Il lampionaio

Part 42

Chapter 423,752 wordsPublic domain

«L'uomo parve malcontento. Mi chiese il permesso di rimanere fino alla mattina seguente non avendo egli alcun ricovero per la notte che già s'avvicinava. Io accondiscesi, perchè non m'immaginavo qual serpente avessi riscaldato al mio focolare. In sulla mezzanotte un leggero rumore mi destò: ci voleva poco a turbare il mio sonno che non era mai profondo. Mi rizzai e vidi l'ospite affaccendato a impadronirsi del mio denaro, e pronto a svignarsela senza salutarmi. La sua ribalderia andò più oltre. Nell'atto ch'io l'agguantavo rimproverandogli il furto vergognoso, egli afferrò un'arme che si trovava lì presso, e attentò alla vita del suo benefattore. Ma io stavo all'erta; rapidamente schivai il colpo, ed essendo il più forte, in pochi momenti ebbi ridotto all'impotenza il mio disperato avversario. Costui si trascinò alle mie ginocchia implorando grazia con l'abietta sommissione che si conveniva a un così spregevole furfante. E ben aveva di che tremare, perchè la legge di Lynch era allora nel suo pieno vigore, e faceva giustizia sommaria dei criminali.

«Avrei probabilmente abbandonato il traditore alla sorte meritata, se egli non avesse per caso scoperto alla mia cupida brama un oggetto desiderabile a segno, ch'io gli offersi la libertà come prezzo del suo possesso, con un ardore in cui dimenticai il castigo dovuto a tanta perfidia.

«Il ladro, obbedendo al mio comando, vuotò le sue tasche per restituirmi l'oro, la cui perdita non m'avrebbe oltremodo afflitto: e mentre il vil metallo rotolava ai miei piedi, vidi brillare tra le monete un gioiello _mio_, legittimamente _mio_ quanto il resto; e quella vista mi colmò di maraviglia e di gioia, più che se fosse stato una stella caduta dal cielo.

«Era un anello assai singolare per il disegno e la fattura, già appartenuto a mio padre, portato poi da mia madre fino al tempo delle sue seconde nozze, e da lei allora dato a me. Io lo tenevo caro come un'eredità preziosa, ed era uno dei pochi oggetti di valore presi meco nell'abbandonare la casa del mio patrigno. L'avevo lasciato, insieme con un orologio e qualche altro piccolo gioiello, a Lucia, quando m'ero separato da lei a Rio, e rivedendolo mi sembrava udire una voce da una tomba.

«Con ansiosa avidità interrogai il mio prigioniero per sapere come quell'anello fosse venuto nelle sue mani, ma egli si chiuse in un ostinato silenzio. Ora toccava a me supplicarlo; e alfine, la promessa che, terminato il suo racconto, l'avrei lasciato partire immune dalla «fustigazione della giustizia»[6] gli strappò il segreto che per me aveva un'importanza vitale. Ti riferirò in poche parole la sua intralciata e scucita narrazione.

«Quell'uomo era Stefano Grant, il figlio del mio vecchio amico Ben. Egli aveva udito dalla bocca di suo padre la dolorosa storia della tua mamma, e la circostanza d'un violento alterco tra il marinaro e quella megera di sua moglie quando egli le aveva portato in casa la giovane straniera, era servita ad imprimerla bene nella memoria del ragazzaccio.

«A quanto rilevai da ciò che Stefano mi disse, pare che la mia prolungata assenza e la mancanza di notizie mentre io giacevo malato, fossero interpretate dal fedele ma troppo diffidente amico e consigliere della mia sposa, come un volontario e crudele abbandono. La povera figliuola, per la quale la mia vita passata era un mistero, e rimanevano quindi inesplicabili molti particolari del mio carattere e della mia condotta, cominciò a sentirsi persuasa che i timori e i sospetti del buon vecchio non erano infondati. Ella s'era rivolta al mio principale, a fine d'ottenere qualche informazione; ma egli, che mi sapeva esposto all'epidemia e mi credeva oramai nel numero dei morti, non volendo desolarla le aveva dato risposte così oscure ed ambigue, da mutare quasi in certezza le sue vaghe apprensioni. Tuttavia si ricusò fermamente di lasciare la nostra casa, e attaccandosi a un'ultima speranza stette ad aspettarvi il mio ritorno finchè il morbo non principiò a menare strage nel vicinato. Il suo piccolo gruzzolo era già finito, le forze sì morali che fisiche le venivano meno, e Ben, sempre più sicuro che l'ingenua Lucia era stata tradita e abbandonata, potè finalmente indurla a vendere la sua mobilia, e grazie alla somma così raccolta fuggire dal paese infetto prima che fosse troppo tardi. Ella partì per Boston con un bastimento su cui il suo umile protettore s'era imbarcato in qualità di marinaro; e, giunti in porto, egli la condusse nella sola casa che poteva offrirle: la sua.

