Il libro di Sidrach: testo inedito del secolo XIV pubblicato da Adolfo Bartoli

Part 16

Chapter 164,084 wordsPublic domain

Di più maniere sono l'acque. Prima è lo mare, che è insalato, onde tutte acque escono. Anche ci à fontane che si canbiano, e surgono la settimana quattro giorni, e li III stanno chete (836). Uno fiume è che tutta la settimana corre, e il sabato non si muta (837). Un altro fiume à nel levante, che di notte è ghiacciato e di giorno corre. Altre fontane àe, nell'isole di mare d'India, che è sì spessa l'acqua, che, chi la mettesse in uno drappo, non si potrebbe colare; e è sì calda, che se l'uomo vi gittasse rame dentro, egli arderebe come il fuoco; e sì non si potrebe ispegnere se non con orina. Una fontana v'à, che surge acqua nera, che l'uomo fa di lei fuoco volante, che molto arde. Altre fonti v'à, che guariscono e saldano le ferite. Altre fontane v'à, che quando l'uomo bee di loro, elle rendono memoria; e altre v'à che fanno dimenticare; e altre che fanno giacere l'uomo colla femina ispesse volte; e altre v'à che fanno portare figliuoli alle femine che sono sterili; e altre che fanno sterili le femmine. E altre v'à che fanno dare a' ferri buone tenpere e dure; e altre v'à che fanno buoni colori. E fiumi v'à che fanno nere le pecore, e sono ispesse l'acque, che nullo non vi puote passare, nè pesci notare. Altre fontane v'à di diverse maniere, che tropo sarebe lungo a raccontarle (838).

(836) Mancano alcune parole al nostro e al C. R. 2. — Ecco la lez. del C. F. R.: Il y a fontaines che IIII fois l'an cangent lor color: premier noire, apres sanguine, et puis troble, clere, fine. Il y a fontaines che IIII fois la semaine sordent IIII jors, et les III se tienent coyes. — _Sordent_ da _sordre_, jaillir; che ha comune con _sorgere_ il significato e l'etimologia nel lat. _assurgere_. — _Stanno chete_ non è ben tradotto. Il testo dice _se tienent coies_, che vuol dire _si nascondono_, _non si mostrano_; e sta in relazione col _sordent_.

(837) Per _muoversi_. — Nel C. F. R.: ne curt point.

(838) Il C. F. R. ha di più: Il y a autres fointanes chaudes, chi aveuglent la gens. Il y a une grant fontaine, chi est toute coye, et chant l'on fait aucun solas entor elle, et sont des strument, et corre com I flum. Il y a autres fointanes chi sunt mult perilloses: chi enteroit dedens, ne poroit iemais issir che mort. Il y a autres fointanes chaudes, autres froides, autres ameres, autres salees; et tout ce est par la nature de la terre; et devient de celle meyme nature. Et toute ce est la volente de Deu.

Cap. CLVI.

_Lo re domanda: quanti mari sono? Sidrac risponde:_

Tre mari sono: l'uno si è lo mare borre (839), che intornea la terra, e si è salato, così come voi vedete. Lo secondo si è lo mare nero, che niuno uomo non vi potrebe andare entro. Lo terzo è lo mare puzolente, che niuno uomo non vi potrebe entrare entro, che non morisse incontanente. Così come lo mare orrebe (840) intornea la terra, simigliante lo mare puzolente intornea lo mare nero. E tutto questo à istabilito Iddio.

(839) bocave C. R. 2. — botee C. F. R. — betee T. F. P.

(840) bactee C. R. 2. — boutee C. F. R. — betee T. F. P.

Cap. CLVII.

_Lo re domanda: perchè fecie Idio ritondo il mondo (841)? Sidrac risponde:_

Per tre cose: l'una per significanza di sè medesimo, che non ebbe incominciamento nè fine. L'altra per sua gloria e per sostenere tutte le cose. L'altra per lo torno del fermamento, che non fina di torneare per tutto il mondo (842), siccome Idio l'à istabilito.

(841) Manca _ritondo_ al C. L. — L'abb. agg. dal C. R. 2.

(842) Correggi, col C. F. R.: entor le monde.

Cap. CLVIII.

