Part 14
La questione della moralità in arte è delicata assai: può essere non pure illiberale ma in tutto academica ed oziosa, quando per moralità non s'intenda se non la convenzione e l'abitudine esteriore della vita; ed è invece d'una importanza capitale quando alla morale si dia il vero e proprio e pieno significato di obbedienza alle leggi eterne della vita. Ora il fatto dell'amore, che è tanta parte dell'arte così com'è tanta parte della vita, è stato dagli uomini ricoperto d'uno strano mistero. Prevale tuttavia il concetto cristiano che l'accoppiamento sia un peccato; e più prevale l'assioma gesuitico che il peccato sia bensì da commettere il più spesso possibile, ma il più celatamente possibile. La difesa della nudità e della verecondia è dunque una mala difesa, poichè il danno che alla moralità umana reca la consuetudine di tenere celate le funzioni dell'amore non è calcolabile. Quasi tutti i genitori umani lasciano che i loro figli si erudiscano dai compagni o dalle compagne più sapienti di loro; e non ci è chi non sappia per esperienza il gran male di questa erudizione contrabbandiera e dell'essere il fatto dell'amore tenuto in una nebbia romantica di misterio peccaminoso. Ci è nei _Contes drôlatiques_ di Balzac una storiella di due che giunsero alla prima notte delle nozze e si abbracciarono nel letto senza sapere che altro restasse loro da fare; ma la seconda notte la sposa andò per erudizione da un vecchio che le svelò con l'esperienza l'arcano, e lo sposo da una vecchia che similmente assaporò la primizia: di poi vissero ambedue contenti di avere acquistata a sì buon prezzo la scienza. Ciò ch'è nella vita, è nell'arte. Con quali argomenti si vorrebbe escludere dall'àmbito dell'arte la rappresentazione piena e integra dell'amore? Con criteri morali no, per le ragioni che abbiamo fuggevolmente accennate; con argomenti storici meno che mai, perchè da Omero che con tanto serena magnificenza narra l'accoppiamento di Paride con Elena dopo il duello, sino al Carducci che con tanto casta potenza descrive la lotta d'amore d'un'Evia con l'_amator silvano_ sulla cima del nevoso Edone, non ci sarebbe un poeta non condannabile; e la Bibbia dovrebbe essere arsa. La misura della moralità dell'arte non sta dunque nella maggiore o minor pienezza della rappresentazione amorosa: sta in vece tutta nella maggiore o minor limpidezza del flusso erotico che vi scorre per entro.
L'amore ha, come tutta quanta la vita, la sua legge eterna; ed è la riproduzione. Il diletto dell'amore dunque procede dall'equilibrio organico e spirituale che segue al soddisfacimento della necessità della riproduzione; e poichè alla legge della riproduzione è connessa quella della scelta della femmina, il diletto è, direi, complesso. Finchè dunque l'esercizio dell'amore non tende che a quel fine supremo, il godimento è sano, e l'arte che lo rappresenta è santa. Se non che, il pervertimento della natura umana giunge sino ad intorbidare questa purissima gioia. L'amore, allontanandosi dalla finalità sua fatale, e trovando in sè medesimo la sua ragione di essere, diventa inutile, malsano, fonte di diletto fittizio, fattore di arte miserabile e corruttrice. Confrontate, per un esempio, il _Canto novo_ con l'_Intermezzo di rime_: là troverete palpitante e alitante di pagina in pagina una bella e viva e fresca smania generatrice; qui troverete gli allettamenti i vellicamenti i puttaneggiamenti onde un collegiale vizioso, insinuata la mano sotto le gonnelle d'una educanda desiderosa mentre tutta l'altra compagnia è intenta a giocare alla tombola, le aizza e le rinfocola la prurigine del peccato. L'accoppiamento sano non può essere afrodisiaco: è semplice casto solenne come tutte le più utili e più naturali esplicazioni della vita: la libidine è degli eunuchi, degli ammalati e della gente che, per non obbedire al destino finale dell'amore, cerca sfoghi non consentiti dalla natura. Infatti, nell'_Intermezzo di rime_ l'accoppiamento non pure non è mai descritto; ma è tanto poco accennato, che quasi non appar necessario. O Gabriele, a questo dunque dovevi tu giungere?
