Part 39
«Ricordo bene, però, la viva indignazione da me provata udendo una volta un commesso, mio collega, che l'aveva veduta con me in una delle nostre passeggiate, fare un dileggioso confronto tra lei e la bellissima figliuola del nostro principale (la stessa signorina Clinton di cui si parlava dianzi), e l'altrettanto viva gioia con cui, essendo io presente a un esame nella scuola ch'ella frequentava, intesi la direttrice, una certa signorina Browne, dire à una signora che Gertrude Flint prometteva molto sia nella persona che nella mente. Se abbia mantenuto le sue promesse quanto alla persona non sono in grado di sapere; ma ricordando la sua fine e graziosa figurina, i suoi grandi occhi splendenti d'intelligenza, il viso animato dal calore del sentimento, la serena e quasi maestosa espressione che la purità dell'anima dava ai suoi lineamenti ancora infantili, ella m'appare come l'incarnazione di tutto ciò che ho di più caro.
«Sei anni devono aver mutato il suo aspetto, ma sicuro non le hanno fatto perder nulla di quanto io pregio in lei. Ella possiede attrattive sulle quali il tempo non ha potere: una grazia ch'è un dono del Cielo, una bellezza ch'è eterna. Che cosa potrei chiedere di più?
«Non v'immaginate dunque, — egli proseguì dopo una breve pausa — che la mia fedeltà alla compagna della mia adolescenza derivi unicamente da un senso di gratitudine. Io, è vero, le devo molto, assai più che non possa mai ripagare: ma l'onesta fiamma di cui ardo per la nobile fanciulla, nasce dall'amor sincero d'una purità di carattere e d'una semplicità di cuore senza pari.
«C'è forse nella vita faticosa e folle del bel mondo, nel fasto della ricchezza, negli omaggi di una folla oziosa, qualche cosa che possa appagarmi il cuore, elevarmi lo spirito, e incoraggiare la mia attività, quanto il pensiero d'un focolare domestico tranquillo e felice, a cui presieda un'anima di donna con la quale l'anima mia viva in una comunione d'amore e di fede che il tempo non varrà a distruggere; che la morte renderà viepiù salda e sicura nella beatitudine eterna?
— E quella che tanto amate.... siete certo.... — cominciò il signor Amory parlando con visibile sforzo; ma la voce gli mancò, e s'interruppe.
— No, non sono _certo_, — rispose Guglielmo, prevenendo la domanda. — Non ho ragioni d'abbandonarmi alla speranza che teneramente vagheggio da anni, ma non mi pento d'avervi parlato con sincerità e candore, perchè dovesse ella infliggermi il dolore d'una fredda ripulsa, io sarei sempre superbo d'averla amata. Dal momento che ho rimesso il piede sul suolo americano fino ad oggi, sono sempre stato trattenuto da doveri che, per quanto sacri, facevano fremere d'impazienza il mio cuore anelante alla libertà di seguire i propri impulsi. Finalmente con questa mia visita, signor Phillips, — e così dicendo si alzò per accomiatarsi — io ho adempito all'ultimo obbligo impostomi dall'ottimo mio socio ed amico, e domani mi sarà concesso d'andare dove soltanto il dovere potè impedirmi di correre appena arrivato in patria. —
Egli porse la mano a Filippo Amory che la prese con una cordialità ben diversa dalla tiepida accoglienza fattagli quando s'era presentato a lui.
— Addio! — gli disse questi. — Il mio sincero desiderio che i vostri voti siano coronati da un lieto successo v'accompagna. Ma, ne sono sicuro, un giorno o l'altro rammenterete tutto ciò che vi ho detto stasera.
— Strano uomo! — pensava Guglielmo dirigendosi verso l'albergo dove era alloggiato. — Con quale calore mi ha stretto la mano nell'accomiatarmi! Quanto è stato amichevole il suo saluto nonostante la freddezza con cui m'aveva accolto e la mia pertinacia nel combattere le sue opinioni e respingere i suoi consigli! —
XLV.
.... è un'ardua impresa Disciplinare il cuor pria che domati N'abbian gli anni e i dolori i fieri spirti E la calma impassibile fortezza Apprendergli che sol chi soffre acquista.
HEMANS.
