Il libro di Sidrach: testo inedito del secolo XIV pubblicato da Adolfo Bartoli

Part 10

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(553) Il titolo del presente Cap. è tolto dal C. R. 1. Nel C. L. dice: _Perchè non tolse Iddio all'uomo, quand'egli avesse mangiato una volta, ch'e' se ne potesse sofferire una settimana?_

Cap. LX.

_Lo re domanda: come muore altressì il ricco come il povero? Sidrac risponde:_

Iddio à fatto lo ricco e lo povero d'una natura e di quattro alimenti, e sono tutti facti l'uno come l'altro; dunque la loro conparazione (554) è tutt'una; e quello che più il serve e lo suo comandamento fa, più gli dà; ma al fatto della morte sono tutti uno. Altressì come uno vasello di quattro bocche, che n'escie di tutte, simigliantemente alena lo povero come lo ricco, e mangia e bee (555), e à gioia e dolore e sospiri, e dormire e veghiare e ingienerare, e mani e piedi, e altre cose ànno altressì i poveri come i ricchi. Ma lo povero àe più forte compressione (556) che lo ricco, per lo travaglio che egli soffera. Ma alla morte tutti sono comunali, e la sua riccheza no lo potrebbe canpare uno solo punto.

(554) Anche il C. R. 2. ha: comperazione. Manca questa parola ai Codd. R. 1. e F. R. Noi crediamo che abbia da correggersi _complessione_, perchè più sotto, dove il nostro ripete _comparisione_, il C. F. R. ha: _complecion_; e il C. R. 1.: _compressione_.

(555) et mangia e beve, e sta famuloso e satollo C. R. 1. — La Crusca registra _famulento_, ma non _famuloso_.

(556) comparisione C. L. — Abb. corr. col C. R. 1.

Cap. LXI.

_Lo re domanda: dee l'uomo giudicare gli poveri come gli ricchi? Sidrac risponde:_

L'uomo dee più forte (557) giustizia fare a' ricchi che a' poveri, e più gastigare; che della giustizia de' poveri i ricchi non ànno paura; anzi dice a sè medesimo: la giustizia è fatta sopra lo povero, ma io non potrei essere giudicato in questo mondo per la mia riccheza. E lo povero pensa e dice in sè medesimo: quando la giustizia istarà sopra lo ricco e possente, che farà sopra me, che sono povero uomo? E da l'altra parte aviene più volte che 'l mal fatto del ricco è magiore che quello del povero, perchè egli à più podere di malfare. E simigliantemente come Idio giudica così legiermente lo ricco come il povero, e più forte giustizia fare (558). Simigliantemente come quelli che crede più in Dio e falla verso lui, Idio gli dona (559) più che a colui che nol conoscie, e cui egli non à nulla comandato.

(557) _rigorosa_, _severa_.

(558) A correggere questo periodo non possiamo giovarci del C. R. 2., dove il capitolo manca; nè del C. R. 1. dov'è brevissimo; nè del C. F. R. che è indecifrabile. Dobbiamo quindi star contenti a riferire la lezione del T. F. P.: Et pour ce doibt on faire plus grant iustice du riche que du poure, car il a plus grant coulpe de mal faire, comme il a plus grant povoir de bien faire tout. Ainsi comme Dieu a iuge et ordonne la mort au riche comme au poure, aussi doit on iuger le riche comme le poure.

(559) Errore manifesto. — Il T. F. P. ha: demande.

Cap. LXII.

_Lo re domanda: dee l'uomo avere mercè del suo nimico? Sidrac risponde:_

L'uomo dee avere merzè del suo nimico, lo quale à fallato verso di lui, se elli gli chiede merzè e perdono, conciosia cosa ch' (560) egli gli avesse ucciso il padre e lo figliuolo; chè dalla bocca del figliuolo di Dio sarà comandato e detto: perdono avrà dal mio padre chi perdona egli medesimo; perdonerà a coloro che gli misfaranno, quando egli gli chiederanno perdono. Quelli ch'è possente e signore di tutto, e che vendicare si può a sua volontà, perdona a' ma' fattori, quando perdonanza gli chieggiono: bene lo dobiamo noi fare; chè questo farà egli per dare exenplo al suo popolo, che perdonino a coloro che misfanno verso di loro. Bene dobiamo noi perdonare a chi perdono a noi ne dimanda.

(560) Il solito errore già notato indietro. Corregg. _sebbene_ (ja soit ce che).