Se non che, pare ora che Gabriele si risvegli dal suo sogno lussurioso, e che i fantasmi lascivi che gli sono stati materia e causa d'una sì miserabile e malsana poesia, dileguino dal suo spirito. Così egli si riscotesse da vero! Io intanto qui voglio ristampare per augurio l'ultimo suo sonetto, pregando gli dèi della Grecia che rasserenino il sangue e lo spirito dell'amico, e gli mandino molte solenni visioni omeriche. Ecco il sonetto:
Ora così tra le colonne parie de'l mio sogno di lusso e di piacere le purissime forme statuarie chiudo io per sempre. O sacre primavere
de l'arte antica, o grandi e solitarie selve di carmi ove raggianti a schiere passan li eroi, ne l'arida barbarie de l'evo or chiedo splendami a'l pensiere
la vostra luce! — Troppo in un malsano artifizio di suoni io perseguii a lungo de l'amor le larve infide.
Ora un lucido senso alto ed umano me invade, poi che novamente udii cozzar ne'l verso l'armi de'l Pelide.
Egli mi scriveva giorni a dietro:
«Non mi sento ora nel possesso pieno di tutte le mie forze fisiche e intellettuali. Sono indebolito dall'amore e dai piaceri dell'amore e dalla consuetudine della vita orizzontale. Non ho più quella bella sanità gioconda d'una volta: gli occhi mi dànno spesso fastidio, e il fastidio m'impedisce di occuparmi e mi mette nei nervi l'irrequietezza irosa dei piccoli mali. Sai che vorrei? Vorrei qui della gran neve e del gran freddo che mi sforzasse all'esercizio e alle lunghe passeggiate e alle larghe respirazioni dell'aria salutare. Oh, se venisse la neve dalla Majella o da Montecorno! Verrà; la invocherò con tanta passione di amante, che verrà.»
E io dal letto, onde scrivo, mi associo con Gabriele nell'invocazione, e gli prego dai venti dell'Appennino abruzzese una stupenda nevicata.
III.
In genere i costruttori di melodrammi per musica, come i volgarizzatori di romanzi francesi, mi fanno ribrezzo: pure mi piace che nello scomparire di tutti i segni esteriori dei vari mestieri letterari, che nel confondersi di tutti i tipi d'uomini di lettere in una categoria confusa e camaleontica che va dallo scrittore-professore allo scrittore-giornalista, uno almeno si distacchi dalla volgarità comune. E questo è il _librettista_; tutti gli altri sono scomparsi.
Dove sono andate a finire tutte quelle classi di letterati, dilettanti o mestieranti, che pur giovavano, se non altro, alla vendita dei libri? Dov'è l'abate, _professore di belle lettere_, autore di un trattato intorno all'arte dello scrivere? Dov'è il canonico, autore d'un mese di Maria in versi sciolti e d'una versione in terza rima del Salterio? E l'academico tronfio d'una cicalata sul miglior modo di tostare il caffè, recitata in concistoro? E il parassita rimatore, che in due giorni derivava dalla facile vena un sonetto per monsignore arcivescovo e una canzone petrarchesca per le nozze della duchessina e un madrigale pel ventaglio della principessa e una inscrizione per la tomba del pizzicagnolo, strappando la vita a morso a morso, a furia di endecasillabi? E i dilettanti di piccola erudizione, e i questionatori grammaticali, e gli armenti di Arcadia, dove dunque sono andati a finire? La stampa periodica, politica o letteraria, quotidiana o domenicale o bimensile o mensile, li ha tutti assorbiti. Chi riconoscerebbe in Ferdinando Martini il presidente dell'Accademia dei Tribolati; e chi nel Rigutini uno dei tanti che intorno al Perticari al padre Cesari a Basilio Puoti strillavano o predicavano teoriche linguistiche, e davano al minuto lezioni di purismo? Nessuno, certo; poichè anche le ultime pastorelle arcadiche stampano versi nei giornali clericali, o, al più, compilano diari danteschi.
