Part 26
Allora la quiete del salotto che più non risonava delle loro voci commosse, fu di nuovo turbata da un lieve gemito il quale veniva dal vano d'una finestra. Ella sussultò. Avvicinatasi, intese un singhiozzo represso. Alzò la tenda drappeggiata, e, là, sul largo sedile che occupava un lato dell'ampio strombo, vide la povera Rina Ray col viso affondato nei cuscini, e la sottile personcina contorta in uno strano atteggiamento di abbandono disperato, come di bimba accasciata sotto il peso d'un gran dolore. L'abito di crespo bianco gualcito, la ghirlanda di fiori naturali avvizzita e spostata, che le pendeva dietro fin sul collo, il piccolo pugno che stringeva convulsamente un cordone della tenda, rendevano ancor più penosa quell'espressione d'estrema angoscia.
— Rina! — esclamò Gertrude la quale aveva indovinato chi era prima ancora di vederla.
Al suono della sua voce la fanciulla si rizzò d'un balzo, e si gettò tra le sue braccia, le posò il capo sulla spalla. Non piangeva, non _poteva_ piangere, ma un tremito che non giungeva a dominare la scoteva tutta. La mano premente la mano dell'amica, era gelida da far paura, gli occhi sembravano fissi, e lo stesso gemito isterico che l'aveva tradita nel suo nascondiglio, le usciva ad intervalli dalla gola, spaventando Gertrude a cui ella s'aggrappava come presa da un subito terrore.
Questa, sorreggendola, la trasse fino a un divano, le sedette accanto, e si strinse dolcemente al petto la personcina tremante, scaldò le manine diacce, baciò e ribaciò le labbra irrigidite, finchè ottenne di ricomporla almeno in un'apparenza di calma. Per un'ora Rina stette così abbracciata a lei, ricevendo le sue carezze con evidente piacere, e rendendole ogni tanto con impeto convulso, ma senza proferir parola.
Guidata da un savio criterio e da una perfetta delicatezza, la sua giovane protettrice s'astenne dall'interrogarla o accennare comunque al colloquio certo udito di nascosto, senza perderne sillaba; ma aspettato pazientemente che fosse in realtà più tranquilla, le preparò un cordiale, poi, vedendola prostrata di corpo e d'anima, le cinse con un braccio la vita, la condusse di sopra, e la fece entrare, senza cerimonie, nella propria camera, dove, se non doveva godere il ristoro del sonno, le sarebbero state risparmiate almeno le osservazioni e la curiosità d'Isabella. Stretta sempre all'amica, la povera fanciulla, che finalmente uno sfogo di pianto aveva alquanto sollevata, finì però con l'assopirsi fra i singhiozzi; e tutte le sue pene furono per allora sepolte nel profondo oblio in cui l'infanzia e la giovinezza trovano una tregua al dolore, e talvolta un balsamo che lo sana.
Non fu così di Gertrude, la quale, benchè fosse circa della stessa età, aveva già conosciuto troppe afflizioni e troppe cure perchè potesse conservare il beato privilegio d'addormentarsi agevolmente anche in mezzo alle inquietudini. Era necessario, d'altronde, ch'ella vegliasse per aspettare il ritorno della signorina Clinton e spiegarle l'assenza di sua cugina dalla camera da esse occupata in comune. Seduta alla finestra, tendeva l'orecchio, impensierita, poichè Rina aveva cominciato ad agitarsi sui guanciali e mormorava parole incoerenti, evidentemente turbata nel suo sonno da sogni affannosi. Era passata la mezzanotte quando arrivarono i signori Graham con la nipote. Ella s'affrettò ad avvertire quest'ultima che la signorina Ray, indisposta, s'era coricata nella camera sua.
Ma il rumore delle carrozze aveva destato la dormente. Quando Gertrude rientrò, la trovò in atto di stropicciarsi gli occhi cercando di raccogliere i propri pensieri. Subitamente la scena della sera innanzi le balenò nella memoria, e con un sospirone ella esclamò:
— Oh, Gertrude! Sognavo il signor Bruce.... Dite, l'avreste creduto capace di trattarmi in tal modo?
