Il libro di Sidrach: testo inedito del secolo XIV pubblicato da Adolfo Bartoli
Part 11
L'aguiglia vive in questo mondo più che cosa che sia; che l'aguiglia vola e monta tutto giorno nell'aria, e lo vento la rinfresca: per questa ragione dee ella più vivere (608). I serpenti vivono assai, chè tutto loro dimoro si è sotterra e sotto pietre; che lo freddore della terra è tutto giorno fresco e novello (609), e sono più che l'anguille (610): questo è l'ordinamento di Dio. Lo serpente vive più di mille anni, e ciascuno anno gli nascie una tacca (611) nella testa, grande come una lenticchia; e quando egli à conpiuto i mille anni, si diventa egli uno fiero dragone. Non è già che tutti i serpenti vivono cotanto; ma alcuni serpenti v'à che tanto vivono; che l'uno muore, e gli altri sono uccisi; gli altri, divorati da uccelli e da bestie, in questo modo sono consumati.
(608) Nel Tesoro di Brunetto Latini: „li aigles vit longuement, porce qu'il renovele et despoille sa viellesce„ — pag. 197. — Il T. F. P. ha: et l'air et le vent le refroide et le tient freschement, et pour ceste raison il doibt plus viure.
(609) Credo da correggere: che per lo freddore della terra ec. — Nel T. F. P.: — Le serpent demeure tousiours soubz terre et soubz les pierres et boit la froidure de la terre, et est tousiours fraiz et nouveau.
(610) Et si vit plus che l'aigle C. F. R. — Nel C. R. 2.: e sono più che l'aquile.
(611) Manca _tacca_ al n. c. — L'abb. agg. dal C. R. 2. — B. Latini dice del basilisco che ha: „tacche bianche sul dosso„. (trad. del Giamboni); „blanches taches„ nell'orig. franc.
Cap. LXXV. (612)
_Lo re domanda se Dio pascie tutte le cose. Sidrac risponde:_
Tutte le cose che Idio à fatte egli le pascie, che egli fece tutte le cose del mondo, e si le partì alle genti, (613) e gli diede iscienzia di travagliare e di guadagnare e di vivere e di mangiare; e a l'altre creature diede che si mangiassono bestie con bestie, e uccelli con uccelli, e pescie con pescie; mangia l'uno l'altro; e a loro à dato iscienzia di mangiare lo frutto della terra; in quello modo passano loro tenpo.
(612) Nel C. L. questo cap. è intit.: _Lo re domanda le cose che Iddio fece pensò egli?_ — Abb. corr. col C. R. 2., che è conforme al testo franc.
(613) Manca al nostro _alle genti_. — Abb. suppl. col C. R. 2.
Cap. LXXVI.
_Lo re domanda: le bestie e gli uccelli e' pesci ànno anima? Sidrac risponde:_
Iddio non donò anima se non all'uomo e alla femina solamente, che è signore dell'altre criature; che lo signore dee avere in sè magiore dignità che lo servo. Se lo servo avesse in sè la dignità e lo podere che à lo signore, dunque sarebe egli signore e possente come egli. L'altre criature movevoli che Idio à fatte, elle non ànno già anima, anzi ànno alena movibile (614). E quando elli sono morti, si diventa quella lena neente. Simigliante (615) tutte l'altre criature, salvo l'uomo e la femmina.
(614) Il nostro testo ha: innabile. — Abb. corr. col C. R. 2., sull'autorità del C. F. R.: aleine mouable; e dell'ediz. Palatina: alaines mouvables.
(615) Simigliante sono C. R. 2.
Cap. LXXVII.
_Lo re domanda: il popolo che sarà al tenpo di Dio morranno tanto quanto noi facciamo? Sidrac risponde:_
Altressì come noi siamo magiori di persona, ch'egli non saranno, simigliante alziamo più lunga vita, ch'egli non averanno; chè lo mondo è più forte al nostro tenpo, che egli non sarà allora; la terra rende più lo suo frutto che non farà allora; e la pianeta che ora governa lo mondo, sarà più forte che quella di quel tenpo; e il vento è più forte che allora non sarà; l'acque sono più dure che non saranno allora. Perciò dobiamo noi più vivere per natura, che quelli che saranno a quello tenpo; che, in quello tenpo, chi viverà CL anni, sarà tropo vivuto; e tutto giorno andrà menomando di loro vita e di loro forza e di loro corpo, e cresciendo insieme e in vizii. E simigliantemente l'altre criature andranno menomando di loro vita e di loro corpo e di loro forza.