«Là si compì il fato della tua sventurata madre con la sua morte nel fior degli anni, e tu, bambinetta, restasti sola alla mercè della femmina crudele che unicamente la coscienza d'un crimine commesso e la tema di essere scoperta, rattenne dal cacciarti fin da allora fuor del misero asilo trovato sotto il suo tetto. Questo crimine consisteva in un vilissimo furto perpetrato da lei e dal già infame suo figlio in danno dell'innocente e infelice Lucia che la sua debolezza rendeva oramai una facile preda per la loro rapacità.

«I frutti del ladrocinio non furono però mai goduti da Annetta Grant, il cui promettente rampollo tanto la superava in duplicità ed astuzia, che fattosi consegnare i gioielli col pretesto di venderli bene, si tenne per sè ciò che gli parve opportuno, e s'appropriò il denaro ricavato dal resto.

«L'anello antico ora tornato in mio possesso, la preziosissima reliquia di una luttuosa tragedia, avrebbe seguìto la sorte degli altri oggetti rubati se non fosse parso al ladro di poco valore. Ma esso salvò, temporariamente almeno, lo sciagurato Stefano dal castigo dei felloni che certo aspetta quel peccatore impenitente; e quanto a me.... ah, quanto a _me_ rimane dubbio ancora se il segreto di cui fu la chiave consolerà la vita che m'avanza o farà pesare sovr'essa una più grave maledizione!

«Quantunque le informazioni così ottenute suscitassero in me l'eccitante idea che la mia figliuola vivesse ancora e potesse alfine essermi resa, io non osavo abbandonarmi a quest'ardita speranza, perchè nulla m'assicurava che non fosse destinata a perire in germe, che il perduto tesoro di cui avevo miracolosamente scoperto le tracce non dovesse di nuovo sfuggire alle mie ansiose ricerche. A tutte le domande concernenti te, mia Gertrude, Stefano, il quale non aveva più ragione alcuna di nascondermi la verità, rispose che non era in grado di comunicarmi particolari posteriori al tempo in cui eri andata a stare con Trueman Flint. Egli sapeva che il lampionaio t'aveva ricoverata la notte che Annetta ti cacciò in istrada, e un caso gli apprese, di lì ad alcuni mesi, la tua permanenza in quel luogo di rifugio, essendo stato il vecchio (per dire come disse lui) tanto solennemente imbecille da recarsi di spontanea volontà a risarcire sua madre del danno da te fatto in uno sfogo d'infantile vendetta alla vetrata d'una sua finestra.

«Di più non giunsi a rilevare, ma era uno stimolo sufficiente perchè io m'adoprassi con tutte le mie energie a ritrovar la mia creatura. Pieno il cuore di quest'unico desiderio, m'affrettai a partire per Boston. Non durai fatica a rintracciare le notizie del tuo benefattore, e quantunque fosse morto da anni, non poche persone, degne di fede, m'attestarono le sue grandi virtù, che ben erano conosciute. Nè la sua figliuola adottiva era dimenticata nel quartiere dove aveva passato l'infanzia. Più d'una voce rispose alle mie inchieste con accento di gratitudine, enumerando le ragioni di ricordare la fanciulla che essendo venuta in prospere condizioni dopo aver provato la povertà, s'era fatta un dovere e un piacere di soccorrere nei loro bisogni i suoi vicini d'un tempo, le cui sofferenze le erano note per avervi partecipato.