— No, di certo.... Ma s'io fossi in voi, non lo sognerei, nè vorrei pensarci da sveglia.... Dormiamo e dimentichiamolo.
— Eh, per voi è un'altra cosa! — fece Rina con semplicità. — Egli vi ama e voi non l'amate.... mentre io.... io.... —
S'interruppe, soverchiata dalla sua passione, e nascose il volto nei guanciali.
Gertrude s'accostò al letto, pose una mano sul capo della povera fanciulla, e terminò la frase per lei.
— Il vostro cuore è così grande, Rina, ch'egli forse v'ha trovato un posticino; ma è un cuore troppo buono, dove non sono degni d'entrare i vili. Non dovete pensare più a colui; è immeritevole della vostra stima.
— Ahimè, non posso! Come ha detto, sono una scioccherella....
— No, non è vero, — disse Gertrude con un tono incoraggiante. — E dovete provarglielo.
— In qual maniera?
— Facendogli vedere che nonostante la sua dolcezza, Rina Ray è coraggiosa e forte, ch'ella non crede più alle sue menzogne lusinghiere, e tiene le sue galanterie per ciò che valgono.
— Mi aiuterete, Gertrude? Voi siete la mia migliore amica; avete preso le mie difese, gli avete mostrato quanto malvagia è stata la sua condotta verso di me. Mi permetterete di venire a voi, quando non mi sentirò la forza di nascondere il mio dolore a lui, alla zia, ad Isabella? —
Un caldo abbraccio di Gertrude l'assicurò che avrebbe sempre trovato in lei aiuto e simpatia.
— Vedrete, — affermò questa — che tra poche settimane sarete di nuovo serena ed allegra come prima. Non vi riuscirà difficile cessar d'amare una persona che avete cessato di stimare. —
L'innamorata protestò che mai più non sarebbe stata felice; ma Gertrude, sebbene novizia anch'essa nelle vie del cuore umano, era più fiduciosa, perchè dalla violenza medesima dello sfogo comprendeva che il dolore di Rina somigliava un po' a uno di quegl'impetuosi dolori infantili che si esauriscono in lacrime e singhiozzi, e pensava che i più intimi recessi dell'anima sua fossero rimasti immuni dai danni della tempesta.
Sentiva nondimeno per lei una profonda compassione, e insieme temeva ch'ella non avesse tanta forza di carattere da comportarsi di fronte al signor Bruce come richiedeva la sua dignità di donna, ed evitare d'esporsi ai dileggi d'Isabella e al disprezzo della zia palesando col suo aspetto e il suo contegno la grave mortificazione patita.
Fortunatamente, quanto al giovane la prova le fu risparmiata, giacchè egli non si presentò più a villa Graham, e si seppe ch'era partito per tutto il rimanente della stagione estiva. La maraviglia e la curiosità suscitate nelle due famiglie da questa improvvisa partenza furono dunque la sola causa di difficoltà esteriori contro cui ebbe a lottare la povera Rina, sulla quale veniva a cadere il sospetto ch'ella non fosse estranea al brusco allontanamento del suo corteggiatore. La zia e la cugina la tempestavano di domande: «L'aveva ella rifiutato? Si erano bisticciati? E perchè?»
Ella negava l'una cosa e l'altra, ma non le credevano, e il mistero persisteva, strano e solleticante.
La signora Graham e Isabella non ignoravano che la sera della festa Rina si era, all'ultimo momento, ricusata d'andarci, con un pretesto, perchè mentre s'aspettava la carrozza della signora Bruce aveva per caso risaputo che Ben non ci sarebbe stato; ed essendo riescite a farle confessare ch'egli era poi venuto alla villa, ne trassero la naturalissima ipotesi d'un dissenso tra i due supposti innamorati.
