Il lampionaio

Part 2

Chapter 23,831 wordsPublic domain

— Accidenti! — esclamò l'uomo che tutti chiamavano Iacopino. — È un gatto! O Annetta! Credevo che li odiaste i gatti, voi.

— Non è mica mio, — disse ella. — Cacciatelo fuori. —

Iacopino s'accinse a farlo. Il micio balzò indietro e, girando largo, andò a precipitarsi tra le braccia di Gertrude, la quale trepidante per il suo fato spiava con ansia gli eventi.

Annetta gli domandò:

— O cotesto gatto, di chi è?

— Mio, — rispose coraggiosamente la bambina.

— Tuo? E da quando tieni gatti? Come l'hai avuto? Parla! —

Gli uomini le guardavano. Gertrude aveva paura degli uomini. Essi qualche volta le facevano dispetti e sempre erano per lei una sorgente d'apprensioni. Ella non osava dire a chi dovesse quel regalo, ben sapendo di peggiorare le cose, perchè Annetta Grant non aveva mai perdonato al lampionaio le sue dure rimostranze contro la crudeltà di picchiare una bimba per aver avuto la disgrazia di versare un bricco di latte; nè la soccorreva in quel momento tanta prontezza d'animo da inventare qualche fandonia che spiegasse altrimenti la presenza del gattino. Del resto non avrebbe esitato punto a mentire. La sua deficiente educazione non le aveva inculcato l'amore e l'abitudine della verità a segno ch'ella potesse preferirla quando la menzogna le faceva più comodo o la salvava da un castigo. Tacque e ruppe in lacrime.

— Via, Annetta, — disse Iacopino — dateci la cena e lasciate stare cotesta mocciosa fino a poi. —

La donna accondiscese, non però senza brontolare minacciosamente.

La cena fu presto finita. In quella un sonatore d'organetto venne a fermarsi davanti alla casa e intonò un'aria popolare. I pigionali scendevano e gli si affollavano intorno, attratti dalla scimmietta che ballava in cadenza con la musica. Gli uomini andarono a raggiungerli. Gertrude impedita di uscire corse alla finestra. I grotteschi sgambetti dell'animale la divertivano un mondo; finchè sonatore e scimmia non si furono allontanati, ella stette a guardare intensamente assorta nello spettacolo, così intensamente da non accorgersi che non teneva più il micio, il quale, sfuggitole dalle braccia, era saltato sulla tavola e cominciava a divorare gli avanzi del pasto. Ella seguiva ancora con gli occhi l'uomo dall'organetto, quando vide apparire in fondo alla strada il vecchio lampionaio. Mentre si proponeva di trattenersi finch'egli avesse acceso il lampione, un urlo di rabbia la fece sobbalzare. Spaventata si volse giusto in tempo per vedere Annetta abbrancare il suo caro gattino. Si slanciò alla riscossa, balzò sopra una seggiola, afferrò un braccio della donna; ma costei la respinse vigorosamente con una mano e con l'altra scaraventò la bestiola attraverso la stanza. Gertrude udì un tonfo in un liquido, e un grido straziante. Annetta aveva gettato il povero micio in un gran catino pieno d'acqua calda a bollore pronta per qualche uso domestico. La piccola vittima si contorse un momento e morì in uno spasimo.

Tutto il furore di cui l'impetuosa natura della bambina era capace, divampò. Senza titubare, ella raccolse un pezzo di legno che giaceva lì presso, e lo scagliò contro la megera. Aveva mirato bene. La vecchia Grant era stata colpita alla testa e il sangue grondava dalla ferita; ma ella quasi non sentiva il colpo tanto era eccitata dall'ira dinanzi all'audacia di Gertrude. Fremente, s'avventò su lei, la pigliò per le spalle, aperse l'uscio di strada e la spinse sul marciapiede dicendo:

— Fuori, spirito maligno, e guai a te s'io veggo la tua ombra sulla soglia della mia casa! —

Poi rientrò a precipizio abbandonando l'orfanella sola in mezzo alla notte fredda e buia.

