Il libro di Sidrach: testo inedito del secolo XIV pubblicato da Adolfo Bartoli

Part 12

Chapter 124,184 wordsPublic domain

Lo cuore si è maestro e signore di tutto il corpo; lo corpo si è servente e guardia del cuore, e ciò che piace al cuore piace al corpo (663). E gli occhi sono guardatori (664); e gli orecchi sono messaggi del cuore; le mani sono difenditori del cuore; la testa è lo castello del cuore. Quando il cuore ode alcuna parola che gli sia o buona o ria, egli nolla puote sapere se non per li suoi anbasciadori; e se gli piace, egli ingioiscie e allegra; tutti i suoi menbri ringioiscono e allegrano della sua gioia; e li suoi aversari sono isconfitti. Quando gli suoi ambasciadori gli portano cosa di cruccio, della ria anbasciata egli triema, e si smuove, e tutti i suoi menbri sono crucciati e paurosi, e del suo cruccio triemano altressì come fa egli. Gli suoi aversari ànno grande allegreza, e sì si muovono contro di lui, e rinfiamano come egli fae (665). Se lo cuore è savio e provedente, e ama il suo castello e li suoi uomini, egli riceve tutto lo biasimo e il carico e il cruccio sopra sè, e si tiene fermo e costante, e gli suoi uomini riposano, i suoi nimici sono isconfitti. E se lo cuore è fievole e vano, gli suoi nemici rinfalabiliscono (666), sicchè egli non à podere di sostenere gli altri suoi nimici. E li suoi uomini, che sono altressì frali e vani come egli, non possono soffrire, e allora si muovono a malfare. E così riceve lo signore lo danno; che se il cuore soffera, il corpo non si muterà (667).

(663) Lo quore si è rôcca e fortezza della vita, e signore del corpo; et ciò che piace al quore si piace al corpo C. R. 1.

(664) guidatori C. R. 2. — guides T. F. P. — specchi C. R. 1.

(665) e infiamallo C. R. 2. — e infiammano lui C. R. 1.

(666) e suoi nemici lo rinfiammano C. R. 1.

(667) che se il cuore soffera lo danno, il corpo non si muta C. R. 2.

Cap. LXXXIX.

_Lo re domanda se dee l'uomo amare la femina, e la femina l'uomo sanza biasimo. Sidrac risponde:_

L'uomo e la femina si deono amare secondo Idio, inperò ch'egli gli à fatti conpagni e d'una cosa, per avere frutto, che ringrazino lo suo nome. E per questa ragione l'uomo dee avere colla femina buono amore e leale, secondo lo comandamento di Dio, e così la femina a l'uomo, secondo lo mondo, per molti modi: primieramente dee l'uomo amare per la sua lealtà e per la sua bontà e per le sua biltà e per la sua chiareza e per gli suoi doni e per lo suo buono servire e per lo suo senno. L'uomo che àe una femina che tali costumi à in lei, o l'uno di questi, elli non è già da biasimare, secondo il mondo, s'ella non à già altra reità in lei che spegna la buona opera, se elli l'ama, ched elli l'ama per le sue buone opere (668). La femina dee amare l'uomo, secondo il mondo, primieramente per lealtà e per bontà e per biltà e per valore e per doni e per cortesia e per suo servigio e per suo senno. Femina che abia uomo che alcuna di queste cose sieno in lui, e non abia in lui altri costumi che spegnia li buoni, ella non è da biasimare, se ella l'ama, chè ella l'ama per una bella cosa ch'è in lui. Uomo che odia la femina, e la femina che odia l'uomo, e non ànno niuno rio costume in loro, sappiate ch'egli sono molto da biasimare e da riprendere.

(668) A spiegare la confusione di questo periodo gioverà riferire la lez. del T. F. P.: L'home qui ayme femme qui sesdictes choses a en soy, ou aulcune de ycelles, il n'est mie a blasmer, selon ce monde, et s'elle n'a nulle aultre mauvaise coustume en soy, qui esteigne la bonte, car il l'ayme pour les bones coustumes qui sont en elle.

Cap. XC.