Isabella, dall'altro canto, conoscendo troppo bene i sentimenti della cugina, non poteva già credere ch'ella avesse rinunziato di sua spontanea volontà a un adoratore tenuto in sì gran pregio, e vedeva la sensitiva giovanetta sussultare ad ogni accenno alla costui diserzione. Quindi l'affetto di parente e d'amica, e un senso di delicatezza avrebbero dovuto vietarle di toccare il penoso soggetto. Ma invece il signor Bruce e la sua enigmatica scomparsa erano il tema favorito de' suoi discorsi, e al minimo disaccordo tra lei e Rina, ella non mancava di confonderla e chiuderle la bocca con qualche pungente sarcasmo allusivo al suo amore andato a male.
Rina allora si rifugiava presso Gertrude, le confidava le sue pene, invocava il conforto della sua simpatia, trovando non soltanto benevolo ascolto, ma attingendo in quell'amicizia maggior coraggio e serenità d'animo che non potessero venirle in soccorso da alcun'altra parte. E a grado a grado la loro familiarità divenne per lei così dolce, ch'ella le doveva le sole sue buone ore di pace. Gertrude si prendeva teneramente a cuore la sorte della fanciulla che aveva sofferto un crudele disinganno di cui ella era l'involontaria cagione. Lo spirito depresso, l'aria mesta e pensosa della piccola Rina Ray, per sua natura così viva, così gaia, le dicevano con eloquenza commovente il suo intimo dolore; ed ella procurava in ogni modo di distrarla, di ricrearla, di farle prender gusto a quelle occupazioni e quei piaceri in cui ella stessa aveva spesso trovato un sollievo negli affanni tormentosi, nelle contrarietà irritanti.
Certo, quasi tutto il suo tempo era dedicato ad Emilia, la sua amica più cara, la sua benefattrice; ma Emilia non aveva abitudini esclusive; quando non l'affliggevano quelle indisposizioni alle quali andava soggetta, era sempre disposta a ricevere cordialmente i visitatori cui la sua compagnia poteva esser grata o utile; perfino la indisciplinata e spensierata Fanny Bruce sentiva di non riuscire importuna, tanto era gentile il sorriso che l'accoglieva e tollerante l'indulgenza concessa alle sue monellerie. Rina dunque approfittava anche lei di questa cortese ospitalità; e poichè la cieca, col suo raro intuito, comprendeva che la fanciulla non era più la felice e folle creatura di prima, e aveva bisogno della sua benevolenza, questa era per lei doppiamente benvenuta.
Tutte le volte che Isabella si divertiva a punzecchiare e mortificare la cuginetta oltre i limiti della pazienza umana, e che Gertrude si trovava occupata nella camera della signorina Graham, una snella figurina s'affacciava timidamente all'uscio socchiuso, e una voce soave come nessuna diceva dall'interno:
— Vi sento, Rina; entrate, cara; la vostra compagnia ci è sempre gradita. —
E Rina entrava, si sedeva accanto a Gertrude, imparava da lei qualche artistico lavoro d'ago, o ascoltava qualche piacevole lettura, o godeva dell'ancor più piacevole conversazione d'Emilia. Passava così ore indimenticabili: ore calme, serene, ch'erano tanto diverse da quelle vissute fino allora, e lasciavano in lei un'impressione duratura, benefica per il suo spirito e il suo cuore.
Nessuno poteva trattare familiarmente con Emilia Graham, ascoltare le sue parole, vedere la radiosità del suo celeste sorriso, respirare nella pura atmosfera che la circondava, senz'acquistar almeno l'_amore_ della virtù e della santità, se non qualche particella della loro _essenza_. Ella era così scevra di egoismo, così paziente e rassegnata nonostante le sue privazioni, che Rina avrebbe sentito vergogna di lamentarsi in sua presenza; ed intorno a lei regnavano una pace e una giocondità il cui influsso irresistibile faceva spesso scordare alla giovanetta la causa della sua infelicità a segno ch'ella ripigliava senz'avvedersene la naturale gaiezza. Di giorno in giorno, oramai, la sua passione, il suo rammarico, tanto cocenti, tanto veementi sulle prime, andavano dissipandosi rapidamente come sogliono questi turbini di dolore, e mentre la guarigione progrediva in una tranquilla inconsapevolezza, un'altra opera non meno salutare ed importante s'iniziava in quell'anima. Frequentando una creatura eletta come Emilia, di cuore puro e di mente alta, vivendo in ancor più intima familiarità con la degna sua discepola, Rina apprendeva ad elevare i suoi pensieri, a mirare nelle sue azioni a nobili fini cui la vita ch'ella aveva condotta per l'innanzi era affatto estranea.