Quando Gertrude era adirata o afflitta piangeva forte, ma di rado singhiozzava come gli altri bambini; invece emetteva a brevi intervalli strilli acutissimi fino a rimanere qualche volta esausta di forze. Ella prese a strillare così, tosto che Annetta Grant l'ebbe lasciata là sulla strada; ma non già per la paura d'essere irremissibilmente espulsa dal suo unico ricovero e di doversene andare, sola sola e di notte, errando per la città, a rischio di cadere assiderata, innanzi l'alba, con quel gran freddo: no, non pensava affatto a sè stessa. L'orrore e il dolore della tragica morte inflitta all'unico essere ch'ella amasse al mondo empivano tutta la sua piccola anima. Ella s'accosciò contro il muro della casa, e si coperse la faccia con le mani, inconsapevole del chiasso che faceva, e del trionfo di quella monellaccia che le aveva un giorno tratto le scarpe dai piedi, e che ora stava spiandola dall'uscio dirimpetto. D'improvviso si sentì sollevare da terra, e si trovò seduta su una delle traverse della scala di True appoggiata ancora sotto il lampione. Il buon uomo che, reggendola saldamente, l'aveva collocata giusto tant'alto da trovarsi con lei a viso a viso, riconobbe la sua piccola amica, e con la stessa benevolenza dell'altra volta le domandò che le fosse successo.

Ma Gertrude, tutt'ansimante, potè rispondere soltanto:

— Oh, il mio gattino! Il mio gattino!

— Come? Il gattino ch'io ti diedi? L'hai smarrito?... Non piangere, via, non piangere.

— Oh no, non l'ho smarrito!... Ah, povero micino mio! —

E la bimba ruppe in un pianto più clamoroso che mai, tossendo nel medesimo tempo con tale violenza che il lampionaio ne fu spaventato. Egli si sforzò di calmarla, e riuscitovi in parte le disse:

— A star qui fuori tu t'infreddi a morte.... Bisogna rientrare in casa....

— Oh, non mi lascerà rientrare! — ella rispose. — E se anche volesse lei, non vorrei io....

— Chi non ti lascerà rientrare?... Tua madre?

— No.... Annetta Grant....

— Chi è Annetta Grant?

— Un'orrida, una perfida donna, che ha affogato il mio gattino nell'acqua bollente!

— Ma la tua mamma dov'è?

— Io non ce l'ho, la mamma.

— A chi appartieni tu, povera creatura?

— A nessuno, e nessuna casa è la mia.

— Con chi vivi dunque? Chi ha cura di te?

— Vivevo finora con Annetta Grant, ma è troppo cattiva, e io l'odio.... Le ho scagliato dianzi un pezzo di legno nella testa.... Magari l'avessi accoppata, l'avessi....

— Zitta, zitta! Non devi dire di coteste cose.... Ora vo a parlarle io.... —

True mosse verso l'uscio della casa cercando di tirarsi dietro Gertrude; ma questa resisteva così energicamente ch'egli la lasciò fuori. Andò difilato nella stanza dove Annetta stava fasciandosi la testa con un vecchio fazzoletto, e senza preamboli le disse che doveva richiamar dentro la bambina perchè lasciandola in istrada rischiava di farla morire assiderata.

— Non è mia, — rispose la donna — e qui c'è rimasta abbastanza. Non esiste al mondo una creatura malvagia come quella: mi maraviglio io stessa d'aver trovato la pazienza di tenerla tanto tempo. Spero che non mi venga mai più sotto gli occhi, o per meglio dire non voglio. M'ha rotto la testa.... meriterebbe d'essere impiccata, meriterebbe! Se mai qualcuno ha avuto in corpo uno spirito maligno è di certo lei!

— Ma che sarà della povera piccina? — insistette il buon True. — La notte è fredda, terribilmente.... Che vi sentireste in cuore se domattina la trovassero morta gelata sulla soglia della vostra casa?

— Che mi sentirei? È forse cosa che vi riguardi? Incaricatevi piuttosto di lei voi stesso. Tanto scalpore menate per quell'insettucciaccio? Portatevela a casa e provatela un po'.... È la seconda volta che venite a parlarmene, e basta.... non voglio ascoltare una parola di più. Ci pensi qualcun altro, oramai; io per me n'ho avuto più che la mia parte.... Quanto al rischiare che muoia gelata o non gelata, lo rischierò.... Eh, i bambini ch'entrano nel mondo di soppiatto sono i meno pronti ad uscirne! Quella lì appartiene al comune. Se ne occupi chi deve. E voi andatevene per i fatti vostri e non v'immischiate in quello che non vi concerne. —

True non se lo fece ripetere. Egli non era uso a trattare con donne, e nulla gli pareva più formidabile d'una femmina irata. Ora gli occhi fiammeggianti e il minaccioso atteggiamento d'Annetta erano forieri d'una tale tempesta che il buon uomo s'affrettò saviamente a ritirarsi prima che scoppiasse sul suo capo.

