Il libro di Sidrach: testo inedito del secolo XIV pubblicato da Adolfo Bartoli

Part 15

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Tutta è una terra; ma per la ragione del mare, che è in terra per lo mezo (807), egli le diparte in tre parti, che si chiamano tre contrade, sanza l'isole. Ma tutta è una terra ferma; e tutte sono sopra uno fondamento; e tutte le formò Idio, a una ora e a una volontà. Ma chi andasse sotto il mondo, conciosia cosa che (808) niuno vi possa andare, ma per la volontà di Dio uno andasse tutto intorno, egli troverebe che tutta la terra è una, là ove è il mare e là ove non è; che tanto profondo non può essere (809), che la terra non vi sia sotto. E quella medesima terra àe acqua di sotto, ella, che la sostiene.

(807) ch'entra per lo mezo C. R. 2.

(808) _sebbene_.

(809) che tutta profonda essere C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.

Cap. CXLIII.

_Lo re domanda: puote l'uomo andare intorno al mondo? Sidrac risponde:_

Niuno puote andare intorno, nè atorniare lo mondo. Bene potrebbe l'uomo tanto vivere, che, se la terra fosse tutta terra ferma, e fosse piana, che andare vi potrebbe. Ma chi andare vi volesse, molto vi troverrebe contrariose (810) montagnie, che passare non si potrebono in niuna guisa; perchè troverebono molti diserti, che fiore (811) d'acqua non v'à. Anche si troverebono molte bestie e uccelli salvatichi, che l'ucciderebono. E là ov'egli avesse passati tutti questi pericoli, si troverebe lo grande diserto, ove è la grande scuritade, che l'uomo non vi puote vedere nulla. E là ove l'uomo avesse passato questo, si troverrebbe le crepature della terra, là ove il mare batte, e passa per mezo la terra. E per molte ragioni niuno uomo andare non vi potrebe, eziandio fosse uccello, volando, per la sete e per l'affanno e per molte altre ragioni (812).

(810) contraires C. F. R.

(811) Per _punto_, _niente_. — punto d'acqua C. R. 1. e C. R. 2. — goute d'aigue C. F. R.

(812) Per molte ragioni, le quali si potrebbero asegnare, non potrebbe niuna persona intorno alla terra andare; ancora fosse elli uno uccello volante, non vi potrebe andare per la sete e per la fame che patirebbe C. R. 1.

Cap. CXLIV.

_Lo re domanda: potrebbe l'uomo andare tanto in su una nave, che tuttavia la spingesse il vento inanzi, ch'egli potesse venire presso al fermamento? Sidrac risponde:_

Chi fosse in una nave in mare, e il vento la portasse e sospignesse tuttavia inanzi, e movesse dal levante, da indi a due anni o più si troverrebbe dalla riva del ponente. E simigliante, s'ella si partisse dal ponente, si troverrebbe dalla riva del levante; e dal traverso del mondo altressì. E s'egli avenisse cosa che fosse per la volontà di Dio, che uno uomo fosse sì grande, come tutto il mondo, e fosse presso del fermamento, là ove egli si volgie a mille miglia e più, quello uomo che fosse magiore del mondo, morrebe incontanente, della paura e delle tenpeste che fa il fermamento, quando egli si volge; chè lo fermamento non fina di volgere nè di torneare.

Cap. CXLV.

_Lo re domanda: che non creò Iddio l'uomo che potesse vivere lungo tenpo? Sidrac risponde:_