«Ma, ahimè, alla somma delle mie tristi vicissitudini, una ancora doveva aggiungerne l'inesorabile destino.... Nel momento ch'io m'accertavo che mia figlia viveva ed era al sicuro, nel momento che il mio cuore paterno esultava al suono delle lodi da cui sentivo accompagnare il suo nome, mi colpirono come un fulmine queste parole tremende: «Ella è ora la figliuola adottiva della dolce Emilia Graham, della buona signorina cieca!»

«O strana coincidenza! O giusto guiderdone. Mentre mi credevo sul punto di vedere la cara mia speranza divenire una felice realtà, la mano ferrea di quel destino che non voleva lasciarsi sfuggire la sua vittima, mi afferrava un'altra volta, e mi schiacciava.... La mia creatura, la mia unica figliuola, stretta da vincoli di gratitudine e d'affetto, fin dai suoi teneri anni, a colei nel cui volto non oserei fissare lo sguardo, se fosse conscia della mia presenza, per tema di leggervi una condanna che mi fiaccherebbe l'anima per sempre!

«Le terre e i mari che ci dividevano finora, mia Gertrude così lungamente perduta per me, sembravano alla mia immaginazione torturata un ostacolo meno insormontabile del fatto che la sola creatura umana nel cui amore ancora speravo, era stata educata in una famiglia dove io ero odiato, dove il solo mio nome destava un senso d'orrore!

«Straziato dal pensiero tormentoso che tutte le mie preghiere, tutte le mie spiegazioni sarebbero state impotenti a cancellare quella prima impressione, che le mie cure, la mia tenerezza, per quanto grandi non avrebbero ottenuto altro che un freddo e formale riconoscimento dei miei diritti, o, peggio ancora, un'ipocrita larva d'amor filiale, quasi risolsi di lasciar ignorare a mia figlia da chi fosse nata, di rinunziare a veder mai il suo viso piuttosto che imporle la terribile necessità di scegliere tra l'adorata amica e un padre da cui l'animo suo rifuggiva con raccapriccio e terrore come da un reo di neri delitti.

«Dopo aver molto combattuto con sentimenti contrari, in fiera lotta tra loro, deliberai di tentare una prova: conoscere la mia Gertrude, ma guardandomi bene dallo scoprirle chi io fossi. Mi confidavo, e lo confermarono i fatti, che i mutamenti enormi operati dal tempo nel mio aspetto, mi permetterebbero di nascondere l'esser mio alle persone con cui non avevo avuto una lunga dimestichezza; e però m'avvicinai alla casa del signor Graham, senza paura di tradirmi. La trovai chiusa, e, a quanto pareva, deserta.

«Mi diressi allora verso il troppo noto banco. Là un commesso, non bene informato, mi disse che tutta la famiglia del suo principale, te compresa, aveva passato l'inverno a Parigi, e che allora si trovava in Germania, a Baden-Baden. Io, senza indugio, presi il piroscafo per Liverpool, e da Liverpool proseguii speditamente alla volta dell'elegante cittadina tedesca, una giterella per me, avvezzo a ben altri viaggi.

«Senza avventurarmi sotto gli occhi del mio patrigno, colsi un'occasione di farmi presentare alla sua nuova moglie, e presto seppi dalla loquace signora che Emilia e tu eravate rimaste a Boston, e che in quei giorni vi ospitava il dottor Jeremy.

«Io presi immediatamente la via del ritorno, e durante la traversata feci la conoscenza del dottor Gryseworth e di sua figlia: conoscenza che fu per me preziosa avendomi agevolato il modo d'avvicinarmi a te.

«Arrivato a Boston, corsi alla casa del dottore. Come già quella del signor Graham, la trovai abbandonata dai suoi inquilini e in apparenza chiusa per la stagione. Per fortuna potei interrogare un uomo occupato a riparar lo scalino della soglia. Egli mi rispose che la famiglia era assente, ma non sapeva dirmi dove fosse andata; soggiunse però che c'erano le persone di servizio, le quali m'avrebbero informato. Arditamente io tirai il campanello. Venne ad aprire la signora Ellis: la donna che venti anni addietro aveva crudelmente, spietatamente, fatto risonare al mio orecchio le parole con cui m'annunziava la morte della mia ultima speranza sulla terra. Vidi alla prima occhiata che il mio «incognito» era sicuro, giacchè ella incontrò il mio sguardo acuto e penetrante senza tremare, nè retrocedere o fuggire, come certo avrebbe fatto alla vista dello spettro di Filippo Amory.