_Lo re domanda: onda viene la grasseza del corpo? Sidrac risponde:_

La grassezza viene dalle flemme dolci; quando lo corpo è flemmoso, elle sono dolci, elle tornano per lo corpo; in questo modo signoregiano il corpo, e lo 'ngrassano (669). Quando le flemme sono insalate, elle ardono la carne e sì s'aconpagniano colle fleme gialle; e le gialle si spandono poi per li menbri e per le vene, e fanno grande male a quello corpo. L'uno diventa magro e l'altro rognioso, ed altri escie del corpo, e là ov'egli escono, la carne diventa nera (670). E grande bene fanno a quello corpo dell'uscire, che uccidere lo potrebono; e agli altri aviene una rogna secca e minuta, che apena ne guariscie mai.

(669) La grassezza dell'uomo povaro disagiato viene di flemma dolce, che si espande per lo corpo, et amorta il calore dell'altre collare; e in tale maniera signoreggia il corpo e si lo ingrassa C. R. 1.

(670) et aulcune fois yssent hors du corps par quelque lieu, et en devient la chair noire la par ou ilz yssent T. F. P.

Cap. XCI.

_Lo re domanda: dee l'uomo gastigare la femina, e conbattella, quand'ella falla? Sidrac risponde:_

Della buona femina lo suo fallo è piccolo; e quando ella l'à fatto, ella si pente molto tosto, e sì si vergognia. L'uomo la dee allora gastigare, e amaestrare con belle parole, e mostrarle ragioni e utilitade, siccom'ella à mal fatto; e allora riconoscierà lo suo mal fatto, e gastigherala (671). La ria femina, quando ella falla, ella non à vergognia, anzi si glorifica e si vanta e si diletta; e quando l'uomo la gastiga, ella peggiora; e quando l'uomo la batte, ella peggiora; e quando l'uomo la proverbia, ella peggio fa. L'uomo la dee gastigare con belle parole e con promessa e con doni due volte o tre o cinque o dieci; e se poi non si gastiga (672), l'uomo la dee fuggire e lasciare; e altro gastigamento non ci à alla ria femina ch'è della volontà del diavolo e in cui lo diavolo abita; l'uomo si dee dilungare da lei e dalle sue volontadi.

(671) Meglio nel C. R. 2.: et ella stessa si castigherà.

(672) et se a tanto non si amenda C. R. 1.

Cap. XCII.

_Lo re domanda di che cosa escie gelosia, e perchè è geloso l'uomo. Sidrac risponde:_

Molte maniere sono di gelosia; che l'uomo à in Dio e nella sua fede (673). Quando l'uomo disputa con altrui, e parla di cosa che non è e non puote essere, dice male di sua fede e di sua ley; sapiate che là deono essere molti gielosi e di grande cuore (674). Anche dee l'uomo essere geloso per lo suo buon amico: questa gelosia è buona e leale, e di buono amore, puro e netto, sanza niuna bruttura. Anche ci à altre maniere di gelosia, che è di lordo cuore e di malvagio amore, che fortemente e lungamente s'asettano (675) al cuore. Questo è gelosia di femina, che consuma il cuore e la mente in perdizione, e chiamasi follia, che il cuore fa di rei pensieri; allora gli omori bollono e rinfrabiano (676). Allora lo corpo e di mangiare e di bere s'astiene, e perde lo suo diletto e si confonde. Ma legiermente ne può essere dilibero, se egli vuole, che egli de' pensare un poco in sè medesimo, che egli fa male, e tutta la sua angoscia e lo suo travaglio non gli vale nulla. E se la femina è propia, egli dee gittare a non calere (677), e gittare la soma di dosso in terra, e pensare ch'egli si dee guardare al meglio sè medesimo che un altro uomo; e non gratti (678) più la gelosia, che chi più la gratta, più la prende e più arde. E si dee pensare ch'egli non è solo al mondo, e in questo mondo e in poco tenpo puote essere dilibero. E se la cosa ch'egli ama non è propia sua, sapiate ch'egli si travaglia di grande follia, e è diritto folle e stolto, quand'egli diventa geloso dell'altrui cose, per perdere lo suo tenpo in grande angoscia e in grande travaglio, altressì come quelli che non fina nè dì nè notte conbattere a uno scudo e a uno bastone contra lo vento.

(673) Sottintendi: _quella_ che. — Nel C. R. 2. si ripete: la _gelosia_ che ec.

(674) Confessiamo di non intendere quello che qui siasi voluto significare. — Il C. R. 2. concorda col n. t. Forse qualche lume a questo oscuro periodo potrebbe venire dal C. F. R.: la gelousie che l'om a de Deu et de sa foy, chant l'om la despite et parle d'une cosse qui non est ni ne puet estre, et dit mal de sa foy et de sa loy; saches la doit l'om estre mout durement gelous et de grant cuer.