Cap. LXXVIII.
_Lo re domanda: lo mondo quanto viverà (616)? Sidrac risponde:_
Lo segreto di Dio è sì grande e sì profondo, che niuno lo potrebbe sapere, se non quelli che più ama e più tien cari. Simigliantemente lo vostro grande segreto niuno lo puote sapere, se non quelli che voi più amate, e che voi volete: o sia vostro figliuolo o vostro fratello, o sia vostro amico. Quelli avrà uno buono amico, cui elli amarà (617) molto; e quelli richiederà di sapere i segreti del re, e quelli gli dirà; e quelli sarà savio e provedente, e penserà in sè medesimo: lo re m'ama e vuolmi bene, e perciò m'à egli detto lo suo segreto; e perciò non sarebbe senno che io diciessi al mio amico lo suo secreto. Ma per fare a piacere al mio amico, e perch'egli sappia che lo re ama me, e mi dice lo suo segreto, io gliele dirò un poco iscuramente, perch'egli non possa intendere come nè quando. Similmente è del segreto di Dio, ch'egli nollo dirà se non fosse suo buono amico e suo figliuolo, cioè a intendere lo verace profeta, che verrà nella Vergine. Quelli saprà tutto lo segreto di Dio, che egli medesimo sarà (618); e sarà intra 'l popolo come uomo; e farà tutto quello che farà uomo sanza peccato. Anche fiano altri, sapranno lo segreto di Dio, cioè fieno i suoi ambasciadori, e saranno quelli che profeteranno la venuta del figliuolo di Dio. Nè eglino sapranno (619) già tutto lo segreto di Dio, ma tanto solamente ne sapranno, quanto Idio loro per lo suo sancto spirito manderà. Ma lo figliuolo di Dio, che sarà signore e possente sopra tutto, come quelli che sarà egli medesimo (620), e 'l figliuolo di Dio sarà domandato in terra: lo mondo durerà settemila anni? E egli risponderà che sì. E detto li fia: e più? E egli risponderà, sicuramente; perchè niuno sapia lo sagreto del padre (621). L'uomo non può intendere nè sapere lo quando sarà o può essere; chè essere può centomilia anni, e può essere uno giorno, o più o meno; che questo rimane alla volontà di Dio. Ma bene troviamo che Iddio per la sua grazia à facto (622) VII pianete, per governare lo mondo. Egli le stabilì alla sua volontà, e comandò che ciascuna di loro governasse lo mondo mille anni; e quando ciascuna di loro avrà conpiuto e servito mille anni, e settemilia anni saranno conpiuti, farà poi del mondo a suo comandamento, e farà come a lui piacerà, e saràe signore e possente di tutto. E egli stabilio le pianete a governare lo mondo, e lo suo podere lo governa (623).
(616) basterà C. R. 2.
(617) quelli avrà C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.
(618) Sottintendi _Dio_.
(619) Nè egli non saprà C. L. — Abb. corr. col C. R. 1.
(620) Anche qui pare da sottintendere _Dio_.
(621) Giova riferire la lez. del C. R. 2.: Ma il figliuolo di Dio, che sarà signore e possente sopra tucto, si come che saprà elli medesimo e che saprà tucto, quando lo figliuolo di Dio sarà domandato in terra e detto: lo mondo durerà egli VII\m. anni? E egli risponderà che si. E detto anco li fie più volte, risponderà oscuramente, perchè nullo nollo sappia, nè sapere possa lo segreto del padre. — Ed ecco ora la lez. del C. F. R.: — Mais le fis de Deu, chi est seignor et tout puissant cil meysmes, saura tout. Au fis de Deu sera domande en terre: durera le monde VII\m. ans? Il respondera: oil ou plus, et le dira oscurement.
(622) a fare C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.
(623) Anche il C. R. 2.: lo governa; ma nel C. F. R.: les governe.
Cap. LXXIX.