_Lo re domanda: perchè fece Idio lo sole caldo e la luna fredda? Sidrac risponde:_

Se il sole non fosse caldo e la luna fredda, niuno uomo vivere non potrebbe, nè la terra niuno frutto non renderebbe; chè Idio per la sua potenzia l'à bene istabilito e ordinato, siccome al mondo bisognia. Lo sole iscalda la terra, e fa vivere le creature, e fa nasciere i frutti della terra; e tutto questo aviene per lo suo calore. E se quello calore fosse di giorno e di notte, le genti e l'altre creature afogherebono, e l'erbe seccherebono. Ma di notte viene lo freddo della luna e dell'aria, e tenpera quella calura, e rende umidore, e così gli nudriscie, e fa vivere e cresciere. E se lo freddo della luna fosse tuttavia (843), e 'l calore del sole non fosse, la gente e l'altre criature vivere non potrebbono. Se non fosse lo calore del sole e lo freddore della luna, lo mondo essere nè vivere non potrebbe.

(843) tout jors C. F. R.

Cap. CLIX.

_Lo re domanda: quale è la maggiore cosa che sia? Sidrac risponde:_

La misericordia di Dio è la magiore cosa che sia, nè che fu, nè che sarà; chè nullo cuore non potrebbe pensare, nè lingua dire la grandeza della misericordia di Dio, a quelli che la cheggiono e che la disidirano d'avere. Ella è magiore che le granella della rena e le gocciole dell'acqua del mare e le foglie degli alberi: è magiore di tutte (844).

(844) di tutte le cose del mondo C. R. 2.

Cap. CLX.

_Lo re domanda: quale è più o la rena della terra o le candelle (845) del mare? Sidrac risponde:_

La rena è più assai che le candelle del mare. Una pugnata di rena sarebe grande quantità di candelle d'acqua, che molto sono più minute le rene che le candelle dell'acqua. Ella non puote essere nulla parte che l'acqua non sia sopra terra e sopra rena; e la rena sostiene molte parti del mondo. La rena dura molte giornate, e sì non v'à candella d'acqua. Lo mare non puote essere tanto profondo, che la rena e la terra non vi sia; chè tutta l'acqua del mondo si è posta sopra terra e sopra rena. E alcuna volta l'uomo cava la terra, e truova l'acqua sopra rocca; ma la rocca è posta sopra terra; e questa è ragione per la minutezza della rena, e perchè in molte parti à rena, ove non ci è acqua. E la rena è più che le candelle dell'acqua.

(845) _Candelle_ è ripetuto tante volte nel Cod. che noi non sapremmo qualificarlo per errore. D'altra parte il C. F. R. ha sempre _goutes_, e il C. R. 2. sempre _gocciole_. Ed è evidente che _candelle_ ha da avere appunto questo significato. Ma come e perchè? Per un momento ci parve di potere supporre che invece di _candelle_ fosse da leggere _canelle_; e che trovandosi nel latino barbaro _guttarium_ per _canalis_, il traduttore, per una strana confusione d'idea e di parola, avesse scritte _canella_ per _gutta_, _gocciola_. Appresso credemmo di essere sulla via per ispiegare le _candelle_, considerando come questo vocabolo abbia riferimento ad acqua, ne' dialetti di varie città d'Italia; come ad es. nel milanese _candìla_, e nel bresciano _candela_, rigagnolo, piccolo rivo artificiale. Ma dobbiamo pur confessare che nè l'una nè l'altra di queste spiegazioni, dopo più matura riflessione, ci sodisfecero. Neppure sapendo che il provenzale ha _cadenel_, canale, rivo; dal quale forse potrebbe non esser difficile passare a _candel_, _candella_ per _onda_. — Altri potrebbe per avventura supporre che avesse a leggersi _ondelle_, come già si disse _ondetta_ e _ondicella_.

Cap. CLXI.

_Lo re domanda: potrebbe l'uomo contare l'onde del mare o la rena della terra? Sidrac risponde:_

Se il mondo fosse magiore mille volte, e fosse terra tutta ferma, e che durasse mille anni e fosse molto atticciato (846); lo giorno e la notte sono XXIIII ore, e ciascuna ora sono mille ottanta punti, e di (847) ciascuno punto nascieranno mille volte mille uomini e altrettante femine; e fossono tutti pilosi, e per ciascuno pelo avesse mille volte candelle di mare (848), le candelle dell'acqua sono più che questo numero, e la rena della terra è più che le candelle del mare, e la misericordia di Dio è magiore che l'una e che l'altra, e più che tutte le cose che al mondo sono, e che sono state o che saranno, a quelli che la disiderano d'avere.

(846) abitato C. R. 2. — habitees mout durement C. F. R. — habitees de grant multitude de gens T. F. P.