(675) Anche il C. R. 2. ha: s'asettano. Errore che si spiega col testo francese: saisissent le cuer; essendo, se non erriamo, evidente che il traduttore, non conoscendo il significato del vb. _saisir_, lo ha voltato per _s'asettano_.

(676) reflambent C. F. R.

(677) il la doit geter a noncaler C. F. R. — Nel fr. ant. _mettre à nonchaloir_ significava _obliare_, _disprezzare_. È chiaro che qui pure il traduttore non intese il testo, e credè di volgarizzare alla lettera.

(678) Anche il C. R. 2. ha qui _gratti_ e più giù _gratta_. — Nel C. R. 1. e nel T. F. P. manca questo periodo; il C. F. R. ha _grater_ e _grate_. Potrebbe questo essere un modo proverbiale, quasi a dire: non istuzzichi di più la gelosia. Ma noi crederemmo piuttosto che nel testo fr., invece di _grater_, avesse a leggersi _guarder_ (serbare, conservare); e che l'errore del cod. fr. sia stato copiato dal volgarizzatore.

Cap. XCIII.

_Lo re domanda: dee l'uomo amare lo suo buono amico? Sidrac risponde:_

L'uomo de' amare lo suo buono amico lealmente e di buon cuore, e fargli piacere di suo podere, e portare del suo carico o fascio, che nulla cosa è che lo buon amico vaglia (679). Non già tutti quelli che sono amici, chè amici sono perchè lo loro profitto lusinghi l'uomo; e per lo suo pro fare gli mosterrà bello senbiante, e non gli cale di quello consiglio che egli gli dà, o sia a suo pro o suo dannaggio; e non gli cale che di lui avegna, ma ch'egli possa fare lo suo prode; si lo seguita in tutte le sue follie; e quelli pensa in sè medesimo ch'egli sia suo buono amico, ma non è, anzi è suo grande nimico. Altre maniere ci à d'amici, siccome di manicare e di bere, e di più maniere; e s'egli avesse mestiere di tale amico, egli non trovarrebbe niente quello che li bisognasse (680). Di tale amico l'uomo si dovrebe molto guardare.

(679) car il n'est chose qui vaille le bon amy C. F. R.

(680) Abb. adottata la lez. del C. R. 1. — Nel C. L. leggesi: egli si troverebbe nulla di tale.

Cap. XCIV.

_Lo re domanda: può l'uomo fare lo suo profitto sanza travaglio? Sidrac risponde:_

Da poi che Adamo mangiò lo pome in Paradiso, lo quale Idio gli avea difeso, d'allora innanzi niuno pote fare lo suo profitto sanza travaglio, che inanzi bene lo potrebe aver fatto. Niuno uomo è nè non nascierà, che possa suo pro fare sanza travaglio. Si conviene che l'uomo pure si travagli di suo corpo: e' richi, di loro cuore e di pensieri travagliano alcuna volta; altressì conviene travagliare lo ricco come il povero, che meglio vale che lo travaglio sia primaio, lo merito poscia (681). Altressì come due uomini andassono per due cammini: l'uno troverrà a uno miglio chi 'l metterà a cavallo, e grande bene e onore gli farà, e l'albergherebbe; domane troverrà al camino chi maggiore onore gli farà e magiore riposo; lo terzo giorno troverrà più di bene; e il quarto e il quinto e il sesto giorno troverrà una gente che gli faranno onta, e sì lo inpiccheranno per la gola. Sapiate che quello onore e quello agio è stato molto rio, che tale fine avrà fatta. L'altro uomo che va per l'altro camino, lo primo giorno troverà una gente che lo battesse molto forte e noll'albergasse, e l'altro dì trovasse peggio, lo terzo e 'l quarto e 'l quinto andasse più pegiorando, e 'l sesto giorno trovasse una grande conpagnia di gente che venisse contra lui con grande allegreza, e coronerebbollo re, e darebogli grande podere. Sapiate che quello travaglio e quello disagio sarebe istato buono, che a tale fine è venuto. Altressì come aviene in questo secolo: chi vuole avere pro grande e durevole, si conviene ch'egli si travagli per Dio del cielo suo criatore, altressì come l'uomo si travaglia in questo mondo, per questo poco di profitto che abbiamo; falla chi si fida: e' non è durabile (682).

