Il lampionaio

Part 9

Chapter 93,826 wordsPublic domain

— Oibò! — fece Guglielmo. — Stravagante, certo, ma pazza no.... almeno non pare. Proprio nel momento che passava davanti all'uscio della bottega le è scivolato un piede, ed eccotela bocconi per terra, lunga distesa.... Io accorro spaventato, pensando che quella meschina creatura poteva essere rimasta uccisa da una tale caduta.... Il signor Bray e un altro signore ch'egli stava servendo, mi seguono. Era tutta stordita, ma portata in farmacia è rinvenuta subito. Mi domandate se è pazza? Nemmen per ombra, zio True. Lucida come un dollaro! Il suo primo pensiero, non appena riaperti gli occhi e tornata in sè, è stato d'assicurarsi che teneva sempre il suo sacchetto con le relative appendici; poi le ha contate ad una ad una e, trovato il numero completo, ha scosso il capo in segno di sodisfazione. E ora viene il bello. Il signor Bray mesce un bicchierino di cordiale e glielo offre. Essa, che aveva già riacquistato la sua prosopopea e le sue graziette, retrocede con una riverenza alla moda antica, e protende le mani per esprimere il suo orrore all'idea di bere quella roba. Il signore che era presente alla scena sorride e l'esorta a vuotare il bicchierino senza paura. La vecchietta si volta verso di lui, fa un'altra riverenza, e dice con una vocettina fessa: «Potete affermarmi sulla vostra parola di leale e cortese gentiluomo che non è un liquore inebriante?». Il signore, rattenendo a stento una risata, le ripete che non le avrebbe fatto alcun male. «Allora» dice lei «m'arrischierò a sorseggiare il beveraggio.... Ha una fragranza molto aromatica.» Sembra che non le riescisse meno gradito al palato che all'odorato, perchè, assaggiatolo, ha finito col tracannarlo fino all'ultima gocciola. Posato il bicchiere sul banco, s'è rivolta a me con questo discorsetto: «Giovanottino, senza l'esplicita dichiarazione di cotesto signore circa l'innocuità del liquido, non l'avrei bevuto in vostra presenza non foss'altro per l'_esempio_: io non ho formalmente assunto l'obbligo della temperanza, ma sono astemia perchè si conviene a una signora: per me gli è affar d'elezione, affar di _gusto_.»

«Pareva che oramai si fosse riavuta. Infatti si disponeva a rimettersi in cammino, ma l'avventurarsi di nuovo sola sul ghiaccio era una vera imprudenza, e il signor Bray doveva pensarlo, giacchè le ha domandato dove andasse. Con le circonlocuzioni del suo fiorito linguaggio ella ha risposto che andava a passar la giornata dalla signora tale, dimorante nei pressi dei Prati. Io allora tocco una manica al principale e gli dico piano che se non ha bisogno di me, vo ad accompagnarla. Il signor Bray mi dà licenza, per un'ora. Io offro il braccio alla vecchietta dicendole che sarebbe un piacere per me il servirla. Ah, miei cari, bisognava vedere! Se io fossi stato un giovane adulto e lei una ragazza, non avrebbe fatto più vezzosamente la ritrosa, con mossettine del capo e mezzi sorrisetti.... Ma infine prende il mio braccio e partiamo. Sapevo che il signor Bray e l'avventore ridevano alle nostre spalle, ma non me ne importava;. la vecchia signora mi faceva compassione, e non volevo che cascasse una seconda volta.

«I passanti si voltavano a guardarci, e non c'è da maravigliarsene, perchè eravamo senza dubbio una coppia dimolto buffa. Non soltanto essa aveva accettato l'appoggio offerto, ma vi s'aggrappava di peso, con tutte e due le mani, arrotondando le braccia come due anse. Qui però non dovrei ridere di quella poveretta, perchè aveva gran necessità che qualcuno l'aiutasse e la sostenesse per non sdrucciolare sul ghiaccio, e non pesava già tanto da stancarmi. Sarei curioso di sapere chi siano i suoi. È strano che la lascino uscire sola, specie quando le strade sono nello stato d'oggi....

— Come si chiama? — domandò Gertrude. — Non te l'ha detto?