La signora Prime aperse l'uscio del salotto, sporse la testa girando cautamente lo sguardo intorno, poi, col passo furtivo d'un gatto di casa che s'avventura un po' oltre i limiti usati, s'avanzò dicendo:
— Signorina Gertrude, che Dio vi benedica! Vi date mai un da fare! Ecco che ora preparate per il bucato quelle immense tende della signora Graham! Io non me la piglierei cotesta briga: sapete che sarà qui appena tra quindici giorni, sicchè la signora Ellis ha tempo bastante.
— Oh, fo per non stare con le mani in mano!-rispose la fanciulla; poi, guardando piacevolmente la vecchia cuoca, soggiunse: — Bella cosa essere di nuovo tutti a casa, eh, signora Prime?
— Bellissima! — esclamò questa con enfasi. — Ma.... spero che il dirlo non sia nulla di male.... sarebbe meglio ancora se si potesse continuare a starcene così tranquilli, senza intrusioni! —
Gertrude sorrise.
— Mi sembra d'essere tornata al buon tempo antico, quando venni qui la prima volta..... — E fece, sospirando: — Ero una bambina, allora!
— O adesso che cosa siete? Per amor del Cielo, signorina Gertrude, non vi sognate d'invecchiare. _Chi si sente_ giovane _è_ giovane.... Vedete, per esempio, la signorina Marta Pace....
— Volevo appunto chiedere sue notizie, — disse la fanciulla riprendendo le forbici, e cominciando a scucire un'altra tenda. — È sempre viva e in buona salute?
— Lei? Dio buono! Quella lì non morirà mai. Le vecchie che hanno un'anima di giovanottina, campano in eterno. Ma io ero venuta giusto per parlarvene, della signorina Marta.... Il ragazzo che ha portato il pane stamani era incaricato d'una sua imbasciata per voi: dice che desidera vedervi appena vi sia possibile. Ma s'io fossi ne' vostri panni non avrei furia di correre là.... nè là nè in altri posti.... Avete bisogno di riposarvi, signorina Gertrude; io vedo che non state bene, siete sbattutina....
— Desidera vedermi? Povera creatura! Voglio andarci oggi stesso. Non vi mettete in pena per me, signora Prime: io sto benissimo. —
E ci andò. Era il secondo giorno che passava nella più angosciosa incertezza, ed ogni occasione di muoversi, d'occuparsi, veniva da lei afferrata avidamente.
Trovò la signorina Pace quasi piegata in due dai reumatismi, vestita meno accuratamente dell'usato e coccoloni davanti a un focherello di fascine e di trucioli. Sembrava tuttavia di umore abbastanza buono, e salutò la comparsa di Gertrude con esclamazioni di cordiale piacere.
La curiosità, per cui s'era sempre distinta, pareva crescere anzichè diminuire con gli anni e gli acciacchi. Ella tempestò la fanciulla di domande su ciò che aveva fatto durante quell'anno d'assenza, sulle cose che aveva vedute, sulle persone che aveva frequentate. Si mostrò particolarmente desiderosa d'informazioni circa la vita di Saratoga, le mode sfoggiatevi dalle eleganti, le opportunità che il luogo offriva alle ragazze di trovare un partito vantaggioso.
— Voi dunque, — disse a Gertrude dopo che questa l'ebbe pazientemente sodisfatta — non avete ancora eletto un compagno. Peccato. È vero, — proseguì con una smorfietta e un lieve gesto della mano — è vero che non è mai tardi per meditare il nodo coniugale, anzi spesso è stretto quanto mai felicemente da persone di cinquant'anni e più; nè certo una fanciulla nel fiore dei suoi giorni come voi, può disperar d'incontrare un giovane sposo. Nondimeno la vita è raddoppiata quando è divisa con un compagno geniale: ed io mi confidavo che noi, signorina Gertrude, avremmo l'una e l'altra contratto prima d'ora una sì fatta unione. L'esperienza detta le mie parole quando dichiaro che la protezione d'un consorte è preziosa per la donna.
— Ma spero, signorina Marta, che voi non abbiate dovuto soffrire a cagione di cotesta mancanza.
— Al contrario, ne ho sofferto terribilmente! Sappiate però che i dolori più crudeli sono stati quelli del sentimento: sì, del sentimento, ch'è la parte più delicata della natura femminile e che meno può sopportare le ferite.