_Lo re domanda: à egli altra gente che viva oltre la terra, in mare? Sidrac risponde:_
Oltre a mare à mille dugento (624) isole, nel mare del levante; alquante ne sono abitate; e altre s'abiteranno. Alcune ve n'à che sono abitate d'una gente molta grande, alla nostra fazione, ma non sono grandi di tre palmi o meno (625); e si ànno barba di fino (626) al ginocchio, e ànno i capelli infino alle calcagnia; e non vivono se non d'erbe e di carne; e le loro bestie sono piccole, alla loro misura; e si ànno uno linguaggio loro proprio; e si non ànno niuna credenzia, se non come bestie. Anche v'àe un'altra isola, presso alla terra, dov'egli à una gente piccola d'un palmo e di meno; e non vivono se non di pesci; e stanno e durano in acqua come pesci, di dì e di notte; e sono a maniera d'uomini e di femine; ma egli sentono come bestie. Anche v'à una ysola in mare, ove à gente alla nostra fazione e alla nostra grandeza, e non ànno se non un occhio nella fronte; e ànno linguaggio propio; e sono molti pilosi; e temono molto noi, che abiamo due occhi; e non vivono se non di carne, e delle pelli si vestono. Un'altra ysola v'à, che v'à gente che ànno coda, a modo di montoni (627), che non vivono se non di pesci. Un'altr'isola v'à, che v'à gente che portano una ispina sotto lo fondo delle natiche, lunga d'uno palmo e grossa d'uno dito (628); e non possono sedere in piano, ma in aspro luogo, dove la spina possa andare giuso; e sono tutti pilosi come montoni, e non ànno altro vestimento; e sono poca gente; e non vivono se non di corbi, chè altre bestie non ànno. Anche v'à un'altra gente, alla nostra fazione, che non finano di conbattere, ch'ànno uno grande uccello (629); e abitano in tane, per paura degli uccelli, la state, perch'egli n'ànno grande dottanza; e il verno, per lo grande freddo. La gente gli vincono, e gli uccidono, e mangiano, e serbano, per vivere la state. Un'altra ysola v'à, dove abitano uccelli che covano l'uova al fuoco (630), e la loro piuma non si puote ardere (631). Un'altra ysola v'à, ch'ànno i volti come cani. Anche ci à un'altra gente in questa terra fermata (632), che credono il sole e la luna e l'idole; e fanno sacrificio al nimico (633) del loro corpo. E sono in una provincia che fanno al loro sacrificamento uno tavoliere di legno, alto di tre passa, sì grande che vi cappia (634) cento uomini o più. E quelli che si vuole sacrificare invita i suoi amici, che gli facciano conpagnia al suo sacrificamento; e fanno grande sollazo e grande festa otto giorni; e a' nove giorni salgono tutti in sull'altare, quelli che gli vogliono fare conpagnia al suo sacrificamento; e l'altra giente fanno grande sollazzo intorno al tavoliere; e si fanno mettere legne tutto intorno intorno in grande abondanzia (635); e poi fanno acciendere lo fuoco tutto intorno intorno. E lo signore del convito, che si vuole sacrificare, sì si leva ritto, e dicie al popolo: io salto nel fuoco per amore di quella ydola, del sole e della luna. E gli altri si levano, e gridano lo suo amore, e saltano nel fuoco, e tutti s'ardono in quello fuoco, e vanno al diavolo. L'altre genti fanno grande sollazzo intorno di quello fuoco, tanto che sono tutti arsi; e poi pigliano la cenere e fannone arlique. E simigliantemente fanno le femmine. Altre maniere di gente v'àe che non le conto.
(624) mille trecento due C. R. 1. — M. et CC. et VII C. F. R.
(625) Al C. R. 1. e al C. F. R. manca _molta grande_: onde in essi corre meglio il senso.
(626) infino C. R. 1.
(627) gente cornute in guisa di montone C. R. 1.
(628) gente che portano brocchi sopra loro fondamento, et ène d'uno osso d'uno palmo, della grossezza d'uno dito C. R. 1.
(629) con uno grande uccello C. R. 2. — con una grande generatione d'uccelli C. R. 1.
(630) Ancora v'àe un'altra isola, nel (così) quale abita uno ucciello, il quale uccello cova nel fuoco, o fae i suoi pulcini nel fuoco C. R. 1.
(631) _Plumee_ fr. deve essere stato usato nel senso di _plumail_ che significava ogni specie di animale che avesse piume. Infatti nel T. F. P. si legge: et font pigeons au feu, et leurs pigeons ne ardent point.
(632) _Terra ferma_ hanno altri Codd.
(633) au deable C. F. R.
(634) che vi capiono C. R. 2.
(635) et sie fanno istipare tutta la tavola d'intorno di legna secche C. R. 1.