— No, non ha voluto. Io gliel'ho chiesto, ma mi ha risposto semplicemente, con la sua vocettina fessa — e Guglielmo ricominciava a sbellicarsi dalle risa — che ella era la dama incognita, e ch'è l'impegno d'un vero e galante cavaliere scoprire il nome della sua bella. In fede mia, un'avventura impagabile! Non ho sentito mai nessuno parlare in modo così ridicolo. Le ho domandato la sua età.... La mamma dice che ho commesso un'inciviltà madornale, ma in compenso è l'unica.... La vecchia signora lo attesterebbe se fosse qui.

— Ebbene, quanti anni ha?

— Sedici.

— Eh via, Guglielmo! Mi burli?

— No, è l'età che m'ha detto lei. E un vero e galante cavaliere è in obbligo di credere ciecamente alla sua bella dama.

— Povera creatura! — esclamò Trueman. — È rimbambita!

— Non mica, zio True. A momenti parrebbe, quando sballa certe sciocchezze, ma poi subito si mette a parlare sensatamente quanto voi e me. M'ha ringraziato protestandosi gratissima e lodando il raro «spirito di cortesia» che dimostravo col pigliarmi tanta pena d'una vecchia signora come lei. Nello svoltare in via Beacon ci siamo incontrati in un intero collegio di ragazze, tutte bellezze fiorenti, «bellezze da ammazzare un uomo» diceva la mia vecchietta. Appena vedutele apparire da lontano doveva aver tenuto sicuro ch'io cercherei di liberarmi per correre dietro a qualcuna di loro, tanto furiosamente s'attaccava al mio braccio. Sorte ch'io non avessi punto la prava intenzione d'abbandonarla, perchè mi sarebbe stato impossibile. Alcune delle ragazze si fermavano un momento a guardarci con curiosità; io, s'intende, non ne facevo caso, ma la mia dama sembrava credere che ne fossi terribilmente mortificato, e, passate alfine tutte quante, ha rilodato il mio «spirito di cortesia»: sua espressione favorita. —

Guglielmo tacque, sfiatato. True gli pose una mano sulla spalla:

— Sei un bravo e buon ragazzo! — disse; — Tu onori i vecchi, e fai bene, quantunque il tuo nonno pretenda che non sia più di moda.

— Non so di mode, io, zio True, ma stimerei tristo e di basso animo un ragazzo che vedesse una vecchia sdrucciolare sul ghiaccio, e non l'accompagnasse a casa per risparmiarle una nuova caduta.

— Guglielmo è sempre stato buono con tutti, — osservò Gertrude.

— O Guglielmo è un eroe, — disse il giovanetto — o ha due cari amici che lo giudicano con troppa benevolenza, com'è più verosimile. Ma vieni, Gertrude, Carlo XII ci aspetta, e dobbiamo studiare molto oggi, perchè può darsi che non ci capiti tanto presto un'altra occasione. Il signor Bray non istava bene stasera; pare che lo minacci la febbre. Gli ho promesso di ritornar a bottega domani, dopo desinato. Se, Dio guardi, s'ammala, sarò occupatissimo, e non potrò affatto venire a casa.

— Oh, speriamo che non s'ammali! — esclamarono Trueman e Gertrude, a una voce.

— È un così brav'uomo! — soggiunse il vecchio.

— E tratta Guglielmo con tanta bontà! — aggiunse la bambina.

Anche Guglielmo sperava, ma le sue speranze si mutarono in ansiosi timori quando il giorno seguente seppe che il suo ottimo padrone non si trovava in grado di lasciare il letto, e che il medico era impensierito dai sintomi riscontrati.

Si manifestò una febbre tifoidea che in pochi giorni condusse il farmacista alla tomba.

La sua morte fu per Guglielmo un colpo tanto improvviso e terribile, che su quel subito egli non comprese le importanti conseguenze che da questo evento derivavano a lui stesso, nel suo avvenire. La farmacia venne chiusa, essendosi la vedova risolta a vendere i fondi per ritirarsi a vivere in campagna; sicchè rimase privo a un tempo dell'impiego e del prezioso appoggio che aveva nel signor Bray.

Nell'ultimo anno i guadagni del giovanetto erano stati considerevoli, e avevano migliorato le condizioni de' suoi cari, permettendo loro di diminuire le proprie quotidiane fatiche. Il pensiero d'essere a carico della mamma e del nonno anche per un solo giorno era intollerabile al suo spirito indipendente ed energico. E però si mise sollecitamente alla ricerca d'un nuovo posto. Incominciò dal rivolgersi ai farmacisti della città: a nessuno di essi occorreva un ragazzo dell'età sua, e la giornata fu spesa in gite inutili.