— Mi duole assai di sentire che abbiate avuto anche voi le vostre afflizioni. Credevo che vivendo così sola vi fossero almeno risparmiate certe prove.
— Oh, signorina Gertrude! — esclamò la vecchia zittella levando in alto le mani e parlando con un tono lamentoso che avrebbe commosso la sua interlocutrice se fosse stato un tantino meno ridicolo. — Avessi io le ali d'una colomba per involarmi lontano dai miei consanguinei! Mi lusingavo d'essermi sottratta alle loro ricerche, ma nel volgere di quest'ultimo anno sono riusciti a scoprire il mio ritiro, e non posso più eludere la loro vigilanza. Appena comincio a rimettermi dal colpo d'una visita, il cui solo fine, senza dubbio è quello di far l'inventario dei miei averi e misurare la lunghezza del mio resto di vita, ecco gli avvoltoi svolazzar di nuovo intorno alla mia dimora. Ma, — ella esclamò alzando la voce e gongolando manifestamente in cuor suo — cadranno nel proprio tranello, perchè io li burlerò tutti!
— Non sapevo che aveste qualche parente. Parentela di nome soltanto a quanto pare.
— Nome? — disse la signorina Marta con enfasi. — Esulto di gioia quando penso che non hanno l'onore di fregiarsi d'un casato del quale sono indegni. No, portano un nome diverso, plebeo, come le loro anime grossolane. Sono tre fratelli, tutti e tre parimente odiosi ai miei occhi. Uno di costoro, spregevole bellimbusto, viene qui immaginandosi d'abbagliarmi e incutermi rispetto con la sua presenza che egli crede imperiosa: e mi chiama «zia, zia», per attestare una consanguineità da cui egli ciecamente si illude d'esser fatto più prossimo ai miei beni. — Eccitata fino al furore ella quasi urlò le ultime parole. — E gli altri due, — soggiunse non meno rabbiosamente — sono pitocchi! Pitocchi sono sempre stati, e sempre saranno! Tal sia di loro! Io ne godo! Voi m'intendete, cara signorina Gertrude, siete una giovane di mente pronta ed aperta, ed io approfitto della vostra presente «contiguità», la quale, vogliate o no, potrebbe uno di questi giorni essere interrotta dall'impazienza di qualche innamorato, per chiedervi un favore ch'io non avrei mai creduto di dover sollecitare. Ho bisogno di voi.... a questo fine v'ho fatta chiamare.... per scrivere, — e qui la vecchia signorina abbassò la voce — le ultime volontà, il testamento di Marta Pace! —
La voce sommessa tremava, esprimeva il senso di profonda compassione per sè medesima onde Marta Pace era compresa, e a cui Gertrude partecipava sinceramente. Questa acconsentì di buon grado a sodisfare il suo desiderio, in quanto poteva, avvertendo però che ignorava totalmente le forme legali.
Con suo stupore la vecchina affermò la propria perfetta cognizione di tutte le disposizioni della legge per il caso dato; e infatti dettò il contenuto dell'importante documento in modo sì completo e impeccabile, che quando, avendo alcuni mesi dopo la signorina Pace reso l'anima a Dio, venne trovato debitamente munito di testimonianze, firma e suggello, non fu possibile attaccarlo per alcun vizio di forma od altro, ed ebbe pieno effetto.
Ma colui ch'era nominato unico erede dell'abbastanza considerevole facoltà, non volle accettarla se non per distribuirla equamente tra i parenti della testatrice più bisognosi e più degni. Quantunque gli uomini rispettabili che avevano prestato ufficio di testimoni protestassero essere Marta Pace stata sana di mente e conscia dei propri atti fino all'ultimo momento, egli dichiarò di non poter ammettere che una persona in possesso del suo buon senso commettesse la pazza stravaganza di lasciare ad un estraneo tutti i suoi risparmi faticosamente accumulati e gelosamente custoditi per lunghi anni.
Quell'erede universale era Guglielmo Sullivan, il cavaliere dalle rosee guance, il quale per lo stesso spirito cavalleresco che gli aveva guadagnato il vergine cuore e la gratitudine perenne della signorina Marta, ricusava una ricompensa tanto sproporzionata al lieve servigio reso.