«Ella rispose alle mie domande con altrettanta freddezza e compostezza che a quelle di forse una mezza dozzina di delusi clienti del dottore: egli era partito per Nuova York la mattina stessa, e non sarebbe ritornato che fra due o tre settimane.

«Nulla poteva meglio favorire il mio disegno. Io t'avrei raggiunta, avrei fatto conoscenza con te, a poco a poco, quale compagno di viaggio.

«Tu sai come riuscii nel mio intento. Ora seguendovi, ora precedendovi, mi mantenni sempre vicino a voi. Per conferire in qualche modo al tuo benessere e a quello d'Emilia, per conoscere il vostro itinerario, prevenire i vostri desiderî, accaparrarvi le camere migliori e assicurarvi le premure della servitù, non risparmiai nè pene nè spese.

«Della libertà con cui potei accostarti, e penetrare qualche volta nel vostro circolo, sono, ahimè, in gran parte debitore alla cecità della tua protettrice; perchè non posso dubitare che altrimenti nè il tempo, nè i mutamenti da esso prodotti, le avrebbero impedito di riconoscermi. Perciò soltanto all'ultimo atto di questo dramma, quando ci trovammo a faccia a faccia con la morte, e la dissimulazione divenne impossibile, osai fare udire un momento ad Emilia la mia voce.

«Nessuno le cui facoltà mentali non siano talora state acuite e vivificate da qualche ragione così forte, può comprendere quanto intensamente io osservassi ogni tua azione, pesassi ogni tua parola, cercassi di leggerti in viso ogni pensiero: e chi giungerà a misurare l'angoscia del tenero padre che di giorno in giorno imparava ad amare di più ardente e più profondo affetto la sua creatura, eppure non ardiva stringerla al suo seno?

«Specie quando ti vidi oppressa da un grave ed intimo dolore, soffersi struggendomi di proclamare il mio diritto alla tua confidenza, e più d'una volta mi sarei tradito, se non m'avesse frenato il timore che m'incuteva la dolce Emilia... dolce con tutti fuorchè meco! Io non sopportavo l'idea che la mia confessione trasformasse per te l'amico fidato in un padre aborrito! Mi rassegnai a vegliare sulla mia figliuola celatamente, a tenermi distante da lei come un estraneo, piuttosto che apparirle quale il temuto tiranno che poteva strapparla dalla casa donde egli stesso era stato cacciato, ai cuori caldi d'amore per lei, ma per lui di sasso e di ghiaccio.

«Così serbai il silenzio; ed a volte, presente ai tuoi occhi, ma ancor più spesso nascosto, m'aggirai sul tuo cammino fino al giorno funesto, indimenticabile, in cui obliando tutto fuorchè la salvezza tua e di Emilia, il mio cuore parlò, tradì il suo segreto.

«E adesso tu sai tutto: le mie follie, le mie sventure, i miei dolori, i miei peccati!

«Puoi tu amarmi, Gertrude? Questo solo ti chiedo. Io non pretendo di toglierti alla famiglia ch'è divenuta la tua, non voglio privare la povera Emilia d'una figliuola che ella forse ha cara quanto io stesso. L'unico balsamo che cerca la mia anima straziata, è la semplice e sincera promessa che tu ti _proverai_ almeno a voler bene al tuo babbo.

«Io non ho alcuna speranza in questo mondo, nè, ahimè, nell'altro, fuorchè te sola. Se tu sentissi come batte il mio cuore contro le sbarre della sua prigione, comprenderesti che ove non trovi un po' di calma, si spezzerà bentosto.... Vuoi calmarlo tu con la tua pietà, mia dolce creatura adorata? Vuoi consolarlo col tuo amore? Se sì, vieni, stringimi fra le tue braccia, mormora al mio orecchio parole di pace! In vista della tua finestra, nel vecchio padiglione rustico all'estremità del giardino, aspetto, palpitando, di udire il suono dei tuoi passi....»

XLVIII.

Le appare una celeste visione: in un fulgore D'aurora a lei ritorna il suo perduto amore; È colmato l'abisso, è la notte fuggita Il cui mister separa la morte dalla vita.

