Il libro di Don Chisciotte

Part 24

Chapter 243,558 wordsPublic domain

E, in parola d'onore, mettendomi a questa ricerca, mi par d'essere Diogene girante con la lanterna in mano alla scoperta dell'uomo. Io veggo salire da tutta questa ciurmaglia di versacci una sciaurata nebbia che mi fascia di tenebre la vista; stringo le mani, e prendo un vapor vischioso che subito sfugge. È questa la passione cavallottèa? In verità, questo mestier di Diogene mi va male a sangue. Ad ogni modo rassegnamoci, e per non restare con le mosche in mano procediamo con rigor logico. Qualcosa troveremo, se Aristotele ci aiuti. Ed ecco, ho trovato due cose, in fondo all'immondezzaio del dramma cavallottèo: due cose informi che si movono in quella vacuità infronzolata di ciarpe, le quali potrebbero essere due bacherozzoli, o anche due passioni. Poniamo che siano passioni, e definiamole: le chiamerò amor sessuale, e amor di patria. Quello ha più luogo nell'_Agnese_, questa ne' _Pezzenti_, se bene nel primo e nell'ultimo dramma del cavallottèo ciclo medievale s'avvicendino e s'abbraccino fraternamente. Nei _Pezzenti_ dunque prevale l'amor di patria: è il dramma dei Gueux lottanti brigantescamente e generosamente contro la prepotenza spagnola nei Paesi Bassi. Sono i _Masnadieri_ di Schiller nobilitati dalla volgarità d'una tesi patriottica, un fenomeno d'acclimazione simile a quello del _Werther_ nella prosa del Foscolo. Ma te fortunato, o Werther! Tu, mutando paese e mutando prosa, poco perdesti, poichè feceti il Foscolo amare e morire al gran sole d'Italia con tanta nobiltà di passione e tanta bellezza d'arte, che non avesti a rimpiangere le nebbie della patria. I poveri _Masnadieri_ furono troppo atrocemente puniti de' loro misfatti, e scontarono nelle latomie della poesia cavallottèa il peccato dell'emigrazione. Mancava l'aria in quel chiuso tenebroso, e i briganti schilleriani, perduta la freschezza della loro gioventù romantica, si trasmutarono in un branco di pupazzi meccanici, e presero a declamare faticosamente uno stupido gergo misto di durezze alfieriane mal digerite, di pomposità niccoliniana male rispampanata, di stramberie vittorughiane male intese, di svenevolezze arcadiche e di ampollosità catedratica. Poveri _Masnadieri_! Si travestirono con un giustacuore verde e una fascia scarlatta, e passeggiarono furiosamente sul palcoscenico, quarantotteggiando con una buffa posa di filodrammatici educati ai tragedioni del Giacometti e ai drammissimi di Teobaldo Ciconi. Il loro peccato giovenile fu grave, poichè sbucarono essi tumultuariamente con impeto di furia e d'assalto dalla fantasia di Federigo e s'appiattarono nella gran selva del romanticismo a insidiar la vita e le sostanze altrui; ma non meritavano di finire nelle feroci mani cavallottesche. I democratici, quando ci si mettono con caldo animo, smarriscono ogni senso d'umanità. Poi, non dovevano essi passare sotto la gogna d'un romanzaccio di Fernandez y Gonzales. E, qui, non voglio io rinnovare l'accusa mossa al Cavallotti da Eugenio Torelli-Viollier, e portata davanti al tribunale. Sono anzi d'accordo coi giudici che assolsero il deputato Cavallotti dall'imputazione di plagio; ma ciò non mi vieterà di dire che da quel processo il traditor di Tirteo uscì laureato d'infamia davanti alla divinità dell'arte. Un artista di qualche pudore si sarebbe lasciato ghigliottinare in piazza, checchè potesse seguirne alle sorti della democrazia, anzi che confessare di aver tolto inspirazione dai romanzi d'un appendicista di quel conio. E qui non mi mangi il deputato Cavallotti, nè mi citi in sua difesa l'esempio di Shakspeare: tra il Bandello e Gonzales corre, su per giù, la distanza medesima che tra Shakspeare e il deputato Cavallotti.