Cap. LXIII.

_Lo re domanda: può lo reo uomo avere l'amore di Dio come il buono? Sidrac risponde:_

Lo malvagio puote avere l'amor di Dio altressì leggiermente (561) come il buono; chè a Dio piacerà più la conversazione del rio che del buono, perchè lo buono è tutto suo, e lo rio àllo perduto (562). Simigliantemente colui che à perduto alcuna cosa, e egli la ritruova, egli à magiore allegreza di quella ch'egli à ritrovata, e àlla in suo podere (563). E Iddio chiama comunemente lo rio come il buono. Simigliantemente come una gente che sono in una nave in mare, e la fortuna è grande, e sono tutti ispogliati per paura, e per notare; lo mare porta la nave, e lo vento sospigne tanto, che la nave viene a terra, e fiede in una rôcca, e si ronpe, e tutta la gente n'escie fuori in una piccola piazza (564); e truovano due fiumi molti correnti: in su ciascuno fiume, uno ponte; l'uno de' ponti è molto fermo, e l'altro è molto debole, che non potrebe sostenere uno uccello. Di là dal forte ponte si à uno ricco uomo, e tiene molti vestimenti intorno di lui, e è in uno bello giardino. Egli chiama quella gente, ch'escie fuori di quella nave, e dicie loro: venite a me, e passate sicuramente su per quello ponte, e io vi menerò in questo giardino; e guardatevi di passare per quell'altro ponte, perchè egli è molto debole e molto pericoloso, sicchè egli non vi potrà sostenere; anche v'à grande fuoco; dopo lui si à gioganti con molti grandi uncini, che, così tosto come voi caderete nell'acqua, i gioganti vi piglieranno cogli uncini, e metterannovi in quello fuoco. E egli guardano, e vedono l'altro ponte, e la fralezza e gli gioganti e gli uncini e lo fuoco. Quelli che passeranno sopra lo forte ponte sono salvi, e saranno vestiti e messi nel bello giardino, con grande allegreza; e quelli che passano per lo debole ponte andranno nell'acqua, e li gioganti gli piglieranno cogli uncini, e metterannogli nel fuoco. La nave significa lo mondo; lo vento e lo mare significa lo tenpo che mena l'uomo alla fine; lo dispogliare significa la ira di Dio, quando l'uomo lascia lo bene e fa il male; lo ronpere in terra significa la fine della vita; i due ponti si è lo bene e lo male; lo buono uomo che siede in capo del ponte, che chiama la gente a ben fare, si è Iddio; gli vestimenti, di che egli vuole vestire la sua gente, si è la grazia; lo giardino si è lo paradiso; lo buono ponte si è lo buon cammino di Dio; lo rio ponte si è lo cammino dello 'nferno; i gioganti e gli uncini si sono i diavoli e gli loro ingegni; lo fuoco si è lo 'nferno. Chi vuole avere l'amore di Dio si passi al sicuro sopra il forte ponte, e sarà vestito di grazia di Dio, e sarà suo amico; e chi passerà sopra il debole ponte, egli sarà nimico di Dio e amico del diavolo, e sarà messo nel fuoco dello 'nferno per tutti i tenpi. L'uomo dee odiare l'amistà del diavolo, perchè egli fa male a' suoi amici, e mettegli nel fuoco dello 'nferno. Questa è malvagia amistà: dee l'uomo seguire tale amico?

(561) Per _facilmente_.

(562) Nel Codice pare che debba leggersi _perdure_; corretto da noi in _perduto_, sull'autorità del C. R. 2. e del C. F. R.

(563) Migliore la lez. del C. R. 2.: à magiore allegressa di ritrovare quello che avea perduto, che non à di quello che àe in suo podere.

(564) en une petite place de terre C. F. R.

Cap. LXIV.

_Lo re domanda: come puote la creatura uscire della femmina ch'è piena nel suo corpo? Sidrac risponde:_

La virtù di Dio e 'l suo podere è troppo grande: che, così come egli à podere di mettere dentro dal corpo, e uno corpo dentro a un altro, così à elli podere a fare uscire, a sua volontade, o vivo o morto. Quando la femina vuole partorire, tutte le sue giunte (565) s'aprono e allargano l'una dall'altra, salvo il mento (566), per la virtù di Dio, come una matera di pasta. E si tosto com'egli (567) averà l'aria, per la virtù di Dio, l'ossa gl'induriscono e diventano come noi siamo; e la femmina si richiude sanza niuna mancanza (568). Simigliantemente così è se l'uomo tirasse lo dito dentro una scodella piena di mele; inanzi lo suo dito si lorderebbe, e dietro non si lordasse, nè più nè meno come se non fosse toccato (569); simigliantemente si richiude la femmina dopo il partorire, siccome ella non avesse partorito, nè fosse stata aperta.