(681) Crediamo utile riferire la lez. del T. F. P.: Adonc convient il que les poures si travaillent pour leur prouffit, et les riches travaillent de pensees et aulcunes fois de corps.

(682) Il C. L. ed il C. R. 2. hanno: per questo poco di profitto che a nome falla chi si fida e non è durabile. — Il C. R. 1. e il T. F. P. mancano di questo periodo. Nel C. F. R. si legge: por cel poi de profit che nos avons; et por ce est fol chi se en fie; car il nen est neent durable. — Noi, sulla scorta di quest'ultima lez., correggiamo _a nome_ in _abbiamo_; lasciando il resto quale è nel C. L.

Cap. XCV.

_Lo re domanda: dee l'uomo fare bene e dare carità a' poveri? Sidrac risponde:_

Si veramente dee l'uomo fare bene alla povera gente, chè Idio à date le riccheze a' ricchi perchè ne dieno a' poveri, e per atagli. Lo ricco dee pensare che 'l povero è nato d'Adamo e d'Eva altressì com'egli, e è fatto alla similitudine di Dio come egli; e che la riccheza che Idio gli à donata non è a lui, se non tanto solamente per lo suo corpo e per la sua anima, se egli vuole. Quando egli morrà, non porterà con lui nulla; ma, altressì come egli venne povero e ignudo, povero n'anderà; e però de' egli di quello bene ch'egli àe farne bene alle povere genti; e quando egli lo fa, lo dee fare umilmente, sanza niuno argoglio e sanza niuna mostranza, e sanza niuno broncio (683).

(683) reproche C. F. R. e T. F. P.

Cap. XCVI.

_Lo re domanda: come si dee l'uomo contenere con tutta gente? Sidrac risponde:_

Quando l'uomo è tra genti, egli si dee contenere saviamente e cortesemente, con bella cera e con bella contenenza; e parlare a misura (684) e a ragione, quando tenpo è, e ascoltare la ragione dell'altra gente, conciosia cosa ch' (685) egli non vi sia diletto, che ciò è grande senno e cortesia, d'ascoltare quelli che parla. E anche si dee l'uomo contenere sanza niuno orgoglio, conciosia cosa ch' (686) egli sia gran signore, che tanto come egli è più possente, dee essere più cortese e più umile. E in questo modo sarà egli tenuto cortese e gentile e di buona aria (687). Quando egli à sua ragione a dire, egli dee pensare infra sè medesimo in che modo dire la dee, con bella cera e con belli sembianti e con grande cuore. E non ispaventare e vergognare di nulla, che molte volte l'uomo che à il diritto, e dice la sua ragione spaventatamente e vergognosamente, egli perde la sua ragione e 'l suo diritto. E quando l'uomo è tra' fatti (688), s'egli si può contenere saviamente e cortesemente, con suo pro e con suo onore, egli lo dee fare, se egli vede che dannaggio non gli venga; e s'egli vede che 'l suo senno nè la sua cortesia non gli vale nulla, egli si dee contenere follemente, inanzi che lo male gli venga: tra buoni, buono; tra li rei, reo, se la sua bontà e lo suo senno non gli vale (689).

(684) misurevolmente C. R. 1.

(685) Per _sebbene_.

(686) c. s.

(687) debonaires C. F. R.

(688) E quando l'uomo entra a' fatti C. R. 2.

(689) Questo strano consiglio del savio Sidrac è in parte spiegato dalla lezione del C. R. 1.: si dia contenere follemente, siccome elli sono..... intra' buoni, buono, e intra' folli, folle. — Infatti anche il C. F. R. ha: entre les fol, fol.

Cap. XCVII.

_Lo re domanda: quando lo ricco perde la sua riccheza val meno, e quando il povero diventa ricco val più? Sidrac risponde:_

