Part 45
Rina rise, poi pianse di nuovo, poi riprese a ridere: e negl'intervalli raccontò ch'era fidanzata, da una settimana, a un ottimo giovane, e che la fanciulletta che aveva per mano era una sua nipote, orfana, a lui cara come una figliuola.
— E la mia felicità, — ella continuò — la devo a voi!
— A me? — fece Gertrude stupita.
— Sì! Io ero tanto vana e sciocca, lo sapete, e mi piacevano persone che non meritavano alcuna stima, e non mi curavo che del mio piacere, senza pensare al bene altrui; se voi non m'aveste insegnato ad essere qualche cosa di meglio, se non m'aveste dato un esempio che mi sono sforzata di seguire, egli non m'avrebbe mai guardata, e men che meno amata, nè creduta capace d'essere una buona mamma per la piccola Graziella, — e chinava uno sguardo di tenerezza sulla bambina che si stringeva affettuosamente a lei. — È un pastore, Gertrude, e tanto buono! Pensate un po', una creatura puerile come son io, diventar la moglie d'un ecclesiastico! —
La simpatia che Rina era venuta a cercare non le fu negata, e Gertrude, la quale anch'essa aveva gli occhi lucenti di lacrime, rassicurò che partecipava di cuore alla sua gioia.
Intanto Graziella, pian piano, insinuò la manina libera nella mano di questa, che guardandola per la prima volta con attenzione riconobbe in lei la piccina di cui aveva preso le difese contro i suoi persecutori nel salone dell'albergo di Saratoga.
Rina fu lieta della coincidenza, e Gertrude osservando quanto migliorato fosse l'aspetto della bambina nelle vesti e nella persona, che adesso mostravano un'amorosa cura femminile, si sentì persuasa che il giovane ecclesiastico aveva fatto una buona scelta.
La fidanzata avrebbe voluto descriverle il suo futuro marito, ma appunto furono chiamate al tè, ed ella dovette rimettere a più tardi ciò che le restava a dire.
Il gaio salotto del signor Graham non era mai stato gaio come quella sera. Il tempo era piuttosto mite, ma il fuoco, acceso per il signor Clinton, non riscaldava eccessivamente la stanza. Tuttavia aveva cacciato la gioventù in un angolo lontano dal caminetto, nelle cui vicinanze erano rimasti soltanto la signora Graham con Emilia sul sofà, e il signor Graham col signor Clinton in due poltrone di faccia a loro.
Il padrone di casa poteva discorrere così a suo agio con l'ospite su gravi soggetti d'affari, mentre la loquace sua consorte intratteneva Emilia e sè stessa, ricapitolando con brio i suoi viaggi e le sue avventure.
Le ragazze stavano intorno a una tavola ove si trovava una voluminosa cartella piena di bellissime incisioni rappresentanti vedute d'Europa, recente acquisto del signor Graham. Gertrude e Rina voltavano accuratamente i fogli; la piccola Graziella, seduta sulle ginocchia della futura zietta, e Fanny, china sulla spalla della sua amica, ascoltavano attente le loro spiegazioni.
Di quando in quando anche Isabella, la sola delle persone presenti che andasse girellando oziosamente per la stanza, si accostava alla tavola e riconoscendo qualcuno dei luoghi visitati, dava in esclamazioni come queste:
— O guarda, Rina, c'è il negozio dove staccai quel taglio di seta celeste!... Ah, ecco la cascata che visitammo con gli ufficiali russi! —
Mentre la compagnia era in tal guisa occupata, l'uscio s'aperse ed entrarono il signor Amory e Guglielmo Sullivan, senza farsi annunziare.
Se anche fossero comparsi separatamente avrebbero destato una viva curiosità nella maggior parte degli astanti; ma capitando insieme, con l'aria di due intrinseci amici, essi eccitarono una maraviglia che apparve manifesta nei volti delle ragazze.
