Il libro di Sidrach: testo inedito del secolo XIV pubblicato da Adolfo Bartoli
Part 13
Li poveri si dilettano nella loro povertà, più che gli ricchi nella loro ricchezza; chè i ricchi sono più cupidi che i poveri. I ricchi non possono tanto bene avere, ch'egli non disidirino più; similemente come l'affamato e lo satollo; che quelli che è satollo, è agiato; e quelli che è affamato, è disagio; lo ricco non si puote satollare di riccheza; e lo povero non puote avere sì poco del suo, ch'egli non si diletti a magiore gioia. Altressì come uno uomo ch'è stato in infermità uno grande tenpo, e egli vede intorno a lui altrui sano e lieto; sì tosto come l'angoscia e lo male l'à lasciato uno giorno o due, egli è più ad agio e più gioioso che quelli ch'è stato tuttavia sano e allegro. E così si diletta lo povero di cento danari, chi glieli donasse, come lo ricco di mille marche d'oro, in sua riccheza.
Cap. CVI.
_Lo re domanda: dee vantarsi l'uomo di quello ch'à fatto? Sidrac risponde:_
L'uomo non si dee vantare di quello ch'egli avrà fatto; e se egli lo fa, egli farà dispiacere a Dio e onta a sè medesimo. E s'egli è prò e valente, e egli si vanta, egli fa come vile e codardo, e le genti lo spregiano direto da lui (702), conciosia cosa che inanzi non gli dicono. E quello valore tengono per codardia, perchè i codardi si vantano, perciò ch'egli non ànno niuna prodeza in loro; e si credono fare tenere prò e valenti per li loro vanti (703); e per questo sono tenuti più vili ch'egli non sono. Ma lo savio prò e valente dee tacere, e stare cheto di suo valore contare; e allora è egli più pregiato, e la sua prodeza più inalzata tra la gente; e la gente contano la loro prodeza per loro; e così è loro grande onore. E gli stolti che si vantano de' peccati (704), quelli non sono già uomini, ma peggio che bestie, ch'egli ricontano la loro onta e gli loro peccati senza vergogna, altressì come bestie che fanno la loro bisogna inanzi l'altre bestie. La bestia non è da biasimare, imperò ch'ella non à senno (705) ch'ella lo faccia copertamente; nè peccato non fa ella già. Ma quelli che si vanta del peccato ch'egli à fatto, e che si diletta in contallo, egli pecca molto, e è tenuto peggio che bestia.
(702) Manca _direto_ al C. L. — Abb. suppl. col C. R. 2.
(703) per loro buffe e per loro vantanze C. R. 1. — Anche l'ant. franc. ha _buffoi_, _bufoie_ per _vanità_, _ostentazione_. Ma tanto nel C. F. R. che nel T. F. P. leggesi invece _bourdes_ (dal vb. _bohorder_), che significa _moquerie_, _raillerie_. Cf. _Burguy_, _Gramm._, a _Horde_. — In provenzale si ha il vb. _bordir_, che vuol dire _joûter_, _folatrer_.
(704) Et il folle che si vanta di sua follia C. R. 1.
(705) Manca _senno_ al C. L. — L'abb. agg. dal C. R. 2.
Cap. CVII.
_Lo re domanda: come fiatano i cani più ch'altra bestia (706)? Sidrac risponde:_
I cani sono di più calda natura che altra bestia; e del loro calore, quando eglino si congiungono, eglino si rinflabiliscono; e si giungono e s'apigliano, altressì come due pezi di ferro rovente (707): l'uomo mette l'uno sopra l'altro, e fiere di sopra, e elli s'apiccano lo loro calore; altressì fanno gli cani.
(706) Questo titolo è errato. Deve dire, come negli altri Codd.: _come li cani s'apiccano insieme_.
(707) Nel C. R. 1. v'è questo di più: et anco si ci àne un'altra ragione, che, quando il maschio discende sopra la femina, suo membro s'attortiglia in essa, e non si puote sì tosto partire da essa. Che s'elli discende dritto com'elli monta, elli non si appicciarebbero tanto.
Cap. CVIII.