Se Iddio avesse fatto quello che tu dici, egli avrebbe fatto grande oltraggio al diavolo, ch'egli lo traboccò di cielo per una sola cogitazione. E l'uomo che il suo diletto avesse in questo mondo, e lungamente vivesse sanza molti e grandi peccati, che non potrebe? E se egli lo mettesse in paradiso, sapiate che Idio avrebe fatto grande oltragio al diavolo. Non perciò ch'egli ci à dato vita e santà e gioia, più che tu non dici. Li buoni giammai non morranno, e tuttavia giovani e allegri e ricchi e savi saranno. La morte che noi abiamo in questo secolo, si è altressì come trapassamento; e altressì come uno uccello, che entra per una finestra e escie per un'altra. E chi vuole vivere lungo tenpo, faccia quello che Idio gli comanda. E se uno re dicesse a uno povero: vieni al mio tesoro, e piglia del mio avere e delle mie gioie e delle mie pietre preziose, tante quante tu vorrai, e serbale per me; che, un'altra volta, quando tu verrai a me, tu non venghi lordo, che tu sarai cacciato alla mia porta; se quello uomo vorrà pigliare di quello tesoro, egli sarà inorato tra li possenti; e s'egli vorrà andare tra la puzza, egli sarà cacciato ontosamente da la conpagnia de' possenti. Altrettale aviene di Dio. Idio ci à donato gioia e vita e sanità e ricchezza e gioventudine per tutti i tenpi, e vita a chi la vuole avere, sanza fine; che già non morrà, per lo trapassamento ch'egli farà di questo secolo. Lo suo tesoro si è la nostra credenza e lo bene che noi facciamo; e lo nostro andare a lui altra volta si è la morte; e chi vuole questo fare, egli avrà questo per tutti i tenpi, ciò è a sapere che egli andranno nella vita perdurabile. E s'egli ci desse lungamente gioia e vita e santà, e poi morire e andare diritto in paradiso, non sarebbe mestiero di darci tutto questo, ma di metterci del tutto in paradiso. Io non vorrei vivere tanto quanto il mondo durerà, e essere tuttavia ricco e giovane e possente, e alla fine del mondo morire, e andare in onferno. Certo inanzi amerei di morire ora, e andare immantenente in paradiso. Che tutti i diletti e le gioie e le ricchezze di tutto il mondo fossono insieme, tanto quanto il mondo durerà, e fossono ragunate tutte in un luogo, non sarebbono nimica delle mille parti l'una, delle gioie di paradiso. E simigliantemente, a questa medesima ragione, delle pene dello 'nferno: che tutte le pene che giammai furono e saranno per universo mondo, e tutte quelle che potessero essere, tanto quanto il mondo durerà, non sarebbono mica delle mille parti l'una, del dolore e delle pene dello 'nferno.

Cap. CXLVI.

_Lo re domanda: quali angieli pigliano l'anime? Sidrac risponde:_

Ciascuna anima, se ella è buona e giusta, quando ella si vuole partire di questo secolo mortale, si viene l'angelo che la guarda e governa in questo secolo, si viene con grande conpagnia d'angeli, e portalla, cantando e glorificando lo nome di Cristo lo criatore. E poi la mettono in cielo, e là istarà, infino a tanto che lo figliuolo di Dio verrà a giudicare i morti e i vivi. Allora verrà l'anima al giudicamento, e piglierà lo suo corpo, e monterà nella conpagnia di Dio in cielo, come uno de' suoi angeli. Le ree anime, quando elle si dovranno partire de' loro corpi mortali, si viene lo diavolo, a quella anima che à aconsentito alla sua volontà, con grande conpagnia di demoni, e portolla ontosamente e dolorosamente, e mettolla nelle pene dello 'nferno. Ma non intendere nimica che questo sia al nostro tenpo; ma questo sarà dalla morte del figliuolo di Dio: tutti fieno in inferno, buoni e rei, ma tutti non vanno già in uno luogo, ch'egli vanno tutti in nabisso d'inferno per tutti i tenpi; ma i buoni vanno ne' canti (813), là ove egli non ànno se non tenebre; e là istaranno tanto che il figliuolo di Dio gli verrà a liberare per la sua morte.

(813) en l'orle C. F. R. — nelli cantoni C. R. 2.

Cap. CXLVII.

_Lo re domanda: quale è meglio, od opera o castità? Sidrac risponde:_

Opera vale meglio sanza castità, che castità sanza opera. Se tu se' casto del tuo corpo, e le tue opere sono rie, quella castità che tu ài non sono per Dio, anzi sono per alcuna cagione che tu ài, o per vechieza o per fraleza di natura. Quelli che uccidono le genti, ingannano, e inbolano l'altrui, e sì si spergiurano, e non conoscono lo loro criatore; e quelli che lo conoscono, e non fanno lo suo comandamento; quelli che fanno le rie opere di male maniere contra gente, che castità possono avere in loro? Quando cotali opere fanno, cotali gente, non ànno in loro la castità per Dio, anzi l'anno per le cose sopradette (814). La castità che è in loro non è prode neuno alla gente. Quelli che ànno buone opere in loro, e non sono casti, quelli non fanno niuno danno alla gente, anzi fanno male a loro medesimi. Chi buone opere fae, può fare rei fatti, bene e pietà e lealtà alberga in lui; e se egli non è casto, lo suo peccato non fa niuno male a l'altre genti; anzi puote essere per le buone opere ch'egli fa, raccatterà lo suo peccato. E però diciamo noi che le buone opere sanza castità vagliono meglio che castità sanza buone opere.

