Part 6
— Sei bravo, tu? —
Egli rise.
— Non ti pare? Bene, se non verrà il giorno che mi vedrai ricco potrai dire di no.
— Io lo so che farei se fossi ricca.
— Che faresti?
— Prima di tutto comprerei una bella poltrona grande per lo zio True, con dentro cuscini e sopra splendidi fiori, come quella dove sedeva quel signore; e poi per me una gran lumiera, con tanti tanti lumi tutti in un mazzo, da far nella stanza una luce.... la luce più chiara che ci possa essere.
— Mi sembra che tu vada pazza per la luce, Gertrudina.
— Io sì! Odio le case vecchie, nere, buie.... A me piacciono le stelle, il sole, e i fuochi, e la torcia dello zio True....
— E a me gli occhi fulgenti. I tuoi appunto brillano come due stelle, stasera. Non ci divertiamo, di'?
— Oh, molto! —
Gertrude non faceva che saltare e ballare lungo il marciapiede, e Guglielmo partecipava al suo giubilo, tutto lieto e superbo d'aver a proteggere la strana e fiera bambina nel tempo stesso che le procurava un tale godimento. Cammin facendo seguitarono a intrattenersi sull'uso delle ricchezze che con balda speranza l'uno e l'altra contavano di possedere prima o poi: giacchè la fidente audacia del giovanetto s'era comunicata alla sua piccola compagna, e anch'ella si proponeva di lavorare e diventare facoltosa. Egli le descriveva gli agi ed il lusso di cui avrebbe circondato la sua mamma, il suo nonno, e perfino lo zio True e lei. Era quanto di più sontuoso egli avesse mai veduto o sognato. Tra altro, la mamma doveva portare una cuffietta guarnita come quella della signora che avevano veduta dalla finestra. Gertrude ruppe in una franca risata. Il buon gusto è innato, ed ella, che ne aveva, sentiva che la modesta vedovetta dall'aspetto placido e grave sarebbe stata ridicola con in capo un'acconciatura di fiori gai. Qualunque eleganza meno sobria della semplice lindezza non poteva che snaturare la signora Sullivan. Quanto a sè medesimo, il generoso figliuolo non ci pensava affatto. Nessuna sodisfazione di desiderî egoistici entrava ne' suoi disegni. Egli intendeva di lavorare per i suoi cari, e in loro e da loro aspettava la sua ricompensa.
Beati i fanciulli! Beati come essi soli possono essere! Che bisogno hanno della ricchezza? Che bisogno di qualsiasi bene più materiale e tangibile dei beni che posseggono? Questi valgono assai più dell'oro o della fama. Sono la candida fede, la speranza ingenua dell'infanzia. Con tutta la potenza immaginativa d'una fantasia non frenata da disinganni e delusioni, ogni fanciullo fabbrica gli stessi castelli in aria che milioni e milioni d'altri hanno fabbricato o fabbricheranno fino alla fine dei secoli. Veggono splendere in lontananza vaghe figure, e non sanno che sono fantasmi. Le veggono adergersi e rifulgere, e i loro occhi affascinati si fissano in quelle, sorvolando sugli spazi tenebrosi che si frappongono, senza scorgere i perigli dell'aspra via, senza sospetto dei precipizi e delle insidie in cui molti dovranno cadere. Fiduciosi di guadagnare la gloriosa mèta, imprendono l'arduo cammino esultando. Sia benedetta l'illusione infantile, se pure è illusione! Non togliete d'inganno quei credenti, o uomini savi! Non soffocate quella buona speranza che è un dono di Dio, e che forse nel suo aereo volo li porterà a salvamento sopra qualche passo scabroso, qualche abisso della vita. Ahimè, già dura poco, e una volta spenta, la via si fa più dura!
Certo la gioia che faceva brillare il cuore a Guglielmo e Gertrude derivava in gran parte dalla generosità del sentimento che li commoveva. Nei loro sogni ambiziosi essi vagheggiavano solo la consolazione d'allietare i vecchi giorni di coloro che amavano. Era un nobile spirito di carità filiale, di tenera gratitudine quello che li animava: naturale in entrambi, ma in lui tanto alimentato dalla pia educazione ricevuta da aver assunto il carattere d'un principio, in lei mèro impulso. E guai alla misera natura umana quando è governata unicamente dalle sue passioni! La povera bambina aveva altri impulsi meno felici (chi non ne ha?), e se il primo meritava d'essere incoraggiato e fortificato, era necessario sradicare e distruggere i secondi.