Quando lo ricco perde la sua ricchezza, egli perde lo suo onore e lo suo podere e il suo senno e la sua cortesia, e diventa istolto; e non si chiama nimica a consiglio, come dinanzi; e ciascuno s'alunga da lui, perch'egli perdè la sua memoria e lo suo onore; e niuno pregia le sue parole, e non è bene ascoltata, anzi è tenuta per nulla; e si diventa codardo e vile; da tutta gente èe disonorato. Il povero, quand'egli diventa ricco, egli diventa savio e cortese, conciosia cosa ch' (690) egli sia folle o villano; e si diventa prode e valente; e la sua parola è ascoltata e udita; e tosto truova amici e benevoglienti e servidori; e ciascuno s'accosta volentieri co' lui; e ciascuno gli fa onore e reverenzia; e si è ispesso a consiglio chiamato. Lo ricco si è altressì come uno vasello di terra, che è adornato di pietre preziose e di fino oro e di grande ricchezze, e poi è gittato nel fuoco, e tutta la riccheza si perde e si consuma: lo vasello che è di terra che avea le riccheze acattate, diventa terra e nulla. Si che tutta la riccheza di questo secolo non è già di coloro che l'ànno, anzi l'ànno in prestanza: siccome uno mercatante che signoreggia lo castello d'uno ricco uomo, e non à di quello se non quello ch'egli travaglia, e vive di quello; e quando lo ricco uomo vuole pigliare lo suo, lo mercatante è tutto fuori dell'avere, ma tanto àe, ch'egli è bene vivuto di quello avere. Altressì sono le genti di questo secolo, se non tanto come egli sono in vita, cioè ch'egli fanno la loro volontade; quando egli muoiono, altressì poveri vanno come egli vengono. Ma lo povero che fue ricco, è più gentile che quelli che non ebe unque nulla.

(690) Anche qui per _sebbene_.

Cap. XCVIII.

_Lo re domanda: la malvagia maniera e' costumi donde viene? Sidrac risponde:_

Della volontà dell'uomo e della sua malizia e del suo malvagio cuore, che tutto escie di lui, ch'egli àe lo senno che conoscie, che egli àe malvagia maniera e costumi; e ch'egli lo può bene lasciare, se egli vuole pigliare lo buono costume, e fare bene. Che quelli che àe malvagio costume in sè, bene non puote fare nè dire, nè bene avere, nè buone lode avere dalla gente, nè bene rispondere di cuore; che tuttavia lo suo cuore pensa a mal fare, e si è tuttavia in grande travaglio; e consuma lo suo cuore, e usa lo suo tenpo a mal fare. Altressì come colui che puote andare sicuramente per uno piano con piccolo cammino, e egli vae per dirupi e per grande montagne, e fa gran camino, e mettesi in pericolo, altressì aviene di quelli che fa la ria costuma e lascia la buona.

Cap. XCIX.

_Lo re domanda: lo ferro ch'è forte e duro, come fue primieramente fermato il martello e le tanaglie e l'ancudine? Sidrac risponde:_

Iddio fece tutto; e sepe bene che l'uomo avea bisognio (691) in questo mondo. Sì lo mandò Adamo a insegnare per lo suo agnolo (692), che egli prendesse lo ferro, che era come rena, e facessene ancudine e martello e tanaglie, e quello che bisognio gli era, e che di ciò servirà lo mondo, tanto come egli durerà. E Adamo fece lo suo comandamento. E diventò poi così duro, come egli è ora. Quando venne el diluvio, Noè mise nell'arca delli stovigli (693), che furono fogiati con quelli, e l'uno coll'altro dureranno infino alla fine del mondo.

(691) di ciò che l'uomo ebbe bisogno C. R. 2.

(692) Trad. letterale del C. F. R.: si le manda Adam enseigner per son angle. — Meglio nel C. R. 1.: Et sie mandò Idio ad Adamo uno angelo che li disse, ecc.

(693) Corrisponde al C. F. R.: mist en l'arche de ceaus ostils qui furent ec. — _Ostil_, ant. fr. significa utensile, strumento dell'uso domestico. — Nel C. R. 1. si legge: e quando venne il diluvio, Noè mise le dette ferramenta nell'arca, e duraranno sempre, infino alla fine del mondo.

Cap. C.

_Lo re domanda: quelli che giurano lo loro Iddio fanno egli male? Sidrac risponde:_

Di quelli che giurano lo loro Idio falsamente, quale egli sia o buono o rio, fanno molto grande male; ch'egli nol tengono già per rio, anzi lo tengono per buono. S'egli giurano falsamente per cupidigia, e conoscono bene che egli giurano falsamente, quelli sono diavoli e peggio che miscredenti, perch'egli falsano lo loro Idio per cupideza. Conciosia cosa ch' (694) elli sia malvagio, per buono lo tengono (695) elli; anche sapesse elli ch'egli fosse malvagio, e si spergiurano (696), per falsare la gente, e ellino peccano fortemente, per falsità ch'egli fanno alla gente. Quelli che non ànno fede nè lealtà, non dovrebono essere creduti fra la gente, di cosa ch'egli dicano. Anzi dovrebono essere tenuti peggio che una bestia; nè affidare (697) nè asicurare non si dee uomo in loro; chè quando il loro Idio falsano per cupideza, bene lo faranno a uomo.