_Lo re domanda: quelli ch'ànno cupideza dell'altrui cose o dell'altrui femine fanno male? Sidrac risponde:_
Quegli che ànno cupideza dell'altrui femine o dell'altrui cose, egli fanno grande male, e sono chiamati vicini (708) del diavolo; che il diavolo non si satolla giammai di mal fare, e vorrebe tutto giorno trarre a lui. Altressì è di coloro ch'ànno cupideza dell'altrui cose o dell'altrui femine; che altressì dovrebono egli fare con altrui, come e' volesseno che altri facesse a loro (709); chè quelli che volesse che altri gli togliesse sua roba o sua femina, molto gli parebe grande fatica, e molto ne sarebe dolente; e similmente è di colui (710); chè l'uomo de' avere astinenza delle cose, povero e ricco ch'egli sia, e non dee avere cupideza dell'altrui cose, altressì come gli angioli di Dio, che non ànno cupideza.
(708) Pare da intendersi _compagni_ del diavolo. — Nel C. R. 2.: ventri del diavolo. — Nel T. F. P. e nel C. F. R.: gracieux au deable.
(709) e vorrebbe che facesse a lui C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.
(710) Meglio sarebbe _lui_. E qui deve essere stato usato _colui_, come traduzione letterale di _celui_.
Cap. CIX.
_Lo re domanda: può l'uomo scanpare dalla morte, per nulla ricchezza o per niuna cosa, per forza o per ardire nè per fuggire? Sidrac risponde:_
La morte è simigliante all'aria di questo secolo, che tutte le creature che vivono, conviene che vivano di lei; e se l'aria loro falliscie una ora, morti sarebono. Già non può essere tanto sotterra, che l'aria non vada (711); e chi non sente l'aria si è morto. Altressì della morte; che niuno nolla puote fugire, che non sia morto (712), per tenpo o tardi; chè s'egli andasse al nabisso della terra o al fondo del mare, o s'agrappasse (713) all'aria, della morte non potrebe fugire; chè, in qualunque luogo egli sia, o alto o basso o grande o piccolo, la morte va tuttavia a lui, che uno solo passo nollo lascia; anzi lo porta sopra a sè, come uno de' suoi menbri, e più; chè uno de' suoi menbri potrebe l'uomo tagliare, uno o due o tre, e gittagli via; e tutto l'avere del mondo e tutta la forza non potrebe l'uomo acattare (714) a vivere una sola ora più che a Dio venisse a piacere; chè buoni e rei, ricchi e poveri, vecchi e giovani, frali e forti, savi e folli morire gli conviene, chè niuno ne puote scanpare.
(711) Così hanno pure gli altri Codd. italiani. — Ma il C. F. R. corregge l'errore: ja ne peut estre soute terre cosse che de l'air vivent.
(712) che non moia C. R. 2.
(713) Nel C. F. R.: campast en l'air. E probabilmente _aggrappasse_ fu, nell'intenzione del traduttore, volgarizzamento di _campast_.
(714) rechepter T. F. P. — nolla potrebbero ricomprare nè scanpare una quarta ora più, se a Dio ec. C. R. 1. — non potrebono avere gracia di fare vivere una sola ora più, che a Dio ec. C. R. 2.
Cap. CX.
_Lo re domanda: è buono a rispondere a quelli che folle parla? Sidrac risponde:_
A quelli che follemente parlano l'uomo loro non degnia rispondere, se le sue parole non sono in suo danno. Che alcuna volta che i folli parlano d'alcuno uomo follemente, e l'uomo non sa perchè (715) quelli si dice, se egli risponde, ogni uomo saprà che per lui l'avrà detto. Quando lo savio è ripreso, ch'egli abia follemente parlato, egli se ne vergogna e si pente; e lo folle quando egli parla follemente, e l'uomo lo riprende, egli si cruccia e si infolliscie più; e afermano incontanente le loro folli parole; e si ingenerano molte follie, e in pensieri e in ragioni e in grandi pianti (716). E lo tacere vale meglio che lo rispondere a cotali gente.
(715) per cui C. R. 2.
(716) et de la sont engendrees moult de folles pensees et de raisons et de grans plaitz T. F. P. — Notisi l'errore di avere tradotto _plaitz_ per _pianti_, mentre vuol dire _disputa_, _litigio_. Infatti il C. R. 2., che concorda nel resto col C. L., ha, invece di _pianti_, _piati_.
Cap. CXI.