True, acceso l'ultimo lampione di quella strada, svoltò in un'altra seguito dai due fanciulli. Ma dopo una dozzina di passi Gertrude si fermò di botto, risoluta a non proseguire, e tirando Guglielmo per la mano, tentò di farlo tornare indietro.
— Che hai, Gertrudina? — domandò egli. — Sei stanca?
— Oh no! Ma non posso andar più oltre.
— Perchè mai?
— Perchè.... perchè.... — e abbassando la voce la piccina accostò le labbra all'orecchio del suo compagno — qui ci sta Annetta Grant. Vedo la casa.... M'ero dimenticata che lo zio True deve andarci.... E io ho paura.
— Oho! — fece Guglielmo rizzandosi con aria dignitosa. — Vorrei un po' sapere di che hai paura quando io sono con te! Si provi, mo', a toccarti, se n'ha il coraggio. Te, o lo zio True! Riderei. —
E con parole affettuose e piacevoli prese a persuaderla, dicendole che secondo ogni probabilità Annetta Grant non li avrebbe veduti, ma che forse _loro_ avrebbero veduto _lei_; il che appunto egli vivamente desiderava. I timori di Gertrude furono presto vinti. Ella non era timida, per natura. L'improvvisa scossa provata rivedendo l'antica sua casa, aveva ridestato in lei il suo orrore, il suo terrore della vecchia Annetta; ma non ci vollero gran ragionamenti per dissipare quello sgomento dimostrandole che oramai ella era al sicuro; e bentosto vi succedette il desiderio di far conoscere a Guglielmo la sua persecutrice d'un tempo. Sicchè quando giunsero davanti alla casa aborrita ella sperava anzichè temere di vederla. E per vederla l'occasione non poteva essere migliore. Annetta era affacciata alla finestra e leticava furiosamente con una vicina. Il suo volto esprimeva tutta la violenza della collera che le bolliva dentro, e, brutto com'era sempre, offriva in quel momento una così chiara impronta del suo carattere, che nessuno le avrebbe potuto contrastare il diritto al titolo di megera, virago, dragone, o altro di simile significato.
— Quale delle due? — domandò Guglielmo. — Quella alta che gesticola con una caffettiera in mano? Scommetto che or ora, se non ci bada, rompe il manico....
— Sì, quella.
— O che fa?
— Letica con la signorina Birch. Sempre ce l'ha con qualcuno. Non ci vede mica, noi, non è vero?
— No, è troppo occupata. Vieni, non ci fermiamo qui. È brutta quanto me la figuravo. Io per me l'ho veduta abbastanza, e tu pure, credo. Tira via. —
Ma Gertrude indugiava. Resa coraggiosa dalla certezza che la nemica non s'accorgeva della sua presenza, la fissava intentamente, e i suoi occhi scintillavano animati non più dall'eccitazione d'una sana e innocente allegrezza come poco prima, ma dal fuoco dell'ira e dell'odio, un fuoco che Annetta Grant le aveva acceso nel cuore da anni e che non ancora estinto ridivampava in tutta la sua forza alla vista di lei.
Guglielmo, pensando ch'era tardi e vedendo la torcia del lampionaio già in fondo alla strada, usò, per indurre la bambina a seguirlo, l'espediente di lasciarla e andarsene dicendole:
— Se tu non vieni, Gertrude, io non posso aspettare. —
Ella si volse, attese ch'egli s'allontanasse alquanto, poi, ratta come il baleno, si chinò, raccattò un ciottolo sul marciapiede, e lo scagliò contro la finestra. S'udì un fracasso di vetri rotti e un'esclamazione della nota voce d'Annetta Grant; ma Gertrude non stette ad osservare il risultato della sua prodezza. Quel fracasso, quella voce, ridestarono i suoi terrori; perdutamente, se la dette a gambe, oltrepassò Guglielmo, nè si fermò finchè non si sentì sicura a fianco di Trueman. Guglielmo non li raggiunse che vicino a casa.