Anche il comediante, quell'ultimo e più genuino legatario dell'antica reputazione e dell'antica fisonomia italiana, ha tralignato; e nessuno oserebbe asserire che il commendatore Pietriboni rassomigli allo zingaro di cent'anni fa, ruffiano paltoniere poeta e attor comico insieme, il quale la mattina imbastiva un dramma e lo rappresentava la sera tra l'immenso plauso della moltitudine, pur tenendo nell'opinione della gente un luogo medio tra la meretrice e il ladro. Tuttavia, dicevo, mi piace che il _librettista_ resista ancora; e sebbene esso non è proprio constituito e rinserrato in una categoria singolare con statuti propri, ma lo incontriamo da per tutto nel tramenìo faticoso della vita moderna, pure porta segnate in fronte certe note specifiche che lo distaccano e lo distinguono da tutta l'altra folla dei succhiatori d'inchiostro.
Il _librettista_ è un tipo vario ed elastico: ce n'è che restano nel puro aere sereno dell'opera seria, ce n'è che discendono sino all'abiezione dell'_operetta_: quasi tutti congiungono alla difficile capacità del _libretto_ quella più volgare della romanza per camera. Sta fra l'accordatore di pianoforti e il sonatore di violino nelle scuole di ballo, un po' più sublime di questo, un po' più umile di quello; ma di ambedue queste professioni ritrae una certa esteriore e non necessaria intuizione musicale e l'abitudine di industriarsi e di aiutarsi con qualche altro mestiere. Così non di rado il _librettista_ è anche redattore di critica bibliografica o artistica o musicale, o è impiegato del Debito Pubblico; e ce n'è anche tra i barbieri e tra gli uffiziali della milizia territoriale: degli scolari poi di giurisprudenza si sa che uno almeno ogni cinque è autore, _in pectore_ o in fatto, d'una comedia o d'un libretto d'opera.
Di rado il _librettista_ procede dal comediante; per lo più sbuccia dalla scorza d'un poeta giovinetto, dopo il primo fiasco; e, naturalmente, più volentieri sbuccia dalla scorza d'un giovinetto poeta romantico. Dico naturalmente, perchè il romanticismo è il miglior ausiliare dell'opera musicale, la quale mal si acconcia alla semplicità del sentimento umano e al piccolo spettacolo della vita; ma vuol prorompere con le furie della passione, e vuole puntellarsi a uno spettacolo che prenda tutti quanti i sensi dell'uditorio e li converga a forza verso un oggetto unico. Infatti, — non so se altri mai vi abbia posto mente, ma certo è così, — guardate alla storia della nostra scena musicale, dai primi melodrammi metastasiani a Riccardo Wagner, dalla _Didone_ ai _Nibelüngen_: che ascensione trionfale del romanticismo a traverso la musica dai primi flussi naturali della melodia alle più dotte e più studiose combinazioni dell'algebra armonica! Parlo del materiale musicato, non della musica, la quale io, con molta paura di dire uno sproposito, direi che abbia tenuto un cammino inverso.
I librettisti dunque vivono in pieno mondo romantico; e, ligi ai comandamenti della legge romantica, viaggiano. Viaggiano da un capo all'altro dell'orbe, da un momento all'altro del tempo, a traverso lo spazio, a traverso i secoli, con la fantasia badiamo, come il capriccio della mente o il capriccio della moda li guida. Non rifuggono dal mondo romano, travisato romanticamente; ma più amano il medio evo, e più volentieri fuggono agli aranceti del reame di Castiglia e alle selve di banani e ai canneti di bambù che coprono il suolo dell'India. Onde questa predilezione, e perchè? Forse che nel melodramma musicale questa prevalenza dell'antichità medievale procede da una prima scossa contro gli dèi della Grecia, come accadde nella poesia romantica? Oibò: se così fosse, il libretto d'opera, come la lirica tedesca, dopo la furia della ribellione, sarebbe a poco a poco ritornato, rinnovato e ringiovanito, a cantare un più forte e più passionato inno agli dèi della Grecia, i quali in più parti gli gioverebbero, poichè la tragedia greca era in sostanza un grandioso libretto d'opera. Invece il melodramma va sempre più sprofondando negli abissi medievali; e dalla ingenua bestialità del _Trovatore_ è precipitato nelle nebbie tedescamente folte e fantastiche del _Mefistofele_, e dopo aver respirato una boccata di aria pura nel _Lohengrin_, si è gittato via per la campagna popolata di spettri, dietro