Ammaestrata in parte dai precetti e dall'esempio delle sue nuove amiche, in parte dalla propria amara esperienza, la «scioccherella» che s'era lasciata prendere alle lusinghe di Ben Bruce vedeva adesso tutta la vanità e tutta la follia di cui s'era fino allora nutrito il suo spirito; e risolvendo per la prima volta di coltivare amorosamente le facoltà immortali, cominciò a sviluppare i germi della sua miglior natura, i quali, maturati col tempo e con l'aiuto di nuovi benefici influssi, trasformarono la frivola e leggera fanciulla mondana in una donna seria, utile e amabile.
XXXIII.
Lievi dispregi, forse d'odio scevri, Il mal che non potrebbero col peso Fan col numero, e i piccoli dolori A mille ci corrodono la vita.
ANNA MORE.
Gertrude era lungi dall'immaginarsi che mentre ella s'adoperava piamente, con tutte le sue forze, a procacciare la felicità e il benessere morale di Rina, affidatasi al suo affetto e alla sua cura, andava eccitando la gelosia e la malevolenza d'altre persone.
Isabella Clinton, la quale non aveva mai veduto di buon occhio quella fanciulla il cui carattere, la cui condotta parevano un continuo rimprovero alla sua vanità e al suo egoismo, e per giunta rea del delitto d'essere l'amica prediletta d'un giovane che, adolescente, aveva lasciato nel superbo suo cuore un sentimentale ricordo, aspettava con impazienza un'occasione di denigrarla dinanzi alla signora Graham. La grande intimità nata tra Gertrude e Rina non era sfuggita alla sua osservazione e destava in lei un vivo risentimento, sebbene ella stessa la ribadisse e la rafforzasse con la propria freddezza e la propria ingenerosità verso la povera delusa. Ora, rammentando che sua cugina, precisamente la sera della supposta rottura di questa col signor Bruce, aveva disertato la loro camera comune per rifugiarsi in quella di Gertrude, s'affrettò a comunicare alla zia il sospetto che costei avesse suscitato e fomentato qualche discordia tra i due innamorati e fosse riuscita a mandare a monte il matrimonio.
La signora Graham non esitò ad accettare la sua opinione.
— Rina — ella disse — è d'animo debole ed evidentemente si lascia dominare dalla signorina Flint. Non mi farebbe maraviglia che tu ti fossi apposta, cara Bella! —
Così collegate, cercarono di strappare a Rina, per via di sorpresa o d'astuzia, una confessione circa il modo in cui Gertrude sarebbe giunta ad allontanare il suo pretendente e a raggirare lei. La fanciulla negò, indignata, che la sua amica si fosse resa colpevole di questa mala azione, e seguitò ostinatamente a ricusarsi di rivelare ciò ch'era avvenuto alla villa la sera della festa nuziale. Era il primo segreto ch'ella serbava: ma il suo orgoglio femminile vi si trovava coinvolto, e sì l'onore che la saggezza le imponevano di custodirlo con rigorosa cura.
La collera d'Isabella e della signora Graham si rinfocolò. Molto discussero in segreto la questione, molte vane congetture fecero; di giorno in giorno s'esasperavano contro Gertrude, e il loro contegno verso di lei cominciò a manifestarlo. La fanciulla presto s'avvide d'esser fatta segno di meditate scortesie, poichè quantunque non dipendesse dalle loro grazie, non mancavano, vivendo sotto lo stesso tetto, occasioni in cui potessero ferirla con maniere sgarbate, le quali divennero sempre più provocanti e sarebbero state insopportabili senza la severa disciplina morale che frenava il suo temperamento.