— Gertrude, — egli gridò correndo verso di lei tutto ansante — sai che cos'hai fatto? Hai rotto la vetrata della finestra! —
La bambina lo evitò voltando le spalle, fece il grugno, e dichiarò che questa era stata appunto la sua intenzione.
Il lampionaio domandò di che finestra parlassero. Ella confessò tutto, senz'ambagi, e soggiunse che l'aveva fatto apposta. True e Guglielmo tacquero, scandalizzati. Gertrude anch'essa non aperse bocca durante il resto del percorso. Aveva il visetto rannuvolato e un senso d'infelicità nel piccolo cuore. Ella non comprendeva sè stessa nè le proprie sensazioni. Ma l'espressione di quel visetto palesava che quando il male prevaleva violentemente sull'anima sua, la pace e la giocondità ne fuggivano. Povera creatura! Hai pur bisogno che ti sia insegnata la verità! Piaccia a Dio che la luce interiore ti divenga un giorno cara come t'è oggi la luce esteriore.
Guglielmo s'accomiatò da True e da lei sulla soglia della casa, e, secondo il solito, non lo rividero per tutta la settimana.
IX.
Ma silenzio. Contendere di un'alta Legge non debbo col voler che forse Ha reconditi fini a cui non giunge Il mio intelletto....
MILTON.
— Babbo, — disse la signora Sullivan al vecchio Cooper, il quale, pronto per uscire, raccoglieva i vari oggetti che gli occorrevano in chiesa il sabato sera — perchè non fate venire con voi Gertrude? Vi porterebbe una parte di quella roba che non potete pigliare tutta in una volta, e le farebbe tanto piacere.
— Non mi sarebbe che d'impaccio, — rispose egli. — Io posso benissimo portare ogni cosa da me. —
Ma quando ebbe una lanterna e un secchietto da carbone in una mano, una piccola accetta e un paniere di trucioli nell'altra, e una scaletta a piuoli in ispalla, dovette riconoscere che non trovava modo di prendere anche il martello e l'involto dei chiodi.
La signora Sullivan dunque chiamò Gertrude e le domandò se voleva andare in chiesa col signor Cooper e aiutarlo a portare i suoi arnesi.
La bambina fu lietissima della proposta, e presi i chiodi e il martello s'incamminò allegramente.
Giunti alla chiesa, il vecchio sagrestano la lasciò libera dicendole che poteva baloccarsi a suo talento purchè non facesse chiasso e non sciupasse nulla; e passò nella sagrestia dove principiò il suo lavoro di spazzatura e spolveratura e preparò i fuochi. Gertrude intanto, rimasta sola, si divertì qualche tempo a girellare per le navate deserte e tra le panche, osservando da vicino tutto quello che fino allora non aveva veduto che da un angolo della galleria; poi salì nel pulpito e s'immaginò di tenere un bel sermone a un numeroso uditorio. Tuttavia cominciava ad annoiarsi, quando l'organista, entrato senza che ella se n'avvedesse, si mise a sonare una musica sommessa e dolce; allora scese, sedette sugli scalini, e ascoltò con attenzione e piacere vivissimo. Ma di lì a poco la porta in fondo alla navata maggiore si aperse, e una coppia di visitatori venne a distrarre Gertrude attirando tutta la sua curiosità. L'uno era un uomo anziano vestito come un ecclesiastico, piccolo, smilzo, con capelli grigi e radi, fronte alta, lineamenti piuttosto aguzzi, ma quantunque di poca appariscenza, notevole per l'espressione serena e benigna della sua fisonomia; l'altra una giovane signora sui venticinque anni, la quale s'appoggiava al suo braccio. Ella indossava un abito semplicissimo, di colore bruno scuro come il cappellino chiuso nel quale spiccava soltanto, intorno al viso, una guarnizione di nastro celeste. L'unica parte del suo vestiario che fosse ricca ed elegante era un boa di zibellino fermato sotto la gola da un prezioso anello d'oro smaltato. Di statura alquanto inferiore alla media, aveva però un personalino grazioso e ben tornito; i lineamenti erano fini e regolari, la carnagione fresca sebbene un poco pallida, i capelli d'un castagno chiaro e acconciati con gusto. Ella non alzava mai gli occhi mentre veniva lentamente avanzandosi nella navata, e le lunghe ciglia quasi le toccavano le gote. I due passarono davanti al pulpito senza notar la bambina seduta sugli scalini.