(814) Quelli che fanno le male opere, e uccidono le genti, e ingannano e rubano e uccidono e furano, quelli sono ispergiuri; e quelli che non conoscono loro creatore, et quelli che non fanno suoi comandamenti, ke fanno le male opere per molte maniere; tali gente, che castitade possono avere in loro, quando elli non ànno pietade d'altra creatura? Quando cotali opere rie fanno, tali gente non ànno la castitade in loro per Dio, anzi l'ànno per le cose avanti nominate C. R. 1.

Cap. CXLVIII.

_Lo re domanda: di che vengono gli tremuoti? Sidrac risponde:_

I tremuoti avengono per l'acque che corrono fortemente sotterra, e fanno grandi marosi, e gittano grandi venti del loro incontrare. Che l'aria si serra e si raguna in tane, che sono sotto terra, e per lo suo grande serramento (815) e per la sua grande forza ella crolla la terra, e falla rimutare, e criepa. E 'l vento e l'aire escie tutto di fuori, là ove la terra è frale; e al suo uscire abatte e confonde (816) tutto ciò che sopra v'è fondato; e là ove la terra è forte, ella triema sanza altro fare (817).

(815) raunamento C. R. 2.

(816) confund C. F. R. — _Confondre_, _confundre_, oltre _confondere_, vuole anche dire _rovinare_, _distruggere_.

(817) „Onde volendo noi cercare la cagione, che fa tremare la terra, troviamo una ventosità che s'ingenera nel ventre delle terra.... E già avemo trovati forati nella terra, che continovamente n'uscia fuori lo vento..... E in quelle contrade erano bagni: onde, entrando lo calore del sole entro per lo corpo, lo quale ha a risolvere l'umidità in vapore, risolve l'umidità della terra e diventane vapore ventoso, lo quale è racchiuso nella concavità della terra..... onde, non potendovi istare, combatte colla terra per uscire fuori; e se truova la terra dura e soda, levata su e giù, e falla tremare, e insolliscela ed escene fuori; e se la truova arenosa e solla, escene fuori sanza tremuoto.„ _Ristoro d'Arezzo_, _Compos. del Mondo_, VII, IV., 7.

Cap. CXLIX.

_Lo re domanda: le piante perchè mutano lo loro segno e fannoli contro? Sidrac risponde (818):_

Iddio à stabilito che tre volte averà: le prima è venuta, e le due averranno. L'una fue per l'avenimento del diluvio, che tutto il mondo dovea perire. L'altra sarà quando il figliuolo di Dio sarà crocifisso e morto: questa sarà molto grande e molto iscura, e bene dee essere, per la morte di così grandissimo signore, come il figliuolo di Dio sarà. L'altra sarà quando lo falso profeta nascierà, lo quale tutto il mondo divorerà. Questi tre sono naturali. Gli altri che sono stati e saranno, sono per la ragione del sole e della luna e della terra; chè la scurità della luna aviene per la terra, e quando ella toglie lo chiarore del sole. La luna e 'l sole vanno per una via, ciascuno nel suo cerchio; e quando aviene che la terra tolga lo chiarore del sole, si conviene che la luna iscuri, perchè la luna non luce per sè, anzi per lo chiarore del sole che fiede in lei; e se lo splendore non vedesse, la luna giammai non lucerebbe; che la luna è come uno specchio, che niuno chiarore non rende. Quando lo fermamento fa lo suo torno, e lo sole intornea lo mondo, si comincia la terra a tôrre lo chiarore del sole alla luna, a poco a poco; siccome voi vedete che la luna rischiara a poco a poco. E ciò aviene per la terra, che li ombra (819) lo splendore del sole. Quando la luna è tutta coperta per la terra, ch'ella à tolto lo chiarore del sole al volgere del fermamento, lo sole iscuopre della terra parte, e la luna perde l'onbra della terra; e allora lo sprendore del sole la comincia a fedire, a poco a poco, tanto che la luna à tutto ricovero (820) la sua luce. La luna perde per lo sole lo suo lume, a poco a poco, dall'una parte, e dall'altra lo ricovera simigliantemente, a l'uscire del sole (821). E simigliantemente aviene del chiarore del sole, quando la stagione è che il sole va per la via della luna; e egli medesimo viene sopra lei; ella fa ombra alla terra, e toglie lo chiarore del sole, tanto che egli avrà passato dall'altra parte, per lo movimento del fermamento; e si discuopre dall'altra parte, a quella medesima ragione che la terra toglie lo chiarore del sole alla luna. E quando la luna rende lo suo chiarore, quelli che non la veggono, si ànno notte, perchè non ànno lo chiarore del sole. Quando lo sole fa lo suo chiarore, quelli che vegiono, si ànno giorno, ch'egli ànno lo suo chiarore. Allora quando noi vegiamo lo suo chiarore, l'altre genti nollo veggiono; quando noi nollo veggiamo, e quelli lo veggono.

