Il libro delle figurazioni ideali
Part 3
Batte al mio cuore, ch'attende dolcissimo, Amore e lo sforza e vi siede in signoria.
Se amar m'è dato all'annuncio del tiepido sole, quando l'animo s'apre a questa rinascenza;
se il dubio or mai colle torbide nebbie disfuma accidioso e lento, amar vorrei
come un bizzarro fior selvaggio e giovane innanzi all'erbe ed alli augei nidificanti.
Se a me venisse la Donna prescelta e amata: «dolce è giaciglio sulla prateria,»
direi, «sotto a quest'alberi e i germogli nuovi a chiederci il secreto della Vita.»
AL PITTORE LUIGI ROSSI.
IV.
_«Hèlas! hèlas, il n'est plus «disaient-elles» le temps où les beaux jeunes hommes de la terre, alanguis par nos appels, èperdus de nos blancheurs entrevues sous le mystère des ondes, nous suivaient dans le profondeurs et mouraient de nos baisers sur le lit flottant des algues!»_
_La Plainte des Belles-de-l'Eau_--MENDÉS.
Ora all'alba od al vespero, (indecisa sta l'Ora ai sensi poi che nebbie rosee stagnano intorno,) dormono del lago l'acque alla conca:
e i fior delle ninfee, coppe d'argento, navigan tra le foglie: insetti navigano lenti per l'aria, nel velo dell'ali specchiando il cielo.
Aliofilo, la lenza all'acque data, (ed all'insidia intorno cerchii estendonsi), il Sogno segue cui suscitan l'Ora ed i Desiri.
Nubi sono, riflesse dentro al lago, o nude forme di fanciulle? Aliofilo sente cantar: «Perchè i Mister' dell'acque e l'armonia
e le candide membra ed i sospiri e le feste d'amor in mezzo all'alighe schiva l'Umano? In cuor nulla rimane di giovinezza,
o in mente più non volgon dilettose imagini di gaudio? Ancora attendono le Creature dell'Acque l'amatore, in queste strane
Ore che il Tempo non regge e suggella. Stan nell'iridi nostre azzurre e languide i più dolci secreti, poi ch'umana realtà il sogno
non val del nostro amore. O rosse labra d'altre parole esperte, e di lascivie, o membra assuete a strani abbracciamenti ignoti all'Uomo!...
Poi taccion: tra i nenufari e le lunghe erbe del fondo voluttuose intrecciano carole e dalle bocche invitatrici mandano baci.
Aliofilo non bada a pescagione. Son nubi o forme, dal cristallo equoreo espresso al Sogno, in questa incerta luce ch'ama il Miraggio?
V.
Or mai stan sulle rame i fiori in copia, porporini e rosati, e tenta il volo già la farfalla intorno: or mai pel frutto la Terra attende.
Or mai tra i lieti fiori e i più giocondi rivoli dei giardini, in questa immensa oda ch'inneggia (magico strumento) dalla Natura,
scompare il Dubio e si tempra l'Ardire. Ch'è mai, che è mai la Forma evanescente, Aliofilo, che l'onda ti rispecchia all'occhi avanti,
che è mai questo Miraggio? Oltre le rive dell'acque tue fatate, non ascolti un mormorio di Plebi ancor lontano e pur tenace?
E se Giulietta lascia il Damo all'alba, Donna, Martire e presta al sacrificio, e l'occhi intende lagrimosi al sole che glielo ruba,
e Romeo corre per le piazze avvolto nel mantello, (un stupor gli sta nel cuore per la nuova dolcezza del recente bacio d'amore,
e già lo preme una triste prescienza,) non meglio forse nella sceda ardita, Marcuccio il guercio sente Primavera? O Primavera;
or qui tu sei, qui tutta, e maturanza ti segue alacre al corso! A che la Vita e i Secreti indagar sotto le piante colla tua Bella
e folleggiar tra i nidi e l'erbe nuove, se tu scompigli i nidi e premi i fiori? O Primavera, o Vita! Se l'agnelli richiaman l'agne
e se questo richiamo è da Natura, quel mormorio di Plebi ancor lontano e pur tenace, ch'accenna al migliore, non è Natura?