Con mirabile pazienza ella mantenne la sua equanimità. Non aveva mai aspettato benevolenza nè riguardi da parte della signora Graham e della signorina Clinton. Fin da principio s'era persuasa che tra lei e loro ci poteva essere poca simpatia, e adesso che le mostravano aperta avversione, lottava strenuamente seco stessa per conservare non soltanto la calma e il dominio dei propri sentimenti, ma un costante spirito di carità. E fu bene che non cedesse a quella prima prova cui veniva sottoposta la sua tolleranza, perchè un'assai più grave e inopinata provocazione le riserbavano le sue maligne persecutrici. Irritate da quella paziente e dignitosa condotta che non avevano preveduta, accese dal dispetto di picchiare a vuoto, risolsero d'attaccarla da un altro lato: ed Emilia, la dolce, amabile, inoffensiva Emilia, fu il nuovo oggetto contro cui diressero le loro ostilità.
Gertrude sapeva soffrire le ingiustizie, i dispregi, perfino le parole ingiuriose e crudeli finchè non colpivano che lei; però il sangue le bollì nelle vene quando vide che la sua diletta amica diveniva la vittima d'una bassa animosità palesata da vergognose piccole trascuranze, da malevoli procedimenti. Rivolgersi alla gentile creatura in termini men che cortesi pareva quasi impossibile; più impossibile ancora trovar qualche cosa a ridire sul conto d'una persona la cui vita era tutta bellezza e bontà; e la sventura che la teneva in certo modo appartata, sembrava doverla mettere al riparo d'ogni aggressione. Ma la signora Graham era grossolana e impulsiva, Isabella egoista e dura. Già molto prima che la cieca s'accorgesse delle loro nemiche intenzioni, Gertrude aveva sentito il suo cuore fremere e ribellarsi dinanzi ad atti e discorsi che tradivano il proposito di dar noia ad Emilia o d'affliggerla, tanto erano propri a ferire, se rilevati, la sensibilità di un'anima delicata. Ed ella vigilava: più d'un colpo veniva da lei stornato; più d'una mancanza riparata a tempo; più d'un disegno ch'esse contrariavano perchè lo sapevano favorito dalla signorina Graham, era portato a compimento grazie alla sua perseveranza e alla sua energia. Così durante alcune settimane Emilia ignorò che vari piccoli uffici servili le erano prestati adesso da Gertrude perchè Brigida aveva ricevuto dalla sua padrona ordini incompatibili col disbrigo di tutte le faccende per conto della signorina.
Il signor Graham era allora assente, avendolo certe difficoltà che intralciavano i suoi affari chiamato a Nuova York nella stagione in cui egli soleva godere ozi beati, libero da ogni cura. La sua presenza sarebbe stata un freno potente per la moglie, la quale ben conosceva il tenero e devoto affetto che egli portava alla propria figliuola e il suo desiderio che il benessere di lei fosse considerato in casa sua come cosa di capitale importanza. E appunto il suo amore e le sue cure per Emilia, il rispetto, l'adorazione quasi, di cui tutti i familiari la circondavano, avevano destato fin dal primo giorno la gelosia della nuova signora Graham; e però ella approfittava di buon grado del pretesto offertole da Isabella, per dare sfogo al suo astio. Infatti ciò che concerneva Rina e la sua diserzione, com'esse dicevano, nel campo nemico, non era che una causa secondaria di diffidenza e d'avversione.
Tuttavia la brusca e misteriosa partenza del signor Bruce, ed il sospetto che Gertrude, appoggiata dalla sua protettrice, avesse messo male tra lui e la fanciulla, forniva loro un motivo ostensibile di risentimento, ed erano determinate a trarre da questa scusa tutto il partito possibile.
Un giorno, poco innanzi il ritorno del signor Graham, mentre Isabella e sua zia sedute nell'atrio cercavano d'ingannare le ore tediose di quell'afoso pomeriggio d'agosto sparlando di tutto il resto della famiglia, fu recata alla signora una lettera di suo marito. Ella ne scorse rapidamente il contenuto e disse con aria di sodisfazione:
— Buone notizie, Bella! Pare che ci sia per noi la speranza di qualche piacere in questo mondo.... —
E lesse ad alta voce il seguente passo:
«Il molesto affare che m'ha costretto a venir qui è già quasi regolato, e nel modo più favorevole ai miei desiderî e ai miei disegni. Non veggo più alcun ostacolo al nostro viaggio in Europa; dunque partiremo nella seconda metà del mese venturo. Le ragazze facciano i loro preparativi. Dite ad Emilia che non risparmi nulla per provvedere dell'occorrente sè e Gertrude.»