(565) giunture C. R. 2. — „Perchè sì forte guizzavan le giunte, Che spezzate averian ritorte e strambe.„ _Dante_, Inf., 19.

(566) Non sappiamo invero quello che qui abbia che fare il mento; ma _mento_ ha pure il C. R. 2., e _menton_ il C. F. R.

(567) Intendi: il figliuolo.

(568) bleseure C. F. R.

(569) A decifrare il senso di questo periodo non giova la lez. del C. R. 2.: simigliantemente così se l'uomo tirasse lo dito in dirieto a una scudella di mèle, inanzi al suo dito si lorderebbe, nè più nè meno come se non fosse toccato. — Nè chiaro è il C. F. R.: — ensement si com l'om traist son doy en une escuele pleine de mel, devant, son doit au tirer, s'ouvriroit, et après se recloiroit, come se il ne fust onques touche. — Ma, messo il testo francese della Riccardiana a confronto col francese della edizione Palatina, e corretto, il senso esce fuori abbastanza chiaro: tout ainsi come ung homme tiroit son doy parmy une escuele plaine de miel, devant, son doy au traire, il ouvriroit, et dessus se clorroit, comme s'il n'y eust pas bouté. — Che vuol dire: come un uomo che traesse il suo dito da una scudella piena di miele, il miele, nel trarre il dito, prima s'aprirebbe e poi si richiuderebbe, come se non fosse stato toccato. — Non sapremmo spiegare come il trad. abbia confuso _lordare_ con _aprire_.

Cap. LXV.

_Lo re domanda: puote la femina portare più di due figliuoli a uno corpo? Sidrac risponde:_

La femina può portare nel suo ventre sette figliuoli; chè la madre (570) della femina à sette camere (571); e in ciascuna camera puote avere uno figliuolo, secondo la volontà di Dio, primamente; e poi secondo la natura della femmina. Che se la femmina è di calda compressione, e desiderosa dell'uomo, una o due o tre delle sue camere s'aprono; e quando l'uomo s'acosta a lei, lo seme cade nelle camere che truova aperte, e elle si chiudono sopra, e pigliano; e se v'àe altre camere aperte, e l'uomo s'acosta altra volta a lei, quella notte o quello giorno o lo domane o lo secondo giorno, e lo seme vi cade entro, e ella si chiude, allora si ferma (572) la creatura; e tanto istà a nasciere l'uno dopo l'altro, quant'egli à penato a ingenerare. E non intendere già che ciascuna volta che l'uomo s'accosta alla femmina, e lo seme cade nella camera, ch'ella possa pigliare; chè conviene che l'uomo e la femina sieno di buona tenperanza. Chè se l'uomo è luxurioso, e giace volentieri colla femmina, lo seme cade nella camera fraile (573), e è cosa sanza niuno podere o forza, quella (574) non si puote pigliare per la sua fralezza (575). E se l'uomo è stato grande tenpo ch'egli non sia giaciuto con femina, e lo seme cade nella camera, quello seme è sì caldo e sì ardente ched e' la consuma e arde, e non si puote apigliare. E se l'uomo e la femina sono tenperati, e la femina sia di calda volontà, e' s'apiglia, perchè lo loro seme si è di buona tenpera; e conciepino (576) a quello acostamento lo figliuolo; e quello figliuolo sarà gioioso e allegro e di bello modo. E se egli s'acostano niquitosamente (577), e lo loro figliuolo sarà d'altrettale maniera. E se l'uno di loro è fello e l'altro gioioso, simigliantemente lo loro figliuolo sarà alcuna volta fello e alcuna volta gioioso. E se l'uomo e la femina pensano in una persona, o l'uno di loro, quello che più vi pensa, puote bene essere che lo loro figliuolo somiglierà quella persona ove egli pensano (578).

(570) matrice C. R. 1.

(571) camarelle C. R. 1.

(572) forma C. R. 1. — Il C. R. 2. ha: ferma.