Tutti i grandi maestri dell'arte presero il materiale ovunque lo trovarono; e poichè anzi la formazione dell'arte non è individuale, ma rassomiglia in qualche modo alla genesi dei polipai, che nascono dalle secrezioni complessive di miliardi e miliardi d'infusorii, il maggior segno di forza sta nella facoltà di animare e rimpastare a nuove fogge di vita le primitive elaborazioni tuttavia rozze e in istato, direi, inorganico. Se non che, questo assorgere dell'arte dalla materia bruta non accade senza una legge; ed è la legge dell'evoluzione. La materia dell'arte si va a grado a grado organizzando e sviluppando da forme inferiori a forme più perfette, e salda anello ad anello di quella gran catena della bellezza che tanto conferisce a tenere avvinti gli uomini alla vita, ed è un elemento di tanta importanza nella evoluzione progressiva della specie umana. Ciò accade naturalmente, come il fatto della fruttificazione dall'albero. La fantasia popolare gitta i semi, e i semi germogliano; poi spuntano le prime gemme, e comincia lo sviluppo delle foglie; e la vita della pianta, circolando piena e libera per tutte le fibre, si espande con una viva emanazione d'amore, e fiorisce. Ed ecco, l'albero gentilmente piumato di verde e di roseo attinge dal sole l'energia e la letizia dell'essere, e levandosi vagamente superbo sopra i minori virgulti, passa in trionfo dalla giovinezza del fiore alla maturità del frutto. Così la vita si svolge con graduale ascensione dalle più umili alle più perfette forme; e la povera leggenda, seminata tra i colloquii notturni d'un campo di pastori orientali, leva le cime orgogliose nel dramma di Shakspeare, nel poema dell'Ariosto, nella novella del Boccacci, in tutti i più gloriosi documenti della grandezza umana. Ma le frutta fracide, che cadono dall'albero, non concorrono alla general vita della pianta: esse restano abbandonate in terra, sin che qualche porco non se ne nutra. I romanzi di Fernandez y Gonzales, e de' pari suoi, son frutta fracide, son come le materie eterogenee ed immonde che nel bollore del vino salgono a galla con la schiuma. Nati dall'imputridire di una parte dell'organismo dell'arte, non possono rientrare nella metempsicosi della vita dell'arte se non in forma di concime: son buoni solo pei porci. Di più, se il dramma del Cavallotti trasse dal romanzo di Gonzales l'inspirazione esteriore e occasionale, esso derivò dai _Masnadieri_ di Schiller la sua essenza vitale. È dunque anche una profanazione. E se bene da un democratico della sotto-specie cavallottèa bisogna aspettarsi qualunque eccesso, questo Schiller non meritava. Povero Federigo! se ti vedesse Tecla così imbrodolato con la zozza d'un romanzaccio da portinai per le immonde mani d'un deputato sgrammaticante.

Dunque, colorito drammatico schilleriano nella concezione romantica del brigantaggio bello e generoso, materia tolta da un romanzone d'appendice, resta di vera e piena proprietà cavallottesca la tesi patriottica: ciò è, il deputato Cavallotti ha messo di suo ne' _Pezzenti_ una passione d'amore soverchiante ogni altra opposizione d'affetto, e ricongiugnente nella morte due divisi dalla rivolta nazionale contro l'invasione straniera. Tutto ciò, si noti, nel '71, quando una tal tesi, dalla _Giulietta e Romeo_ all'_Imelda Lambertazzi_ di don Baldassarre Odescalchi, era stata fritta e rifritta in almeno cinquecento tragedie, e dalle sublimi altezze del dramma scendendo all'umiltà della prosa, era stata, da Walter Scott in giù, trascinata nelle bassure di tutti i romanzi storici dei due mondi. Di più, la tesi patriottica può solamente essere assolta dalla santità dello scopo a cui tende, e accettata in pochi determinati momenti della vita nazionale d'un popolo, quando l'arte restringendo i suoi confini appresta anch'essa armi alla guerra e diventa agente di rivoluzione: la rivoluzione compiuta, l'arte rivoluzionaria deve morire, se non si acconcia ad essere academica. L'amor patrio dei drammi cavallottei è dunque academico e retorico; e que' disgraziati _Pezzenti_ meriterebbero una larga limosina di calci nel sedere, tanto son seccanti.