Dove vanno, a che tendon le Coorti? Sta, sta, Figura mia forte e gagliarda, tra il battagliar dell'Ira e dell'Invidia, miracolosa:
sta, Donna, a cui l'olivo fa corona, nè scettro o spada brandisce la destra, Tu sai a che ne guidi e là Tu accenni vittoriosa.
O sacre idee, o bello entusiasmo di migliori giornate oltre al tramonto livido sopra il sangue e sopra il fango: questa Vittoria
spira qui nelli aromi e nella gloria; poi ch'erta sta la Donna nel sembiante fiero e soave, qui nel mio pensiero, in faccia al Mondo.
ALLE DAME PLEBEE.
I MADRIGALI ALESSANDRINI.
_Avec les femmes il faut toujours voir plus bas Quand elles disent: «J'ai mal à la tête.» comprenez: «J'ai mal au coeur» et quand elles disent: «J'ai mal à l'èstomac» traduisez...._
LOUIS DUMUR.
_Quoi de plus plaisant que de brûler la maison de sa maitresse pour avoir un prètexte à la conduire chez soi: de la ruiner pour avoir le plaisir de lui faire du bien? Cela tient à la fois de la gâite françoise et de la chevalerie espagnole: c'est delicieux!_
_Mon oncle_ THOMAS.
Ma vi direi, però, che mentre ho conosciuto nel mondo certe virtù mi si riaccende in cuore una tenerezza viva per la canaglia; per coloro che chiamate canaglia; per questa mia canaglia; poi che noi due adoperiamo la parola istessa a significare due diverse cose. Questa mia canaglia adunque, e canaglia feminile, gode alquanto della mia stima; da che la sincerità la fa veder tale in modo che salva buona parte di vizio o che rende il vizio più accettabile perchè non mascherato. E codeste buone ragazze vestite di cencio o di seta non mancano d'onore alla loro maniera; che, se l'una è menzognera come un vostro servo, non è falsa e si dà all'incirca per quella che è, e la si paga per quel che vale; se l'altra non crede nè a Dio nè al Diavolo non scambierà l'uno per l'altro; se l'altra ancora è ghiotta come un luccio o pruriginosa e lasciva come una gatta, vogliate osservare com'essa ami i maschii l'uno dopo l'altro e che il suo cuore non canti due motivi insieme; e se infine quest'ultima stamane ha fatto sparir l'orologio dell'avventore, posto sul comodino durante il mercato e la faccenda, non è mai andata a rubacchiare sulla felicità altrui e non ha mai scroccato sull'amore destinato ad altri.
all'Ultimo Sermone della _Lotta per Amare_
L'AUTORE.
I.
Leziosa pastorella incipriata ch'ama Watteau effigiare alle portiere, sta la Signora mia nel mio pensiere, Sorride ella benigna e la dorata esca dispensa dalle lusinghiere mani ed invita, col gesto, l'alata famiglia al cibo: or, candide e leggere, accorron le colombe alla chiamata.
Tale, alle vostre grazie compiacenti, colombe dello Ingegno, i Madrigali volano arditi e ghiotti e, in torneamenti, flabelli alti sul capo vi fan d'ali; e Voi così l'udite audaci e intenti a cantarvi l'omaggi trionfali.
II.
Idolo strano, sotto un padiglione d'argento d'ametiste e di sciamito, svolge la Donna mia l'incantagione: stringe la destra il giglio erto ed ardito, patera di profumi, ed un leone s'accovaccia a' suoi piè, mentre un fiorito ramo di cedro un colombo depone al suo capo di gloria redimito.
Fumano innanzi a lei sette incensieri, mentre dicon le sue lodi i Grandarvi. Ella posa jeratica, i severi occhi rivolti al cielo. Oh, dal felice regno del Sogno valga a richiamarvi la mia voce, divina incantatrice!
III.
I miei Desiri, cupidi sparvieri, vagavano pel cielo aperte l'ale e latrando i Peccati, agili e neri veltri, pel prato fiorito e fatale tendevano alla magione dei Piaceri. Ora il volo fermâr all'ospitale albergo vostro, audaci e guerrieri, l'uccelli, e i cani van per l'ampie sale.