(694) Il C. R. 1. ha qui: già sia ciò che.

(695) tengo C. L. — Abb. corr. col C. R. 1.

(696) spergiurassero C. R. 1.

(697) di fare C. L. — Abb. corr. col C. R. 1. — Il C. F. R. ha: afier; che spiega l'errore del n. c.

Cap. CI.

_Lo re domanda: de' l'uomo essere casto di tutte cose? Sidrac risponde:_

L'uomo dee essere casto del suo corpo e di tutte cose: primieramente di luxuria, nè di giurare male, nè di riguardare nè udire male, nè pensare male, nè andare in malo luogo, nè mangiare in male, nè dormire in male, nè consigliare in male, nè bere in male nè più ch'egli suole, nè vestire in male, nè togliere in male. Di tutto questo dee l'uomo essere casto, e di molte altre cose. Chi così farà, quelli sarà quelli cui Iddio formò alla sua figura (698). Chè Idio à dato a ciascuno senno e sapere di schifare tutto questo; e se egli lo fa, egli è amico di Dio e degno della sua conpagnia, quando tenpo sarà.

(698) sigurtà C. L. — Abb. corr. col C. R. 2., confermato dal C. F. R.

Cap. CII.

_Lo re domanda: con cui dee l'uomo andare e cui dee l'uomo schifare. Sidrac risponde:_

L'uomo dee andare nella bella rugiada e nella bella verdura, e dee l'uomo schifare d'andare sopra il fuoco ardente; chè chi va sopra la rugiada e sopra la verdura, non può avere niuno male e va sicuramente; e quelli che va sopra lo fuoco, non puote avere se non male e danno. Cioè a dire: l'uomo dee amare la buona gente e andare in loro conpagnia, perch'egli non potrà andare se non bene, e sarà salvo e sicuro, come quelli che va sopra la rugiada. E quelli che vanno in buona conpagnia, avranno tutto bene e lodo dalla gente; e quelli che vanno colla ria conpagnia, conciosia cosa ch' (699) egli sieno buona gente, si non possono avere se non male e onta e vergogna e biasimo e rio lodo, e saranno dispregiati in fra la gente. E però de' l'uomo amare i buoni, e tenegli presso; e non gli caglia s'egli è povero o ricco; e odiare i rei, e schifagli.

(699) benchè C. R. 2.

Cap. CIII.

_Lo re domanda: che vale meglio, o riccheza od onore? Sidrac risponde:_

Riccheza si è corporale, e onore si è spirituale. Chi à la ricchezza, si può aver quello che mestiere gli è all'anima e al corpo; egli troverrà chi gli farà piacere e servigio per la sua ricchezza; e non puote essere sì cattivo, che egli non abia ciò che mestieri gli fa al corpo; e la sua riccheza si potrà molto adagiare (700). Il povero che non à se non onore, poco gli vale; che dello onore che le genti gli fanno non potrà essere satollo nè ben vestito, chè l'onore vae al vento, che è spirito (701). Egli non è si bene tenente come lo ricco; che meglio vale che l'uomo dica ch'egli sia ricco villano, che povero onorato.

(700) È da correggere colla lez. del C. R. 1.: et per sua ricchezza si poterà molto adagiare. — _Adagiare_ per _prendere i suoi agi_; come _aiser_ del C. F. R., per _mettre à l'aise_. L'ital. ha anche: _agiare_.

(701) ène uno vento C. R. 1.

Cap. CIV.

_Lo re domanda: de' l'uomo portare onore al povero come al ricco in giustizia? Sidrac risponde:_

Chi lealtà vuol fare, egli dee altressì giudicare lo povero come lo ricco. E in giudicamento non dee stare già lo povero in piede e lo ricco a sedere; anzi de' comandare al povero e al ricco di stare in piede; e intendere e ascoltare così la ragione del povero come del ricco. E l'uno e l'altro debono essere al giudicamento comunali, chè la giustizia si è Iddio, e però si dee fare lealmente, altressì come Idio giudica lealmente a tutti, alla morte, al povero come al ricco; che niuno nol puote ischifare nè scanpare.

Cap. CV.

_Lo re domanda lo povero se si diletta nella sua povertà, come lo ricco nella sua ricchezza. Sidrac risponde:_