Quanto all'amor sessuale drammatizzato cavallottescamente, fa ridere i polli. Dove mai il deputato Cavallotti ha imparato a far l'amore, e dove a rappresentarlo scenicamente? Il dramma dell'amore cavallottino è l'_Agnese_, il cui nòcciolo, si sa, è questo: Agnese Gonzaga, nauseata del marito che la tratta male, si fa cogliere a chiacchierare con Rodolfo Scandiano da una sua donna, la quale riporta ogni cosa. Di qui la catastrofe. Ora, delle due una: o l'amore di questi due fu coerente alla evoluzione fatale dell'amore dal desiderio all'atto, e allora il dramma è stupido; o si fermò a quella chiacchierata, e allora è inutile. A ogni modo, ci troviamo davanti a una _Parisina_ rifatta bestialmente da un deputato progressista, a cui mancò l'animo di far amare due dietro le quinte a quel modo che i cani s'amano e Diogene avrebbe voluto amare in piazza. O forse il Gonzaga cercava un qualunque pretesto per levarsi la mogliera da torno, e bastò quel colloquio innocente? Allora il dramma non esiste più, perchè in questa coreografia cavallottesca la politica entra indirettamente, e solo per corollario e per cornice dell'amore. Resta per tanto questo substrato drammatico: un desiderio vago, impalpabile, incerto, che trova unico nutrimento e unico sfogo in quattro chiacchiere sconclusionate. Per tanto poco ammazzar due persone? E ammazzare anche tutti gl'infelici che, per uno stupido scrupolo d'onestà critica, vorranno leggere quella mastodontèa congerie di versacci? Questi repubblicani sono proprio bestiali.

Quei poveri diavoli si adorano dunque alla lontana, e passeggiano a vicenda sul palcoscenico, offrendo agli spettatori un perfetto esempio del cretinismo amoroso cui giunse nell'ultimo suo rimbambimento il romanticismo europeo. Ella — infelicissima! — soffre la pena ineffabile e incredibile onde son sopraffatte le grandi anime romantiche alle prime percosse d'amore: vorrebbe, e non può; potrebbe, e non vuole; e gira e rigira, salamandra della retorica idealistica, nel fuoco fantastico della propria passione, sbracciandosi a declamare, svociandosi a predicare, e offendendo qua e là, nella sua nobile ignoranza di gran dama e nella inconsapevolezza dell'affetto trasmodante, la metrica e la grammatica. Egli — poveraccio! — fa all'amore come può, e come deve un eroe romantico. A lui non son concessi i facili e volgari diletti dell'accoppiamento: egli deve, per non macchiare la nobiltà del suo sangue romantico, moversi sulla scena con la faccia atteggiata a una fatale angoscia e con le braccia incrociate sul petto, poi ogni tanto scrociar queste braccia, e con la mano sinistra afferrare l'elsa della spada, con la destra prendersi la fronte piegante pe'l peso d'un dolor disperato. E deve ogni tanto dire qualcosa, tanto per non parer muto. Ecco l'amore cavallottesco. Ma aspettate, scordavo il meglio: scordavo i versi. Gli amanti del deputato Cavallotti rimano tutti. Ecco pertanto le strofe, con le quali Vincenzo o Antonio (nel dramma si trasmuta con bella metamorfosi aleardiana in un Rodolfo) Scandiano conquistò il cuore della bella Agnese. È una _mesta serventese_, dice lo Scandiano, il quale, se bene si piacque di far brutti versi, non sapeva che il serventese fu di genere mascolino, che non fu mai mesto, che non fu mai nè canzoncina amorosa nè arcadicheria piagnolosa, ma sempre canto politico o satirico, e che nel 1390, dopo Dante il Petrarca e il Boccacci, non se ne scriveva più nè in Italia nè in Linguadoca nè in Papuasia. Comunque, ecco _la serventese_ scandianesca, che reca per titolo: _La canzone dell'orfano_:

Via pei cieli più profondi, Via pe 'l limpido zaffiro, Oltre il sole ed oltre i mondi, Spinge il guardo l'orfanel:

— «Che mai cerchi dello empiro Fra le danze ed il sorriso? Che mai cerchi così fiso Tra le nuvole del ciel?

— «Oh, la madre mia nell'ultimo De' suoi dì, con guardo anelo, Fiso anch'ella cercò il cielo, Poi, baciandomi, spirò!