I padroni di casa però avevano troppo uso del mondo per tradire questo sentimento altrimenti che scambiandosi una rapida occhiata, e, rizzatisi, accolsero i due visitatori con la debita gentilezza. Il signor Graham salutò semplicemente con un cenno del capo Filippo Amory che aveva già veduto la mattina, e lo presentò al signor Clinton, senza menzionare però la loro parentela; e stava per presentarlo alla moglie, quando questa lo dispensò dalla cerimonia dichiarando di non aver dimenticato la conoscenza fatta a Baden-Baden.
Guglielmo era conosciuto da tutti fuorchè da Emilia: ma avvenne che la presentazione fosse dimenticata. Egli gettò a Gertrude uno sguardo d'intelligenza, accettando la seggiola offertagli da Isabella, la quale si mise a conversare con lui, mentre sua zia s'impadroniva di Filippo.
— Signorina Gertrude, — disse sottovoce Fanny Bruce non appena tutti furono tranquillamente seduti — quello lì è il signore che v'accompagnava in calesse, stasera. L'ho ravvisato subito. — E vedendo la giovane arrossire e farle cenno di tacere, guardandosi intorno, ansiosa come se temesse che qualcuno avesse udito, soggiunse: — È Guglielmo, non è vero?... Il signor Sullivan? —
La povera Gertrude era di più in più impacciata, ma la maliziosa Fanny continuò a tormentarla con le sue domande; e Isabella, ingelosita, notando che gli occhi di Guglielmo si volgevano spesso verso la tavola, a un tratto la fissò con uno sguardo scrutatore che finì di confonderla.
Ma il caso le venne in aiuto sotto la forma di Gianna, che portava il giornale, e non poteva aprire l'uscio contro il quale stava la sua seggiola: il che le diede l'occasione di alzarsi, aprire, ricevere il foglio dalla ragazza, e insieme un'imbasciata di poca importanza. Mentre era occupata così, il signor Clinton si rizzò dalla sua poltrona, e, attraversando il salotto col suo debole passo d'infermo, andò a domandare qualche cosa a Guglielmo, sottovoce. Questi rispose affermativamente. Allora egli prese Isabella per mano, e avvicinatosi a Filippo Amory esclamò con profonda commozione:
— Signore, apprendo dal signor Sullivan che voi siete quegli a cui debbo la vita della mia figliuola: e veniamo a ringraziarvi! —
Filippo balzò in piedi e gettò un braccio intorno alla vita di Gertrude che passava portando il giornale al signor Graham e non aveva udito le parole del padre di Bella. Ella corrispose alla carezza alzando verso di lui la faccia raggiante d'un dolce sorriso. Egli disse:
— Questa, signor Clinton, è la persona che l'ha salvata. Io, è vero, la portai a nuoto alla riva, ma credevo che fosse la figliuola mia adoratissima, la quale, senza ch'io potessi immaginarmelo, aveva abbandonato volontariamente ad un'altra l'unica sua speranza di salvezza.
— Da par vostra, Gertrude! Da par vostra! — gridarono a un tempo Rina e Fanny, penetrando a forza nel piccolo circolo strettosi intorno all'eroica fanciulla.
— Mia nobile creatura! — mormorò Emilia che appoggiata al braccio di Filippo si chinò a prenderle la mano e se la premette alle labbra.
— Oh, Gertrude! — esclamò Isabella i cui occhi s'empirono di lacrime. — Io non sapevo.... non avrei mai pensato.... —
La voce sonora della signora Graham venne a interromperla.
— Come, la vostra figliuola?...
— Sì, restituita per grazia di Dio ad un padre non degno di tanto bene! — rispose il signor Amory con reverenza. — E.... tu non hai segreti qui, mio tesoro? — fece, volgendosi a Gertrude.
Ella guardò Guglielmo che stava adesso al suo fianco, e scosse il capo.
— E, — proseguì egli allora — da lui concessa con gioia ad uno sposo che la merita per il suo lungo e fedele amore!
Così dicendo pose la mano di sua figlia in quella di Guglielmo Sullivan.