HEMANS.

Non appena gli occhi di Gertrude, che avidamente divorano il manoscritto, cadono sulle ultime parole, ella balza in piedi e si precipita fuor della camera, dove rimangono sparsi per il pavimento i fogli scivolati dal suo grembo nel rizzarsi.

Scende le scale di volo, scappa dalla porta posteriore dell'atrio, si slancia attraverso il praticello, che è dietro la casa, ora tutto umido della rugiada vespertina, ed entra nel padiglione dall'uscio opposto a quello dove Filippo Amory, con le braccia conserte e lo sguardo fisso, attende la sua venuta.

Egli non ode il suo passo, tanto è leggero; prima che si sia accorto della sua presenza, ella gli si getta sul petto, e tutta tremante, tutta scossa dalla violenza della sua agitazione che, a lungo repressa, adesso la soverchia, prorompe in un pianto veemente, interrotto solo da frequenti e profondi singhiozzi. Suo padre se la stringe al cuore così forte, che ella ne sente i palpiti precipitati, e tenta di sedar quella tempesta di dolore e di gioia, mormorando dolcemente, come a un bambino:

— Chetati, chetati, creatura mia, tu mi fai spavento! —

E a poco a poco, calmata dalle blande carezze paterne, la fanciulla perviene a dominare i suoi nervi, e solleva la faccia, sorridendogli fra le lacrime. Stanno così alcuni minuti, in un silenzio che dice più delle parole. Avvolta nelle pieghe del pesante mantello con cui egli la ripara dalla fresca aria notturna, e sempre stretta nel suo vigoroso amplesso, Gertrude sente che la comunione delle loro anime è compiuta; e all'esule ramingo che da sì lungo tempo non aveva più provato il dolce influsso d'un sorriso amoroso, brilla nelle pupille tutta la tenerezza sgorgante dal suo cuore non indurito nè inaridito dalla solitudine.

La luna, che ogni tanto si nasconde dietro una nube, quando torna a far capolino li rivede nel medesimo atteggiamento. Alfine, uscita in uno spazio libero e sereno, contempla al chiaro suo lume il padre che alza verso di sè il viso della figliuola e fissandola negli occhi roridi e lucenti, rimovendo carezzevolmente dalla sua fronte i capelli scomposti, le chiede con accento di commovente preghiera:

— Mi amerai dunque?

— Oh, vi amo, vi amo! — risponde Gertrude chiudendogli la bocca con un bacio.

A questa fervida affermazione i lineamenti fino allora contratti di Filippo Amory si rilassano: egli, l'uomo forte, china il capo sulla spalla di lei, e piange.

Ma per un momento. Ella, vedendolo sopraffatto così dalla piena dei suoi sentimenti, si ricompone, lo prende per mano e gli dice, in un tono fermo e risoluto che lo scuote:

— Venite!

— Dove? — egli esclama guardandola stupito.

— Da Emilia. —

Egli rabbrividisce, e scrollando la testa in atto di triste scoraggiamento retrocede invece di seguirla nella direzione in cui ella vorrebbe trarlo.

— Non posso! — mormora con voce spenta.

— Ma ella v'attende! V'attende, e piange e prega, struggendosi nel desiderio del vostro ritorno!

— Emilia!... Tu non sai quello che dici, bambina mia....

— Dico il vero, babbo! Siete voi quello che s'inganna! Emilia non vi odia, non v'ha odiato mai. Ella vi credeva morto da molti anni: ma la vostra voce, benchè udita una volta sola, le ha quasi fatto perdere la ragione, tanto profondamente ella v'ama sempre. Venite, e vi dirà lei, meglio ch'io non possa, quale sciagurato errore abbia fatto di voi due martiri. —

Emilia, la quale aveva udito la voce di Guglielmo mentre questi salutava Gertrude sulla soglia, e indovinato ch'era lui, s'era astenuta dal chiedere della fanciulla, non comparsa alla tavola del tè; e pensando ch'ella sentiva il bisogno di starsene tranquilla nella sua camera, terminato il pasto della sera, si ritirò nel salotto. Il signor Graham, secondo il suo costume, passò nella biblioteca.