Cap. LXXX.
_Lo re domanda: perch'alcuno uomo è nero e altro bianco? Sidrac risponde:_
Per tre ragioni è l'uno bianco e l'altro nero. L'una per lo seme (636); che se il padre è bello (637), e ingenera per grande volontà, per diritta natura conviene che la criatura sia del colore del padre. E se la femina riceve volentieri il seme con grande volontà, e la volontà del padre non vi sia, per diritta natura conviene che la criatura sia della somiglianza della madre. E se l'uomo e la femina sono amendue di grande volontà, lo loro figliuolo sarà del colore del padre, perchè egli disciende e viene di tutti i suoi menbri e nerbi e vene; e per diritta natura conviene che sia di quello medesimo colore, e della somiglianza della madre, perchè la madre lo riceve come pasta, sanza nulla figura (638); e poi nel suo corpo piglia egli figura; e però conviene che la figura sia somigliata a lei (639). E l'altra maniera si è che se la femina è di calda conparazione (640), la creatura s'arde (641) nel suo ventre, e diviene bruna. L'altra cagione si è per cagione della terra e dell'aria, conviene che la criatura diventi nera o bruna.
(636) per la sembianza C. R. 1. — E questa crediamo la vera lezione, confermata dal C. F. R. e dal T. F. P., che hanno: semblance.
(637) bruno C. R. 2. Lezione confermata qui pure dal C. F. R. e dal T. F. P.
(638) la madre lo riceve senza nulla fazzone C. R. 1.
(639) sia sembiante a lei C. R. 1.
(640) compresione C. R. 2. — complessione C. R. 1.
(641) l'enfant se art en son corps, et devient brun T. F. P.
Cap. LXXXI.
_Lo re domanda: fellonia di che aviene? Sidrac risponde:_
De' malvagi omori viene la fellonia; che alcuna volta rinflabisceno (642) al cuore come fuoco; e ismuove lo cuore e iscalda, e lo fa per lo loro inflabiamento (643) diventare nero e scuro; e per quella iscurità diventa pensoso e malinconoso. Poi quella iscurità risponde al cervello, e 'l cervello risponde agli occhi e agli altri menbri, e sì gl'ingrossa, per diritta forza (644) conviene che egli sia fello e malinconoso. E quando gli omori cessano, e lo rinflabiamento (645) si spegnie, lo cuore riposa, e la scurità si parte da lui, e gli menbri e gli occhi perdono la grossezza (646), e diventano gioiosi e allegri.
(642) remflanbent C. F. R. — Nell'ant. fr. _flamber_, _flambier_, _flamble_, _flambe_; onde il _remflabent_ ed il _rinflabisceno_ del n. t., per _rinfiammano_, che leggesi nel C. R. 1. Meglio nel T. F. P.: reflambent.
(643) e smuovono il quore, e sie lo scaldano, e si lo fanno per loro iscaldamento C. R. 1.
(644) che per diritta forza C. R. 1.
(645) rinfiamamento C. R. 2. — infiammamento C. R. 1.
(646) gordezza C. R. 1. — gordesse C. F. R. — Da _gourd_, gonfiato per l'umidità. Cf. _Dict. de l'Acad. Franc., Suppl._
Cap. LXXXII.
_Lo re domanda: perchè sono le bestie di molti colori? Sidrac risponde:_
Perciò ch'elle non sono alla simiglianza di Dio, si conviene ch'elle sieno di molti colori; e perciò ch'elle pascono l'erbe calde e umide e fredde e secche. Quando le bestie sono grosse (647) e pascono l'erba, della magior parte de l'erbe ch'ella mangia, conviene ch'ella abia magiore simiglianza. E se la magior parte è calda e secca, conviene che la bestia sia nera; e se la magior parte è solamente calda, conviene ch'ella sia vermiglia; e s'ella è umida, ella sarà taccata; e s'ella è fredda ella sarà bianca: e se le quattro nature dell'erbe saranno comunali, e' sarà vaio (648); e altrettanto quanto ella averà pasciuto dell'una erba più che dell'altra, di quella averà più colore nella lana (649). Simigliantemente aviene delle bestie salvatiche, come delle dimestiche e degli uccegli: ciascuno à sua natura; e tutto è l'ordinamento e la volontà di Dio; che tutto questo à egli fatto per lodo della sua gloria. Egli à fatto molte diverse erbe, e bestie e uccelli e pesci e gente, in quello modo che a lui pare, l'uno bello e l'altro laido, alla sua volontà.