E poi ch'al vespro usciti a' bei giardini, salutano li alati all'apparire della Signora e umilemente fieri, ecco i cani v'onoran colli inchini. Voi porgete la man bianca a lambire, mentre il riso ringrazia alli sparvieri.
IV.
Tenea sotto un broccato a padiglione, la Donna mia, ritta sul basalto, la fatal Coppa della incantagione. Fioriva roseo il loto in sul cobalto dei rabeschi e caudato erto un dragone d'oro con stretti nodi ambiva all'alto, mentre in vago lavor, dentro a un castone d'argento, ridean l'uve dallo smalto.
Ma poi che un di Madonna capricciosa espose fuor dalla secreta stanza, a diletto, la patera preziosa, e ognun le labra attinse a' suoi liquori, ogni mago prestigio, ogni possanza lasciâr la Coppa muta di splendori.
V.
Mitico serpe candido e rosato cui splendon l'occhi arditi e ingannatori, muove le spire lascive sul prato, poi che dall'arbor l'augei cantori, al muover dell'incanto, in quel fatato cerchio ch'esprimon l'iridi, sui fiori scendon ribelli e vinti ad un più grato gioco tra l'erbe e a più soavi amori.
Ma poi che sono intenti al folleggiare, sotto la guida della sua malia, (così svolgon le vostre triste e care pupille l'esiziale ipocrisia), non accorgon le fauci aperte e avare, nè cessano, morendo, l'armonia.
VI.
Stava nel Tempio, dove io solo adoro, (ahimè, credeva e credo ancor, meschino!) lo stipo sacro, mirabil lavoro d'un orafo poeta bisantino, d'ebano tutto ed a gran fregi d'oro, e fiori di topazzo e di rubino. Io vi credea racchiuso il mio tesoro oltre ai serrami astrusi e adamantini.
Ma poi che un dì mi fu nuova vaghezza di scoprir la recondita ed arcana sostanza in lui celata, (la bellezza vostra così m'inganna a perscrutarla), «In verità,» io dissi, «questa è vana fattura e stolto più l'amarla.»
VII.
Penelope moderna, dalle spole vivaci d'oro e di porpore e miti di dolci tinte, gelsomini e viole intessete al bel drappo tra i sciamiti bizantini: vi stanno, alle mandole intente, intorno l'ancelle coi diti presti alle corde e suonan barcarole per rallegrarvi. Ahimè! Lungi dai liti
patrii vaga il marito, le feroci Sirti sfidando, o Circe, con secrete arti, il rattien dal vedovato letto? Per le sale vi giungono dei Proci le contese e pur voi sempre intessete: nè disfate: e la tela è un fazzoletto.
VIII.
Il tappeto su cui, Bella, danzate (la guzla accorda un languido e moresco ritmo) figura un cuor, e il calpestate. Due serpi intorno un lucido arabesco gli fanno e nelle fibre dilaniate riscintilla un pugnale. Il zingaresco ordine della danza continuate, poi che il portico sta secreto e fresco
là dove voi giuocate; il tamburelllo maliziosa battete, i piè sereni sangue attingono e bagnano il guarnello di rossi fior' così sul bianco lino crescono a mille e pur v'ornano i seni, l'occhio ridendo ancor, calmo e divino.
IX.
Coi lucidi guinzagli il buon Valletto frenava colla destra i levrieri: ma come per la piana uscir snelletto videro il biondo cervo a' suoi sentieri, rompono i cani il dorato colletto latrando a caccia, e, in corsa, agili e fieri perseguon l'animal: nè al Giovanetto valgono voci a richiamar li alteri.
Così frena Ragione e raccomanda ai sensi, poi che forte li tenzona, ma se li affoca per sorte il Desio, grida Ella invano per la verde landa di vermiglio fiorita e già si dona, ebra, la mente al suo Piacere Iddio.
X.
Ma poi ch'io diverrò canuto e affranto, nè il maligno sorriso ad aleggiare mi verrà sulle labra, nè d'accanto ritroverò sorrisi e voci care alla memoria e al cuore, l'occhio stanco, sul libro miniato, a queste amare cortesie tornerà, forse col pianto d'aver distrutto un Fiore ed un Altare.