Ritornò a casa la sera, disilluso, ma punto scoraggiato. Se non trovava da impiegarsi in una farmacia, avrebbe fatto qualche altra cosa.

Ma che cosa? Questo era il nodo. Dibattè a lungo la questione con sua madre. Ella sentiva che l'ingegno e l'educazione del suo figliuolo gli davano diritto a un posto almeno pari a quello che aveva occupato fino allora, e non poteva sopportare l'idea ch'egli scendesse a servigi più bassi. Guglielmo stesso, senz'essere presuntuoso, non pensava diversamente. Egli ben si sapeva capace di tenere uffici richiedenti assai maggior coltura e attitudine agli affari che non le incombenze affidategli dal signor Bray. Ma se per ora non era possibile conseguire ciò che desiderava, avrebbe preso ciò che si sarebbe offerto. E cercò da tutte le parti. Il guaio era che non aveva nessuno da far dire una buona parola in suo favore, e certo non si può pretendere che la gente abbia fiducia in un ragazzo sconosciuto e senza raccomandazioni.

Tutti i suoi passi riuscivano dunque infruttuosi, e un giorno dopo l'altro se ne tornava a casa silenzioso e depresso, temendo la vista del nonno e della mamma. Quando questa volgeva verso di lui piena di speranza il pallido viso che portava l'impronta di tante cure, di tante fatiche, era uno strazio per il suo cuore doverla rattristare con nuovi disinganni; e non meno lo tormentava il pessimismo del vecchio, il quale addirittura non credeva alla possibilità ch'egli trovasse un'altra occupazione, nè si sarebbe persuaso del contrario finchè non glielo provasse un fatto di cui non si vedeva ancora speranza. In capo a due settimane la signora Sullivan finì con l'astenersi dall'interrogarlo sui risultati delle pratiche fatte, avendo il suo vigile occhio materno scorto tutta la pena che gli cagionavano quelle domande. Aspettava pazientemente che egli le comunicasse le sue notizie, se ne aveva.

Spesso così avveniva che non fosse scambiata tra loro una parola sul modo in cui Guglielmo aveva impiegato la giornata. E molte trepide istanze egli fece per ottenere lavoro, molte mortificanti repulse ebbe a soffrire, di cui sua madre nulla mai seppe.

XIV.

Se peso egual di tema e di speranza Tiene in forse l'evento, io, per natura Sempre a sperar più che a temere inclino.

COMUS.

Era questa una prova non conosciuta fino allora da Guglielmo, e la più dura per lui a sostenersi. Eppure la sostenne, e strenuamente: nascose le più aspre sue lotte alla madre ansiosa, al nonno scorato, e con virile risoluzione sperò contro la speranza, Gertrude era adesso il suo maggior conforto. A lei confidava le sue pene, e quantunque non fosse che una fanciulletta, ella sapeva essere una mirabile consolatrice. Presentandogli sempre le cose nella luce più favorevole, predicendo un domani più fortunato, faceva molto per ravvivare la sua fiducia, per fortificare il suo proposito. Dotata d'uno spirito pronto, sagace, osservatore, ella vedeva, assai meglio che non sogliano i fanciulli, le diverse vie per cui poteva esser condotta a termine una faccenda; e spesso dava a Guglielmo utili consigli di cui egli volentieri approfittava. Un giorno gli domandò se non avesse mai pensato a ricorrere ad una agenzia d'informazioni. Egli infatti non ci aveva pensato, e se ne maravigliò seco stesso. Lo fece senza indugio. Gli furono date lusinghiere speranze che per qualche tempo lo rianimarono, ma riuscirono fallaci. E oramai cominciava a disperare, quando gli cadde sott'occhio un annunzio in un giornale che parve offrirgli una probabilità di buon successo. Lo mostrò a Gertrude. Era proprio il fatto suo. Non aveva che da presentarsi. Si chiedeva appunto un ragazzo come lui: quindici anni, svegliato, capace, fidatissimo, disposto ad entrare come socio nella ditta, dopo acquistata la necessaria pratica degli affari. Ella era sicura che nessuno poteva meglio di Guglielmo convenire al richiedente.