— Sono lieto che l'organo vi piaccia, — disse il signore. — Io non posso chiamarmi giudice competente in fatto di musica; ma dicono che lo strumento è di rara eccellenza e che Hermann lo suona con somma perizia.
— Neppure l'opinione mia è di molto valore, — rispose la signora. — La musica è per me un gran diletto senza ch'io ne abbia cognizioni profonde. Ma questa sinfonia è davvero deliziosa: da lungo tempo non avevo sentito melodie che mi commovessero così il cuore. Forse è anche perchè le voci dell'organo risuonano tanto dolcemente nella quiete solenne della chiesa. Io amo la solitudine delle grandi chiese nei giorni feriali. Vi ringrazio d'esser venuto a prendermi stasera. Come mai ci avete pensato?
— M'immaginavo che vi farebbe piacere. Sapevo che Hermann sonerebbe a quest'ora; e poi, vedendovi così pallidina, m'è parso che un po' di moto vi dovesse giovare.
— Infatti. Non mi sentivo bene, e l'aria aperta e frizzante era proprio quello che mi ci voleva. Desideravo perciò fare una passeggiata, ma la signora Ellis era occupatissima, e io non posso uscire sola.
— Credevo di trovar qui il sagrestano.... Ho da parlargli circa la luce; i giorni sono corti ora, e fa buio presto; bisogna che lo preghi d'aprire un po' più le gelosie, altrimenti domani non ci veggo a leggere il mio sermone. Forse è nella sagrestia.... C'è sempre in qualche parte della chiesa, il sabato. Sarà meglio ch'io vada a cercarlo.... —
In quella entrò appunto il signor Cooper, il quale, visto il pastore, venne a lui, e dopo ricevuti i suoi ordini, gli parlò piano chiedendogli senza dubbio d'accompagnarlo in un luogo, perchè questi esitò, guardò la signora e disse:
— Già, sarebbe opportuno ch'io ci andassi oggi, tanto più che ci siete anche voi. Peccato perder l'occasione.... Ma.... non so.... —
Poi, rivolgendosi alla giovane, soggiunse:
— Emilia, il signor Cooper vorrebbe ch'io mi recassi con lui dalla signora Glass, e, certo, dovrei rimaner fuori qualche tempo. Vi dispiacerebbe aspettarmi qui fino al mio ritorno? È vero che abita nella via attigua, ma può darsi ch'io debba trattenermi un poco, perchè si tratta di quei volumi della biblioteca così maliziosamente sfregiati; io ho gran paura che il suo figliuolo maggiore c'entri per molto in questa birbonata. Sarebbe necessario chiarire la cosa prima di domani; e difficilmente io potrei stasera ritornare così lontano. Altrimenti non avrei pensato a lasciarvi.
— Andate, signor Arnold, — rispose Emilia — e quanto a me siate pur tranquillo. Starmene seduta qui in chiesa e ascoltare la musica dell'organo non sarà che un piacere. Il signor Hermann suona ch'è un incanto; il tempo non mi parrà lungo, ve l'assicuro. Dunque non abbiate fretta per causa mia, ve ne prego. —
Il signor Arnold, acquetati i suoi scrupoli, risolse d'andare. Condusse la signora a sedere accanto al pulpito, e uscì col vecchio sagrestano.
Durante tutto questo tempo Gertrude, ritiratasi quatta quatta sull'ultimo scalino in alto, e mezzo nascosta dalla cattedra, era rimasta inosservata. Ma non appena udì la porta chiudersi con un colpo fragoroso dietro i due uomini, si rizzò e cominciò a scendere. Al primo suo passo la giovane diede un sobbalzo ed esclamò piuttosto bruscamente:
— Chi c'è? —
Gertrude si fermò e non rispose. Cosa strana, la signora non aveva guardato in su quantunque dovesse pur avere percepito che il rumore veniva di sopra il suo capo. Seguì un momento di silenzio. Poi la bambina continuò a scendere, correndo. Questa volta l'altra balzò in piedi, e stendendo un braccio dinanzi a sè, ripetette vivamente la domanda:
— Chi c'è?
— Sono io, — disse Gertrude guardandola in viso — io sola.