(573) _Fraile_ è parola dell'ant. fr. che significa _frale_, _debole_. — Il C. R. 1. ha: _fievole e aguto_; per uno strano equivoco del trad., il quale leggendo nel testo fr. _foible et aigue_ ha volgarizzata quest'ultima parola per _acuto_, mentre invece _aigue_ vuol dire _acqua_, e qui dev'essere stata usata per _acquoso_.

(574) Intendi: _lo seme_ o _la semenza_ (semence), come hanno i Codd. R. 1. e F. R.

(575) frailezza C. R. 2.

(576) concepono C. R. 2.

(577) corrucciosamente C. R. 1.

(578) Et se l'uomo e la femina pensano, al loro assembramento, in una persona, overo l'uno di loro pensasse ad altra persona, dico che quelli a cui ellino più pensano, lo fanciullo rasembrarà quella persona C. R. 1.

Cap. LXVI.

_Lo re domanda: qual'è la migliore cosa che l'uomo possa avere. Sidrac risponde:_

Lealtà è la migliore cosa che l'uomo possa avere in sè; che chi è leale a Dio è leale a sè medesimo e alle genti; e quella è la cosa che Iddio più ama. Per lealtà gli agnoli che sono in cielo non furono abattuti cogli altri, che furono abattuti, che non erano leali. Per lealtà scanpò Noè dal (579) diluvio; e Idio volle rienpiere lo mondo della sua generazione. Per lealtà la buona gente che nascieranno, profetezeranno (580) l'avenimento del figliuolo di Dio. Per lealtà la Vergine conceparà lo veracie figliuolo di Dio (581), che si lascierà morire per diliberare Adamo e gli suoi amici del podere del diavolo. E per lealtà i buoni che saranno e verranno dopo lui si donaranno a diversi martiri (582), per lo suo amore. Lealtà è altressì pura e degna e chiara e netta come il sole, che non resta d'intorneare, e fa lo suo torno a ciò che Idio l'à istabilito, ch'egli non possa lo stabilimento nè 'l comandamento di Dio trapassare (583).

(579) per lo C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.

(580) profetaranno C. R. 1.

(581) la Vergine sarà conceputo dal figliuolo di Dio C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 1.

(582) si 'l merranno in diverse maniere C. L. — Abb. corr. col C. R. 1., sull'autorità del C. F. R. che ha: se livreront a divers martires por s'amor.

(583) ch'egli non passi lo stabilimento e lo comandamento di Dio C. R. 2. — che non trapassa neente il comandamento di Dio C. R. 1.

Cap. LXVII.

_Lo re domanda qual'è la peggiore cosa che l'uomo possa avere in sè. Sidrac risponde:_

In verità vi dico che la invidia è la (584) piggiore cosa che l'uomo possa avere in sè; che della invidia si genera avarizia e cupidigia e tradigione. E gli angioli che del cielo caddono, fu per invidia, la quale ebono verso Idio, lo loro creatore. Adamo primo nostro padre fu cacciato del paradiso e ispogliato della grazia di Dio per la invidia. Lo diluvio (585) coperse lo mondo, cioè a intendere lo popolo che erano inanzi noi, che erano cupidi del mal fare. La cupideza si è figliuola della invidia, che di lei disciende; e per invidia e cupideza molti ne perdono i loro corpi, e la grazia che Idio à loro donata. Tre grandi città nascieranno al mondo: le due saranno, inanzi a l'avenimento del figliuolo di Dio, distrutte per cupideza di malfare: l'una sarà per fuoco, l'altra sarà per acqua; l'altra sarà distrutta, dopo la venuta del figliuolo di Dio, per ispade. E per cupidizia del male fare e per invidia molti mali avengono.

(584) Manca al nostro _invidia è la_. — Abb. suppl. col C. R. 2.

(585) diavolo C. L. — Abb. corr. col C. R. 2., sull'autorità del testo francese che ha: le deluge.

Cap. LXVIII.

_Lo re domanda come puote essere l'uomo leale. Sidrac risponde:_

Leale puote essere l'uomo legiermente, per molti modi: primieramente credere nel suo creatore, che lo creò, e disformare (586) lo dee, quando suo piacere sarà; e credere ch'egli sia tutto possente, sopra tutte le cose del mondo; e che egli à fatto tutte le cose, e che egli è degno e puro; e ch'egli non unque cominciamento nè fine nè mai non avrà, e tuttavia si è, fue, e tuttavia sarà; e lascierà lo male e farà lo bene; e lascierà lo scuro per andare al chiarore; e lascierà la puzza (587) e andrà al buono odore; cioè a intendere, lascierà lo peccato e farà lo bene, e lascierà la 'nvidia e la cupidizia, e piglierà pazienzia e astenenzia e sofferenzia; chè chi à in sè queste tre cose, egli è leale, e per lealtà puot'essere coronato in cielo, tra gli angioli, innanzi a Dio a faccia a faccia.