«Cerco in ciel qual sia la nuvola Che portò l'anima bella: Cerco in ciel qual sia la nuvola Che nel grembo la ospitò.

«Di là certo dove il volo Il suo spirto raccogliea, L'orfanel che lasciò solo Quaggiù in terra ella vedrà.

«E alla squallida vallea Dove ei piange abbandonato, Per ritorre il figlio amato Forse un dì ritornerà.

«Son carezze e baci e fiori, Son sorrisi su la terra: Ma la valle dei dolori Sol per l'orfano quest'è:

«Fior, carezze, amplessi e baci Chiede indarno a un muto avello; Torna, o madre, all'orfanello E riprendilo con te! — »

O Pietro Paolo Parzanese, o Francesco Martuscelli, o voi tutti rimatori per gli asili d'infanzia, quando mai foste voi colpevoli d'una scempiaggine così lietamente cretina? E voi rimaste per gli asili infantili, non per dare al dramma il soccorso della Musa. Povera Musa, linfatica vivandiera nell'orfanotrofio dell'amore cavallottino!

Ma coll'andare del tempo, potè il Cavallotti liberarsi dalla Musa, e avventurarsi più franco e più forte nella perigliosa selva del dramma in prosa. O coraggio inaudito! Ma non stiamo a scherzare con le cose serie; e se il deputato Cavallotti, in questa sua esitanza a passare dalla poesia alla prosa drammatica, ci rassomiglia un poco Giuseppe Prud'homme, che male c'è? Gli ci son voluti alquanti anni e tre drammaccioni elefantini per giungere a tanto: ammiriamo la sua costanza nei propositi, molto più ch'essa lo ha condotto niente meno che all'_Alcibiade_. Qui, un'altra evoluzione è accaduta nel concetto cavallottesco del dramma storico. Il deputato Cavallotti, scostandosi alcun poco dai canoni vittorughiani, mosso dall'esempio di Pietro Cossa, ha cominciato a credere che il dramma debba essere una ricostruzione storica. Addio dunque, o quarantotteggiamenti faticosi e amoretti leziosi! Il deputato Cavallotti si butta a capofitto nell'archeologia. Se non che, manca a lui quella fresca potenza fantastica che concesse a Pietro Cossa di riconcepire gli eroi e le eroine dell'imperio romano come creature moderne, e non ci è sforzo umano che possa rimediare a quel difetto. Così il Cavallotti alcibiadeggiante offre alla vista un singolare spettacolo. Pare ch'egli siasi messo tra le gambe un sacco di tela d'Olona; poi abbia preso un gran fascio di libri, i quali sia andato furiosamente scartabellando. Ecco tutti gli storici greci da Erodoto a Senofonte ateniese e a Plutarco, ecco anche dei compendi di storia greca e dei dizionari storici e delle enciclopedie archeologiche, ecco poeti e prosatori greci, Pindaro e Luciano, Saffo e Platone, Aristofane e Isocrate, Omero e Demostene, Eschilo e Anacreonte. E scartabellando, arruffa e arraffa, come un ladro notturno nella furia del ladroneccio, notizie e citazioni, brani di prosa e brani di poesia, date e aneddoti; e ogni cosa gitta nel sacco. Poi questo sacco di tela Olona ben gonfio ponesi sulle spalle, e va gridando per le vie teatrali d'Italia:

— Chi vuole dell'_Alcibiade_? Ce n'è in sei quadri per la rappresentazione, e in dieci con prefazione e note per la lettura. Chi vuole dell'_Alcibiade_?

E posa il sacco in terra per mostrare la mercanzia; e nel posarlo, odesi un rumore. È suono di cocci d'anfore greche, e di pignatte lombarde. Sono anfore o sono pignatte? È una pignatta mostruosa, dai fianchi sconciamente obesi come quelli d'una femmina gravida, e vorrebbe atteggiarsi alla snellezza graziosa di un'anfora. Parrebbe che vi fermentasse dentro qualche generoso vino dell'arcipelago eolico, e vi bollono le patate della più sciatta volgarità meneghina in una broda di prolissità cicalona e di pedanteria presuntuosa. Oh quanto sono _pezzenti_ questi Greci cavallotteschi! S'aggirano come pazzi a traverso i mutamenti di scena a vista d'un dramma infinito come la bontà divina, e portano indosso certi abiti cenciosi rappezzati pittorescamente: Socrate ha una tunica fatta di brani di dialoghi platonici, e Alcibiade ha due pagine di Tucidide cucite sopra le natiche. Pare un ospizio di mendicità.