(647) pregne C. R. 1.
(648) vaiolato C. R. 1.
(649) Il C. L. ha: e altrettanto quanto egli avrà più nella lana. — Abbiamo supplito col C. R. 2.
Cap. LXXXIII.
_Lo re domanda: quegli che mangiano e beono più che mestieri non è loro, fanno male? Sidrac risponde:_
Quelli che mangiano più che non deono, fanno gran male al corpo e all'anima, e fanno peccato, e guastano la vivanda di che un altro uomo potrebe vivere. Quelli sono chiamati ghiottoni, e peggio che bestie; e sì sono incontro lo stabilimento di Dio; che Idio à ordinato che l'uomo dovesse mangiare e bere tanto, quanto mestiere loro fosse; e lo rimanente serbare per altre volte, e per darne a coloro che n'ànno mestieri. E in questo mondo l'uomo dee mangiare una volta o due il dì; e chi altrimenti farà, non farà bene, anzi fia chiamato ghiottone, e peggio che bestia, che non à senno come l'uomo, quando è satolla si riposa, infino ch'ella à fame; e per diritta natura l'uomo lo dee meglio fare, e se altrimenti lo fa, si è più da biasimare che una bestia, che non à iscienza nè senno.
Cap. LXXXIV.
_Lo re domanda: che cosa è la migliore e la piggiore cosa che sia (650)? Sidrac risponde:_
La lingua è lo migliore e lo pigiore menbro del corpo; che per la lingua puote l'uomo avere bene e amore e onore e profitto e alzamento (651) dalle genti; e puote l'uomo avere da' suoi e dagli altri prò e onore di buono uomo (652), conciosia cosa che (653) egli non sia. E per la lingua l'uomo puote avere onta e male e villania e perdizione del corpo; chè tal parola potrà la lingua dire, che tutto il corpo ne potrà aver gran dannaggio; altressì come per la buona lingua puote l'uomo avere onore e bene. La lingua non à osso, ma ella fa ronpere il dosso (654). Più legiermente, più salvamente (655) puote l'uomo dire lo bene che 'l male.
(650) Manca al n. t. _cosa che sia_ — Abb. suppl. col C. R. 1.
(651) essaucement C. F. R., che propriamente significa _esaltazione_, da _eshaucier_, _essaucier_, innalzare, esaltare.
(652) Nel n. t.: e puote l'uomo da' suoi uomini laude. — Abb. suppl. e corr. col C. R. 2.
(653) Il solito errore per _sebbene_.
(654) ma ella fane ronpere reni e dosso C. R. 1. — Nel T. F. P.: la langue n'est pas d'os, mais elle fait rompre les reins et le dos. — Questo proverbio è sempre vivo sulla bocca del popolo.
(655) _salvamente_ hanno tutti i Codd., ed è trad. di _sauvement_ che vuol dire _utilmente_, _sicuramente_, _senza pericolo_.
Cap. LXXXV.
_Lo re domanda: chi dà magiore iscienzia o migliore, le cose calde o le cose fredde? Sidrac risponde:_
Le calde vivande iscaldano lo corpo, e nodriscono gli menbri e le vene, e iscalda lo cuore e lo cervello, e gli rischiariscie; e però rende più iscienzia la calda vivanda. La fredda vivanda induriscie gli nerbi e le vene e lo cuore e lo cervello; e simigliantemente lo rinfalabimento de' rei omori rinfredda lo cuore; e lo cervello e i menbri di quello freddore induriscie, e conviene ch'egli sia un poco grave (656).
(656) Gioverà riferire la lez. del C. R. 1.: — La fredda vivanda indura li nervi e le vene e 'l coraggio e 'l celabro, e ismuovelo e infiammalo di malvagi omori, et raffredda il quore e 'l corpo e 'l celabro e li menbri; et di quello freddore ène durezza del quore e del celabro. — Il C. R. 1. corrisponde letteralmente al T. F. P.
Cap. LXXXVI.