_Lo re domanda: qual'è la più grave cosa che sia? Sidrac risponde:_
La più grave arte (717) che sia si è la lettera, e la più sottile e la più profonda e la più innorata (718); e si è signora e maestra dell'altre arti; e non si chiama arte anzi senno, per coloro che guadagnano delle loro mani dello scrivere. E lo scrivere è la più grave e la più travagliosa e la più noiosa, che niuna arte che sia al mondo. E non è arte che l'uomo non potesse lavorare e pensare, e parlare altro, e ridere e ascoltare; e (719) nell'arte della scrittura l'uomo non può fare (720); chè quelli che iscrive, travaglia tutto il suo corpo e gli occhi e 'l cervello e le reni, e sì non puote pensare nè parlare altro, nè ridere nè guardare nè cantare, se non solamente gli conviene avere la sua mente allo scrivere. E chi non sa iscrivere, non potrebe credere che cosa lo scrivere sia. Ella non è arte, ma è arte e travaglio, più che niuna altra arte; e non si potrebe fare grande pagamento allo scrivano (721).
(717) Il C. L. ha: cosa. Ma poichè in tutti gli altri Codd. leggesi _arte_, abbiamo creduto di poter fare questa correzione.
(718) onorata C. R. 1., C. R. 2.
(719) ma C. R. 1.
(720) non può l'uomo ciò fare C. R. 1.
(721) Forse queste ultime parole sono state aggiunte o mutate dal _povero amanuense_ fiorentino. Esse non leggonsi nè nel C. R. 1., nè nel C. F. R., nè nel T. F. P.
Cap. CXII.
_Lo re domanda: quelli che si travagliano e non sanno aiutare (722), perchè non fanno eglino? Sidrac risponde:_
Quegli che si travagliano, e non sanno adagiare sè, son servi a quello avere che è d'altrui, e muoiono in servitudine, e altri gode quello avere. L'uomo non dee nimica follemente guastare lo suo avere, nè lasciarsi avere disagio; ma dee ispendere a misura e a ragione, quando eglino ànno tenpo, ed agiare quelli che non ànno. Di che, quelli fa bene e a diritto che così fa.
(722) ceulx qui travaillent et ne se osent ayser pourquoy le font ilz? T. F. P. — _Aiser_ significa tanto _donner de l'aise_, _soulager_, che _aider_, _securir_: indi l'errore del testo. Il quale più sotto traduce bene _aiser_ per _adagiare_, nel senso di _prendere i suoi agi_. — Questo _adagiare_, di cui la Crusca registra un solo esempio, pare che piaccia al nostro volgarizzatore, che l'ha usato anche pochi capitoli indietro.
Cap. CXIII.
_Lo re domanda: come infolliscono le genti? Sidrac risponde:_
Le genti si infolliscono in molti modi. Uomini sono nati molti senplici, come folli. Altri perdono lo senno per malizie; altri della fralezza del cervello; altri de' rei omori, per tropo perdere sangue; altri per grande alore; altri per rie onbre, che si dimostrano loro e gli spaventa; altri di tropo digiunare e di tropo veghiare, che loro secca lo cervello; altri per danno ch'egli ricevono, per grande dolore e per molti altri modi. E di tutti questi modi di follie ciascuno porta lo suo danno; ch'apena farebono mai male ad altrui. Ma altre maniere di folli sono, che sono molte rie per loro e per altrui; cioè a sapere di coloro che mangiano e beono e tolgono l'altrui, che inbolano e uccidono la gente, e che falsamente giurano e peccano in molti modi, quelli che dicono false testimonianze. E di cotali folli l'uomo si dee molto guardare; che per la loro follia e malvagità fanno molti altri mali a molte altre genti. E l'altre follie inanzi dette non gravano la gente, anzi loro medesimi portano la loro pena (723).
(723) portent leur somme et leur peine avecques elles T. F. P.
Cap. CXIV.
_Lo re domanda: grava all'anima quand'ella si parte dal corpo, e al corpo quand'egli si parte dall'anima? Sidrac risponde:_
Si, molto grande forte gli grava (724), e sono molti tristi e angosciosi, quando l'uno si parte dall'altro; e, se fosse in loro, giammai non si partirebbono. Altressì loro grava fortemente, come d'uno novello isposo e d'una novella isposa che si travagliano (725) oltr'a misura, e l'uomo gli parte a forza, molto sarebono angosciosi; che lo corpo e l'anima sono due isposi, che molto s'amano, e che giammai non si vorebono partire. E quando conviene che si partano, e ch'egli abiano male conversato in questo secolo, allora lo duolo è troppo grande, che l'anima va male, e lo corpo torna a nulla. Eziandio, tutto che gli tardi (726), si conviene ch'egli sia colla sua isposa in questa pena. E se egli sono bene conversati insieme, anche grava loro lo partire; altressì come uno uomo andasse a guadagniare in una lunga (727) contrada; e quando egli avesse assai guadagnato, egli verrebbe per la sua isposa, e s'agiugnerebono insieme in bene (728). Quando l'anima si parte dal corpo, ella va come un uccello, là ove ella à servito; e il corpo rimane come uno albore, che è diradicato e gittato, che secca, e diventa quasi nulla.