la _caccia selvaggia_, dietro la cavalcata delle Valchirie, nei _Nibelüngen_ e nel _Parsifal_. Or io non voglio parlare nè del Boito, il quale ha nell'arte poetica quella stessa serietà d'intendimenti e anche di coltura che ha nell'arte musicale, il quale è ritornato agli dèi della Grecia col libretto d'_Ero e Leandro_, che a me pare una delle più felici e più squisite fioriture liriche di questo ventennio; nè del Wagner, il quale con immenso amore e con immensa fortuna volle e seppe infondere un nuovo soffio di vita nelle antiche epopee della patria. Io dico della turba infinita, la quale in tutte le parti del mondo taglia melodrammi musicali dalla stoffa medievale, non perchè i fantasmi del medio evo sorgano dal fondo della conscienza artistica rinnovata con lo studio della storia e del materiale romanzesco; ma perchè dà campo a una inesauribile fabbrica di trovadori, ma perchè è tutto pieno di _risorse_ preziose, dal torneo alla corte d'amore, dalla gara dei giullari pel conquisto della violetta all'assalto del castello, dal combattimento in campo chiuso al colloquio sentimentale al lume della luna, ella sporgente il bel corpo di fata dal verone della finestra ogivale, egli là giù perduto nella notte: la luce elettrica intanto scatta bianca di mezzo le quinte e va a ferire in viso la castellana; giù nell'orchestra un pizzicamento di violoncello finge il crocidare dei ranocchi nel fosso del castello. E poi, la _messa in iscena_ di un melodramma medievale è la più facile cosa del mondo. In ogni magazzino teatrale ci è sempre un certo fondo di scenarii con torrazzi feudali e notti stellate, e _interni_ gotici con finestroni binati e coloriti e ampie cappe di camino; in quanto ai panni, l'impresario va da un rigattiere, e chiede del medio evo, senza parsimonia; e, si sa, di corazze di latta e di elmi di cartone con pennacchi rossi, e di farsetti di velluto color nocciòla, e di calze di seta le botteghe dei rigattieri non difettano; e nemmeno mancano di stiletti e di spadoni: non ci è, forse, una bella veste bianca per la castellana, ma a questa la prima donna provvede da sè. E poi un'altra cosa, più importante forse, ribadisce il trionfo del medio evo nel melodramma musicale: il gusto del pubblico. È inutile: questo benedetto pubblico è come un lattante ostinato alla mammella, e non vuole svezzarsi dal medio evo. E per questa parte i librettisti hanno ragione: poichè la gente paga per volere udir cantare un tenore vestito da Marco Visconti e una prima donna vestita da Maria Tudor, e perchè scontentarla? Poniamo una zimarra di lana bianca in dosso e una borsetta di pelle gialla a lato alla Signora delle camelie, e non se ne parli più. In quanto alla manìa indiana ed egiziana scoppiata ultimamente, parrebbe anch'essa una emanazione della prima grande rivoluzione romantica, la quale anche nel mondo primitivo ariano cercò nuove fonti d'inspirazione; parrebbe, se non fosse ridicolo pensare che i costruttori di libretti d'opera si preoccupino d'altro che d'ammucchiare le masse corali sotto la specie d'una folla indiana, che di edificare un viale di sfingi sulle rive del Nilo per cornice d'un duetto romantico, che di giovarsi del tempio buddhistico per comodo d'un finale a piena orchestra. Leggete l'_Africana_, e vedete se dall'atto terzo in giù vi riesce di capire in qual paese vi troviate; leggete l'_Aida_ e il _Re di Lahore_, e se avete qualche esperienza di cose indiane ed egiziane fate a meno, se potete, di ripetere i primi due versi dell'_Inferno_. Nè io me ne maraviglio, da che la musica ha soffocato sotto le sue ampie ali l'elemento poetico, da che, segnatamente nell'arte scenica, prevalgono in modo vituperevole l'empirismo e il macchinismo; mi maraviglio anzi che in mezzo a tanta abiezione vi siano dei maestri quali Arrigo Boito e Riccardo Wagner, i quali con molta serietà hanno tentato di rilevare il melodramma musicale a una dignità quale forse non ebbe mai. Anzi mi pareva strano, leggendo due libri pubblicati ultimamente, che nel 1834 un librettista scrivesse versi come questi:
Non ti diero invano Alto senno le Muse ed alma forte, Ed a te bolle italo sangue in petto; Invan non fosti eletto Quaggiù custode delle cozie porte, Nè invan, cinta di torri e d'armi piena, Il dorso inchina a te l'onda tirrena.