Seguì un momento di silenzio. La solennità di quell'atto aveva commosso tutti i presenti. Poi il signor Graham venne innanzi, strinse cordialmente la mano ai fidanzati, e, passandosi rapidamente una manica sugli occhi, andò, secondo il suo costume, a rifugiarsi nella biblioteca.
— Gertrude, — disse Fanny tirandola per la gonnella — siete promessa sposa, dunque? promessa a Guglielmo?
— Sì, — ella rispose, sperando che, appagata la sua curiosità, starebbe zitta.
Ma Fanny si mise a ballare per il salotto, lanciando le braccia in alto e gridando:.
— Oh, che piacere! Oh, che piacere!
— Ho tanto piacere anch'io! — uscì a dire la piccola Graziella, con tono gratulatorio, sporgendo verso Gertrude la boccuccia per un bacio.
— Ed _io_ — esclamò il signor Clinton posando le mani su quelle dei due giovani ch'erano sempre unite — godo che la generosa fanciulla ch'io non potrò mai abbastanza ringraziare nè mai ripagare della sua rara abnegazione, abbia avuto una degna ricompensa nell'amore d'uno dei pochi uomini a cui un padre amoroso possa con piena sicurezza affidare la felicità della sua creatura. —
Esausto dalla soverchia eccitazione, egli d'improvviso si sentì venir meno, e fu accompagnato nella sua camera da Guglielmo il quale, appena che il suo vecchio amico si fu riavuto, ritornò a ricevere la benedizione d'Emilia sulle sue nuove speranze, e ad apprendere la storia del parentado di Gertrude e della sua scoperta, che lo colmò di maraviglia e di gioia.
Infatti, sebbene la persona con cui aveva quella sera un fissato a Boston, fosse precisamente il signor Amory, ed egli avesse confidato a questi, nel corso del loro colloquio, come ogni dubbio e ogni malinteso si fosse dissipato tra lui e la fanciulla amata, il segreto che doveva così lietamente stupirlo non gli era stato rivelato se non nel salotto del signor Graham.
A dir vero gli era parsa un po' bizzarra la proposta fattagli con insistenza dal suo amico d'accompagnarlo, lì per lì, in una visita alla villa: ma aveva poi concluso che il desiderio di riannodare la sua conoscenza con la famiglia, essendo stato presentato alla signora Graham a Baden-Baden, e forse anche un po' la curiosità di vedere da presso quella Gertrude Flint, da lui tanto esaltatagli, fossero i soli motivi del suo capriccio.
E riandando le memorie del passato, esultando nella felicità presente, accarezzando le speranze del futuro, la serata trascorse rapidamente.
. . . . . . .
— Vieni qui, Gertrude, — disse Guglielmo — vieni alla finestra. Guarda che bella notte! —
La notte invero era bellissima. Fredda certo, perchè ogni cosa che aveva un orlo s'ornava d'una frangia di brillanti diacciuoli, e il suolo era coperto d'un candido tappeto di neve che i passanti calpestavano frettolosi, stimolati dall'aria frizzante. Le stelle scintillavano come non scintillano che in puro cielo invernale; la luna sorgeva sopra una vecchia casa dalle mura brunastre, la stessa casa, all'angolo della strada, che Guglielmo e Gertrude fanciulli vedevano dalla loro soglia quando, sedutivi insieme, spiavano lo spuntare dell'astro d'argento, di dietro alla nera massa velata d'ombra.
Appoggiata alla spalla del suo sposo, la giovane stette a guardare, intenta come allora, finchè l'intero disco non apparve splendente nel cupo azzurro immacolato.
Nessuno dei due parlava, ma i loro cuori palpitavano all'unisono, nel ricordo dei giorni passati.
In quella, l'accenditore del gas passò velocemente ed accese, come per contatto elettrico, le lucide fiamme dei numerosi lampioni che fiancheggiavano i marciapiedi; in un attimo era già fuor di veduta.