Da circa un'ora ella sedeva sola in quella stanza vasta e arredata all'antica, il cui aspetto era assai piacevole e familiare. Nel camino ardeva ancora un bel fuoco gagliardo che diffondeva intorno un tepore gradevolissimo essendo le serate eccezionalmente fresche per la stagione. Alcune candele erano accese ai lati dello specchio, ma la loro luce non bastava a distruggere i pittoreschi effetti delle ombre che la fiammata dei ceppi gettava sulle pareti e sul sofà dove stava adagiata Emilia.

Ella, nonostante la sua debole salute, conservava gran parte ancora della freschezza e dell'avvenenza giovanili, e per caso s'era messa in una positura, di fronte al fuoco, tale che il mobile chiarore guizzava sul suo viso dando risalto all'insolita vivacità di colorito ond'era animata dall'intima commozione dell'animo. Il gusto squisitamente fine che rendeva le abbigliature d'Emilia quasi un emblema della soave purità del suo carattere, si manifestava con particolare efficacia quand'ella indossava, come quella sera, una veste di casimiro bianco, fluente in ricche pieghe, strette alla vita da una cintura di seta, e con ampie maniche drappeggiate. Il niveo candore della seta che le orlava poteva appena rivaleggiare con quello dei polsi delicati e delle piccole mani di cui una macchinalmente andava giocherellando tra le frange purpuree di uno scialle portato nella fredda sala da pranzo, e adesso abbandonato sopra il vicino bracciuolo del sofà.

Reggendosi sul gomito, la faccia chinata in avanti, verso il fuoco, ella guardava nello specchio della sua memoria, così intensamente, che chi avesse ignorato la sua cecità l'avrebbe creduta assorta nel contemplare di sotto le lunghe ciglia immaginarie figure tracciate dalla fantasia sulle bracie ardenti. A momenti, quando il vento della sera estiva, spirando tra il fogliame degli alberi, faceva che qualche ramo sfiorasse lievemente i cristalli delle finestre, ella sollevava il capo dalla mano su cui lo teneva reclinato, e arcuava il tenue collo nell'atteggiamento di chi ascolta; poi, riconosciuta la natura di quel fruscio, ricadeva con un sospiro nella sua malinconica meditazione.

Una volta la signora Prime, che cercava la governante, aperse l'uscio, guardò se fosse nel salotto, e si ritirò dicendo tra sè:

— Dio, com'è bella! Pare proprio un ritratto.... Vorrei che avesse occhi per vedersi! —

Alfine un sommesso e rapido abbaiamento del cane di guardia ridestò l'attenzione d'Emilia; tosto lo seguì un suono di passi, nel portico, nell'atrio....

Innanzi che giungesse alla soglia ella già s'era rizzata, tendendo l'orecchio. E quando Filippo Amory e Gertrude entrarono, la cieca, silenziosa, con le labbra socchiuse, le mani giunte, un piede avanzato nell'attesa che venissero a lei, dava immagine d'una statua anzichè di persona viva.

Gertrude gettò uno sguardo sulla figura estatica della sua amica, un altro su quella agitatissima di suo padre, e tacitamente se n'andò. Ella aveva veduto che s'erano riconosciuti appieno, e per istintiva delicatezza non volle turbare con la sua presenza la santità di quell'incontro.

Come l'uscio si chiudeva dietro alla fanciulla, Emilia disgiunse le mani, le tese nella vuota oscurità che la circondava, e mormorò:

— Filippo! —

Egli afferrò entrambe quelle mani che lo cercavano, le strinse tra le proprie, cadendo in ginocchio mentre ella s'abbandonava mezzo svenuta sul sofà; allora, tenendole sempre strette, chinò sopra esse la testa, nel suo grembo, dove ella ora le posava, e con la faccia nascosta tra le dita affusolate, mormorò egli pure:

— Emilia!

— La tomba ha reso l'estinto alla vita! — esclamò la cieca. — Dio, ti ringrazio! —

E sciolte le mani dalla stretta convulsiva di Filippo, gli gettò le braccia al collo, poggiò il capo sul suo petto, bisbigliando con voce soffocata dalla commozione:

— Filippo! Caro Filippo! Sogno, o siete ritornato davvero? —