(847) a C. R. 2.

(848) mille volte mille gocciole di mare C. R. 2.

Cap. CLXII.

_Lo re domanda: quante stelle sono in cielo? Sidrac risponde:_

Se tutte l'acque fossono terra ferma, e l'una e l'altra fossono molto abitate da gente, e tutti quelli che sono morti e nasceranno e che sono, fossono in numero (849), le stelle sarebono più; chè per l'altezza del fermamento e per la sua ampiezza le stelle non si possono tutte vedere; che gli nuvoli s'abassano e gli altri innalzano; e però le stelle sono più assai; chè la vista dell'uomo, ched è sì tagliente (850), non puote tutte le stelle vedere. Lo fermamento, che è così grande, e è tutto alluminato dalle stelle, si risprende, come voi vedete e più; ma per lo suo torneare, l'uomo nolle puote vedere tutte (851), chè l'una disciende e l'altra monta, all'ore e a' punti dello giorno e della notte, così come Idio l'à comandato; che già non posano e non cessano, e fanno loro torno per lo movimento del fermamento.

(849) in uno numero C. R. 2.

(850) la viste de l'home chi est si trenchant C. F. R. — Non trovo es. nell'ant. fr. di _trenchant_ agg. a vista; come neppure di _tagliente_ in ital. — Il T. F. P. ha: sì penetrative.

(851) Manca al C. L.: l'uomo nolle puote vedere tutte. — L'abb. agg. dal C. R. 2.

Cap. CLXIII.

_Lo re domanda: quanti angeli creò Idio, e quanti furono quelli che caddono, e quanti no dimorano in cielo? Sidrac risponde:_

Idio, per la sua santisima misericordia e per lo suo piacere, creò nove ordini d'angeli, che sono molto grande numero; e tutti rendono grazie e lodo a Dio lo padre onipotente. E di questi VIIII ordini, ne traboccò una parte, per lo loro orgoglio. Altrettanti sono quelli che ubidettono, come la metà della gente (852). E tutti quelli che sono morti e che nascieranno e che sono nati al mondo, si porranno a sedere in quelle sedie. Quando gli nove ordini saranno conpiuti, per quegli che traboccarono, il mondo finirà, e sarà alla volontà di Dio. Non intendere mica che tutti quelli che sono nati e nascieranno, monteranno in cielo, alle dette sedie; ma monteranno quelli che degni ne saranno, e quelli che lo comandamento di Dio faranno, e quelli che per lo loro servigio lo serviranno. Gloria e gioia e allegrezza non fallirà loro.

(852) la moitie des gens dou monde C. F. R.

Cap. CLXIV.

_Lo re domanda: quali sono più o le genti o le bestie o gli uccegli o' pesci? Sidrac risponde:_

Le genti à fatte Idio assai meno che le bestie; che per ciascuna persona del mondo, sono più di cento bestie, sanza i vermini; e per ciascuna bestia che è al mondo, sono più di mille uccielli e più; e per ciascuno uccello, àe mille pesci e più in mare. Questi sono quelli che Idio à fatti più di nulla creatura movibile; e tutto questo è la sua volontà e lo suo comandamento.

Cap. CLXV.

_Lo re domanda: Iddio ch'è tutto possente perchè non fece altre creature che vermini e bestie o uccielli o pesci? Sidrac risponde:_

Idio per la sua potenza fece bene e ordinatamente a ragione ciò che egli fece; e fece al mondo quattro alimenti, e di quattro conpressioni, di caldo e di secco di freddo e d'umido; e si fece all'uomo corpo di terra, e alla bestia corpo d'aria (853), e a' pesci corpo d'acqua. E se egli avesse fatto corpo di terra, così come agli uomini, egli risusciterebono al dì del giudicio, altressì come l'uomo; ma perchè non ànno corpo di terra, diventano nulla (854). Lo più dilettevole luogo del mondo si è colà, là ove il cuore istàe, e à volontà d'essere; che se uno fosse nella più bella piazza del mondo, e avesse quello che mestiere gli fosse, e egli amasse altro luogo, quella bella piazza gli parebe nulla, inverso l'amore ch'egli avrebbe in altra parte (855), conciosia cosa ch'elli fosse laido; e se elli fosse la più brutta piazza del mondo, e egli amasse quello luogo, e' gli parrebbe il più dilettevole luogo del mondo. E perciò diciamo noi che lo più dilettevole luogo del mondo si è là dove l'uomo ama e disidera.