Tanto n'era sicura, che la mattina appresso Guglielmo si presentò al recapito indicato, franco e fiducioso come mai per l'innanzi. Il principale, che aveva l'aria d'un uomo assai fine e scaltro, lo fissò con uno sguardo penetrante, lo tempestò di domande, lo sconcertò manifestando qualche dubbio sulla sua capacità e la sua onestà; e dopo averlo fatto discorrere un pezzo, concluse col dichiarargli che anche nel migliore dei casi e con le più valide raccomandazioni, egli non poteva accettare se non un giovanetto la cui famiglia acconsentisse a interessarlo negli affari della Casa investendovi per conto suo una piccola somma.

Questa condizione chiudeva a Guglielmo l'adito a quel posto, quando pure l'uomo gli fosse piaciuto: ma non gli piaceva punto, perchè sentiva in cuor suo ch'era un furfante o giù di lì.

Finora egli non s'era mai perduto d'animo; ma quest'ultimo disinganno l'avvilì per modo che, ritornato a casa, gli mancò il coraggio di trovarsi faccia a faccia con sua madre. Entrò dunque direttamente nella camera di True.

Era la vigilia di Natale. Dagli sportelli aperti della stufa il riverbero d'un bel fuoco di carbone veniva a confondersi coi riflessi del tramonto in una luce purpurea che rischiarava fievolmente la stanza.

Guglielmo trovò Gertrude sola ed occupata a preparare una certa focaccia per il tè, la quale era uno dei pochi prodotti dell'arte culinaria in cui fosse giunta a farsi onore. Ella giusto usciva dalla dispensa con in mano un ramaiuolo colmo di farina, quando lo vide entrare. Egli gettò il suo berretto sulla panca e sedette alla tavola nascondendo il volto tra le palme, con un atto di sconforto che le fece subito indovinare la nuova disfatta patita dal povero ragazzo nella sua lotta contro l'avversa fortuna. Era tanto contrario all'indole di Guglielmo l'entrare così senza dir parola, tanto strano vedere quella radiosa testa giovanile curvarsi sotto il peso del dolore, quel corpo agile e gagliardo accasciarsi, come fosse d'un tratto invecchiato, ch'ella comprese che il valoroso suo cuore cadeva infine vinto.

Posò il ramaiuolo, e pian piano venne a lui, gli toccò un braccio, alzandogli in faccia i grandi occhi ansiosi. La compassione ch'egli sentì nella timida carezza, nello sguardo amoroso, gli diede l'ultimo crollo. Chinò la faccia sulla tavola, e un momento dopo Gertrude udì uno scoppio d'angosciosi singhiozzi che si ripercotevano ad uno ad uno nel più profondo dell'anima sua. Ella piangeva spesso e le pareva una cosa naturale: ma Guglielmo, il gaio, l'animoso Guglielmo, non l'aveva veduto pianger mai: credeva ch'_egli non sapesse_ piangere. Si arrampicò sulla seggiola del giovanetto e cingendogli il collo con le braccia mormorò:

— Io non mi rammaricherei di non averlo ottenuto quel posto: credo che non sia un posto _buono_.

— Neppur io lo credo; — disse egli sollevando la testa — ma come fare? Non ne trovo _nessuno_, e non posso star qui senza far _nulla_.

— Noi siamo ben contenti d'averti a casa.

— Oh, essere a casa è una gran bella cosa.... Godevo di venirci quando stavo col signor Bray, e guadagnavo un po' di quattrini, e sentivo che tutti mi vedevano con piacere....

— Ma anche adesso tutti ti vedono con piacere.

— Non però come _allora_, — replicò Guglielmo alquanto impazientito. — La mamma mi guarda sempre come se s'aspettasse l'annunzio che finalmente ho trovato un'occupazione; il nonno ha l'aria di pensare ch'io non sarò mai buono a nulla.... Ah, proprio nel momento che cominciavo a guadagnare e ad aiutarli, mi tocca la disgrazia ti perdere il mio impiego!

— Non è colpa tua se il signor Bray è morto; tu non potevi mica guarirlo. Mi sembra impossibile che il signor Cooper ti biasimi perchè _ora_ sei disoccupato....

— Non mi _biasima_, no.... Ma se tu fossi ne' miei panni proveresti quello che provo io nel vederlo là, seduto nella sua poltrona, tutta la sera, gemendo e borbottando, e guardandomi come se volesse dire: «A cagion tua mi dispero».... Egli pensa che il mondo è tristo, che lui non ci ha mai avuto sorte, e che così non nè avrò io....

— Tu ne avrai.... Sono sicura che sarai ricco un giorno. Allora sì che il nonno rimarrà stupito!