Isabella osservò ghignando:
— Parla di Gertrude come fosse una di noi! Confesso ch'io non mi riprometto un piacere molto grande dal viaggiare per l'Europa con una cieca e la sua sgradevole appendice. Non capisco proprio perchè il signor Graham voglia portarsele dietro.
— Magari le lasciasse a casa! — sospirò la zia. — Sarebbe per Gertrude un buon castigo. Ma, ohimè, sta' pur sicura, egli partirebbe piuttosto senza la mano destra che senza Emilia!
— Spero che se mai mi marito, — esclamò la ragazza — non sarà con uno che abbia una figlia cieca! E per giunta una persona così terribilmente virtuosa, che tutti sono in obbligo d'idolatrarla, ammirarla e servirla.
— _Io_ non ho da servirla; cotesto è l'ufficio di Gertrude: non è qui per altro.
— E quest'è il peggio: la cieca ha bisogno d'una camerista, e la camerista è una gran dama che non si perita di sottrarre alle vostre nipoti i loro innamorati e guastarle tra loro.
— E che ci posso fare io, Bella? Puoi credere che io non desidero la compagnia della Flint più di te; ma non so davvero in che modo riuscirei a liberarmene.
— Io vi consiglio di raccontare un po' al signor Graham il male che ha già fatto. Se avete qualche potere su lui, non vi sarà difficile impedirle di partecipare al nostro viaggio.
— Sarebbe soltanto ciò che merita; e non dico che non gli toccherò della sua condotta. Certo rimarrà stupito di quella subitanea fuga di Ben Bruce, perchè non dubitava che avrebbe sposato Rina. —
In quella la signorina Clinton dovette interrompere la conversazione per andare a ricevere visite che arrivavano, e lasciò la signora Graham in una disposizione d'animo feconda di gravi conseguenze.
Mentre Isabella scendeva la gradinata d'ingresso per andare incontro con sorrisi e complimenti agli ospiti che nell'intimo del suo cuore ella desiderava a cento miglia di distanza in quel torrido pomeriggio estivo, Gertrude saliva dalla cucina per la scala di dietro, e attraversava un corridoio conducente nella sua camera. Ella portava sulle braccia un abito di fine mussolina bianca, un buon numero di golette ricamate, di maniche e manichetti a piegoline, e altro, ogni cosa stirato di fresco. Era rossa in viso, e pareva molto stanca. Entrata, depose sul letto, accuratamente, il suo fardello, si scostò i capelli dalla fronte, aprì una persiana, e traendo un respirone sedette accanto alla finestra per godere un soffio d'aria fresca, se c'era. La signora Prime, che passava appunto per il corridoio, sporse la testa dall'uscio socchiuso, e visto che Gertrude era sola venne avanti. Guardò in atto di maraviglia la roba stirata, poi guardò lei, notò gli effetti del faticoso lavoro, e proruppe con indignazione:
— Affemmia, signorina Gertrude, scommetto che avete stirato voi stessa l'abito di mussolina e il resto! —
La giovanetta sorrise ma non rispose.
— Oh, quest'è troppo! — esclamò la buona donna. — Pensare che voi avete lavorato in quella cucina ch'è un forno nelle ore calde, mentre noi si faceva la siesta!... Sono certa che la signorina Emilia non vorrebbe metterselo mai più cotesto abito bianco, se lo sapesse!
— Dite piuttosto che non è quasi da mettersi.... Io non ho pratica di stirare, e ho durato gran fatica; una parte mi s'asciugava prima che avessi finito di passare il ferro sull'altra.
— È una galanteria, invece; ma non so davvero perchè abbiate da far voi il lavoro di Brigida.
— Brigida è sempre tanto occupata, — disse Gertrude evitando una risposta diretta — e poi è bene ch'io impari. Nessuna cognizione è inutile, signora Prime.