Gertrude sospirò.
— La bisogna non era tanto agevole, per il povero zio True! — ella disse. — Ma si sono fatti grandi progressi da quel tempo.
— Sì, affemmia! — rispose Guglielmo volgendo uno sguardo di compiacenza in giro all'elegante salotto bene illuminato e bene riscaldato della loro casa coniugale, e posandolo infine sul viso radioso della sposa adorata. — Progressi che allora sarebbero parsi sogni inconseguibili. Vorrei che il buon vecchio fosse qui con noi a goderne i vantaggi! —
Una lacrima inumidì gli occhi di Gertrude; ma premendo il braccio del marito, ella additò reverentemente una fulgidissima stella uscente in quel momento da una tenue nuvoletta inargentata che la aveva fino allora nascosta; la stella in cui s'era sempre immaginata di discernere il buon sorriso del suo padre adottivo.
— Caro zio True! — esclamò commossa. — La sua lampada, Guglielmo, arde sempre lassù in cielo, e la sua viva luce non è ancor spenta sulla terra! —
. . . . . . .
In una bella città, a trenta miglia circa da Boston, sulla riva d'uno di quei laghetti circondati d'ameni colli, che sarebbero celebrati dai poeti in un paese meno ricco di questi incantevoli specchi d'acque limpide e azzurre, sorgeva una villa gentilizia d'antica ma solida costruzione. Era appartenuta agli avi paterni di Filippo Amory, ed era stata la prima dimora e l'unica eredità di suo padre che la teneva carissima. Solo l'acuto sprone della povertà aveva potuto spingerlo a venderla, con grande riluttanza.
Riscattare quell'avito dominio, restaurare e introdurre giudiziosamente le comodità moderne nella vecchia casa, infertilire e abbellire i terreni, era il sogno di Filippo. Le sue ricchezze adesso gli permettevano d'avverarlo. Egli non perdette tempo, e la primavera che seguì il ritorno in patria dell'esule da lunghi anni errabondo, vide l'opera quasi compiuta.
Intanto Gertrude era andata sposa a Guglielmo, e i Graham erano tornati in città, dove passando Isabella l'inverno con sua zia, la vivace signora dava gran ricevimenti in suo onore, mentre andava già meditando di rimodernare la villa del marito, per la ventura stagione.
Ed Emilia, la quale aveva perduto il suo maggior tesoro, e si trovava costretta a vivere in un ambiente così poco in armonia col suo spirito non mormorava; ma contenta della sua sorte non chiedeva nè sognava di mutarla, finchè un giorno Filippo venne a lei, le prese dolcemente la mano, e le disse:
— Questa casa non fa per voi, Emilia. Voi qui, fra tanta gente, siete sola come son solo io nella mia romita villa. Noi due ci siamo amati; da fanciulli fummo un'anima, e un cuore nella nostra giovinezza, e tali siamo sempre. Perchè dovremmo rimanere ancora divisi? Vostro padre non s'opporrà più ai nostri desiderî; e voi, mia amatissima, vorrete forse negarvi di allietare la vita solitaria del vostro canuto innamorato? —
Ma ella scosse il capo e rispose col suo sorriso ineffabilmente soave:
— Oh, Filippo, non ne parlate! Pensate alla mia debole salute, e alla mia cecità!
— La vostra salute, cara Emilia, è migliorata dimolto: già le rose rifioriscono sulle vostre gote; quanto alla vostra cecità, sarà per me un conforto il farvela dimenticare con la mia devozione. Oh, non mi rimandate deluso! Un fato crudele ci divise per anni; non vogliate, adesso che possiamo essere ricongiunti, prolungare questa dolorosa separazione! Unirmi al mio primo amore è la mia più dolce, la mia unica speranza di felicità sulla terra! —
Ed ella non ritrasse la mano ch'egli teneva, ma porse anche l'altra alla sua fervida stretta.