O Giovinezza, o Scienza, o voli audaci di Fantasie ed impeti pel forte battagliar nelle Imprese, o dolci baci cui l'indagine ammuta! E allor, (s'avanza vigore e tempo alla vicina Morte), tenterò flebilmente la Romanza.
A ROMOLO QUAGLINO.
LA CANTATA DELL'ALBA.
_En ce temps de sombres conflits, de douloureuses fins et de labourieuses genèses, participer au bon combat des naissant altruismes, des enthousiasmes humanitaìres contre les vieilles rapacites, contre les persistantes cruautés, est encore, pour tous ceux qui ont de la justice dans la conscience et de la pitié dans le coeur, la seule vie qui soit digne d'étre vécue._
B. MALON.
_Paris, 25 Aout 1892._
_Das soll dein Wahrspuck sein; Machtvoll, still und sein: Sollst Du dem Menschen Dienste weihn Und ihn vom Arbeitsfluch befrein!_
PERSONÆ
--_Agunt et cantant_--
--IL PROLOGO. --IL PAZZO. --ARCADETLE, poeta. --MADONNA LIA. --NAUTIFILE. --CORO DI GARZONI. --CORO DI FANCIULLE. --CORO DI NOCCHIERI. --LE VOCI. --LE VOCI DELL'ARIA.
AZIONE.
_Giardini in riva al fiume.--La notte è di maggio._
IL PROLOGO _(esce cantando)_.
Il plenilunio sta, Dame e Messeri, placido in sulle rive ai lenti fiumi: dormon le cacciatrici ed i levrieri, dolcemente nascosti dentro ai dumi delle selve discrete, ed ai severi studii il saggio, a vegliar fin che consumi la vigilante fiamma, a' gran' misteri dona la mente e il cuore: or van profumi dai calici socchiusi ed armonie vagan misteriose pei giardini. Sciarra ghigna e sorride e guida a frotte i tristi sogni e i gaj colle malie e Chimera tormenta l'Indovini coi mirabil'incanti della notte.
Ma poi che volgeran oltre alle cime e la Luna e le Stelle e il biondo Sole risplenderà giovinetto sublime, fuggiranno le larve dalle ajuole: morto è dell'Ombre il Regno. Giunge il giorno al suo segno: stan le nebbie violette ai monti intorno, colle nebbie dei Sogni il lieto Fiore: oh del bel sogno adorno, e del giocondo amore, dell'ultima e dolcissima romanza. Dame e Messer' vedete voi che avanza?
ARCADELTE _(entra cantando)_.
Madonna, a voi la luna già ricama il guanciale ed i Genii che aduna la Notte un madrigale vi fan dentro le sale. Sulle lunghe scalee fioriscon l'azalee e incensano profumi.
Corre il fiume ch'anela tra i meandri, al suo mare coi vapor' che lo vela, e me il Fior delle care speranze invita a amare, perchè dentro ai rosai fanno i grilli i lor' lai nel profondo mistero.
O Madonna, scendete e lasciate il riposo; già le note secrete ritenta l'amoroso: Madonna, amarvi io oso, e al vostro bacio agogno, or ch'è il Regno del Sogno sulla terra assopita.
MADONNA LIA _(cantando dal verone)_.
Dolce uscir tra i misteri delle notti stellate: pei fioriti sentieri sen van le bene amate e, le destre impalmate, s'inebriano dei fiori.
ARCADELTE.
Le stelle in ciel, vedete, si baciano col raggio silenziose e discrete. È la notte di Maggio ch'apre l'anima e il cuore,
MADONNA LIA.
Non v'ha dunque timore, non insidia nel prato?
ARCADELTE.
Godiam, godiam la vita cui giovinezza incita: scintilla arrubinato già il vermiglio liquore nel calice incantato e ciascuno v'attinge. Or tace umile il vento tra le rame d'argento della vostra foresta, e dolce è il folleggiare. Ingrata ne sospinge l'età che non s'arresta: oh gioconda la testa vostra s'innalzi e rida! La notte non è infida poi che è tempo d'amare.