(586) Per _distruggere_; come _dire_, _disdire_; _fare_, _disfare_; così _formare_ (creare), _disformare_. La Crusca registra _disformare_ nel senso di _difformare_, _render deforme_, e per _esser differente_. Il Gherardini (_Supplimento_ ec.) _disformare_, mutar la forma di che che sia. „Ma così morte l'essenza disforma.„ _Zenon. Piet. font._, p. LXXX.

(587) putidore C. R. 1.

Cap. LXIX.

_Lo re domanda: la prodezza e la paura di che aviene? Sidrac risponde:_

La prodeza e la paura vengono dalla conpressione dell'uomo. Che se lo corpo è di buona tenperanza, di quattro conpressioni, l'una comunale come l'altra, lo corpo non è nè ardito nè codardo (588). Che se le quattro conpressioni sono comunali, che lo freddo non vince lo caldo, nè lo caldo l'umido, nè l'umido lo secco, lo cuore non si muove poco nè molto per loro; e se il caldo il vince (589), e lo secco l'umido, lo sangue si muove di tutte cose fare, e non teme colpo di morte, e diventa ardito. E se lo freddo non vince lo caldo, e 'l secco l'umido, lo cuore diventa freddo e molle e pauroso, e diventa codardo di tutte cose fare; che le collere nere e lo sangue sono quelle che fanno avere lo cuore (590) codardo, quando egli ànno podere sopra gli altri omori innanzi detti (591).

(588) Che se 'l corpo dell'uomo ène di buona natura, compressionato di quattro compressioni, non è ardito nè codardo C. R. 1.

(589) et se il caldo vince il freddo C. R. 1.

(590) manca _lo cuore_ al nostro. — Abb. suppl. col C. R. 2.

(591) che la collera nera et il sangue sono quelli che fanno l'uomo ardito et il quore, quando sopramontano l'altre; la collera gialla et la fremma sono quelli che fanno il quore codardo, quando sormontano l'altre sopra dette C. R. 1.

Cap. LXX.

_Lo re domanda: la lebbra e la tigna di che aviene? Sidrac risponde:_

La lebbra viene se la femina avesse due cose: l'una è se la femina avesse lo tenpo suo (592), e l'uomo s'acosta a lei, e ella ingenera, i suoi fiori (593) sono caldi e secchi; e lo figliuolo ch'ella avrà, conviene per diritta forza e per la natura che sia tignoso e lebbroso; che lo figliuolo si nodriscie in quello medesimo fiore della femina. Ma se li fiori fieno di buona conpressione, lo figliuolo non avrà niuno male nè niuno pericolo. Perciò non si dee l'uomo acostare alla moglie, quando è lo suo tenpo (594). E quando egli s'acosta a lei, si dee acostare a tale intenzione e con tale volontà, d'aver frutto per lo suo creatore adorare. Quando egli sentirà che la femina sia pregna, non si dee più acostare a lei nè toccalla carnalmente, infino che ella non abia partorito; e dopo lo partorire quaranta giorni. Questo è lo comandamento di Dio, ch'egli mandò a Noè, per lo suo angelo benedetto.

(592) Queste due cose avengono quando la femina àne sua privata malattia C. R. 1.

(593) Il C. L. ha: figliuoli. — Ma abbiamo corr. col C. R. 2., perchè il C. R. 1. ha: _fiore_, e il C. F. R.: _flors_.

(594) Quando ella àne il suo fiore C. R. 1.

Cap. LXXI.

_Lo re domanda: tutte le cose Idio fece, furono fatte dal cominciamento del mondo? Sidrac risponde:_

Iddio fece tutte le cose; ma alcuna cosa ce n'à, che non fu già fatta dal cominciamento del mondo; ma, per lo tenperamento di sua natura, sono poi fatte mille e mille, che furono poi create per la volontà d'Iddio, come sono asini e giomente e pelli, che furono dopo lo mondo fatti per lo sudore dell'uomo (595). Vermini furono poscia fatti per la carne fracida. Furono dapoi fatti altri vermini assai, uccelli volanti e molte altre cose, che molto sarebe lunga cosa a contalle; ma in qual modo sieno, Dio gli à fatti; per la sua volontà sono creati.