(853) et as oisiaus si fist cors de l'air C. F. R.

(854) Qui nel C. F. R. e nel T. F. P. comincia un altro Cap., intitolato: _Le quel est le plus deletable leu de monde?_

(855) leu C. F. R.

Cap. CLXVI.

_Lo re domanda: quale è più ardito o quelli che va di notte o quegli che va di giorno? Sidrac risponde:_

Quegli che va per pericoloso luogo, e' va di giorno per la sua grande prodezza (856), come quelli che à grande coraggio di sè difendere dal suo nimico. Quelli che vae di notte, vae con grande paura, e non è uomo da difendersi da un altro, e va come ladrone. Gente sono che non dottano uomo nè bestia, e si non osano andare di notte, per paura d'onbra; e ciò loro aviene di difalta di cuore. Altra gente sono, che si chiamano codardi, e sono vantatori (857); e lo giorno vanno saviamente tra la gente, e la notte si devisano (858), e vanno per le ville, come arditi, perchè sono sicuri non saranno conosciuti. Ma le genti che li veggiono, credono che sieno alcuni valenti uomini. E per questa sicuranza vanno di notte facendo il male. Sapiate che quelli sono vili e codardi, che si devisano per parere altra gente.

(856) Celui chi vait en perilous leu et vait de jor, cil vait par sa grant proesse C. F. R.

(857) boubansors C. F. R., per _boubancier_.

(858) se desguisent C. F. R., che vuol dire _sortir de la guise_, _se transformer_. — _Devisarsi_ è traduzione letterale del vb. fr.; ma può piacere, ad esprimere il cangiare di _viso_, di _apparenza_, di _abito_, invece di _travisarsi_.

Cap. CLXVII.

_Lo re domanda: quale è maggiore prodezza o quella di città o quella de' boschi? Sidrac risponde:_

Prodezza di città non è già chiamata (859), ch'ella non è prodezza, anzi è follia e stoltezza. E' pigliano sicurtà dalla gente. Che molti sono quelli che, quando ànno parole con altrui, egli lo vogliono asalire tra l'altra gente; e quelli che sono asaliti, sono più valenti e più arditi; e si non si vogliono muovere contra di loro. E quelli che asaliscono lo fanno per tre cose: la prima, è per grande follia; la seconda, per sicurtà delle genti che si metteranno in mezo, e non lascieranno acostare; la terza, quando egli ànno troppo bevuto, e lo cervello loro è tutto smoto (860) di vino. E lo valente che è asalito, lascia lo mal fare per tre cose: la prima, che egli à paura di mal fare; la seconda, ch'egli dotta la signoria, chè tutti i valenti uomini dottano la signoria (861); la terza, dottano l'onta di non perdere lo suo, e però non si vuole egli muovere. Ma se amenduni fossono alla foresta, lo valente della città non avrebe ardimento di farlo; chè là non troverebe egli chi lo tenesse; e lo prod'uomo del bosco non temerebbe onta nè signoria nè di perdere lo suo, e tosto l'ucciderebbe. E se gli due s'incontrano insieme, lo prode uomo del bosco si difende valorosamente; e lo prode uomo della città, che spesse volte fanno le stampite (862) tra la gente, non oserebbe dimorare nella piazza, anzi fugirebe nel canpo. E però diciamo noi che la prodeza del bosco è detta prodeza, e quella della città è detta follia.

(859) ne est mie apelee proesse C. F. R.

(860) Traduz. letterale del franc. _esmeue_, dal vb. _esmaier_, _commosso_, _turbato_, _alterato_.

(861) car tout home la doit douter C. F. R.

(862) estampie C. F. R. — bombans T. F. P. — Pare che qui _stampita_ abbia da intendersi per _vantazione_, _millanteria_. Trovasi questa parola nel provenzale, ove ebbe anche il significato di _disputa_, _rumore_. E nel nostro esempio potrebbe intendersi che chi fa _chiasso_, _rumore_, quando è in mezzo a molta gente, fugge poi se si accorge che vi sia pericolo di trovarsi solo di fronte al proprio avversario. — Cf. _Gachet_, _Gloss. du Chev. au Cygne_, a _Estampiez_. Il Gherardini reca un esempio di _stampita_ per _chiacchierata_; e questo pure potrebbe adattarsi al caso nostro. — Vogliamo anche notare che il mod. spagn. ha: _estampida_, che significa il rumore del colpo di un fucile o di un cannone.

Cap. CLXVIII.