(724) Molto e grandemente e forte C. R. 2.
(725) qui s'entreament T. F. P. — È assai probabile che e_ntreament_ sia stato tradotto _travagliano_, non conoscendosi il significato di questo verbo, che è quello di _amarsi reciprocamente_. — Però potrebbe anche essere un errore del n. c., avvegnachè nel C. R. 2. si legga: che si amassero oltr'a misura.
(726) et quoy qu'il tarde T. F. P.
(727) lontaine C. F. R.
(728) et s'asembleroit bien C. F. R. — Qui _assembler_ ha il significato di _reunir_. Ed _aggiugnersi_ ha pure in ital. il significato medesimo. „Con maritale legame meco si agiugnesse.„ _Guid. G._
Cap. CXV.
_Lo re domanda: cui de' l'uomo più temere, o l'uomo vecchio o 'l giovane: Sidrac risponde:_
L'uomo dee temere l'uno e l'altro, cioè a intendere lo folle; che se lo giovane è folle e male insegnato (729), alcuna volta la calda natura, ch'è in lui, e gli omori lo rinfrabiscono (730) e lo scaldano e lo fanno essere (731) giolivo (732) e oltragioso. E quando quello calore e quello rinfabilimento cessano; egli s'abonaccia e diventa cheto e soave; che quella jovelitade (733) che fue in lui, fue per diritta natura. Ma lo folle vecchio, che non à nullo calore in lui, e egli è giolivo, sapiate che quelli è diritto folle, e da lui si dee l'uomo ben guardare; che egli àe avuto tutto lo suo tenpo, e vogliono avere l'altrui, quando egli vuole mostrare la sua gioventudine per diritta forza; chè in lui non sono i calori, nè lo rinfabilimento, nè gli omori che gli dieno la giolività, anzi la pigliano in presto per diritta forza, come quelli che volesse cuocere carne al calore del sole. Altressì è del vecchio folle, che si vuole fare giolivo e allegro e giovane, che per forza essere vuole; e vuole mantenere la gioventudine colli suoi motti e con suoi vantamenti, e si fa lo prode, lo fiero e lo forte e l'ardito, e mantiene la sua follia; quelli dee l'uomo temere, che quelli è diritto folle.
(729) et mal enseignes C. F. R.
(730) reflambent C. F. R.
(731) manca al C. L.: e lo fanno essere. — Abb. suppl. col C. R. 2.
(732) jolis C. F. R. — Ma qui avrebbe piuttosto il senso di _joliard_, cioè _plaisant_.
(733) jolivete C. F. R. — esmouvement T. F. P. — giovinezza C. R. 2.
Cap. CXVI.
_Lo re domanda: piove più in un luogo che in un altro? Sidrac risponde:_
In uno anno piove più che in un altro, primieramente per la volontà di Dio, e per lo movimento delle pianete e de' segni; ch'elle si muovono per la volontà di Dio, siccome deono, e si rincontrano; e questo fanno in uno anno magiore caldo che in un altro. L'anno che poco piove, sarà grande danno in terra; che la terra non rende tanto del suo frutto, come s'egli piove assai. E quello anno sarà inferma la terra, per lo calore ch'è stato dinanzi, perchè non piovve, tanto ch'ella potesse raffreddare per lo calore che viene della state. Quando la terra è calda e arde e rinfiamma, ella gitta fuori lo suo veleno per l'acque e per li frutti; e perciò infermano le genti. Non intendere mica tutte le terre. Ma se l'anno non piove bene, al movimento de' segni e delle pianete e alla volontà di Dio, sono corrotti.
Cap. CXVII.