Il librettista scrittore di questi versi fu Felice Romani, e la canzone esorta discretamente la maestà di Carlo Alberto a tener vivo il pensiero del riconquisto d'Italia. Discretamente per due ragioni, l'una politica e la seconda d'arte: prima perchè Felice Romani viveva e scriveva in corte dei Re di Sardegna, ed il rammentare solo i bisogni e le speranze d'Italia era già una gran cosa; secondo, egli per una singolare consuetudine del suo temperamento poetico non sapeva escire, anche nel concitamento lirico, da una certa serena e sicura moderazione degli affetti. Per questo, non per tepidità patriottica, il Romani fu meno veemente e meno caldo del Leopardi. Non fu tepidità patriottica, poichè non trascurò occasione di far sonare la voce della patria impaziente agli orecchi dei principi savojardi; e celebrando con grandi lodi il senno di Vittorio Emanuele I, lo ammonì arditamente
Iddio ti diede Tanta in Italia sede Perchè tu fossi, come forte, pio;
e cantando con una canzone petrarchesca Carlo Alberto legislatore, non dimenticò di dire:
E ancor tu l'ami quest'Italia e vedi Risorger forse nel fatal domani L'astro oscurato della sua grandezza.
Solamente nel '42, posando ai piedi di una coppia nuziale, in nome di _Torino esultante_, un carme ricalcato sui _Sepolcri_, non disposò la nota patriottica ai modulamenti della melodia cortigianesca. Lo sposo era il duca di Savoia Vittorio Emanuele, e la sposa un'arciduchessa austriaca: gli parve forse che dalle nozze felici dovesse nascere la libertà d'Italia; certo egli non pensava che sette anni più tardi avrebbe dovuto chiudere un sonetto con queste due tristi terzine:
Te incolpa, o Italia, te che cieca e stolta Fra vane ambizioni e rei consigli Fosti pronta ai garriti, all'opre ignava.
Tal che inerme ed oppressa un'altra volta I tuoi ferri strascina e grida ai figli: Genia divisa eternamente è schiava.
Un pensiero, sopra gli altri, gli stava inchiodato nella mente: voleva che Genova, unita al Piemonte, movesse la guerra per la salute della patria; sempre, rivolgendosi alla città o al re di Sardegna, propugna questo suo pensiero, e vuole ad ogni modo che i nepoti degli Amadei e i nepoti dei Doria siano i liberatori della patria. Era un'utopia come un'altra, poichè nè i nepoti dei Doria nè quelli degli Amadei avrebbero potuto affrancare l'Italia, se essa finalmente non si levava, e non rompeva il ferro delle catene. Ad ogni modo questa lirica patriottica in Piemonte dal '30 al '59 è degna di studio. Tanto più curiosa a studiare, per la singolarità del poeta. L'impresa di Novara, dopo quella del Trocadero; l'impresa di Novara, sollecitata e auspicata in rima da uno scrittore di libretti d'opera, s'intende più chiaramente. E poi questa dinastia savoiarda è come circonfusa di un'aureola romantica: tenutasi per tanti secoli salda nel dominio del suo feudo alpino come una famiglia di licheni abbarbicata a una rupe, si mostra, a cavallo, al bel sole d'Italia armata in guerra a capo del popolo che si leva dal sonno nel nome della patria e della libertà; e quando tutte le genti italiche, nel tripudio della vittoria, pareva che dovessero andare ad appendere corone al tempio di Giove Liberatore, ecco un cavaliere medievale, simile ad Umberto Biancamano, con la visiera levata e la faccia nera pel fumo del combattimento, scese da le Alpi; e tutto il popolo lo gridò re: così la moltitudine dei Franchi acclamò Clodoveo. Poi questa stirpe invecchiata, povera di sangue, fiacca di muscoli e di nervi, si adagiò in mezzo al popolo d'Italia, come i _re fannulloni_ in mezzo al popolo di Francia, e regge tuttavia per virtù della bellezza d'una donna. Non ci è in tutto questo qualcosa di melodrammatico, e non doveva essere appunto un _librettista_ il poeta di questa dinastia? Solamente è strano che celebratore d'una romantica generazione di re sia stato un _librettista_ classico.