Gertrude, la quale aveva intanto cessato di piangere, gli alzò gli occhi in faccia con curiosità ansiosa.

— Ebbene, — egli disse — non vuol riprenderti.

— Oh, che piacere! — ella esclamò ingenuamente.

— Sì, ma dove andrai?

— Non so.... Forse con voi, a veder accendere i lampioni.

— E dove dormirai stanotte?

— Non so.... Io, non ho casa. Bisognerà che dorma fuori, ma così avrò il lume delle stelle. Non posso soffrire l'oscurità, io.... Sarà freddò però, non è vero?

— Corbezzoli! Freddo da morirne, bambina....

— E allora che succederà di me?

— Dio soltanto potrebbe dirlo! —

Il lampionaio guardò Gertrude, tutto perplesso ed angustiato. Egli, punto pratico di bambini, stupiva della sua semplicità. Lasciarla lì, esposta, al rigore di quella gelida notte, non poteva; e dall'altro canto non sapeva come se la sarebbe cavata se l'avesse portata a casa sua, perchè viveva solo ed era povero. Ma un altro violento insulto di tosse da cui fu còlta lo fece risolvere a un tratto di dividere con lei il suo ricovero, il suo fuoco e il suo pane, per una notte almeno. La prese per mano e disse:

— Vieni con me. —

Gertrude si mise a correre al suo fianco, fiduciosa, senza domandare dove la conducesse.

True doveva accendere ancora una dozzina di lampioni prima di giungere all'estremità della strada dove il suo giro finiva. La bambina stette a contemplare l'accensione di ciascuna fiammella con un piacere altrettanto vivo e schietto che se si fosse trovata in compagnia del lampionaio unicamente per questo. Appena quando, svoltato il canto, ebbero camminato un pezzo senza fermarsi, domandò:

— E ora dove si va?

— A casa, — rispose True.

— A casa vostra? Anch'io?

— Sicuro. Eccoci arrivati. —

Egli aperse una porticina che metteva in una stretta corticella estesa per tutta la lunghezza d'una decente casa di due piani, dove abitava nella parte posteriore. Attraversarono la corte, passarono davanti a parecchie finestre e all'ingresso principale, ed entrarono da un piccolo uscio sul di dietro. Gertrude tremava dal freddo. Aveva i piedini tutti azzurrognoli a forza di camminare scalza sul lastrico diaccio. V'era una stufa, nella camera in cui erano entrati, ma senza fuoco. La camera era spaziosa e abbastanza ben fornita, ma tenuta male. Il lampionaio s'affrettò a deporre in uno sgabuzzino adiacente la scala portatile, l'accenditoio e il resto, poi tornò con un fastelletto di legna ed accese la stufa. In pochi minuti un'allegra fiammata brillando e scoppiettando diffuse intorno un gradevole tepore. Egli trasse accanto al fuoco un antico seggiolone di legno, vi stese sopra il suo grosso e peloso gabbano che lo trasformò in una comoda poltrona, e sollevata delicatamente la bimba ve la pose a sedere. Dopo di che, allestì la cena. True era un vecchio scapolo uso a farsi ogni cosa da solo. Preparò il tè, poi mesciutolo per Gertrude in una gran ciotola, con zucchero a profusione e tutti i suoi venticinque centesimi di latte, prese da una credenzina una pagnotta, ne tagliò una bella fetta, e invitò la sua piccola ospite a mangiare e bere quanto più potesse, giudicando dal suo aspetto ch'ella non doveva essere stata sempre ben nutrita. E nel vederla assaporare con sì evidente godimento la miglior cenetta che mai le fosse toccata, la sua sodisfazione fu tale, da farlo rimanere a contemplarla intenerito dimenticandosi di prendere la propria parte.

L'infallibile istinto dell'infanzia aveva guidato Gertrude quand'ella, osservando l'uomo che accendeva il lampione, s'era sentita indotta, già assai prima ch'egli le parlasse, a considerarlo come un buon amico di tutti, perfino della più derelitta bambina di questo mondo!