_Lo re domanda: perchè non fece Idio l'uomo che non potesse peccare? Sidrac risponde:_
Se Iddio avesse fatto l'uomo che non potesse peccare, dunque non servirebbe (734) egli niuno bene avere; e non servirebe d'avere la grazia di Dio e la gloria; che egli non avrebbe fatto lo bene per lui, se non per Dio che lo fece di quella natura, che non potesse peccare (735). Ma perciò che Idio volle che l'uomo diservisse guidardone (736) di gloria per lui e per lo suo travaglio medesimo (737), e non per fare oltragio al diavolo, lo fece in tal natura ch'egli potesse fare il bene e 'l male per lo suo grado (738), e per lo suo guidardone di gloria; e per lo diavolo avere vergogna (739), che sì frale cosa, come la natura dell'uomo, facesse bene e lasciasse il male per suo grado, e guadagniasse la gloria, onde egli era caduto per lo suo orgoglio, che egli fece per lo suo grado contra al creatore. E altrettale (740), che, se l'uomo facesse lo male, che egli fosse dannato per quello medesimo male ch'egli avrà fatto, per lo suo grado; e che egli sia degno d'avere o l'uno o l'altro, secondo ch'egli avrà diservito: chè tutto è stato per lo suo grado.
(734) deserviroit C. F. R. — _Deservir_, ant. fr., vale _meriter_.
(735) chè l' bene tornarebbe a Dio, ond'elli muove; e l'uomo non meritarebbe d'avere gloria da Dio, ched elli none avrebbe fatto il bene per lui, ma per Dio, che Idio l'avrebbe fatto in tale natura di fare il bene tanto solamente C. R. 1.
(736) Il C. F. R. ha: deservist gueredon.
(737) Tanto il C. F. R. che il T. F. P. hanno di più: et qu'il peust gaigner.
(738) par son gre C. F. R.
(739) et per quoy che le deable eust honte C. F. R.
(740) autretel C. F. R., mal tradotto per _altrettale_, mentre vuol dire _parimente_, _similmente_.
Cap. CXVIII.
_Lo re domanda: è buono di tramettersi di tutte cose con tutte genti? Sidrac risponde:_
L'uomo si dee agrappare (741) a uno albero, ove (742) egli possa avere del suo frutto di suo prò. Ma chi si vuole agrappare a l'albero del sole (743), egli puote cadere, e ronpersi il collo. Altressì adiviene che i possenti si debbono inpacciare co' possenti; e' poveri co' poveri, nella loro povertà. Chè i poveri che s'infrascano (744) co' gli richi, egli fanno follia; e di ciò possono essere dannegiati, altressì come una foglia che si percuote in una pietra (745). Non tocca allo povero il fatto de' possenti (746); ch'egli nollo pregia, nè sa chi si sia, nè a consiglio nollo chiama, nè di suo bene nè di suo male (747). Dunque perchè si dee inframettere del fatto del possente, quando così poco lo pregia? Lo povero si dee tenere cheto e di buona aria; e vivere nella sua povertà, come savio uomo; e non gli caglia del fatto del possente. E anche s'egli è chiamato a consiglio, egli si dee difendere di non mettersi tra loro in nulla guisa, s'egli può; e s'egli non si può difendere, egli dee dare tal consiglio, ch'egli salvi l'una parte e l'altra, e ch'egli non sia biasimato nè dal ricco nè dal povero, perchè lo ricco (748) non sia sopra di lui. Chè ciò che adiviene del possente, l'uno riguarda l'altro, ma lo povero è male venuto (749); che tutto lo carico è posto sopra di lui. Altressì come montoni che si percuotono nell'acqua l'unghie delli loro piedi, e iscasano, perciò ch'elle sono piccole (750); altressì sono i poveri tra' possenti. Perciò non si dee il povero intramettere ne' fatti de' ricchi e de' possenti. Ciò che vogliono, facciano, bene o male sia loro.
(741) ramper C. F. R. — apigliare C. R. 2.
(742) onde C. R. 2.
(743) a la rais dou solail C. F. R. — _Rais_ vuol dire _raggio di luce_.
(744) s'entremetent C. F. R. — Qui _infrascarsi_ vale _impacciarsi_, _intramettersi_; ed in questo senso non è registrato nella Crusca.
(745) une foile chi hurte en une pietre C. F. R. — _Foglia_ qui forse è stato usato per significare in genere una cosa fragile, facile ad esser rotta. — Migliore però è la lezione del T. F. P.; une chenille qui se heurte a une pierre. — _Chenille_ vale _conchiglia_.
(746) Le fait des puissans ne touche point aux poures T. F. P.
(747) de son mal et de son bien tot li est un C. F. R. — Intendi: il suo male e il suo bene gli è tutt'uno.
(748) lo carico C. R. 2. — la charge T. F. P.
(749) Così hanno tutti i Codd. — Forse si disse _malvenuto_ per _male arrivato_; se pure non è da correggere _male veduto_.