_Lo re domanda: quando l'uomo è fello e crucciato e malinconoso, come si potrebbe ciò cessare? Sidrac risponde:_
Primieramente dee l'uomo pensare al suo creatore, e ringraziarlo altamente quando lo degnò di fare alla sua similitudine; e ricordarsi della morte ch'egli dee fare, che l'uomo non puote scanpare nè ischifare; e ricordarsi di coloro cui Iddio à magagnato di loro nenbri, e malizia di loro corpi, e povertà più che a lui (657); e non ricordarsi di coloro che sono più ricchi di lui; e legere i comandamenti di Dio; e ascoltare e udire le buone ragioni, e di buone autoritadi; e dimorare in buone luogora; e così puote egli ischifare la fellonia e lo cruccio e la malinconia.
(657) et ricordarsi di quelli che Dio àne fatti magagnati i suoi nenbri, et malati di loro corpi et povari C. R. 1. Nel C. F. R. leggesi: ceaus a cui Deu a done mahain. — _Mahain_ ant. fr. significa propriamente _difetto corporale_. Il prov. ha il verbo _maganhar_. Ved. quello che il Muratori (_Antich. Ital._, _Diss. XXVI_) scrive sulla etimologia della parola _magagna_; e ciò che ne dice il Burguy (_Gramm. de la Lang. d'oïl_).
Cap. LXXXVII.
_Lo re domanda: che vale meglio o l'amore della femina o l'odio? Sidrac risponde:_
La buona femina dee l'uomo amare e onorare e pregiare e avanzalla (658) e tenella per donna. E per la buona conpagnia della femina buona, l'uomo non puote avere se non bene e onore e avanzamento e buono pregio, ch'ella tiene lealtà al suo conpagnio, e sì lo difende di tutto male al suo podere, altressì come la madre guarda lo suo figliuolo di tutto male. L'amore della femina ria dee l'uomo schifare, e fuggire da lei come dal fuoco; e s'egli no la può fuggire, elli si dia alungare da sua volontade (659); chè la malvagia femina non è altro che la ria cosa; chè l'uomo non puote avere da lei se non onta e vergogna tra la gente, perch'ella non tiene niuna lealtà al suo conpagno, nè più nè meno come la calcatrice (660) fa all'uccello, che gli fa bene e gli rimonda la bocca de' vermini, e ella l'uccide. Calcatrice si è una bestia che sta nell'acqua, con grande testa e lunga; e due volte l'anno inverminiscono molto (661); e ella escie alla rena, e si corica al sole, e apre la bocca. E allora viene uno uccello, che Iddio àe ordinato, e sì gli rimonda la bocca di vermini. Quello uccello àe uno isprone (662) in capo, a modo di cresta di gallo, e entragli nella gola alla calcatrice, e mangiale tutti i vermini; e la calcatrice chiude la bocca, per mangiare l'uccello che tanto bene gli averà facto; l'uccello sente lo malvagio guiderdone che gli vuole rendere; allora fiede dello sprone che à nel capo, nel palato della calcatrice; e la bestia, che sente lo mal colpo dello uccello, si apre la bocca, e l'uccello se n'escie fuori. Tale guiderdone rende la ria femina all'uomo, che bene le fa; e però la dee l'uomo ischifare, lei e le sue volontadi.
(658) Intenderei: renderla superiore agli altri.
(659) Nel n. t.: alunga almeno la sua volontade. — Abbiamo corr. col C. R. 1. che è conforme al C. F. R.
(660) Tanto il C. R. 1. che il C. R. 2. hanno: calcatrice; strano errore, che possiamo correggere mercè il testo fr., dove leggesi _coquatrix_, sapendo che _cocatrice_ nell'ant. fr. significò _coccodrillo_. Cf. anche _Du Cange_, _Gloss._ a _Cocatrix_. — Brunetto Latini fa del _Cocodrille_ e del _Cocatris_ due animali distinti. „Or avient que quant li oisiaus qui a non strophilos vuet avoir charoigne por mangier, il boute la bouche dou cocodrille, et li grate tout belement, tant que il oevre toute sa gorge pour le grant delit dou grater. Lors vient . i . autres poissons qui a nom ydre, ce est cocatris, et li entre dedanz le cors, et s'en ist de l'autre part, brisant et derompant son oste, en tel maniere que il l'ocist„ _Li Tresors_, p. 185.
(661) e due volte l'anno le 'nvermina tutto dentro da la bocca C. R. 1.
(662) uno brocco C. R. 1.
Cap. LXXXVIII.
_Lo re domanda: quando l'uomo è gioioso e allegro, ed egli oda alcuna cosa che non gli piaccia, come si cruccia egli? Sidrac risponde:_