Trueman Flint, nato e cresciuto nel Nuovo Hampshire, essendo rimasto orfano quindicenne appena, era venuto a Boston dove per molti anni s'era guadagnato la vita esercitando qualsiasi mestiere in cui potesse trovar lavoro; così aveva fatto a vicenda il giornalaio, il facchino, il fiaccheraio, lo spaccalegna, insomma di tutto un po'! In alcuni de' suoi impieghi era anche durato a lungo perchè s'acquistava sempre stima e benevolenza tanto si mostrava onesto, capace e di buona indole. Prima di diventare lampionaio aveva servito qualche tempo come facchino nei vasti magazzini d'un negoziante ricco e generoso. Un giorno, mentre rimoveva certi pesanti barili, uno di questi, per disgrazia, venne a cadergli sul petto lasciandolo gravemente malconcio. Il suo stato dapprima quasi escludeva ogni speranza di salvezza; e quando alfine egli cominciò a migliorare, la guarigione fu lenta a segno, che dovette starsene disoccupato un anno intero. La malattia esaurì tutti i suoi risparmi, ma il negoziante al cui servizio gli era accaduto quell'infortunio, volle che nessun comodo gli mancasse, lo fece curare da un medico valentissimo, e gli assicurò una buona assistenza.

Nondimeno da allora True non fu più quello. Quando si levò dal letto la sua costituzione fisica era invecchiata di dieci anni, sicchè l'indebolimento delle forze lo rendeva inabile oramai a lavori faticosi. Il suo antico padrone e benefico amico s'adoperò quindi a trovargliene uno relativamente leggero, ed ottenne per lui l'impiego di lampionaio, al quale egli di frequente aggiungeva altri discreti proventi segando legna o spalando la neve.

Era adesso tra i cinquanta e i sessanta. Alto e membruto, aveva fattezze delle più rozzamente modellate da madre natura, ma esprimenti una grande bontà d'animo. Viveva molto appartato, essendo per temperamento taciturno e ritroso; pochissime persone lo conoscevano, e l'unica ch'egli frequentasse era un suo vecchio compare, sagrestano d'una chiesa vicina: uomo d'età assai avanzata e in voce d'essere oltremodo bisbetico e salvatico.

Ritorniamo a Gertrude. Ella ha terminato la sua cenetta, e ora dorme profondamente, adagiata nell'ampio seggiolone, tutta ravvolta in una calda coperta di lana, con la testa sorretta da un guanciale. True siede accanto a lei, e una delle scarne manine posa sulla sua larga palma. Ogni poco, quand'ella si muove, le riaccomoda intorno la coperta. Ma ecco che il respiro della bambina diviene affannoso: ella dà un sobbalzo, poi parla con rapidità. Che mai turba i suoi sogni? Egli ascolta, attento. Prima, è una supplicazione ardente:

— Oh, no, no! Non lo affogate il mio micino! —

Poi un grido di terrore:

— Ah, la viene a ripigliarmi!... Ohimè, mi ripiglia! —

Infine, con accento commovente di flebile e tenera preghiera, ella si raccomanda:

— O buon vecchio, caro, caro, lasciatemi rimanere con voi! Per pietà, lasciatemi rimanere! —

Grosse lacrime luccicano negli occhi di Trueman Flint, e scorrono nei solchi delle sue ruvide gote. Egli posa il capo sul guanciale, accosta la faccina di Gertrude alla sua faccia e, lisciandole i lunghi capelli scarmigliati, pensa anch'egli ad alta voce.... E che dice?

— Ripigliarti?... No, mai, sta' pur tranquilla.... Vuoi rimanere con me? Ci rimani, sì, te lo prometto, povera mimmina mia!... Sola in questo immenso mondo, come son io! Se piace al Signore, noi due si starà bene insieme.... —

IV.

Per il vegliardo e per il bimbo l'unica Speranza è nell'altrui tenera cura. Con questa all'uom prima lezione ed ultima Insegnar la pietà volle Natura.

YOUNG.

La piccola Gertrude aveva trovato un amico e un protettore; ed era tempo, perchè le privazioni che soffriva e l'abbandono in cui veniva lasciata stavano per troncare la triste sua vita, ponendo fine così alle sue pene.