(750) Accozzo strano di errori. Ecco la lezione del C. F. R.: com les moutons, qui en l'aigue se hurtent, et les grenoilles eschacent l'un sur l'autre, por ce che elles sunt petites. — Come _grenoilles_ (grenouilles) sia stato tradotte per _unghie_ non sapremmo. Invece di _iscasano_ (eschacent, _chassent_ nel T. F. P.), il C. R. 2. ha: cascano.
Cap. CXIX.
_Lo re domanda: perchè Iddio fecie il mondo? Sidrac risponde:_
Primieramente per enpiere le sedie del cielo, onde furono traboccati gli rei angioli, e per lodo della sua gloria; ch'egli volle d'uomo e di femina, e di frale natura, avere gienerazione di rienpiere le dette sedie; e per la vergognia del diavolo. Non tutti quelli che sono al secolo, nè che saranno, non s'asetteranno già a quelle sedie; ma quelli vi sederanno, che degni ne saranno, d'averla quella gloria, per la loro opera.
Cap. CXX.
_Lo re domanda: come fu fatto il mondo, e come si tiene egli? Sidrac risponde:_
Iddio fece terra e acqua, e tutto quello che egli volle fare; e l'uomo, apresso lo traboccamento de' rei angioli. Egli disse: sia fatto lo mondo; in quella ora fue lo suo comandamento adempiuto. E lo mondo fu fermato sopra acqua, siccome a lui piacque. E tutta l'acqua che in questa aria (751) è sopra terra, questa che è scoperta, à altre acque che la sostengono; chè lo fondamento della terra si è l'acqua, e lo fondamento dell'acqua si è lo fermamento, per la potenza di Dio. Idio per la sua potenza fece il mondo a guisa d'uno uovo; altressì lo fermamento che tutto intornea lo bianco dell'uovo, si è l'acqua, ch'è tra lo fermamento che intornea la terra (752). Lo giallo dell'uovo si è la terra, che è intorniata e siede sopra l'acqua; altressì come lo giallo dell'uovo che è intorniato di bianco. Lo giermo che è nel giallo, si è la gente in terra, cioè la forma del mondo. Ma egli è altressì ritondo come una mela, che non à capo nè coda.
(751) Parrebbe che qui _aria_ volesse significare _mondo_. Non trovo esempii nè in franc. nè in ital. di questa parola usata in un tal senso. Il quale però non sarebbe a reputarsi troppo strano, da chi consideri specialmente che _aire_ in provenz. si usò per _paese_, ed il perchè di questo significato. — Il C. F. R. ed il T. F. P. hanno _air_.
(752) „Rien de plus commun, scrive il Le Clerc (_Hist. Litt. de la France_, XXIII, 306) dans les écrivains du XII siècle, que la représentation du monde sous la figure d'un oeuf, dont la terre occupe le centre.„ E reca i seguenti versi dell'_Image du Monde_:
Tot ensi come on voit l'uef Que l'abuns enclot le moief. Et enmi le moief s'abaisse Une gotte ensi come graisse Qui de nulle part ne se tient, Et la graisse qui le soustient Ne l'aproche de nulle part; Ensi est, par itel esgart, La terre enmi le ciel assise, Et si ingalment enmi mise, etc.
Cap. CXXI.
_Lo re domanda: à gente di sotto a noi, che vegano lo chiarore del sole, altressì come noi qui? Sidrac risponde:_
Per la ritondezza del mondo si àe altre genti di sotto da noi, che vegono lo chiarore del sole, altressì come noi qui; e gli loro piedi sono contra i nostri. E ciò è per la bassezza e per l'altezza delle parti del mondo, e per la ritondezza, che il levante è più alto che il ponente. E quando il sole si leva al ponente, anco è notte al levante, per largheza e grandeza del mondo (753); che in quello che 'l sole avrà corso in terra una onbra di quattro dita, si sarà corso lo fermamento MM miglia. Non intendere già che il sole si mostri nè s'abassi punto (754). Una contrada è dove abitano genti, che il sole non vi sta se non una ora, e incontanente è notte. Un'altra v'è, che tuttavia (755) è oscuro come notte. E quando in uno luogo del mondo è istate, in un altro è verno. Tutto questo aviene per la ragione del sole, che piglia altro cammino, per la volontà di Dio, ciascuno anno (756).
(753) chant le solail se lieve au levant, encore est l'aube au ponent; et chant il s'abasse au ponent, il est nuit au levant, per la grandesse et la reondesse dou monde C. F. R.