— Avevo sempre pensato, caro Filippo, che innanzi quest'ora sarei stata chiamata nella mia patria celeste, e anche adesso sento che la mia dimora quaggiù non sarà lunga: ma finchè dura, o più o meno, sia secondo il vostro desiderio. Non sia mai che una mia parola divida due cuori così profondamente uniti. La vostra casa sarà la mia. —
E quando l'erba rinverdiva, e i fiori sbocciavano diffondendo nell'aria le loro fragranze, e gli uccelli gorgheggiavano fra i rami, e le acque azzurre del lago s'increspavano all'alitare di zeffiri primaverili, Emilia venne a vivere sul pendio del colle con Filippo. E la signora Ellis la seguì per assumere il governo della nuova casa, e di tutte le attinenze, specie della latteria, che divenne il suo orgoglio.
Ella aveva implorato a calde lacrime, e agevolmente ottenuto, il perdono di Filippo a cui sapeva adesso d'aver fatto più male che non volesse: e con la sincerità della sua volontaria confessione, con l'umiltà del suo pentimento, aveva provato che non era priva di cuore.
La signora Prime sollecitò anch'essa, con vive istanze, il posto di cuoca alla villa; ma Emilia amorevolmente la dissuase.
— Non possiamo lasciare tutte il babbo, — disse scusandosi. — Chi gli arrostirebbe appuntino i suoi crostini, chi gli accenderebbe a modo suo il fuoco, nella biblioteca? —
La buona vecchia comprese che aveva ragione, e si rassegnò.
E l'esule che ha tanto errato e tanto sofferto, è finalmente felice? Sì; ma la sua pace non deriva dalla sua bella casa, dai suoi vasti possessi, dalla fama onorevole che egli gode fra gli uomini, e neppure dall'amore della gentile Emilia.
Questi sono beni preziosi, ed egli sa apprezzarli; ma la sua anima duramente esperta dei dolori del mondo, ha trovato un'àncora più salda, un più sicuro rifugio dalla tempesta, perchè grazie al divino potere d'una fede viva ha toccato il porto della salvezza eterna. Le preghiere della vergine cieca sono state esaudite, l'ultima e la migliore delle sue pie opere è compiuta; dal suo spirito illuminato un raggio è sceso nell'anima ottenebrata del suo diletto, e quand'anche Dio la chiamasse a sè, egli sarebbe ormai capace di seguire le sue orme, di continuare le sue carità, di fare il bene sulla terra finchè venga per lui l'ora di raggiungerla in cielo.
Quando i due sposi, nelle sere estive, escono a respirare l'aria fresca e fragrante della campagna, e godere l'incanto dei crepuscoli sereni, ascoltando i cantori alati gorgheggianti tra le fronde, tutte le cose parlano d'una pace santa al rinato cuore di colui che per tanto tempo visse agitato ed afflitto.
Quando il sole muore in mezzo alla pompa del tramonto, e a grado a grado la luce dell'occaso si estingue, quando spuntano le stelle e la luna s'inargenta, nella solenne bellezza della notte gli astri parlano parole d'alto insegnamento alla sua anima risvegliata, e la gran voce della natura, e la tenue voce sommessa che mormora in lui, dicono dolcemente, piamente:
«Il sole non sarà più il tuo lume diurno, nè più splenderà per te il chiarore soave della luna: ma la luce eterna ti verrà dal Signore, e il tuo Dio sarà la tua gloria.
«Il tuo sole non tramonterà più, nè la tua luna si ritirerà: perchè il Signore sarà la tua luce perpetua, e i giorni del tuo cordoglio saranno finiti.»
FINE.
NOTE:
[1] Centesimo di dollaro.
[2] Nome della nave che portò i primi coloni inglesi.
[3] Esq. abbreviazione di «Esquire» titolo medio tra signore e cavaliere.
[4] Colle del Tramonto.
[5] La moda, l'elegante vita mondana.
[6] La legge di Lynch autorizzava tutti i presenti a fustigare i ladri còlti sul fatto. Il supplizio era spesso mortale.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.