Le inclinazioni e le predilezioni classiche nel Romani appaiono più chiaramente forse dalla lirica che dai melodrammi, ove molte cose dovette il poeta concedere alle necessità della musica e alla volontà dei musicatori. È classico in tutto, nel contenuto e nella forma; anzi nella forma fu così strettamente ligio persino alla nomenclatura classica della lirica, che, ristampando certi suoi versi intorno all'_Amante esule_ che canta alla luna come i cani randagi e i poeti sentimentali, vi pospose la seguente nota: «Questa elegia fu già stampata, ora sotto il nome di Ode, ora sotto quello di Romanza, i quali nomi sono rigettati dall'autore per le sue idee particolari intorno all'indole di siffatte poesie.» Tuttavia qua e là, nelle canzonette erotiche o elegiache, nell'inno sacro manzoniano per la _Resurrezione_ e nella trilogìa intitolata da Folchetto di Marsiglia, qualche germe romantico tenta di gittar le radici; ma il terreno non è propizio, poichè lo studio del Foscolo e, più sensibile forse, del Monti, lo ha fatto sterile ad ogni seminagione romantica. Il Monti, il gran mago che affascinò da prima anche il Manzoni, in sul principio di questo secolo abbracciò con la grande potenza musicale tutte le facoltà poetiche dell'Italia; e ci voleva una forza non comune a liberarsene: ci volle, appunto, la forza del Manzoni e del Leopardi. I minori soggiacquero, e non poterono escire dalla cerchia segnata dal mago. Tra questi, il Romani. Del resto era naturale. Si esciva dalla preponderanza arcadica e dai sonetti del Minzoni: gli orecchi erano stanchi di quella rimerìa vuota e strepitosa come un rullìo di tamburi, e le bocche erano sazie di giuncate; la gente prendeva a seccarsi dell'avvocato Zappi e a sparlare della moglie. In Italia si cominciava a studiare il latino per altro che per intendere gli statuti di Arcadia, e come una inconsciente necessità di un bagno nelle pure linfe classiche nasceva tra la gente; ma il Parini fuori di Milano era poco e male inteso, e il Foscolo ancora troppo giovine. Venne il Monti, l'abate Monti con quella sua larga vena sgorgante liberamente come l'eloquenza ciceroniana, e rievocò tutta l'antichità classica, non già con le cabalette metastasiane, ma con un violento flusso melodico e armonico in una, che pare il corso di un fiume, e insieme lo scoppio di una facondia copiosa. Molti furono ammaliati dalla novità del mondo evocato; ma i più cedettero al fascino musicale. Leggete, per un esempio dichiarativo e persuasivo, questa stanza d'una canzone petrarchesca del Romani pel busto del Monti:
Cogli occhi al ciel rivolti, Al ciel che lo pascea di tanto lume, Stassi il poeta in estasi rapito, Qual se la voce ascolti Del genio ispirator, del suo gran Nume Chiamato in terra e da nessun sentito. Spazia lo sguardo ardito Per entro a campi che non han misura, Regni di fantasia noti a lui solo; E qual disciolta a volo Fiamma si leva al ciel per sua natura, S'erge lo spirto a region divina Ove s'interna, ove sè stesso affina.
Nel Monti dunque più volentieri si specchiò il Romani, non tanto, per altro, che molto non ritraesse anche dal Foscolo. Di più, il caprifico d'Arcadia gli aveva lasciato qualche barbilla confitta bene addentro nel midollo cerebrale. Le anacreontiche e le romanze sono tutte, quale più quale meno, fiori bianchi del bosco Parrasio:
Esci, o sospir, dal core, Vola al mio bene, e dille, Che sei sospir d'amore, Ma non le dir di chi.