(818) Questo capitolo tanto nel C. F. R. che nel T. F. P. è intitolato: _Les esclips de quoy vienent?_ E questo pare che abbia da essere il vero titolo di esso.

(819) _Ombrer_, ant. fr., ha ancora il significato di _coprire_. Il testo prov. del Sidrac: esdeve escura per la terra que lhi _enombra_ la resplandor del solelh. — _Ombrare_ in questo senso manca alla Crusca.

(820) àe ricoverata C. R. 2.

(821) Aussi comme le solail se couvre de la terre de l'une part a son passer, et se decouvre a son yssir de l'autre part C. F. R.

Cap. CL.

_Lo re domanda: le stelle che vanno per l'aria, vanno elleno, e come cagiono elle? Sidrac risponde:_

Lo chiarore che voi vedete andare per l'aria non sono già istelle, anzi sono tre cose: l'una è lo vento, che corre per l'aria (822); la seconda si è l'umidore che la terra sospira (823), che egli monta in alto ne l'aria, nello grande calore che la terra getta, e quando egli sente l'aria, egli ischianta. La terza si sono gli angioli, che di cielo sono abattuti, siccome a Dio piacque; chè quando lo suo comandamento fue ch'eglino non cadessono più, in quello punto dimorò ciascuno in quello luogo là ove egli era. Quelli che nell'aria furono traboccati, dimorarono nell'aria; e alcuna volta vogliono per loro ingegno (824) agrappare al fermamento; e gli angeli di Dio gli fediscono di fuoco, e buttano in inferno, là ove gli altri sono. E quello fuoco che caccia (825) nel nabisso dello 'nferno, si dimostra a noi i modi di stelle (826). Simigliantemente avengono quelle cose così di giorno come di notte; ma per lo chiarore del sole non si possono vedere.

(822) „Quod in nocte videntur stellae cadere, non sunt stellae, sed igniculi a flatu ventorum ab aethere in aerem tracti, etc.„ _Imago mundi_, c. 50.

(823) Per _esala_.

(824) par lor engin C. F. R.

(825) chi les eschaufe C. F. R. — Forse _eschaufe_ fu tradotto per _caccia_? Anche il C. R. 2. ha: cacciano.

(826) si dimostra a noi in modo di stelle C. R. 2.

Cap. CLI.

_Lo re domanda: quanti cieli sono? Sidrac risponde:_

Tre cieli sono: l'uno è quello che noi vegiamo, che intorno di noi torna, e si è del colore dell'azzurro, e si è lo primo fermamento, e si è corporale. Lo secondo si è quello ove i buoni saranno, là ove gli angeli sono, e si è ispirituale, e si è alla simiglianza di cristallo. Lo terzo si è quello ove Idio è; e è di simiglianza d'oro. E ciascuno di questi cieli è di lungi l'uno dall'altro, come la terra infino al primo cielo. Ma egli si nominano VII cieli per la substanzia di VII pianeti.