La mattina dopo che True Flint l'ebbe raccolta, ella si destò con febbre alta, dolori al capo e alle membra, insomma tutti i sintomi d'una malattia grave. Guardò intorno e si vide sola; ma nella stufa ardeva un bel fuoco, e la tavola era apparecchiata per la colazione. Rimase un momento stupita ed incerta, domandando a sè stessa dove si trovasse, e che le fosse accaduto; non riconosceva su quel subito la camera, vedendola per la prima volta alla luce del giorno. Ma il suo visino sparuto brillò di gioia quando gli avvenimenti della sera innanzi le si riaffacciarono alla memoria, ed ella pensò al vecchio lampionaio, tanto buono, ed alla nuova casa che sarebbe stata la sua, dove sarebbe vissuta con lui. Si levò e andò alla finestra per guardare fuori, sebbene le girasse stranamente la testa e le vacillassero le gambe a segno che appena poteva camminare! Il suolo era tutto bianco di neve, e il tempo ancora burrascoso. Sembrò a Gertrude che il candore di quella neve l'abbarbagliasse. D'improvviso la vista le mancò, una vertigine la travolse. Barcollò e cadde.

Trueman, rientrato di lì a due minuti, fu spaventatissimo trovandola lunga distesa sul pavimento; ma tosto comprese che doveva essere svenuta nel tentare di dar qualche passo per la camera, e non se ne maravigliò punto, poichè durante la notte s'era avveduto che la bambina stava assai male. Portatala sul suo letto, riuscì presto a farle ricuperare i sensi; passarono però tre settimane prima ch'ella potesse levarsi, salvo quando True la prendeva in collo. True si mostrava ruvido e goffo nel maggior numero dei casi, ma non già quando assisteva la sua piccola protetta. Egli sapeva molte cose nel fatto di malattie: era un po' infermiere, un po' medico, alla sua semplice maniera, e quantunque di bambini avesse poca esperienza, il suo cuore affettuoso gli suggeriva tutte le cure necessarie a Gertrude, e lo rendeva prodigo d'una bontà, d'una tenerezza, di cui nessuno aveva mai dato alla poveretta neppure una pallida idea.

Ella, dal canto suo, era molto paziente. Spesso le sofferenze e l'estrema stanchezza del giacere da tanto tempo allettata, la tenevano sveglia la notte intera senza ch'ella mandasse un gemito o facesse il minimo rumore, perchè temeva di destare il buon vecchio il quale dormiva per terra, accanto al suo letto, quando la grande ansietà per lei non gl'impediva di pigliar sonno. A volte, essendo la bimba più fieramente travagliata dal male, egli la reggeva sulle braccia ore ed ore, ed anche allora ella si sforzava d'apparir sollevata, benchè in realtà non fosse, o fingeva perfino d'addormentarsi per indurlo a ricoricarla e prendere anch'egli un po' di riposo. Il suo coricino riboccava d'amore e di gratitudine. Un pensiero l'occupava quasi unicamente: che avrebbe ella potuto fare per il suo caro benefattore quando sarebbe guarita? ma era poi capace d'imparar a fare qualche cosa di utile?

True era tuttavia costretto a lasciarla per attendere al suo lavoro. Durante la prima settimana della malattia Gertrude restò dunque parecchio sola. Egli nell'andarsene le raccomandava con calore di stare ben tranquilla sotto le coperte fino al suo ritorno; e intanto ogni oggetto di cui ella potesse mai aver bisogno si trovava preparato a portata della sua mano. Ma venne il momento che, aumentando la febbre, fu presa da delirio, e per alcuni giorni non seppe più come nè da chi fosse assistita. Alfine un pomeriggio si destò da un sonno lungo e calmo, in pieno possesso del senso e della coscienza, e vide seduta al suo capezzale una donna che cuciva.

Ella si rizzò nel letto per guardare la sconosciuta, la quale non l'aveva vista aprire gli occhi. Ma, sentitala muoversi, questa dette un sobbalzo, e subito esclamò:

— O bambina mia, rimettiti a giacere! —

Così dicendo le pose dolcemente una mano sulla spalla per corroborare la sua ingiunzione.

— Non vi conosco, — fece Gertrude. — Dov'è lo zio True? —

Con questo nome il lampionaio le aveva detto di chiamarlo.

— È uscito, cara, ma tornerà presto. Come ti senti? Meglio?

— Oh sì! Molto meglio! Ho dormito un pezzo?

— A sufficienza. Suvvia, sta' giù. Ora ti porto una scodella di semolino. Ti farà bene.

— Sa lo zio True che siete qui?

— Sicuro. Sono venuta a tenerti compagnia mentre lui è fuori.

— O di dove siete venuta?

— Dalla mia camera. Io abito nell'altra parte di questa casa.

— Mi pare che siate buona, voi. Davvero, mi piacete. Ma mi fa maraviglia di non avervi veduta entrare....