Il testamento recava un preambolo, esilarante e commovente ad un tempo, in cui la bizzarra vecchietta esponeva nel suo stile caratteristico le ragioni e i sentimenti che avevano determinato la scelta del suo erede.
«Una gentildonna già innanzi negli anni ma aggrappata ancora alla vita e alle sue speranze e, riluttante ad abbandonarle, per quanto provata da contrarianti vicissitudini, è stata ultimamente costretta dai suoi parenti a rammentarsi che innanzi il rifiorire di un'altra primavera ella potrebbe essere chiamata a raggiungere i Pace defunti: ramo della famiglia che avvenuta la sua dipartita sarà estinto. Col più cortese degl'inchini e un grazioso cenno della mano la signorina Marta saluta passando i rappresentanti dell'altro ramo, e li ringrazia del previdente pensiero di ricordarle, prima che fosse troppo tardi, l'opportunità di designare la persona in cui favore ella desidera prendere le sue disposizioni testamentarie.
«E però ella ha girato tutt'intorno lo sguardo, ha riveduto nello specchio della memoria tutti i suoi conoscenti, ed ha eletto l'erede. Il giovane stesso, il più perfetto tra i giovani gentiluomini dell'epoca nostra, spalancherà gli occhi attonito e dirà: «Signora, io non vi conosco!» Ma, caro signore, Marta Pace, benchè vecchia, brutta ed inferma, ha un cuore che sente con ardore giovanile. Ella non ha scordato, e col suo ultimo atto vuol dimostrare quanto viva sia la rimembranza, il bel garzone dalle rosee guance che un giorno la sollevò dal suolo coperto di ghiaccio, passò la sua mano avvizzita sotto il proprio vigoroso braccio, e con radiosi sorrisi e confortanti parole, scortò la vecchierella afflitta da reumatismi fino alla casa ove doveva porsi al riparo dalle intemperie invernali.
«La signorina Marta ha un naturale amore della cortesia, e la deferenza mostrata da un gaio e bellissimo giovanetto all'invalida e spregiata vecchiezza d'una povera donna ha toccato in lei una corda sensibile. La signorina Marta possiede, non è un segreto, un piccolo tesoro, frutto dei suoi risparmi d'anni ed anni, e poichè ella non potrà vigilare sull'uso che ne sarà fatto, ha, dopo qualche intima lotta, risoluto di preservarlo da profanazioni trasmettendolo ad una persona dotata di vera gentilezza qual'è il signor Guglielmo Sullivan, persuasa ch'egli non farà mai disonore alla primitiva proprietaria, nè permetterà che le ricchezze da lei accumulate si sperdano per vie volgari.»
Seguiva un inventario del patrimonio; bizzarro patrimonio composto d'un miscuglio eterogeneo di ogni sorta di valori, e infine un testamento redatto in forma accuratamente legale, che lo assegnava all'erede nominato senza aggravio alcuno di legati o altri obblighi.
Non fu un agevole compito per Gertrude raccogliere e mettere in iscritto esattamente le idee che la confusa dettatura della vecchietta voleva esprimere; e tre o quattro ore passarono prima che il documento fosse ricopiato e la paziente e diligente scrivana libera di tornarsene a casa.
Il cielo era nuvoloso, e una pioggia minuta cominciava a cadere quand'ella si mise in cammino; ma la distanza non era grande, e tutto il male si ridusse a una bagnatina.
Emilia avvertì subito che i suoi vestiti erano un po' umidi.
— Va' nel salotto, — le disse — e siediti accanto al fuoco. Io non scenderò che per il tè; ma c'è il babbo che gradirà molto la tua compagnia; è stato solo tutto il pomeriggio. —
La fanciulla trovò il signor Graham nella sua poltrona, davanti a un bel fuoco di legna, sonnecchiando col giornale in mano. Ella prese un libro e una seggiola, e andò a porsi vicino a lui. Ma il calore essendo per lei eccessivo, si ritirò presto sur un sofà, all'altro lato della stanza.
In quella udì una scampanellata alla porta d'ingresso. La serva, che appunto passava per l'atrio, aperse, e immediatamente fece entrare nel salotto il visitatore.
Era Guglielmo!