— Volete fermarvi un poco e parlare con me? —
Gertrude attratta dalla voce più soave che mai avesse udita, venne a fermarsi proprio accosto ad Emilia, la quale le pose una mano sul capo e la trasse a sè chiedendole:
— Chi sei tu, bambina?
— Gertrude.
— E poi?
— Niente.
— O l'altro tuo nome l'hai dimenticato?
— Io non ho nessun altro nome.
— Con chi sei venuta in chiesa?
— Ci sono venuta col signor Cooper. L'ho aiutato a portare i suoi arnesi.
— E t'ha lasciata qui ad aspettarlo come sono stata lasciata io. Dunque dobbiamo tenerci compagnia, non ti pare? —
La bambina rise.
— Dov'eri? Sulla scaletta del pulpito?
— Sì.
— Bene, siedi su questo scalino basso, vicino alla mia seggiola, e discorriamo un poco. Voglio vedere se mi riesce di trovare il tuo secondo nome. Con chi abiti?
— Con lo zio True.
— True?
— Sì: il signor True Flint. Adesso abito con lui perchè mi portò a casa sua la notte che Annetta Grant mi cacciò fuori, sul marciapiede.
— Che? Sei tu quella? Ho dunque già inteso parlare di te! Il signor Flint mi raccontò tutta la tua storia.
— Voi conoscete mio zio True?
— Sì, moltissimo.
— E come vi chiamate, voi?
— Emilia Graham.
— Oh, — esclamò la bambina rizzandosi con un salto e battendo le mani — so, so chi siete! Voi gli avete raccomandato di tenermi seco, lo disse lui, ed io lo sentii.... Voi m'avete dato i miei vestiti.... E siete buona, e siete bella, ed io vi voglio bene.... tanto, tanto bene! —
Mentre Gertrude proferiva queste parole con voce commossa, un'espressione strana, di viva ed inquieta curiosità appariva nel volto della signorina Graham come se i toni di quella voce facessero vibrare una corda della sua memoria. Ella non parlò, ma passando un braccio intorno alla vita della piccina se la trasse ancor più accosto. Il suo aspetto riprese la serena compostezza abituale. Gertrude la guardava con l'aria di maraviglia che aveva da quando era incominciato il loro colloquio; e ad un tratto uscì a dire:
— Avete sonno?
— Punto. Perchè?
— Perchè tenete gli occhi chiusi.
— Sono chiusi sempre, bimba mia.
— Sempre! O per qual ragione?
— Io sono cieca. Non posso veder nulla.
— Non potete vedere! Proprio nulla nulla? Sicchè, me non mi vedete?
— No.
— Ah! — proruppe Gertrude facendo un respirone. — Quanto ne sono _contenta_!
— _Contenta!_ — esclamò la cieca con l'accento più doloroso che mai fosse udito.
— Oh sì, sono contenta che non mi vediate, perchè così forse mi amerete! — disse la bambina.
— E non t'amerei se ti vedessi? — domandò Emilia strisciandole lievemente la mano sul viso.
— No di certo! — ella rispose. — Sono tanto brutta! E però mi fa piacere che non possiate saper come io sia.
— Ma pensa, Gertrude, — riprese la signorina Graham con immensa tristezza — che proveresti se tu non potessi vedere la luce, nè le cose, nè le persone?
— Ma voi dunque non vedete neppure il sole, le stelle, il cielo?... Siete nel buio?
— Nel buio, sempre, notte e giorno. —
Gertrude dette in un violento scoppio di pianto.
— Oh! — fece quando potè ritrovare un fil di voce tra i singhiozzi. — L'è troppo dura! Troppo, troppo, troppo! —
La sua disperazione fu contagiosa. Per la prima volta la giovane cieca versò amare lacrime sulla propria sventura.
Ma fu un breve momento. Si dominò subito e cercò di calmare la piccina.
— Chetati! Non piangere! Non dire ch'è troppo dura la mia sorte.... Io, sai, la sopporto benissimo.... Essendo avvezza così, sono felice lo stesso.
— Io invece nel buio sarei infelicissima. Lo _odio_. Non sono _contenta_, no, che siate cieca.... _Me ne dispiace_ anzi _assai_.... Vorrei che vedeste ogni cosa, e me pure.... O non ci sarebbe un qualche modo d'aprirveli, gli occhi?