MADONNA LIA _(scesa ai giardini)_.
Ecco, scendo al tuo canto, o mio biondo poeta: la tua cura secreta, dimmi, ti sforza al pianto?
UNA VOCE.
Bada, Arcadelte, bada: è questa la malia.
ARCADELTE.
A voi, Madonna Lia, l'anima mia e la spada.
MADONNA LIA.
O mio biondo Signore oltre all'occhio lucente della Donna ridente, sai tu leggere in cuore?
UNA VOCE.
Arcadelte, non fare: È l'inganno, è l'inganno.
ARCADELTE.
L'iridi, che mi stanno più che dentro a un altare gelose e consacrate nel profondo del cuore, non conoscon l'inganno.
MADONNA LIA.
E il singulto d'amore e li spasimi estremi tu li credi e non temi?
ARCADELTE.
Non ci affanni il dolore della scienza terrena: presto volgono l'ore che guidano la pena che il futuro rimena. Non pensate al domani; non resiston l'arcani della Sorte alli amanti. Nei giardin' delle Fate viaggiam fermi e sicuri. Oh ve' laggiù l'acanto protende i rami oscuri: e nulla v'impauri perch'io vi guardo e v'amo. Ma il bacio sovra umano, voi mi concederete?
CORO DI GARZONI _(uscendo dal bosco cantando)_.
O belle, udite, udite il dolce incantamento.
CORO DI FANCIULLE _(uscendogli incontro cantando)_.
Amor fa il suo lamento nelle valli romite.
IL PAZZO _(esce cantando e ballando)_.
La gioconda brigata che s'apparecchia a festa è giovine e sbrigliata ma non ha sale in testa. Un Pazzo la molesta coi cachinni e i sonagli: non è notte di Maggio?
ARCADELTE _(sotto li acanti lontano)_.
Quai voci tra le rame, qual rumor sulle rive?
MADONNA LIA _(lontano passeggiando con lui)_.
Son le danze giulive dei Paggi e delle Dame.
CORO DI GARZONI.
Vogliam ballare a tondo a torno al Gonfalone: nulla di più giocondo. S'inchina il bel garzone secondo la canzone, e se vuol la ragazza, la bacia e si sollazza, come chi guida impone.
CORO DI FANCIULLE.
Chi condurrà la danza?
CORO DI GARZONI.
La più bella.
CORO DI FANCIULLE.
Il più saggio.
CORO DI GARZONI.
Colui che irride al Maggio non n'abbia mai speranza.
ARCADELTE.
Volete più lontano? Questo suono m'irrita. Ecco, laggiù c'invita fiorito il melagrano.
UNA VOCE.
L'arbore è avvelenato.
UN GARZONE.
Io so la sirventese più bella e più cortese
CORO DI GARZONI.
Scendiam dunque sul prato.
MADONNA LIA.
Volgiam, poeta biondo, a quel cupo viale; là ci attende giocondo il talamo ospitale: stanno i fiori d'opale ad occhieggiar intorno ed il gilio più adorno come un braciere esale.
ARCADELTE.
Non si tema la luna di questa notte arcana.
IL PAZZO.
Oh mirabil fortuna alla avventura strana!
MADONNA LIA.
Tra le rame d'argento delli ampii miei giardini ben migliore concento s'udrà; le piante inchini, ornate di rubini, fanno al dolce poeta, poi che l'ombra discreta ci spinge al molle letto.
ARCADELTE.
Andiam dunque all'incanto.
CORO DI GARZONI.
S'intoni la ballata più soave a più grata.
UN GARZONE.
Ascoltate il mio canto
IL PAZZO.
Perchè, bruna madonna voi mi piegate l'erbe? Sollevate la gonna colle mani superbe. La natura non serbe a voi grazie e splendori? Non calpestate i fiori, o contessa gentile.
ARCADELTE.
Scuoti i sonagli e ridi: tu sei pazzo e buffone.
IL PAZZO.
Ecco il saggio Barone.
CORO DI GARZONI.
Vogliam che il pazzo guidi l'antistrofe e i cori.