— Gertrude, tu sei una cara bambina.... Hai fede in me.... Se mai divento ricco, ti prometto di farti partecipare alla mia fortuna. Ahimè, — soggiunse, scorato — non è tanto facile! Io m'immaginavo che quando sarei grande, guadagnerei subito dimolto denaro.... Invece veggo che ce ne vuole per arrivarci! —

Chinò di nuovo il capo, volle nascondersi la faccia tra le mani; ma Gertrude gliele afferrò e non gli permise d'abbandonarsi alla malinconia.

— Via, Guglielmo, — ella disse — non fissarti più in questo pensiero. Non c'è chi non abbia i suoi dispiaceri, ma tutti li superano, infine. Forse la settimana ventura ti troverai in una bottega anche meglio che quella del signor Bray, e sarai più contento di prima. Sai, — fece, per mutare discorso, tattica che i fanciulli sanno usare quanto gli adulti — oggi compiono due anni da che sono venuta qui.

— Davvero? Lo zio True ti portò a casa sua la vigilia di Natale?

— Precisamente.

— Vale a dire che Santo Claus portò te verso le buone cose, invece di portartele, non è vero? —

Gertrude non sapeva nulla di Santo Claus, il grande amico dei bambini; e Guglielmo, il quale aveva ultimamente letto la leggenda del buon vecchio che la vigilia di Natale distribuisce balocchi a piene mani, prese a raccontargliela, per esteso.

Quand'ella vide che, infervorato nella sua storia, egli si distraeva senza volerlo, ritornò alla focaccia, pur non cessando d'ascoltarlo con attenzione mentre lavorava la pasta. Giusto nell'atto che stava infornandola, Guglielmo fece punto. Inginocchiata davanti alla stufa, aprendo e chiudendo macchinalmente lo sportello del forno, ella rimaneva pensosa, con un sì vivo sfavillìo negli occhi, che egli le domandò:

— Gertrudina, perchè hai cotest'aria maliziosetta?

— Pensavo — ella rispose — che Santo Claus potrebbe forse venire per te, stanotte; giacchè viene per chi ha bisogno di qualche cosa e porta ai bravi figliuoli ciò che desiderano, spero che ti porti un buon posto dove tu abbia occasione di farti ricco.

— Sicuro! — disse Guglielmo. — Mi ficcherà nel suo sacco, e mi strascinerà fino a un palazzo per offrirmi come dono natalizio a un vecchio Creso, il quale mi regalerà un patrimonio, in contraccambio.... Ci fo assegnamento, perchè se non mi capita una fortuna prima di capo d'anno, devo darmi per disperato. —

In quella i due ragazzi furono interrotti da Trueman che entrò portando trionfalmente un magnifico tacchino, regalo del signor Graham, e un libro per Gertrude, regalo d'Emilia.

— Oh, non è curioso? — esclamò la bambina. — Guglielmo diceva appunto che voi, zio True, siete il mio Santo Claus.... Pare anche a me, davvero! —

Così parlando apriva il libro. E nel frontespizio le si presentò il ritratto del leggendario personaggio. Ella proruppe, giubilante:

— O, guarda, guarda, Guglielmo, come gli somiglia! È tutto lui! C'è il berretto di pelliccia, e la pipa, e il buon viso ridente proprio come il suo.... Ah, zio True, se soltanto aveste invece del tacchino e della lanterna un sacco di balocchi in ispalla, sareste un Santo Claus perfetto!... A proposito, per Guglielmo non avete nulla?

— Sì, una cosuccia... Ma temo che non gliene importerà molto. Non è che un bigliettino.

— Un biglietto per me? — domandò il ragazzo. — Di chi può essere?

— Questo non so dirtelo, — rispose il lampionaio frugando nelle capaci sue tasche. — Svoltavo il canto quando un uomo m'ha fermato domandandomi dove abita la signora Sullivan. Io gli indico la casa. Allora, veduto che ci abito anch'io, mi consegna questo pezzetto di carta, e mi prega di rimetterlo al signorino Guglielmo Sullivan, che, m'immagino, siete voi. —

Guglielmo prese con una mano il biglietto e con l'altra l'accenditoio di True, e sollevando il foglio all'altezza del lume, lesse forte:

«R. H. Clinton desidera vedere Guglielmo Sullivan giovedì mattina, tra le dieci e le undici, al numero 13. Panchina....»

Egli era sbalordito.