Gertrude si rizzò, ma tremava da capo a' piedi così forte, che non osò muovere un passo. Egli venne innanzi, la guardò, esitante, poi domandò inchinandosi:
— La signorina Flint?... È qui? —
Ella divenne di fiamma. Volle rispondere e non potè.
Non era necessario, del resto. Quel rossore bastava. Guglielmo la ravvisò, mosse vivamente verso di lei, le afferrò la destra.
— Gertrudina! È mai possibile? —
La franchezza e la semplicità delle sue maniere, l'ardore con cui le aveva preso e le teneva stretta la mano tranquillarono alquanto la turbata giovanetta. Il ghiaccio era rotto. Le riapparve per un istante il caro ragazzo d'una volta, il compagno della sua infanzia, l'amico diletto.
— Oh, Guglielmo, sei tornato finalmente! Sono tanto contenta di vederti! —
Il suono delle loro voci destò il signor Graham che s'era appisolato e non aveva udito nè la scampanellata nè il passo del visitatore. Si voltò nel suo seggiolone, poi si alzò da sedere. Guglielmo abbandonò la mano di Gertrude e si fece incontro al padrone di casa.
— Il signor Sullivan, — balbettò ella tentando di compiere secondo le regole la formalità della presentazione.
E scambiata che ebbero i due signori la stretta di mano di prammatica, sedettero tutti e tre.
Allora Gertrude fu ripresa dal suo turbamento. Non è raro il caso che, quando due amici intimi si rivedono dopo una lunga separazione, si salutino e s'abbraccino cordialmente, e poi, nonostante tutte le cose che avrebbero da dirsi e che fanno ressa nel loro cervello, cose da fornir materia di conversazione per una settimana, nulla d'importante venga loro sulle labbra, e a un momento di silenzio segua una qualche domanda insulsa o frivola, per esempio rispetto al viaggio dell'arrivato, al suo bagaglio, o simili. Ma ella non aveva bisogno di risposta neppur a queste. Aveva già veduto Guglielmo; sapeva da quanti giorni era di ritorno, e di dove fosse venuto, e perfino con quale piroscafo; mentre dall'altro canto le premeva di nasconderglielo. Il suo impaccio si comunicò a lui, e la presenza del signor Graham, che era una costrizione per entrambi, faceva peggiore il caso.
Infine il giovane disse:
— Quasi non vi riconoscevo, Gertrude: anzi non v'ho riconosciuta.... Come....
— Come siete venuto? — fece bruscamente il vecchio interrompendolo, senza aver l'aria d'avvedersene.
— Con l'_Europa_, — rispose egli. — Sbarcai a Nuova York circa una settimana fa.
— Intendevo qui, — replicò l'altro, piuttosto secco. — Avete preso l'omnibus?
— Scusate, signore, — disse Guglielmo — non avevo capito. No, ho noleggiato un calessino.
— S'è occupato qualcuno del vostro cavallo?
— L'ho attaccato davanti alla casa. —
Guglielmo andò alla finestra per vedere se l'animale fosse ancora dove l'aveva lasciato. Scendeva già il crepuscolo.
Il signor Graham tornò ad accomodarsi nella sua poltrona, e si mise a guardare il fuoco. Seguì una seconda pausa, più penosa della prima.
Questa volta ruppe il silenzio Gertrude, rispondendo all'osservazione interrotta:
— Anche voi siete molto mutato. —
Subito temè che le sue parole lo avessero ferito, potendo egli interpretarle in senso ben diverso, e di nuovo il sangue le affluì alle gote.
Ma egli non parve addarsene.
— Sì, — disse — il clima dell'Oriente produce notevoli alterazioni nell'aspetto di una persona; ma non credo d'esser mutato quanto voi. Pensate, Gertrude, ch'eravate una bambina quando io partii da Boston! Dovevo pur sapere che troverei una signorina fatta, ma non me la figuravo punto!
— Quando lasciaste Calcutta?
— Verso la fine di febbraio. Passai la primavera a Parigi.
— Non me lo scriveste, — mormorò Gertrude con voce spenta.
— No, perchè ero in procinto sempre d'imbarcarmi, e volevo farvi un'improvvisata. —
Ella sentì di non aver mostrato la maraviglia che egli s'attendeva, e si confuse. Tuttavia ripigliò:
— Fui veramente in pena per la mancanza di lettere; ma ci rivediamo, Guglielmo, e ne sono lieta di tutto cuore.