— Non ci hai badato perchè stavi troppo male, poverina.... Basta, adesso spero che non tarderai a guarire. —

La donna preparò il semolino, e quando Gertrude l'ebbe preso, si rimise al suo lavoro. Coricata con la faccia rivolta verso la sua nuova amica, la bambina fissava su lei i suoi occhioni. Stette così a guardarla cucire finchè quella a sua volta la guardò, e disse:

— Che pensi tu ch'io stia facendo?

— Non so, io.... — ella rispose. — Che cos'è? —

L'altra alzò la roba che cuciva, di maniera che Gertrude potè vedere ch'era una vestina di cotone scuro, per una ragazzetta.

— O che bella veste! — esclamò. — Per chi la fate? Per la vostra figliuola?

— No, io non ho figliuole. Ho un figliuolo invece, uno unico: il mio Guglielmo.

— Guglielmo? Che bel nome! E lui è un buon ragazzo?

— Buono? Il migliore che ci sia al mondo, ed il più bello! —

Nel proferir queste parole la donna ergeva il capo, e il suo pallido viso estenuato raggiava tutto d'orgoglio materno.

Gertrude torse lo sguardo con un'espressione triste, così strana in una creatura di quell'età, ch'ella temette che la stanchezza cominciasse ad opprimerla, e stimò necessario farla stare in assoluta quiete. Glielo disse e le impose di chiudere gli occhi e dormire. La bambina li chiuse. Mentre giaceva tranquilla come se avesse obbedito anche alla seconda ingiunzione, l'uscio s'aperse e qualcuno entrò pian piano. Era True.

— Oh signora Sullivan, — egli fece — siete ancora qui! Vi ringrazio tanto d'esservi trattenuta.... Avevo contato di tornare più presto.... E della bimba che vi sembra?

— Sta meglio, signor Flint, molto meglio. È in sè, ragiona.... Io credo che, pur d'avere certi riguardi, oramai tutto andrà bene.... To', è desta! —

True s'accostò alla piccola malata, le posò una mano sulla fronte mandando indietro i capelli, che erano adesso tagliati corti e accuratamente pettinati, poi le toccò il polso, e manifestò con un cenno del capo la sua sodisfazione. Gertrude gli afferrò la mano e la tenne stretta tra le sue. Egli sedette accanto al letto, gettando un'occhiata sul lavoro della signora Sullivan:

— Non mi maraviglierei, signora mia, se ci fosse bisogno de' suoi vestiti nuovi prima che non si credesse.... Tra alcuni giorni, secondo me, sarà in piedi....

— Lo credo anch'io, ma non siate troppo impaziente. La sua malattia è stata grave, e la non può guarire d'un tratto. Avete veduto oggi la signorina Graham?

— Sì, l'ho veduta, pover'anima. Che il Signore benedica la sua cara faccia! M'ha fatto un visibilio di domande su Gertrudina, e m'ha dato questo pacchetto d'_ararutte_.... mi pare almeno che lo chiamasse così. Dice ch'è una minestrina eccellente per ammalati. Se voi la conoscete, signora Sullivan, siate tanto buona, mostratemi come si fa, perch'io confesso non me lo rammento, quantunque la signorina si sia data la briga di spiegarmelo....

— Sì, volentieri. È facilissimo. Ve ne preparerò una porzione quando ritorno, tra poco. Per ora Gertrude non ne ha bisogno, ha preso dianzi un semolino. Ma il babbo è già in casa, e devo apparecchiare il nostro tè. Arrivederci a stasera, signor Flint.

— Grazie, signora.... avete un cuore d'oro voi! —

Durante alcuni giorni la signora Sullivan venne ancora ripetute volte a prestar le sue cure alla piccola convalescente ed a tenerle compagnia. Ell'era una donna dimessa per indole, gentile d'animo e di modi, il cui placido viso riconfortava la povera creatura ch'era vissuta nel terrore e aveva sofferto ogni sorta di maltrattamenti. Sempre portava con sè il suo lavoro di cucito: solitamente qualche indumento da ragazzina.

Una sera Gertrude, già quasi guarita della sua ostinata febbre, sedeva in grembo a Trueman Flint, vicino alla stufa, ben bene ravvolta in una coperta di lana, e parlava della sua nuova amica. A un tratto alzò gli occhi in faccia al buon uomo e uscì a dire:

— Zio True, conoscete voi la bambina per la quale fa un vestitino?