_Lo re domanda: dee l'uomo rinproverare l'uno all'altro o di povertà o di ricchezza o di malizie o di malvagità di sua moglie, o d'altre cose? Sidrac risponde:_

L'uomo non dee rinproverare l'uno all'altro di nulla cosa; che se tu gli rimproveri malizie, quelli che le dà, lui le potrebe bene dare a te (863). E se tu gli rinproveri della follia di sua moglie, egli potrà bene essere che altrettale averrà ad te. E se tu gli rinproveri d'altre cose, lo somigliante puote avenire a te. E però niuno dee rinproverare altrui, chè niuno è che sapia che avenire gli dee.

(863) car si tu li reproches de maladie, cil chi li dona la maladie puet bien doner a toy C. F. R.

Cap. CLXIX.

_Lo re domanda: dee l'uomo portare e fare onore a tutta gente (864)? Sidrac risponde:_

Si bene, ma nulla anima del mondo lo potrebe fare a piacere con suo prode e con suo onore. L'uomo lo dee fare, conciosia cosa che tu non dei del tutto loro (865). Fa' loro bella cera e bello senbiante e buono conforto e buono consiglio; in questo modo potrai fare a piacere a uno e a uno altro con tuo prode e con tuo onore; e si avrai grado dalle genti, e sarai amato e pregiato, e tenuto per buono tra la gente.

(864) _doit l'om porter honor et faire a plaisir de toutes gens?_ C. F. R.

(865) A rettificare questa prima parte del presente cap., poichè non può giovare il C. R. 2., sarà utile riferire la lez. del T. F. P.: Ouy bien, qui le poutroit faire; mais nulle personne ne le pourroit faire que Dieu. A ceulx a qui tu en pourras bien faire plaisir en ton honneur, ja soit ce que tu leur donne du tien, fais le vouluntiers. Et ceulx que tu ne pourras servir du tien, sers les de belles paroles et beau semblant, ec.

Cap. CLXX.

_Lo re domanda: dee l'uomo dimenticare quelli che gli hanno fatto onore? Sidrac risponde:_

Non già dimenticare nol dee, conciosia cosa che 'l servigio sia piccolo; a niuno tenpo lo dei dimenticare. E chi grado e piacere mi fa, egli mi dà assai del suo; e però dee portare l'uomo amore e reverenza e benevoglienza a quelli che l'ànno servito; e lui dee aiutare al suo podere, se bisogno àe, che lo buono guidardone dee l'uomo fare contra colui che servigio gli à fatto. E lo servigio che l'omo fa a quelli che l'omo non è tenuto, quello cotale (866) de' essere più gradito, che se l'uomo lo dee fare. E però non dee l'uomo dimenticare lo servigio che gli è fatto, a nullo giorno.

(866) Abb. corr. col C. R. 2. — Nel C. L.: dee l'uomo fare contra essere più gradito, ec.

Cap. CLXXI.

_Lo re domanda: come si puote l'uomo tenere dalla sua grande volontà? Sidrac risponde: (867)_

Sì, bene e legiermente, quando egli è di quella volontà. E egli dee pensare allo suo criatore, e così come egli lo degnò creare alla sua simiglianza; e perciò non si dee lordare; ma onorare e nettamente guardare, per amore di quelli che lo degnò fare alla sua simiglianza. E si dee pensare come egli dee morire, e venire in nulla; e l'anima di lui ricevere tali guidardoni, come avrà servito in quello corpo, fia bene o fia male, secondo le sue opere. E in questi pensieri gli passerà questa volontà. Si lo re desse a uno uomo la sua roba, che la si dovesse vestire per lo suo amore, sapiate che quello uomo la si vestirebbe a grande onore, e la guarderebe nettamente, e sarebe molto innorato dalla gente, quando egli la si vestisse. Bene dobiamo noi essere più innorati e meglio guardare la somiglianza che Idio ci à vestiti, che è della sua propia, e più caramente che una roba d'uno cotale uomo, chente noi siamo, tutto fosse egli re. Che se tu non pensi in quella volontà per lei medesima passerà, se tu lasci nolla gratiare di fatti nè di pensieri (868); ch'ella è altressì come lo fuoco: chi più vi mette più arde; e per la sofferenza (869) e per gli buoni pensieri, leggiermente passerà. E tanto quanto l'uomo più soffera, più vorrà sofferire; e tanto quanto l'uomo più l'usa, e più lo vorrà usare. E uno fuoco che fa dannaggio, l'uomo lo dee ispegnere, e sì amortare nell'acqua, che giammai dannaggio non gli faccia. Simigliantemente dee l'uomo fare della luxuria; chè la luxuria è pericoloso fuoco, e fa molto grande dannaggio al corpo e all'anima. L'uomo la dee amortare e ispegnere tuttavia.