— Oh, non potete esserne lieta al pari di me! — egli disse abbassando la voce e guardando la fanciulla con grande tenerezza. — Più vi guardo e più voi mi sembrate la _Gertrudina_ d'un tempo.... Comincio a credere però che avrei dovuto scrivere e annunziarvi il mio arrivo. —
Gertrude sorrise. Le maniere di Guglielmo erano così immutate, le sue parole così affettuose, che sarebbe stata ingratitudine mettere in dubbio la sua amicizia, se anche ella non era più tutto per lui.
— Ma no, — rispose — le improvvisate mi sono sempre piaciute. Non ve ne ricordate?
— Se me ne ricordo? Io non ho scordato nulla di ciò che vi piaceva. —
In quel momento gli uccellini indiani la cui gabbia pendeva nel vano della finestra presso la quale il giovane era seduto, presero a cinguettare come solevano verso sera. Egli alzò gli occhi.
— Sono i vostri uccellini, — disse ella — quelli che mi mandaste da Calcutta.
— Sempre tutti vivi e sani?
— Sì, tutti.
— Siete stata per loro una padroncina amorosa. Quelle creaturine sono tanto delicate!
— Li ho molto cari.
— Oh, voi, Gertrude, vi prendete tal cura di coloro che amate, da conservarli in vita quanto più a lungo sia possibile! —
Il tono, meglio ancora che le parole, esprimeva il suo sentimento. Gertrude tacque.
— La signorina Graham sta bene? — domandò Guglielmo.
Ella rispose che i suoi nervi avevano sofferto una grande scossa nella terribile catastrofe per cui era passata; vennero così a discorrere del piroscafo incendiato, ma la fanciulla s'astenne dal dirgli che si trovava anche lei tra i passeggeri.
Guglielmo parlò con viva commozione del disastro, biasimò severamente la temerità e la negligenza che lo avevano cagionato; e terminò dicendo che v'erano a bordo alcuni suoi pregiati amici, ma ch'egli ignorava che ci fosse tra essi la signorina Graham, da lui venerata ed amata per amor di Gertrude.
A poco a poco la conversazione dei due giovani andava facendosi più spigliata, inclinava all'antica familiarità. Egli era venuto a sedersi sul canapè, accanto a lei, a fine di parlare più liberamente, perchè sebbene il signor Graham fosse, o almeno sembrasse di nuovo addormentato, non si poteva già dimenticare la sua presenza.
Ma Gertrude evitava a bello studio certi soggetti sui quali sarebbe stato naturalissimo che s'intrattenessero, e anzi ch'ella manifestasse una curiosità affettuosa: le cause dell'inopinato ritorno di Guglielmo, la durata della sua permanenza in patria, i suoi disegni per l'avvenire, e segnatamente le ragioni che lo avevano indotto a differire più d'una settimana, dopo arrivato, la visita alla fida amica. Ella vietava a sè stessa queste domande. Non si sentiva preparata a ricevere nè a chiedere le sue confidenze su cose che indubitatamente concernevano il suo fidanzamento con Isabella Clinton; pertanto non solo non lo interrogò in proposito, ma si diede gran pena di stornare il discorso s'egli accennava a dirne qualche cosa. E Guglielmo, ferito nel profondo dell'anima da quell'apparente strana indifferenza, si ratteneva dal forzarla ad ascoltare particolari dei quali ella mostrava di non curarsi.
Parlarono della vita di Calcutta, delle novità di Parigi, della scuola dov'ella aveva insegnato, e di molte altre cose, ma non dissero parola di ciò che stava loro sul cuore. Infine una delle persone di servizio si presentò sulla soglia, e, senza vedere Guglielmo, avvertì che il tè era pronto. Il signor Graham si rizzò, e si volse, dando le spalle al fuoco. Si rizzò tosto anche il giovane e fece per accomiatarsi. Con rigido tono d'urbanità il padrone di casa lo invitò a rimanere. Gertrude avrebbe voluto insistere perchè accettasse, ma egli ringraziò ricusando così recisamente ch'ella comprese che la poco graziosa accoglienza del signor Graham lo aveva offeso.