— Che vorrà mai? — disse. — Io non conosco nessuno di questo nome.

— So io chi è, — fece True. — È il signore che abita nella grande casa di pietra, in via ***; un riccone. Il recapito dato nel biglietto è proprio il suo banco....

— Che? Il babbo di quei bellissimi bambini che vedevamo spesso alla finestra?

— Precisamente.

— O che cosa può desiderare da me?

— Probabilmente ha bisogno de' tuoi servizi, — disse il vecchio.

— Ma dunque è un posto! — gridò Gertrude. — E un posto buono! Santo Claus è venuto e te l'ha portato.... Lo dicevo io! Oh, come sono contenta! —

Guglielmo tuttavia non sapeva se dovesse rallegrarsi o no. Gli sembrava assai strano quel messaggio da parte d'un signore che non lo conosceva affatto. Certo sarebbe stato naturale sperare con la sua piccola amica e con lo zio True che fosse l'alba d'una nuova fortuna; ma egli aveva ragioni particolari, da loro ignorate, per credere che di questa fortuna, se pur gli si offriva, non avrebbe potuto approfittare. E però si fece promettere da entrambi di non far cenno della cosa nè a sua madre, nè al signor Cooper.

Il giovedì, ch'era il giorno dopo il Natale, egli si presentò puntualmente nel luogo indicatogli. Il signor Clinton, uomo di maniere finissime e d'aspetto benevolo, l'accolse con molta gentilezza, gli diresse poche domande, non chiese nemmeno se avesse raccomandazioni, o attestati del suo antico principale, ma senz'altro gli disse che aveva bisogno d'un giovanetto per le mansioni di secondo commesso nel suo banco, e gli offerse il posto. Guglielmo esitò, perchè quantunque l'offerta fosse molto vantaggiosa per il suo avvenire, non era accettabile per il presente, se, come pareva, il signor Clinton non gli assegnava uno stipendio. Questi, vedendolo titubante, gli domandò:

— Forse la mia proposta non vi conviene, o avete già qualche impegno?

— No, — rispose egli prontamente. — Mi dimostrate una gran bontà onorando me, estraneo, di tanta fiducia da essere disposto ad ammettermi nella vostra Casa, e la proposta mi giunge gradita quanto inaspettata; ma io, finora, avevo servito in un negozio di spaccio al minuto, dove percepivo un regolare salario sul quale mia madre e mio nonno facevano conto.... Certo, preferirei di gran lunga un banco quale il vostro, e credo, signore, che imparerei presto a rendermi utile: se non che, lo so, molti giovanetti di famiglie ricche si stimerebbero fortunatissimi d'essere impiegati da voi senza alcuna rimunerazione, e quindi io non potrei sperare uno stipendio, almeno per i primi anni. Comprendo bene che in capo a un certo tempo mi troverei compensato ad usura dalle cognizioni acquistate nella pratica degli affari mercantili: disgraziatamente non sono in istato di procurarmi questo vantaggio, più che di proseguire gli studi. —

Il signor Clinton sorrise.

— Come mai, giovanotto, siete così informato di queste cose?

— Ho inteso dire da parecchi ragazzi miei condiscepoli, ora commessi in case commerciali, che non ricevono paga, e ho sempre giudicato equo cotesto trattamento; ma per tale ragione appunto mi sono sentito in obbligo di contentarmi del posto che occupavo in una farmacia, perchè sebbene non fosse di mio gusto, mi dava modo di bastare a me stesso e di venire in aiuto a mia madre ch'è vedova, e a mio nonno ch'è vecchio e povero.

— Il vostro nonno, chi è?...

— Il signor Cooper, sagrestano nella chiesa del signor Arnold.

— Ah sì, lo conosco! — disse il signor Clinton; e dopo una pausa soggiunse: — Quello che avete detto, Guglielmo, è esattissimo: non è nostro costume assegnare un qualsiasi stipendio ai nostri giovani commessi, e ciò nonostante siamo tempestati di profferte; ma ho avuto ottime informazioni sul conto vostro, ragazzo mio (non vi dirò da qual fonte per quanto io vegga la vostra curiosità), e inoltre voi mi piacete: credo che mi servirete fedelmente. Ditemi dunque che cosa avevate dal signor Bray: io vi darò altrettanto il primo anno, e in seguito andrò aumentando la vostra paga, se lo meriterete. Siete contento? Allora potete entrare nel mio banco al principio del gennaio prossimo. —