Cap. CLII.

_Lo re domanda: quanto è alto lo cielo da terra? Sidrac risponde:_

Lo cielo è tanto alto dalla terra, che, una pietra fosse al cielo, che pesasse quanto una macina da mulino, si penerebe a cadere più di cento anni, anzi che ella fosse quagiù, ove noi siamo. E si è così presso lo cielo dalla terra, agli buoni, e agli angeli (827), che così spesse volte vi montano e asciendono, come l'uomo chiuderebe gli occhi e aprirebbe; questo è per la volontà di Dio.

(827) as bons chi monteront et as angles qui souvent montent et descendent C. F. R.

Cap. CLIII.

_Lo re domanda: di quale virtù è il fermamento? Sidrac risponde:_

La virtù del fermamento è maggiore che nullo uomo del mondo non potrebe contare. Egli è fatto ritondo, come una ruota che testa nè coda non à; e non fina tuttavia di volgersi intorno lo mondo. E se egli posasse del suo torno, e non torneasse lo mondo, niuno uomo e niuna femmina e niuno pescie andare nè mutare non si potrebbe, anzi sarebono come morti; che Dio l'à fatto bene ordinatamente in quella maniera e in quello modo, che bisogna al mondo e alla gente. Per lo suo torno tutte le gienti vivono.

Cap. CLIV.

_Lo re domanda se le pianete e le stelle sono di gran virtute (828). Sidrac risponde:_

