pieno il libro di Sidrac. — Gli altri Codd. concordano perfettamente col nostro.
(909) Per _conservare_.
Cap. CLXXXXVI.
_Lo re domanda: sono tutte le genti comunali in questo mondo e secolo? Sidrac risponde:_
Quegli che nascono e dimorano in questo mondo sono comunali; ma non di corpi, ma non di venbri e di riccheze nè di povertade nè di coraggi nè di cogitazioni. Che nel mondo àe assai gente che ànno i menbri che noi abiamo noi, e altri più. E assai sono quelli che sono d'altre maniere che noi non siamo. Eziandio assai sono (910) gli ricchi e assai li poveri. Ma alla natura (911) e alla morte siamo tutti comunali. Quando lo veracie profeta verrà nella Vergine Maria, e morrà nella croce, per diliberare Adamo e gli suoi amici dello 'nferno, e quando egli gli avrà diliberati, e' dirà una parola della sua sancta bocca, molto chiara: chi in inferno entrerà giamai non uscirà, in tutto seculo non finerà. Nè nulla delle sue parole canbierà. E però quelli dell'altro secolo non sono nè non saranno comunali, che gli buoni saranno in gloria a tutti i tenpi, e gli altri saranno tormentati alle pene dello 'nferno, dove saranno grande pene e grande dolore, che giamai non avranno fine.
(910) Manca al C. L.: assai sono — L'abb. agg. dal C. R. 2.