— No, non c'è. Ma non parliamo più di questo; parliamo di te, piuttosto. Dimmi perchè ti figuri d'essere tanto brutta.
— Perchè la gente lo dice. E i bambini brutti nessuno li ama.
— Sì, anche i bambini brutti sono amati, purchè siano buoni.
— Ma io non sono buona. Al contrario. Cattivissima.
— _Puoi diventar buona_, però, e allora t'ameranno tutti.
— Credete ch'io _possa_?
— Se ti ci sforzi, sì.
— Mi ci sforzerò.
— Lo spero. Il signor Flint aspetta grandi consolazioni dalla sua bimba, e tu devi fare tutto il possibile per dargliele. —
Emilia le rivolse poi molte domande sulla sua vita in casa d'Annetta Grant. E il racconto che l'orfanella le fece de' suoi molteplici patimenti, le prese l'animo a segno ch'ella non avvertì la fuga del tempo nè la partenza dell'organista il quale, cessato di sonare, aveva chiuso il suo strumento e se n'era andato.
Gertrude era molto comunicativa. Benchè di primo acchito si mostrasse ritrosa con gli estranei, bastava qualche buona parola per guadagnarne la confidenza; e nel caso presente la voce dolcissima d'Emilia, il suo tono di simpatia, le andavano diritto al cuore. Cosa singolare, ella, vissuta sempre fra gente d'umile condizione, anzi, fino a poco addietro, dell'infima plebe, non sentiva punto quel timore, quell'impaccio, che sarebbero parsi naturali in lei nel parlare per la prima volta a una vera signora, nata in mezzo all'opulenza, educata con tutte le raffinatezze del lusso, cólta, di modi eletti. Ella invece si stringeva affettuosamente alla giovane e accarezzava il suo boa con altrettanta libertà che se fosse anch'essa venuta al mondo in un palazzo e le pellicce di zibellino l'avessero avvolta fin nella culla. Non si peritò neppure di prendere ripetutamente la fine mano inguantata della signorina Graham e tenerla tra le sue, premendola forte: sua maniera favorita d'esprimere una calda gratitudine, un'ammirazione entusiastica. Ma non meno profondi erano i sentimenti destati dall'eccitabile e strana creatura nel cuore d'Emilia. Questa ben vedeva a qual segno la povera bambina fosse stata negletta, comprendeva quanto dovessero essere perniciosi gli effetti dei mali trattamenti sofferti nell'infanzia su quella natura capace di virtù ma impetuosa, e quanto importasse combatterli con un'accurata educazione affinchè non ne distruggessero in germe le felici disposizioni. Le due novelle amiche s'intrattenevano così, senza pensare all'ora già tarda, quando il signor Arnold entrò a passi accelerati, un po' trafelato, chiamando Emilia fin dal fondo della navata.
— Cara, temo che abbiate pensato ch'io vi dimenticassi.... Mi son dovuto indugiare assai più che non credevo. Non vi ritrovo stanca e scoraggiata?
— Proprio tanto, siete stato? A me non sembra! — ella rispose. — Gli è che, come vedete, ho una compagnia.
— Una bimba? O di dove è sbucato cotesto topolino? — fece il pastore, gioviale e bonario.
— È venuta in chiesa col signor Cooper. Non è ritornato ancora a prenderla?
— Cooper? No, è andato direttamente a casa, dopo che ci siamo lasciati. Sicuro, non se ne ricordava per nulla.... E ora che si fa?
— Non possiamo ricondurla a casa noi? È lontano?
— Ci sono da qui due o tre lunghe vie, tutte fuori della nostra direzione. Voi non dovete camminar tanto.
— Oh, sono già rimessa in forze! Non mi stancherò. E dovessi anche stancarmi un poco, sarebbe meno male per me che non sapere questa piccina a casa sua sana e salva. —
Se Emilia avesse potuto vedere in quel momento il viso di Gertrude, la viva gratitudine che ne spirava l'avrebbe compensata di qualsiasi fatica.
Il signor Arnold e la signorina Graham accompagnarono dunque Gertrude a casa, e sulla soglia la signorina la baciò, ed ella fu quella notte una bimba felice.
X.
Col voler che lo spirito governa Con ogni fiero torto perdonato Con quanto svelle il cuore del peccato La donna acquista la salute eterna.
N. P. WILLIS.