Poi, io odio questi falsi Greci per una mia ragione subbiettiva: da essi procede il mio primo debito. Ero in collegio, e tra le altre strane malattie della crescenza una sopra tutte mi travagliava ostinatamente: la mania non pur di comperare io, ma d'indurre i miei compagni a comperar libri. Una volta dunque, non so come nè perchè, scelsi dal catalogo dell'editore Barbini l'_Alcibiade_, e poichè pareva che esso costasse pochi soldi, giunsi dopo molti stenti ad indurre altri cinque a quell'acquisto: venne il pacco, e con gran meraviglia mi parve troppo più grosso del dovere. Lo apersi con qualche vago presentimento d'una sciagura, e trovai sei volumoni pesanti come sei macine di mulino: in tutto sessanta atti, sei prefazioni, ventimila note, e trentasei lire da pagare al libraio. Nessuno degli acquisitori, a quell'inaspettato aumento di prezzo, volle il libro; e i sei volumi mi restarono sullo stomaco adolescente come sei macine di molino. D'allora, ho preso in odio la Grecia.

Eppure, la Grecia del Cavallotti è tanto greca quanto io sono calmucco, e rassomiglia con un sì strano miracolo al suo medio evo, che ad ogni momento pare Alcibiade debba levar la faccia sentimentale alla luna per cantare qualche _mesta serventese_. Del resto, se non canta una _serventese mesta_, recita certe ballate o ballatette o cantilene prato-aleardiane e manzo-berchetiane che vi fanno, con reverenza alla Grecia, cader le brache per lo sconforto. Poi questo Alcibiade ha una sua maniera d'amore tra di fringuello impaniato e d'Ercole circense. Ogni tanto rammentasi di dover essere un uomo elegante, un effeminato amabile e galante, e atteggia la faccia a una malinconia soavemente romantica; poi lo riprende lo spacconismo, e allora fa il braccio di ferro e ingrossa la voce come fosse in un comizio democratico, per chiamar gli sguardi delle belle e del pubblico alla formosità della sua persona. Infine, questo sciagurato diventa pienamente cretino; e mentre i Traci gl'incendiano la capanna, ei canta a gara, con la patetica signora dalle camelie che s'è tratta dietro, un duetto sì dolcemente stupido, che al solo ricordarlo io sento l'anima mia tuffarsi in un quieto pelago d'imbecillità. Tale è l'Alcibiade cavallottesco, un Alcibiade così grottesco e così goffo e così noioso, che tutti i ragazzacci delle scuole d'Italia dovrebbero corrergli dietro urlando; un coso mostruoso, che pare un san Clemente fatto a mosaico da qualche lapidario bisantino. Povero Alcibiade! Egli si move sulla scena con pretensione di greca grazia, e davanti a' suoi passi tutte le pagine scartabellate per metterlo insieme si levano come tante bianche lingue sibilanti. Povero Alcibiade, costruito di aneddoti e di citazioni! O minestrone di carote e di patate e di bietola, tu sei troppo democraticamente indigesto al mio stomaco aristocratico: io non potrei oltre ingollar di te, senza crepare.

Addio dunque, o Grecia cavallottesca, ove nè la garbata arguzia ateniese nè il muscoloso vigor laconico nè il generoso fanatismo tebano allignano. O Grecia di beoti romantici e di arcadi predicatori, o Grecia in dieci quadri e cinquecento pagine, pedantesca e buffonesca, vattene al diavolo.