IL PAZZO.
Ben la so, la romanza di pulita creanza che ci diletti e incuori.
IL PAZZO _(cantando e suonando)_.
Il vento addormenta la luna sull'acque, la luna che è pallida al par d'una morte: così tra le braccia di lei già mi piacque sfidare al destino, combatter la sorte.
Cavalca alle rive la pia carovana, galoppa tra l'alberi al suo ministero: la spinge la Morte, che guida l'alfana: tre penne le ondeggiano al chiuso cimiero.
L'alfana nitrisce feroce e bizzarra e tiene a gualdrappa la lunga zimarra,
zimarra sciupata di un bel cavaliere ucciso dal vino e dal lungo piacere.
E seguono li altri sui neri cavalli, e van per le piane, per monti e per valli, e i morti riguardano, appesi alla groppa coi teschi senz'occhi. La Morte galoppa.
La pia carovana continua il sentiero che il tragico cielo le inlivida e imbianca;
le recita il vento l'usate preghiere, galoppa la Morte che mai non si stanca!
Leggiadre fanciulle ch'amate la danza, venite a vedere di voi che si avanza!
CORO DI FANCIULLE.
Per certo non è questa la canzone d'amore.
CORO DI GARZONI.
Ben altri vuole il cuore inni lieti di festa.
IL PAZZO.
Or altri dica meglio: io son pazzo e buffone.
CORO DI GARZONI.
S'intoni a paragone da ciascuno al suo meglio.
CORO DI FANCIULLE.
Canteremo a battuta l'un dopo l'altre ardite: saran l'ode fiorite da che l'ingegno aiuta.
CORO DI GARZONI.
Tocchiam la cenamella: cantiam, dunque, cantiamo: canti la bella al damo!
CORO DI FANCIULLE.
Canti il damo alla bella!
IL PAZZO.
Cantate: le cicale cantan pure e le rane accidiose. Il domane guida la Morte e assale.
CORO DI FANCIULLE.
Amare è dolce cosa.
CORO DI GARZONI.
È dolce cosa amare.
CORO DI FANCIULLE.
Ama anch'Aurora il Mare.
CORO DI GARZONI.
E al vespro con lui posa.
CORO DI FANCIULLE.
Aman l'arbore e l'erba e l'insetto vagante.
CORO DI GARZONI.
La stella fiammeggiante e la luna superba.
CORO DI FANCIULLE.
Amore è l'universo!
CORO DI GARZONI.
Universo è l'amore!
CORO DI FANCIULLE.
Egli è il mitico Fiore, egli è l'Astro più terso: e in lui fisa e converso spiran l'anima e il cuore.
ARCADELTE _(venuto ai cori)_.
Egli è il Dio faretrato e per l'etra sonante fere il quadrello alato. Piega il percosso amante ridendo nel sembiante: e saluta al bel Sire poi chè sente salire l'Ebrietà del bacio.
CORO DI FANCIULLE.
Amor, dentro ai secreti boschi, tende e vi agguata i lacciuoli e le reti. Ecco, passa spiata la fanciulla e vien presa.
CORO DI GARZONI.
Vien presa ed il garzone ratto corre a baciare: la gentile prigione non rifiuta le care labra ai baci, s'è presa.
IL PAZZO.
E amor, fanciulle, occhieggia malizioso nel folto: ivi gode e dileggia. La captiva il bel volto rubicondo ha rivolto amante all'amatore.... e prende il cacciatore: nè la favola è nuova.
Amor, fanciulle, è strano artefice d'inganno; amor è disumano e governa a tiranno. Questi lai che si fanno quando sbocciano i fiori taccion presto ai rigori. E ben sa chi ben prova.
Amor cavalca avanti sopra il bianco destriere: lui precedon tra i canti Desiderio e Piacere per il dolce sentiere. Ma il Piacer ha la coppa ch'attossica la bocca, e l'inganno rinnova
È la coppa d'argento eletto e d'oro fino, ma un negro incantamento serra. Così un divino farmaco Calandrino credè il fior dell'ortica. Tal la vicenda intrica, se pur eterna, nuova.