(867) _Le roy demande: ce peut l'om tenir de luxurie, chant l'om est de volonte?_ C. F. R.

(868) Riferiremo prima la lez. del T. F. P.: Ainsi donc quant l'homme entre en ceste voulunte de luxure, et en luy mesmes il pensera les choses dessusdictes, bien legierement se passera y celle voulunte; mais qu'il la delaisse et qu'il ne la nourrisse point ne de faiet ne de pensee. — Ecco ora la lez. del C. F. R.: car se tu penses en celle volunte, elle passera par celle meesme volunte, se tu la laisses et ne la graees ne de faites ne de pencees. — _Se tu la laisses_ (laisser ant. fr., quitter) è stato trad., come vedesi, _se tu lasci_. — _Et ne la graees_ (graer ant. fr., gratiaer), è stato trad. _nolla gratiare_. — Il nostro periodo potrebbe intendersi così: se tu stabilisci, se sei fermo di non far grazie, di non fare concessione a quella volontà nè di fatti nè di pensieri.

(869) por ces soffraites. C. F. R. — _Soffraite_ ant. franc., _sofracha_ prov. ha, fra altri, il significato di _mancanza_; e qui pare che potrebbe appunto intendersi: e per la mancanza di materia che alimenti il fuoco, e per i buoni pensieri ec. — Potrebbe però anche interpetrarsi: e coll'essere tollerante (_soffrir_) e con i buoni pensieri ec. —

Cap. CLXXII.

_Lo re domanda: quale è lo magiore diletto che sia? Sidrac risponde:_

Due sono i diletti del mondo: l'uno è spirituale e l'altro corporale; e lo corporale è poco diletto, perchè passa legiermente, e ispegnesi come uno lume, e diventa nulla; che del diletto corporale si generano molte malizie e avarizie e pericoli all'anima, e morte e onta e vergognia e si è tutta vanità; che ciò che l'uomo può fare di diletti in cento anni, se uno giorno e' gli falla, tutto quello che àe avuto gli pare nullo diletto (870). Lo spirituale, cioè a sapere di quelli che si dilettano in Dio e delli suoi comandamenti e nelle sue opere, e quegli che ànno buona fede e buona isperanza d'avere la vita perdurabile nella conpagnia di Dio, sapiate che quelli ànno molto grande diletto; tanto quanto più travagliano e sofferano per Dio, si loro richieda a fare di quello travaglio e sofferenzia (871); e si pare loro ch'egli sieno in gloria. E questo diletto mai non finiscie, anzi si canbia di bene in meglio, e di gioia in allegreza e in gloria, che mai fine non avrà. E perciò diciamo noi che lo diletto ispirituale vale meglio e è più grande che lo corporale, e è più durabile.

(870) car chant che l'home se puet delitier en C. ans, et un jor li faut tout et si resemble che riens n'en a este. C. F. R.

(871) si requirent plus a faire de cel travaile et soffrance. C. F. R.

Cap. CLXXIII.

_Lo re domanda: desi l'uomo dilettare colla femina? Sidrac risponde:_

Due maniere sono di dilettarsi l'uomo colla femina: l'uno è spirituale e l'altro è corporale. Lo spirituale si è quando l'uomo àe la sua moglie, si dee acostare a lei onestamente e degniamente. E sì si dee acostare co' lei a tale intendimento e intenzione, d'avere frutto di lei, che renda grazie al suo criatore. E quando ella è pregna, elli non si dee più acostare a lei, infino che partorito non à; e dopo il partorire XL giorni. E quando la femina è nel suo tenpo, e' non si dee acostare a lei, tanto quanto ell'à quello; e sarà questo lo buono diletto spirituale. Lo diletto corporale del mondo si è in modo di bestia, che non si guarda quando s'acosta alla sua femina, anzi s'acosta tutte le volte che n'à volontà. Sapiate che questo è malvagio diletto, e morte e perdizione dell'anima e del corpo. Quelli che lo fa a modo di bestia è di vita di bestia; e fanno contra lo comandamento di Dio.

Cap. CLXXIV.

_Lo re domanda: quando l'una oste è contra l'altra come si deono conbattere? Sidrac risponde:_