E qui di nuovo mi raccomando al deputato Cavallotti che non mi mangi: non è stato lui il primo a mandare al diavolo la sua Grecia di cartapesta? E ha fatto bene, poichè veramente non occorreva incomodar Tucidide e rompere i santi sacramenti allo scoliaste di Platone per evocar dalla notte dell'impotenza fantastica cavallottèa degli Alcibiadi rimpastati dalla vecchia creta di Armando Duval, dei Messeni rifatti con le briciole dei _Masnadieri_ di Schiller e dei _Gueux_ di Fernandez y Gonzales, delle spose di Menecle modellate col gesso misto di polvere cipria della _Traviata_. A che serviva questo faticoso rimpastamento? I Greci cavallottèi aborrivano per natura dai costumi da' sentimenti dalle consuetudini feroci e gentili de' tempi classici: eran de' Grecucci nutriti di mollica di pane e repugnanti con molta nausea dal midollo leonino. Che ci facevano in Grecia? Essi non eran Greci: erano lombrici nati dal putridume del dramma romantico, e strisciavano sulla polvere del palcoscenico levando ogni tanto il capo e dimenando l'anterior parte del corpo con malinconia sentimentale. Il meglio ch'essi sapevan fare era di recitar ballate e ballatette d'amore alla maniera del Prati del Berchet dell'Aleardi. Poveri bachi educati al calduccio malaticcio degl'inni manzoniani, con che cuore andavate al bosco del dramma storico?

Anche, il deputato Cavallotti ritraendosi dalla notte de' tempi pagani all'età moderna, ha infine trovato una soluzione democratica e savia d'un gran problema di forma drammatica. Non più la sonorità ventosa e pedantesca dell'endecasillabo sciolto, non più il peso indigesto e somaresco d'un prosone da cucina allietato goffamente di romanze romantiche e di prologhi alessandrini; il dramma di costumi moderni gli ha offerto un gancio, a cui ogni deputato oscillante tra la poesia e la prosa può apprendersi con sicurezza piena: il martelliano. Eccolo, il gran salvatore: bolso come un cavallaccio da carretta, floscio e capace come la matrice d'una vecchia meretrice, comodo e paziente di qualunque più sconcia ingiuria alla dignità dell'arte, qual mai più utile ausiliario potrebbe augurarsi uno scrittor comico materiato di volgarità? Il deputato Cavallotti, che ha infine ritrovato sè medesimo, se l'è cacciato tra le gambe come i ragazzi fanno delle scope; e via di corsa caracollando di palcoscenico in palcoscenico. Volete delle comediole brevi che vi rallegrino lo spirito gravato dallo stracotto di manzo? Eccovi un chierichino e un'educanda che traducono alla peggio il cantico dei cantici e si sposano; ed eccoveli esibiti in una raggiera di martelliani idropici che si vomitano l'un l'altro addosso, e l'un sull'altro s'ammucchiano russando, come una compagnia d'ubriachi che vadano in fila, e, caduto il primo, gli altri successivamente inciampino nell'ostacolo. Volete un drammetto lacrimevole, che vi solletichi piagnucolosamente le corde dell'aberrazione sentimentale? Eccovi una lirica del Leopardi comicizzata pietosamente. Volete proverbi drammatici? Volete de' _Poveri Pieri_, o dolce Parlagreco? Ma parlate italiano, in nome del buon Dio, e chiedete: il deputato Cavallotti non vi farà sospirare alle stelle. Egli ha fatto come chi instituisce fornace di mattoni o di fiaschi. La fornace è sempre all'ordine, poichè gran copia di torba martelliana dì e notte alimenta il fuoco: basta prender cocci di drammacci vecchi e di romanzi smessi e di liriche intristite, pestare e inacquar di lagrime o di giulebbe, poi alla meglio rimpastare e gittar nel forno. Ecco drammi quadri, pesanti, piatti come mattoni, ecco comediole vezzose, leziose, graziose come fiaschi vuoti. Rompetevi i mattoni sulla testa o rompetevi i fiaschi sulle natiche, come più vi piace, e siate contenti, che il diavolo v'abbia in gloria! Che altro desiderate? Volete anche lo _Spartaco_, aspettato con tanto palpito dal deputato Bovio? E via, con queste anticaglie! Non distraete l'onorevole Pirgopolinice dal forno. Egli fa il fornaio con tanta grazia, con tanto gusto, con tanta fortuna, che veramente sarebbe un gran peccato. E poi il forno, dicono, gli rende bene. Non ci è deputato nè scrittor comico nè scrittore di libri in Italia, che faccia migliori affari di questo mattonaio. Perchè rompergli la testa, ora che la sua evoluzione drammatica è compiuta, che i suoi ideali drammatici son conseguiti? E lasciatelo alla dolcezza dei fiaschi, o ferocissimo Parlagreco.

IV.