(595) La lez. del C. R. 2. è perfettamente uguale alla nostra, e nel C. R. 1. manca questo Cap. Non resta dunque che a consultare il C. F. R., e l'ediz. Palat. Ma questa se la sbriga senza parlare d'_asini_ nè di _giumenti_. E nel C. F. R. sta scritto così: Dieu fist toutes cosses dou monde; mais aucunes ya que nefurent pas faites dou comencement dou monde; mais par le consentement Deu et per sa volente, et per latemprement des natures sunt depuis faites M. et M. furent depuis crees por la volente de Deu dame. Et poils furent puis fait de la suor de l'omo. — Io suppongo quindi che per errore sia stato scritto _Deu dame_ in luogo di _dame Deu_, che trovasi usato nell'antico francese, e che è conforme al nostro _domene Dio_; e che il traduttore abbia letto, invece di _dame_, _dane_, _d'âne_, onde gli sieno usciti dalla penna gli _asini_ e le _giumente_. Notisi ancora l'errore di avere volgarizzato _poils_ (peli) per _pelli_.

Cap. LXXII.

_Lo re domanda: chi vi nodriscie lo frutto della terra? Sidrac risponde:_

Iddio gli nodriscie e gli pascie. Egli àe stabiliti quattro elimenti, per lui servire e onorare. La terra gli sostiene e gli guarda; l'aria gli nodriscie e gli sveglia (596); l'acqua gli pascie e gli verdiscie (597); lo sole gli scalda e gli crescie. Simigliantemente le continue (598) vivande, che l'uomo vuole cuocere, vi conviene di quattro elimenti: vasello e acqua e fuoco e aria; nè altrimenti non si potrebe cuocere (599).

(596) l'esveile C. F. R.

(597) rinverdisce C. R. 2.

(598) comuni C. R. 2.

(599) Meglio nel C. F. R.: Encement come une viande che l'om velt cuire, si convient IIII cosses: vaissel, aigue, feu, air; autrement ne ce puet cuire.

Cap. LXXIII.

_Lo re domanda: le bestie come arabbiano? Sidrac risponde:_

Le bestie arabbiano alli (600) XIX giorni della luna del mese di giugno, che (601) apare una stella, verso lo levante, in cielo. In quello giorno o in quella notte le bestie che la veggiono nell'onbra dell'acqua arabbiano; e simigliantemente, se elle mordono alcuna persona, ella sarà arrabbiata, o alcuna bestia. Altressì guardisi del piscio (602) del topo, che nol tocchi. Chè da ivi a XL giorni gli conviene guardare (603) delle grosse vivande d'olio e di carne e di pescie e di pane, ove levame sia facto (604); nella fine di XL giorni tutta la notte veghiare; e se la rabbia s'apressa sì forte, che non puote guarire nè dormire, anzi si pena, e dannaggia l'altre genti, ànno paura della sua morsura (605), l'uomo dee pigliare uno suggello (606), e mettervi entro di sottile cenere; e poi la metta in sulla bestia o uomo che sia; incontanente morrà, o si dilibera di quella pena. Le genti simigliantemente si diliberano di lui; ch'egli potrebe molte genti e bestie damangiare (607), per la sua morsura rabbiosa.

(600) manca _alli_ al nostro. — Abb. suppl. col C. R. 2.

(601) manca _che_ al nostro. — Abb. suppl. col C. R. 2.

(602) pissace au rat C. F. R. — Sebbene non trovi _pissace_ nell'ant. fr., pure credo che siasi potuto usare, vedendo _pisser_ registrato dal Du Cange (a _pissare_).

(603) se convient garder C. F. R. — si de' guardare C. R. 2.

(604) ove levame sia stato C. R. 2. — _Levame_ è trad. di _levain_ (lievito).

(605) perchè non faccia danno a niuna altra persona C. R. 2.

(606) uno staccio C. R. 2. — e questa crediamo la vera lezione. Nel C. F. R.: I. _sayas_. — L'ant. fr. ha _séas_, _saas_ (staccio); _séel_ (sigillo).

(607) danneggiare C. R. 2. — _Damangiare_ è trad. del franc. _damagier_.

Cap. LXXIV.

_Lo re domanda: chi vive più che cosa che sia in questo mondo? Sidrac risponde:_