Le pianete e stelle sono di grande virtude. Le sette pianete fanno nasciere tutte l'erbe del mondo e tutti i frutti della terra. Le pianete governano, per volontà di Dio, la terra e l'acque e' venti e le genti e le bestie e gli uccelli e' pesci e tutte l'altre cose che ci sono; e sì si stabiliscono per lo loro torno le cose tenporali e le corporali. Elle sono sette pianete: la prima si chiama Saturno, che è di sopra e più forte, e è maggiore che l'altre; e ciascuno (829) segno istae due anni e mezo; e si è pianeta di podere e di possanza. E quelli che sono nati in quella pianeta, quando elli comincia ad abassare, elli abassano di podere e di forza; quando egli regna, egli regnano nelle loro ricchezze e in bene. Ella (830) regnia in XXX anni una volta; e regnia in uno segno che si chiama libra, e s'abassa in un altro che si chiama aries. La seconda pianeta si chiama Juppiter. Pianeta è di riccheza e d'avere e di mercatantia e di senno e di savere e di buono lodo tra le genti; e si torna li XII segni, e ciascuno segno dimora VII anni. Quelli ch'è nato in quella pianeta, in capo di XII anni, egli è nel meglio di suo punto. Ella regna in uno segno ch'à nome chancer, e s'abassa in un altro che si chiama chapricorno. La terza pianeta à nome Mars. Quelli che è nato in quella pianeta, in uno anno e trentatrè giorni si può canbiare lo suo fatto (831) e la sua volontà. Ella regnia in uno segnio che à nome capricorno, e s'abassa in un altro che à nome chancer. La quarta pianeta à nome Sole: pianeta è di grandi fatti di re e di signori e di podere; e governa la terra; e passa per li XII segni; in ciascuno segno dimora uno mese. Quelli che è nato in questa pianeta, ciascuno dì si puote canbiare lo suo fatto e di sua volontà. E regna in uno segno che à nome aries, e s'abassa in un altro che à nome libra. La quinta pianeta à nome Venus. Questa è pianeta d'amore e di sollazzo e d'allegrezza. Quelli che in questa pianeta nascierà, di vano cuore e di frale sarà. In trecento trentatrè giorni si può cambiare lo suo fatto e le sue volontadi e le sue cogitazioni. Ella passa li XII segni, e in ciascuno segno dimora XXXIII giorni; e si regna in uno segno che à nome piscies, e s'abassa in un altro che à nome gemini. La sesta pianeta à nome Mercurio: pianeta è d'arte e d'inframmettersi in tutte cose; e passa li XII segni, e dimora in ciascuno segnio XXII giorni. Quelli ch'è nato in questa pianeta, in centotrè giorni si puote canbiare lo suo fatto e la sua volontà. Ella regna in uno segno ch'à nome virgo, e s'abassa in un altro ch'à nome pisce. La settima pianeta si à nome Luna: pianeta è d'acque e di viaggi e di leggierezza (832); e si passa gli XII segni, e in ciascuno segno dimora II giorni e terzo. Quelli che è nato in questa pianeta, in uno mese si può canbiare lo suo fatto e la sua volontà. Ella regna in uno segno ch'à nome taurus, e s'abassa in un altro segno ch'à nome iscorpio. Non intendere nimica che questo avenga alla persona, quando la pianeta è in quello segno; anzi averrà quando la pianeta comincia a regnare: la persona avrà grande bene in sua vita; quando ella è nata nel suo abassamento, la persona avrà tribolazione. E s'ella è nata in altro punto, la persona sarà d'altra qualità, secondo l'ora ch'ella è nata; non già secondo l'ora solamente, anzi secondo l'ora e il punto in che serà nato, e secondo lo sguardamento de' segni, che saranno incontro a quella pianeta, in quella ora e in quel punto. Lo giorno e la notte si è XXIIII ore, e ciascuna ora è mille ottanta punti, che fanno 25920 punti; moltiplicando XXIIII vie MLXXX punti (833), cotante creature possono essere nate per l'universo mondo, e ciascuno giorno e in ciascuno punto, e cotante persone. Bene puote essere che non si somigli l'una l'altra; e se alcune si somigliano di tutte cose, non puote essere che alcuna differenza non sia tra loro, o dei loro corpi, o delle loro qualitadi e del loro podere, chè più sono le diferenze che i punti di XXIIII ore. E perciò conviene che abbia tra loro alcuna differenzia, se non sono nati in uno punto. E tutto questo è per la volontà di Dio, che degnò di stabilire lo fermamento e le sette pianete, e i segni e l'ore e i punti del giorno e della notte. E di ciò potete voi vedere apertamente, delle cose visibili. Voi vedete lo sole cresciere l'erbe, e nodriscie gli frutti; e della luna apertamente: quando ella crescie, l'acque crescono e il sangue dell'uomo; e quando ella menoma, altressì si menomano le sue altre vertudi, che le aluminano lo mondo, l'una di giorno e l'altra di notte. E si ànno l'altre pianete le loro vertudi, che molto sono grandi. A chi le volesse contare, le vertudi delle VII pianete, assai avrebe a contare, che nulla di loro non manca lo stabilimento che Iddio à loro donato (834); e tutte le nature per lei passano, siccome è stabilito (835). E tutte l'altre stelle ànno molto grande vertù, ch'elle alluminano lo cielo, e rendono chiarore in terra; e di questo vi potete voi chiaramente avedere, quando la luna non luce, e l'aria è chiara e cilestra, e ciascuno puote andare d'ogni parte, e vedere, per lo chiarore delle stelle, in terra. E non v'à niuna pianeta che non sia magiore di tutto lo mondo, salvo Venus e Mercurio e Luna.

(828) Abbiamo preferito il titolo del C. R. 2., essendo evidentemente errato quello del C. L., che dice: _Lo re domanda di quante maniere d'aquie_ (sic) _e di quante pianete_.

(829) en chascun C. F. R.

(830) Intendi _la pianeta_.

(831) lo suo stato C. R. 2.

(832) leggiere C. L. — Abb. corr. col C. R. 2., sulla scorta del C. F. R.

(833) Così il C. R. 2. — Nel C. L.: Lo giorno e la notte si è XXIIII punti che fanno XXV miglia e VIIII XX.

(834) car nulle d'eles ne forvee (sic) l'establissement che Deus li a done C. F. R. — Paragona _forvee_ al signif. di _forvoier_.

(835) Non sappiamo che senso possano avere queste parole. — Il C. R. 2. ha: et tucte le nature loro si passano si come è stabilito. — E forse potrebbesi meno difficilmente spiegare questa seconda lezione, pensando al significato che nell'antico franc. ha il vb. _passer_, di _se comporter_. — Però il C. F. R. ha invece: toutes les nativites par elles passent, enci com Dieu l'a establi. — E questo potrebbe intendersi che i pianeti influiscono sulle nascite.

Cap. CLV.

_Lo re domanda: di che maniere sono l'acque? Sidrac risponde:_